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Amministrative 2016, alla ricerca di un’alternativa che non c’è

di Redazione

Lo dicono tutti, perfino Renzi. Risulta estremamente complesso fare una valutazione complessiva di una tornata elettorale, come quella amministrativa del 5 giugno, che ha assunto una grande connotazione politica ma che si è svolta in un quadro di estrema diversificazione in 1.300 comuni.

Salvo in qualche città in controtendenza, in particolare Roma, si conferma un trend negativo e significativo di ulteriore caduta dei tassi di affluenza al voto. Certo, ha influito la scelta di fissare il voto nella sola domenica di un primo “ponte” estivo ma le crisi – economica, sociale, e dei soggetti di rappresentanza – continuano ad alimentare una spirale di disaffezione al voto. E le città dove la partecipazione è stata particolarmente superiore alla media nazionale (ad esempio Benevento con il 78,5%) si trovano tutte in aree in cui i meccanismi clientelari pesano in modo massiccio sulla vita politica.

In questo quadro, queste elezioni costituiscono, nessuno può negarlo, un risultato insoddisfacente e particolarmente preoccupante per il Pd e per le classi dominanti.

Naturalmente, in elezioni dalla forte connotazione amministrativa, i tratti comuni che permettano di generalizzare la valutazione non sono sempre facili da trovare. A complicare il tutto viene un meccanismo elettorale che, ideato per gestire il bipolarismo, oggi esprime la crisi dei due poli e l’apparizione di una terza forza non riducibile a quel bipolarismo.

Il centrosinistra perde il controllo di numerosi comuni importanti (dei 25 capoluogo di provincia ne conquista 3 su 20 che ne deteneva e nei 21 che vanno al ballottaggio certamente non potrà recuperare tutti quelli che mancano all’appello). E’ ancora poco per poter affermare che il renzismo sia in crisi, ma certo dimostra quanto non sia affatto in buona salute. Ma la prova del fuoco sarà il referendum di ottobre.

C’è poi la crisi dei partiti tradizionali. Non a caso c’è stata un’ulteriore proliferazione delle liste cosiddette “civiche”, liste che spesso rivelano l’incapacità dei partiti locali di comporre liste rappresentative, ambizioni politiche improvvisate, o, peggio ancora, commistioni indecenti. E queste liste non si affiancano ma sostituiscono quelle dei partiti.

Non a caso il PD era presente col suo simbolo in non più dell’ 11% dei comuni al voto, Forza Italia solo nel 6%. Il M5S, il simbolo più presente, in poco più di 200. Ma nei grandi comuni, in particolare nelle città metropolitane, dove ovviamente i simboli dei partiti erano presenti, non possiamo non notare che il PD perde voti di lista ovunque: 25mila voti a Milano, 31mila a Torino, 71mila a Roma, 12mila a Bologna, 14mila a Napoli. Se prendiamo la consultazione generale più recente, le europee del 25 maggio 2014, quelle del 41% del “trionfo renziano”, quando non c’era peraltro la forza di trascinamento di decine e decine di candidati, il PD perde a Torino 83mila voti, a Milano 112mila, a Bologna 42mila, a Roma 310mila, a Napoli 90mila. Solo una parte del voto mancante è stato dirottato sulle “liste dei sindaci”.

A caratterizzare il voto al PD, inoltre, c’è la conferma e la crescita di un fenomeno già presente da anni, ma che il “renzismo” ha accentuato. I candidati del PD, per quanto così diversi – da uno storico burocrate come Fassino a Torino, passando per un manager ex morattiano come Sala a Milano, arrivando ad un pannelliano riciclato come Giachetti – raccolgono una parte preponderante dei loro suffragi nei quartieri bene, e registrano i voti più bassi nei quartieri popolari che erano i luoghi dell’insediamento sociale della sinistra. A titolo esemplificativo, Giachetti raccoglie il 34% nei municipi 1 e 2 (Centro storico e Parioli) e solo il 18% nei municipi 6 e 10 (Ostia e Torbellamonaca), ampiamente superato oltre che dalla Raggi (qui al 43%) anche dalla Meloni.

Insomma, il PD non è certo finito ma ha certamente subito una vistosa incrinatura nel suo dispositivo politico e di consenso. Nelle maggiori città perde voti in valore assoluto e non beneficia dell’effetto traino del governo, perché semplicemente non c’è. Al netto della martellante propaganda, la crisi continua a mordere e l’astensione è espressione di un distacco compiuto tra grandi masse di persone e le strutture politiche tradizionali: il vecchio non vuole morire ma il nuovo non è ancora nato. Lo stesso Movimento 5 Stelle fa il pieno a Roma ma non riesce a imporsi in altre città.

La crisi di insediamento riguarda anche il centrodestra che solo malamente nasconde i suoi insuccessi dietro gli errori e le divisioni sofferte in particolare a Torino, con 4 liste contrapposte, e a Roma. Qui la somma dei voti dei due candidati di destra cala rispetto a tre anni fa di 75mila voti, a Torino di 50mila, ma anche laddove il candidato era unico le cose non vanno particolarmente meglio: a Milano -55mila, a Bologna -25mila, a Napoli -49mila.

Si tratta di un declino elettorale dovuto da un lato alla concorrenza del PD di Renzi, che per l’elettorato borghese “moderato” appare ben più affidabile degli attuali esponenti del centrodestra, dall’altro alla concorrenza del M5S che appare molto più efficace a chi vuole esprimere un voto di protesta radicale. Ma il ridimensionamento relativo della destra italiana nasconde il suo netto spostamento su posizioni più dichiaratamente reazionarie. Il tramonto di Berlusconi lascia spazio a Salvini e Giorgia Meloni, che si trovano ad amministrare un “lascito” politico, seppure ridimensionato, di tutto rispetto.

Il vero fenomeno politico di queste elezioni è certo stato l’exploit del M5S, che lo conferma come il più importante depositario del diffuso desiderio di cambiamento. Il risultato più clamoroso è quello di Roma, naturalmente, dove il M5S raccoglie 451.024 voti (300mila in più delle precedenti comunali del 2013, 158mila in più delle europee del 2014, perfino 15mila in più delle politiche del 2013, nelle quali peraltro l’affluenza al voto era stata di 20 punti superiore). Ma anche a Torino i voti sono quintuplicati rispetto alle precedenti comunali, più che raddoppiati a Milano, sestuplicati a Napoli, che segna comunque uno dei loro peggiori risultati, e non a caso: De Magistris, che si avvia al secondo mandato, occupa in buona parte lo stesso spazio politico, connotandolo però con un orientamento più chiaro sulle discriminanti di fondo, sicuramente spostato a sinistra per l’attenzione ai temi sociali e alla costruzione, seppur sui generis, di un movimento popolare e di un certo radicamento.

Il M5S, dopo i ballottaggi del 19 giugno, potrebbe essere chiamato alla sfida del governo di città complesse, in particolare di Roma. I commentatori evidenziano la sua “mancanza di esperienza”. Il problema è che la loro “cassetta degli attrezzi” è sprovvista di un solido apparato di analisi sociale e politica e di un punto di vista di classe. L’idea che il problema di fondo del nostro paese è principalmente quello della corruzione dei politici significa non voler affrontare le questioni che attanagliano la nostra società. Sarà in grado di creare giunte conflittuali con il potere centrale?

Questa tornata è stata anche il primo banco di prova per le liste che il corso “renziano” del PD ha fatto sviluppare alla sua sinistra. I risultati ottenuti, seppure in contesti molto diversi, sono ovunque modesti. A Roma la candidatura di Fassina raccoglie 57.167 voti, rispetto ai 72.491 dell’Altra Europa nel 2014 e ai circa 90.000 che nel 2013 conquistarono la lista Medici e quella di Sel (allora però in coalizione con Marino). A Torino, Airaudo si guadagna 14.166 voti; ma erano circa 30mila quelli di cinque anni fa della lista Bossuto e di Sel (allora alleata del PD) e 27.661 quelli dell’Altra Europa. Basilio Rizzo a Milano ha un po’ meno di 20mila voti a fronte dei 46mila di Sel e del PRC delle scorse comunali (allora entrambi con l’“arancione” Pisapia) e dei 37.161 delle europee.

E’ la scomparsa di una vecchia opzione tutta politicista e subalterna alle compatibilità. Anche qui, Napoli fa parzialmente eccezione, ma sul piano nazionale il responso è chiaro, e conforta la convinzione che, per ricostruire un’opzione antiliberista e anticapitalista con una capacità di interlocuzione di massa, non ci sono scorciatoie possibili alla paziente costruzione del conflitto, all’ascolto attento della sofferenza sociale, ai linguaggi con cui si esprime, alla cesura storica e politica in cui ci troviamo, all’utilizzo di ogni contingenza favorevole per accumulare forze, ottenere vittorie anche piccole, ma significative, all’individuazione dei nodi di fondo della contemporaneità capitalistica, alla salvaguardia dell’indipendenza e dell’autonomia, nella pratica quotidiana e nelle mediazioni necessarie dello scontro sociale e politico.

L’esordio elettorale del “Partito comunista” di Marco Rizzo non dà risultati significativi neanche a Torino (3mila voti, lo 0,86%) dove era il “lider maximo” a candidarsi.

Risultati molto modesti ovunque anche per il Partito comunista dei lavoratori, con la parziale eccezione di Bologna dove il suo candidato supera l’1,25%.

Da segnalare il dato di Brindisi con il 14% – quasi 7000 voti – di due liste (Brindisi Bene Comune e Sinistra per Brindisi) che si sono raccolte intorno alla candidatura di Riccardo Rossi, già capolista di L’Altra Puglia.

Come è noto, Sinistra Anticapitalista aveva scelto di non presentarsi né di partecipare alle diverse coalizioni presenti. Ma in alcuni centri minori ha sostenuto liste unitarie che hanno riportato risultati incoraggianti.

Ad Assisi, in provincia di Perugia, il nostro compagno Luigino Ciotti, candidato sindaco per la lista “@ sinistra”, ottiene 624 voti (pari al 4,01%), mentre a Cattolica, in provincia di Rimini, la lista “Spazio rosso” (candidata sindaco Maria Silvia Riccio), a cui partecipavano le/i nostre/i compagne/i di Sinistra Anticapitalista Romagna, ottiene 325 voti (pari al 4,10%, a fronte dell’1,57 ottenuto dalla candidatura del locale PRC).