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Elezioni a Napoli, una nuova primavera partenopea?

di Sinistra Anticapitalista Napoli

A Napoli, come nelle più importanti città italiane, le elezioni del 5 giugno segnano un passaggio importante nella fase politica nazionale: un arretramento significativo del PD potrebbe incrinare il consenso a Renzi, e presagire gravi difficoltà dell’attuale sistema di potere in Italia; potrebbe verificarsi anche qui quel processo di “pasokizzazione” che in Grecia come in Spagna, Francia, Austria ed altre nazioni, ha via via svuotato di consenso le formazioni politiche che partendo da posizioni di sinistra riformista sono approdate al liberismo più spinto. In questo contesto il voto napoletano assume un significato particolare essendo De Magistris il propugnatore della “derenzizzazione” della città.

Capire come si è giunti alla situazione attuale e quali prospettive si aprono per il futuro non è facilmente comprensibile dall’esterno. Bisogna conoscere quali scontri sociali sono esplosi, quali percorsi amministrativi ha effettuato la giunta, quali aggregazioni politiche e culturali si sono intrecciate, quali mutazioni sociali hanno investito i diversi quartieri del centro, delle periferie, dei comuni dell’hinterland.

Come in ogni situazione in rapida evoluzione è difficile fare chiarezza sulle prospettive, tuttavia un rapido excursus sugli ultimi cinque anni può essere illuminante.

È necessario condurre un’analisi comparativa tra le vicende politiche nazionali, le vicende amministrative napoletane e la storia delle realtà antagoniste di movimento. Il 30 maggio 2011 De Magistris veniva eletto sindaco di Napoli candidato dall’IdV con un programma essenzialmente di lotta alla malapolitica che aveva gestito la città con le giunte Bassolino (1993-2000) e Iervolino (2001-2011). Componevano la sua prima giunta IdV, PRC, PdCI e Napoli è tua (una lista diretta espressione del sindaco) ma da subito i gruppi consiliari si sono divisi, cambiando posizione e una chiara maggioranza con una propria autonomia politica non si è vista in consiglio comunale; in questa assenza di direzione politica il sindaco ha dovuto assicurarsi via via una maggioranza rabberciata, tentando compromessi con il PD o suoi pezzi, il che è stato di oggettivo ostacolo ad un’azione di governo più propulsiva.

A livello nazionale, i governi succedutisi nel quinquennio (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) hanno espresso un’ impostazione di integralismo liberista sempre più spinto e, parallelamente, un intento sempre più ultimativo nei confronti dell’anomalia amministrativa napoletana. Abbiamo assistito a chiare manovre per allontanare De Magistris, normalizzare Napoli e favorire le mire speculative dell’imprenditoria locale e nazionale.

Intanto la sinistra italiana si perdeva nei tentativi di una ricomposizione poco chiara, mai completamente alternativa al PD, effettuata a freddo; basti ricordare le esperienze di Cambiare si può, di Rivoluzione civile, ALBA, L’Altra Europa con Tsipras. L’assenza di una sinistra con solide radici sociali, capacità organizzative e militanti, e un chiaro orientamento strategico ha favorito un antiliberismo declamato, ma poco praticato dall’amministrazione comunale, per difficoltà oggettive e per incapacità soggettive: il sindaco e alcuni assessori, nonostante abbiano provato ad invertire prassi consolidate in decenni di inefficienza e clientelismo, si sono sovente scontrati con una macchina burocratica recalcitrante e con centri di potere forti di alleanze nazionali.

E’ emblematica la vicenda dell’acqua, la cui precedente gestione nell’ARIN SpA era stata caratterizzata da un consiglio di amministrazione infeudato ad alcuni personaggi con interessi poco chiari e sorretta da logiche clientelari. La costituzione dell’azienda speciale Acqua Bene Comune nell’ottobre 2011 è stata una vittoria molto significativa, ma la sua storia è stata un continuo assedio da parte delle multinazionali, della Regione e del governo, assedio che continua tuttora: la legge per il riordino del servizio idrico integrato della Regione Campania (del 2 Dicembre 2015, n. 15) e la più omnicomprensiva legge nazionale “Madia” (del 13 Agosto 2015, n. 124/2015) hanno il chiaro intento di spingere la gestione del servizio idrico ad una integrale privatizzazione a favore del profitto delle grandi aziende multiutilities, vere mandanti di questi provvedimenti. Nell’ottobre del 2014 il presidente, esponente della sinistra accademica illuminata, che non aveva messo in discussione il carattere aziendalista della società, è stato rimosso, e con la nuova presidenza nel marzo del 2015 finalmente il carattere pubblico della società è stato messo al sicuro mediante una modifica dello statuto comunale; nel marzo del 2016 anche il CdA è stato ricostituito introducendo membri del comitato per l’acqua pubblica ed aprendone le sedute ai lavoratori ed ai cittadini. Inoltre, più recentemente è stata avviata la sperimentazione del Consiglio Civico, un organismo composto in prevalenza da attivisti del movimento per l’acqua pubblica, con il compito di maggior coinvolgimento degli utenti e degli stessi lavoratori nella gestione del servizio.

Altre resistenze alle imposizioni liberiste sono state praticate da De Magistris rifiutando l’inceneritore a Napoli Est, respingendo i tagli degli organici delle partecipate, assumendo trecentocinquanta maestre comunali fuori dal pareggio di bilancio, ma soprattutto con la battaglia contro gli assalti speculativi sull’area ex-Italsider di Bagnoli. Tutto ciò è stato possibile perché la giunta è entrata in sintonia con i movimenti antagonisti, con le assemblee popolari sorte a Bagnoli ed in altri quartieri, con le aggregazioni giovanili, con gli attivisti sociali, con gli spazi occupati, con tutti e tutte coloro che a Napoli hanno condiviso lotte e pratiche in opposizione alle politiche neoliberiste dei governi Monti e Letta prima, e di Renzi poi.

In queste elezioni sia il PD, sia il centrodestra, sia il M5S sembrano non reggere la competizione; sarebbe lungo indagare le mutazioni sociali che hanno trasformato sostanzialmente anche l’elettorato. Tuttavia è possibile affermare che il PD e il centrodestra, rispettivamente con Valeria Valente e Gianni Lettieri stiano conducendo una campagna elettorale che non solo non fa i conti con queste mutazioni, ma agisce come in un flashback degli anni Novanta. Inoltre, alla crisi di credibilità di queste figure tutto sommato “tradizionali”, si aggiunge anche la (benvenuta) autoliquidazione di un aggregato come il PD napoletano, che è ormai solo una blanda federazione di piccole oligarchie e camarillas in perenne lotta fra loro per spartirsi poteri e micropoteri. D’altra parte Lettieri, privo di un elemento di spinta come avrebbe ancora potuto essere Berlusconi cinque anni fa, sconta la completa assenza di un progetto politico e amministrativo che non sia, alla pari della Valente, un novello sacco della città a beneficio dei grandi poteri industriali e multinazionali.

Il M5S, invece, non pare abbia puntato più di tanto sulla conquista della terza città d’Italia: scontri e fratture interne sul piano locale, con una parte dei loro attivisti orientati a sostenere De Magistris, e la presentazione di una candidatura obiettivamente anonima e priva di mordente, lascia presagire un risultato al di sotto di quello in altre città, come Roma, dove invece potrebbero esserci le premesse per la conquista dell’amministrazione comunale.

Per quanto riguarda De Magistris, oggi a distanza di cinque anni, il sindaco uscente si ricandida con un programma totalmente diverso: parla di potere delle assemblee popolari, di bilancio partecipato, di comunità delle municipalità insorgenti europee riferendosi all’esempio di Barcellona e Cadice, parla di applicazione dell’artico 18 per i lavoratori comunali e delle partecipate, parla di riscossa meridionale antiliberista, parla di licenziare Renzi.

Naturalmente c’è da chiedersi come tutti questi proclami possano trovare spazio concreto nella pratica di governo e come la guerra al governo Renzi possa essere vinta senza uno scontro sociale generalizzato a livello nazionale; c’è da chiedersi come tutto ciò possa avvenire senza uno strumento politico organizzato adeguato (De Magistris pensa che i soggetti politici organizzati siano superati e inefficienti, salvo poi lanciare suggestioni sulla nascita di una “Podemos italiana”). Tuttavia bisogna anche essere pronti a mettersi tutti e tutte in campo perché è con le scelte amministrative concrete che si sperimenteranno i possibili esiti della vicenda napoletana, scelte alle quali vengono oggi chiamati non solo i futuri consiglieri ma anche chi è e chi vorrà essere protagonista di questa possibile primavera partenopea.