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Il 5 giugno a Torino

di Sinistra Anticapitalista Torino

Il 5 giugno si vota anche a Torino. Le elezioni del sindaco e del consiglio comunale del capoluogo piemontese non compaiono molto nelle prime pagine dei principali mass-media nazionali, anche perché il risultato, a differenza di altre città, sembra più scontato. Tuttavia, negli ultimi giorni traspare un certo nervosismo da parte del PD locale e nazionale per il probabile ballottaggio che renderebbe la rielezione di Fassino più complicata.

D’altro canto la posta in gioco è importante. La città di Torino può essere considerata, infatti, un laboratorio del “renzismo”. Ne è consapevole lo stesso presidente del Consiglio che giunto lunedì in città per dare il suo appoggio a Fassino si è scagliato contro “la sinistra che gode a perdere” attaccando così direttamente il candidato della lista “Torino in Comune”, Giorgio Airaudo.

Torino international

Sono passati più di 20 anni da quando Valentino Castellani, candidato a sindaco della città di Torino per il Pds, sconfisse Diego Novelli, sostenuto da una coalizione di sinistra radicale che comprendeva il Prc. Da allora le giunte guidate dal centrosinistra sono diventate una macchina ben oliata al servizio dei poteri economici e finanziari che nei fatti hanno indirizzato il nuovo assetto socioeconomico della città guidato dalla famiglia Agnelli, dai grandi potentati finanziari come San Paolo e Unicredit ma anche da grandi potentati edili. Il loro obiettivo (pomposamente definito Torino international) è stato quello di sganciare la città dall’industria e dalla produzione manifatturiera. In particolare, le giunte Castellani e Chiamparino hanno avallato e gestito attraverso il comune il processo di dismissione della Fiat, della chiusura di altre fabbriche e hanno fortemente avversato le lotte di resistenza dei lavoratori giocando il futuro di Torino sulle Olimpiadi, sui grandi eventi (la Torino sempre in movimento), sul Tav, sulle grandi opere, sulla speculazione fondiaria delle cosiddette varie “spine” di sviluppo, della cultura mainstream, contribuendo così attivamente a favorire il declino economico della città e ad accrescerne il debito. La giunta Fassino ha ancora approfondito questo indirizzo e ha consolidato i rapporti coi poteri forti, le grandi lobby, lanciando anche una forte politica di privatizzazioni e di dismissioni dei servizi sociali.

Nel frattempo la situazione sociale è diventata sempre più drammatica. Durante la crisi, la disoccupazione è cresciuta giungendo fino al 13%, più del doppio rispetto a dieci anni fa, un dato più alto della media del Nord Italia; quella giovanile, tra i 15 e i 24 anni, è al 44,9%, percentuale più alta della media nazionale.

Torino resta, inoltre, la capitale della cassaintegrazione: nel 2016 è aumentata del 14,5% rispetto all’anno precedente. I lavoratori interessati sono stati, mediamente, 57.397, in aumento di 7.275 unità rispetto al primo quadrimestre del 2015. Torino, con 31.447.524 ore richieste, si conferma così di gran lunga la provincia più cassaintegrata d’Italia, seguita da Roma (18.464.229 ore) e Milano (10.530.867 ore).

Coloro che in tutti questi anni avevano teorizzato come positiva la  scomparsa della classe operaia a vantaggio del “terziario avanzato” e dell’economia dovrebbero prendere atto di quanto sia stato fallimentare per le classi popolari il loro progetto. In realtà la classe operaia non è scomparsa ma è indebolita e divisa dalle ristrutturazioni e dalla cassa integrazione, impedita a svolgere un ruolo sociale e politico così come avveniva in passato. Fassino e soci, tuttavia, sono sempre più pronti ad offrire i loro servizi per accompagnare i processi di ristrutturazione che l’Unione Industriale vuole realizzare per garantire i suoi margini di profitto. Non a caso il sindaco uscente di Torino si schierò apertamente nel 2011 con Marchionne nel suo assalto ai diritti dei lavoratori. Nel frattempo la Fiat ha spostato dal Lingotto in Olanda la sua sede legale e a Londra quella fiscale per poi fondersi con Chrysler e dare vita a Fca.

Se il governo Renzi ha applicato con maggiore determinazione e con più efficacia le politiche desiderate dalle classi dominanti, l’amministrazione del centrosinistra torinese non si è dimostrata meno solerte nei confronti di coloro che detengono il potere reale cittadino.

Ma cosa hanno fatto in questi anni le principali forze della sinistra? Sel ha sostenuto il centrosinistra fino all’ultimo. Mai un voto contro privatizzazioni, contro la svendita del patrimonio pubblico, l’esternalizzazione dei servizi sociali. Il Prc ha rotto finalmente con il centrosinistra solo cinque anni fa, non tanto per sua scelta, quanto perché ritenuto inaffidabile dal Pd. Il tentativo, costruito in extremis, di costruire una candidatura alternativa di sinistra con il Pdci e l’allora Sinistra Critica, non riuscì purtroppo nel difficile obiettivo di eleggere un consigliere comunale.

L’Altra Europa che, alle elezioni europee del 2014 aveva ottenuto nella città di Torino un voto superiore alla media nazionale, si è rivelata un semplice aggregato elettorale incapace di incidere sul tessuto sociale torinese e non è riuscita a reggere le proprie contraddizioni, accresciute via via che si profilava il dramma greco con il cedimento di Tsipras alle politiche di austerità e della Troika.

Il progetto di “Torino in comune”

Posta di fronte all’offensiva renziana, quella sinistra che fino all’ultimo ha appoggiato Fassino ha infine dovuto scegliere (su questo si è prodotta una divisione in Sel) di costruire una coalizione elettorale in appoggio alla candidatura a sindaco di Airaudo.

Segretario della Fiom torinese fino al 2010 e diventato responsabile del settore auto nella segreteria della Fiom nazionale, Airaudo appare agli occhi di molti elettori di sinistra e cittadini il rappresentante dei lavoratori, colui che esprime un punto di vista di classe e alternativo a quello del Pd torinese e di Fassino che si è schierato apertamente con Marchionne. Se non che l’ex sindacalista e attuale parlamentare di Sel concentra, tuttavia, nella sua persona tutte le contraddizioni attraversate dalla “sinistra radicale”. Il candidato di “Torino in Comune”, infatti, rinunciò già nel 2011 a correre anche solo alle primarie del centrosinistra, dichiarando il suo voto a favore dell’attuale sindaco con l’idea che fosse possibile condizionarlo da sinistra; peraltro Sel continua a rimanere nelle giunta regionale di Chiamparino. Tutti elementi questi che dimostrano quanto sia estremamente difficile per queste forze rompere definitivamente il cordone ombelicale con il Pd.

Queste contraddizioni permangono nello stesso programma di “Torino in Comune”, lista che raccoglie Sel, il Prc, il Pdci, il poco che rimane dell’Altra Europa torinese, i giovani delle Officine Corsare. Il programma, infatti, ha un’impronta riformista, onesta, anche se molto soft e molto “amministrativa”. Si basa sull’audit partecipativo, la rinegoziazione del debito, la difesa del patrimonio pubblico, lo sviluppo delle risorse ambientali, ma paradossalmente evita di fare un’analisi seria sulla drammatica situazione torinese, sostenendo che “che in vent’anni si è trasformata da città industriale a polo culturale e turistico, ritagliandosi un ruolo significativo nel panorama italiano e europeo”, una trasformazione che “ ha avuto delle ricadute positive”.

Se il programma sottolinea giustamente il ruolo nefasto delle politiche di austerità europee e nazionali che “hanno lasciato indietro una parte della popolazione” colpita dalla crisi, viene accuratamente smorzato lo scontro duro con Fassino, che sarebbe necessario e comunque inevitabile in una sfida elettorale ed è assolutamente evitato quello con il presidente della Regione Chiamparino, l’artefice della trasformazione completa del Pds torinese e del Pd in forza garante degli interessi delle classi dominanti. E’ evidente la volontà di alcuni settori di non recidere il cordone ombelicale che li lega ancora al centrosinistra. Non a caso, nonostante le belle parole sulla mobilità sostenibile, non viene mai menzionato il rifiuto al Tav e il sostegno a quel movimento che più di ogni altro ha messo in discussione in questi anni il modello incarnato dai poteri forti che governano la città subalpina.

Se da una parte va comunque apprezzato lo sforzo di mettere in campo a sinistra una vasta coalizione che ha un ruolo obiettivo di alternativa a Fassino, dall’altro il permanere delle contraddizioni e delle forti ambiguità prima richiamate ne inficiano la credibilità e pongono interrogativi sul futuro del progetto.

Il M5S

In questo contesto è cresciuto il consenso nei confronti del M5S, soprattutto nei quartieri popolari. Trovatosi ad essere l’unica opposizione in comune, a parte la destra e l’estrema destra, il M5S ha cercato di rappresentare con successo il forte disagio crescente che vivono le periferie. Nel corso di questi cinque anni si sono, tuttavia, manifestati i suoi forti limiti: il suo carattere interclassista che punta a valorizzare i settori “innovatori” della piccola impresa senza porre al centro la difesa e l’allargamento di diritti sociali, conquistati nel corso degli anni ’60 e ’70 dalla classe operaia, via via sempre più erosi; il manifesto razzismo di alcuni suoi esponenti come il consigliere Bertola, tristemente noto per le sue dichiarazioni sul “giro di vite sui permessi di soggiorno” e a favore dei rimpatri forzati.

La candidata a sindaco, Chiara Appendino, non rappresenta l’anima reazionaria del M5S. Come consigliera comunale, la Appendino ha svolto onestamente il suo ruolo di oppositrice alle politiche del centrosinistra cercando in alcuni casi di portare in comune la voce di alcune istanze ambientali ed anche sociali. Nonostante questo, quello che appare è il carattere “piccolo-borghese” di un movimento che valorizza la piccola imprenditoria (la stessa Appendino è un’imprenditrice, così come lo è il “reazionario” Bertola), mentre tralascia alcune questioni cruciali, come la condizione dei lavoratori e le questioni sindacali. Per il M5S tutto si può risolvere per via elettorale e attraverso il governo di buoni amministratori. Quest’ultima caratteristica coincide, tra l’altro, con quella di una parte che anima la lista “Torino in Comune” ed è di impedimento alla costruzione di un vero e proprio movimento di massa contro le politiche renziane su scala nazionale così come vengono recepite su scala locale.

Non basta essere solo buon amministratori. Né “Torino in Comune” né il M5S individuano la necessità di rigettare il patto di stabilità e chiamare così la popolazione a sostenerli attivamente, indicando elementi di rottura con le istituzioni nazionali “superiori”. Da una parte vi è chi, laddove può, cerca un accordo col Pd con l’obiettivo di condizionarlo, ma che nella pratica è condizionato fortemente da esso, dall’altra parte vi sono le amministrazioni conquistate dal M5S che non riescono a reggere lo scontro con i “poteri forti” locali e con le istituzioni nazionali dati i limiti della loro impostazione politica di fondo.

La destra e l’estrema destra

Occorre dire anche due parole sulla destra che a Torino si presenta divisa e molto frammentata, ma con numerose liste alcune delle quali non erano, fino ad ora, riuscite a presentarsi nel capoluogo piemontese, come Casapound. Innanzitutto, la cosiddetta destra berlusconiana considera persa, da ormai dieci anni, la città di Torino visto che i suoi soggetti di riferimento vedono già nel Pd un valido interlocutore ed esecutore. Non a caso il candidato di Forza Italia Osvaldo Napoli ha già dichiarato che al secondo turno voterà per il “candidato più esperto”. E’ facile intuire di chi si tratti.

L’estrema destra si presenta divisa, ma piuttosto agguerrita. La Lega Nord e Fratelli d’Italia sono alleati; Rosso, ex di Forza Italia, si presenta da giustizialista reazionario e anti Rom, con una lista targata Udc; poi sono riuscite a presentarsi Casapound, Forza Nuova, la lista Basta (ha come simbolo un cappio ed è vicina al movimento dei Forconi) ed anche una lista clericale. E’ difficile prevedere il loro risultato, in particolare quello della Lega Nord così come quello di Rosso. Di certo è preoccupante il proliferare di queste liste in una città come Torino. Di fronte alla sconfitta e alla frammentazione della classe operaia, che è sempre stata un presidio di democrazia, emergono forze che vogliono impedirne la riunificazione, sfruttando lo smarrimento di alcuni suoi settori e scaricando le cause della crisi sui migranti e indirizzando il malessere e la rabbia della piccola borghesia e dei commercianti impoveriti verso obbiettivi reazionari.

Per certi versi, non è quindi peregrina l’affermazione di Grillo secondo cui il M5S costituisce una “alternativa” per tutti gli smarriti che cercano una alternativa al PD e un intoppo all’ascesa dell’estrema destra. Si tratta, però, di un fatto allarmante in quanto indica quanto il M5S punti a competere con l’estrema destra utilizzando alcune parole d’ordine ambigue e qualunquiste, piuttosto che costruire una politica realmente alternativa a quella imposta dalle classi dominanti.

Le altre sinistre

Un accenno va fatto a quelle forze dell’estrema sinistra che si sono presentate alle elezioni. In primo luogo il Pcl che ha presentato come candidato sindaco Alessio Ariotto, un compagno con cui si condividono battaglie comuni, dal No Tav a quelle per il diritto alla casa, che presenta in lista compagne e compagni con cui si sono fatte comuni lotte sociali e sindacali. Il problema è che questa forza resta ancorata ad una ipotesi politica strategica di esclusiva autoaffermazione e dentro una logica fortemente elettoralistica e strettamente propagandista i cui limiti politici sono evidenti.

Tra le fila dell’estrema sinistra troviamo anche la lista “Abrogazione!” guidata da Lorenzo Varaldo, un dirigente scolastico che insieme, al Manifesto dei 500 (associazione di cui è animatore), ha partecipato in prima linea alle mobilitazioni contro la “Buona Scuola” e in difesa della scuola pubblica.

Occorre dire anche una parola sul Partito Comunista di Marco Rizzo che crediamo non rappresenti un’alternativa; risulta addirittura grottesco nello scimmiottamento del duro partito stalinista. Anche se si presenta come candidato dell’unica forza che, come il PCL e “Abrogazione” contesta apertamente il patto di stabilità, Marco Rizzo è il condensato dei mali che hanno attraversato la sinistra italiana nel corso di questi anni. Animatore della scissione cossuttiana del Prc, è stato vicesegretario durante il governo D’Alema, appoggiando così i bombardamenti sulla ex-Jugoslavia; opportunista, moderato e governista ogni volta che lo ha giudicato necessario per i suoi fini, anima ora un partito che ha come suoi modelli Stalin e in Kim Jong-un; il suo progetto non può che recare danni ulteriori ai lavoratori e a tutti coloro che vogliono battersi per l’autoemancipazione della classe operaia e delle classi oppresse. Le nostre divergenze politiche con il “progetto strategico” neostaliniano di Marco Rizzo non possono, quindi, che essere totali; a questa lista non può andare in alcun modo una nostra indicazione di voto.

Si è quindi persa un’ ennesima occasione per costruire una valida alternativa alle politiche di austerità, al Pd, al modello Marchionne-Fassino, basata cioè su una proposta politica ben strutturata politicamente e ben delimitata sul piano dei rapporti con le altre forze politiche. Per queste ragioni Sinistra Anticapitalista ha ritenuto di non partecipare alla coalizione “Torino bene in comune”.

Resta il fatto che queste elezioni, in particolare in una città come Torino che, nel bene o nel male, è sempre stata un termometro della situazione politica e sociale nazionale, saranno importanti perché c’è la necessità di infliggere una sconfitta al PD, ossia al partito che gestisce gli interessi della borghesia in questa città. Né potrebbe essere presa in considerazione in questo contesto una proposta astensionista. Per queste ragioni invitiamo le lavoratrici e i lavoratori, le donne e i giovani che hanno a cuore gli interessi delle classi popolari a porre un argine alle politiche renziane e a votare le liste a sinistra alternative al Pd e a Fassino. Lo facciamo nella consapevolezza che l’alternativa e una seria ed efficace opposizione non usciranno da queste urne, ma solo da una vasta mobilitazione popolare e sociale così come quella che ora sta attraversando la Francia. In questi giorni e dopo le elezioni lavoreremo perché il “secondo turno”, quello che si svolge nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, nelle piazze, cioè quello delle lotte e delle mobilitazioni sociali, riprenda anima e corpo, come è nella tradizione storica della nostra città.