Il sabato fascista e la risposta dei movimenti

Vannacci, ProVita e remigrazionisti, ciascuno per sé il 13 giugno a Roma. Gli antirazzisti hanno risposto con due cortei rigidamente separati (Checchino Antonini)

Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”.

Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio».

I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast.

Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”.

La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione.

Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire.

Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”».   

Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni.

Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi (tra cui Sinistra Anticapitalista) hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini.