Trent’anni dopo. Alle origini di Rifondazione Comunista

Che cosa accadde dopo la scissione di Rimini e la formazione del movimento per la rifondazione comunista. Le difficoltà della confluenza delle due culture, quella del vecchio Pci e quella della nuova sinistra. Da movimento a partito, non senza problemi.

– di Diego Giachetti

Che cosa accadde dopo la scissione di Rimini e la formazione del movimento per la rifondazione comunista. Le difficoltà della confluenza delle due culture, quella del vecchio Pci e quella della nuova sinistra. Da movimento a partito, non senza problemi.

Il 31 gennaio 1991 a Rimini iniziò a consumarsi la puntata finale della storia del PCI. Una consumazione annunciata, voluta, ricercata, che aveva fatto discutere il partito per più di un anno. Quel XX Congresso fu l’ultima assise del PCI e la prima del PDS. Quando il 3 febbraio il documento congressuale di Occhetto ottenne il 64% dei voti e la mozione relativa al cambiamento del nome e del simbolo il 70% dei consensi, una novantina di delegati su circa 1300 abbandonarono il congresso ribadendo l’intenzione di ricostruire il partito comunista appena sciolto. Un gruppo di compagni si recava presso un notaio di Rimini per depositare l’atto di costituzione di un’associazione denominata “Partito Comunista Italiano”. Soci fondatori erano Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, Cappelloni e Bracci Torsi.

Non tutti quelli che si erano opposti allo scioglimento del PCI aderirono al progetto di ricostituzione del partito comunista. Rimasero nel nuovo partito per restare “nel gorgo”, secondo le indicazioni di uno dei suoi leader più prestigiosi, Pietro Ingrao. Più che una divisione da un partito a Rimini si era chiusa una storia e ne erano iniziate altre due. Terminava la storia del PCI e da esso prendevano vita due nuove formazioni politiche, che rivendicavano entrambe una qualche eredità dal PCI, ma proclamavano anche la necessità di essere qualcosa di nuovo e di diverso.

            L’eventualità di una separazione era stata accettata da tempo dalla componente cossuttiana. Molte delle loro preoccupazioni politiche circa la deriva moderata del PCI avevano trovato riscontro. Da anni i cossuttiani avevano acquisito la consapevolezza che il partito comunista degli anni Ottanta non fosse più una forza “riscattabile alla lotta di classe”, che difficilmente poteva essere riformato e ricondotto su una linea di lotta anticapitalistica, senza cesure nette, tuttavia erano rimasti nel PCI per “rendere consapevole” una parte degli scontenti[1]. Finale del partito comunista conclusasi, per loro era chiaro come procedere.

             Più sofferta e lacerante era stata invece la decisione di non aderire al nuovo partito presa da Garavini, Libertini, Serri, Salvato e altri. La decisione di rompere col nuovo PDS gli era parsa inevitabile, ma certo non l’avevano cercata, ne avevano costruito, a differenza dei cossuttiani, un percorso politico e organizzativo funzionale all’evento. Inoltre, le differenze di analisi e di collocazione politica all’interno del PCI, tra loro e i cossuttiani, erano state notevoli, soprattutto nel corso degli anni Ottanta.

I primi incontri tra le componenti intenzionate a rompere, risalivano al dicembre del 1990, quando l’esito del XX Congresso appariva ormai segnato. Grande era l’incertezza, il timore di imbarcarsi in un’impresa troppo ardua: “Eravamo un po’ intimoriti, imbarazzati – ricorderà successivamente Libertini. Quel tipo di lavoro politico – le piccole aggregazioni interne – io me lo ero lasciato alle spalle circa vent’anni prima, quando la sinistra socialista era confluita nel PCI; Cossutta aveva l’esperienza del dissenso organizzato degli ultimi anni, ma la sua storia e la sua formazione erano diverse; Garavini veniva da percorsi solitari; emozionata, ma decisa, Ersilia Salvato alla sua prima esperienza di rottura. Mentre Serri continuava a dipanare le sue riflessioni”[2].

            Furono contattati anche Magri e Castellina, con esito negativo. Prevaleva in loro il timore di ripetere l’esperienza del piccolo gruppo politico senza presa effettiva sul movimento di massa. Dubbi e riserve che mantennero poi al congresso, anche quando si trovarono di fronte alla richiesta esplicita di aderire al progetto di rifondazione comunista.

            Il movimento in via di formazione aveva costituito un proprio gruppo parlamentare al Senato con dodici senatori e, successivamente, anche alla Camera dove i sette deputati ex PCI unendosi ai parlamentari di DP davano vita al gruppo “DP-comunisti”. Il movimento aveva una sede centrale a Roma presso i locali dell’Associazione Culturale Marxista e cominciava a strutturarsi con una rete di coordinatori locali col compito di “tenere assieme” tutti quelli che avevano votato contro Occhetto e non intendevano aderire al nascente PDS.

            Una prima riunione nazionale dei dirigenti e dei responsabili locali del movimento si tenne a Roma il 9 febbraio 1991 presso l’Aula Difesa del Senato. Ricorda Libertini che in quella riunione, durante la quale la “discussione non fu semplice e priva di tensioni”, si dovette compiere uno sforzo per superare “spinte settarie” e per ribadire che, certo si voleva rivendicare l’eredità del PCI, ma si voleva anche passare “ad un filtro critico la sua storia”, agendo per rinnovare profondamente la politica e la concezione del partito[3]. Nel corso della riunione si stabiliva anche di costituire un movimento inteso come strumento transitorio, informale e aperto, sulla via della proclamazione successiva del partito. Garavini fu designato all’unanimità coordinatore del Movimento per la Rifondazione Comunista (MRC). L’indomani si tenne a Roma al Teatro Brancaccio una manifestazione con delegazioni provenienti da tutta Italia nel corso della quale si proclamò la nascita del movimento e Garavini fu ufficialmente acclamato coordinatore.

            In seguito, il coordinatore provava a definire meglio il profilo politico del nascente movimento. Se scontato era l’impegno a fianco dei lavoratori, contro il padronato e la guerra imperialista, più articolato e complesso era il discorso in merito alla crisi che stava dilaniando i paesi dell’Est e che coinvolgeva sempre più la stessa Unione Sovietica. Da lì il tema rimbalzava sull’altro: cosa s’intendeva per socialismo e quale partito comunista si voleva ricostruire? Garavini non si tirava indietro, affrontava con decisione problemi e questioni importanti per la base militante del movimento. Innanzi tutto, dopo aver precisato che la crisi dei paesi dell’Est non apriva certo la via ad un periodo di convivenza pacifica mondiale, sosteneva che “la crisi del “socialismo reale” chiudeva la fase che era stata segnata non dal socialismo, “ma dallo statalismo e dall’autoritarismo”. Rispetto all’eredità del PCI ribadiva l’insufficienza di un richiamo acritico a quell’esperienza; era troppo semplicistico dire che il PCI non era morto, che risorgeva; per valorizzare quell’esperienza era indispensabile sottoporla ad un filtro critico: “vi sono almeno quattro limiti del PCI che vogliamo sottoporre ad un’analisi critica: il rapporto non organico con molti elementi del grande movimento di massa degli anni ‘60, le politiche non alternative alla DC degli anni ‘70; le politiche dell’emergenza, la ritirata sociale e culturale dopo il 1984”[4]

            Rifondazione comunista era “un movimento e non un partito prematuramente ricostituito”, simile ad una “repubblica di uguali e di liberi”, per questa ragione la struttura organizzativa non prevedeva segretari, direzioni, comitati centrali, ma solo coordinatori: “non serve un gruppo dirigente che chiami su di sé il consenso, non vale un partito piramidale, non sono accettabili le regole del centralismo democratico. Ci vuole un movimento vasto e articolato con libero spirito critico”[5].

La mozione conclusiva approvata dall’assemblea del Brancaccio indicava nella costruzione di un Comitato nazionale di coordinamento e di comitati regionali, provinciali e comunali, gli strumenti per sviluppare i circoli di Rifondazione Comunista e il loro collegamento organizzativo. Discutere e confrontarsi liberamente, progettare e costruire assieme erano buone intenzione chi stentavano a trovare una realizzazione pratica tra i dirigenti del movimento. Alcune testimonianze scarne, ma preziose, segnalano l’esistenza di “dissensi al centro e non solo”, di “incomprensioni e di errori”, di “asprezze a cui non eravamo abituati”, di “dibattito politico non abbastanza chiaro e trasparente”[6]. Data l’eterogeneità delle esperienze culturali e delle sensibilità politiche maturate dagli esponenti della direzione del movimento, non risultava facile discutere pacatamente se era meglio un partito o un movimento; se il “socialismo reale” altro non era che un sistema sociale sostanzialmente sano, con alcuni tratti illiberali, oppure se si trattava di regimi autoritari tout court; se era meglio rinnovare l’intera tradizione comunista rompendo su molti punti con la storia del PCI, oppure dichiararsi apertamente eredi e continuatori di quella storia.

Si poneva poi la questione dell’eventuale confluenza di Democrazia Proletaria nel MRC e di quel gruppo di compagni dell’ex PdUP, Magri, Castellina e altri, che stavano uscendo dal PDS e guardavano con interesse a Rifondazione. In alcuni dirigenti del MRC “prevaleva il timore che l’ingresso del gruppo di compagni di origine PdUP e dei compagni di DP facesse oscillare il movimento verso una sorta di nuova sinistra, e recidesse i rapporti con la storia dei comunisti italiani”[7]. Questo timore portava il gruppo dirigente di Rifondazione, che pure voleva caratterizzarsi come movimento libero e aperto al contributo di tutti, a respingere l’ipotesi dell’avvio di un eventuale processo di costituente comunista, a cui avrebbero dovuto partecipare con pari dignità i diversi soggetti co-fondatori: il gruppo promotore del MRC, gli ex PdUP, i demoproletari, i movimenti pacifisti e femministi.

Uno sviluppo repentino e sorprendente

            Il 5 maggio, nella sala stracolma del Palazzo dello sport a Roma, di fronte a una folla entusiasta che sventolava bandiere e striscioni e cantava in coro l’”Internazionale” e “Bandiera Rossa”, Garavini presentò la piattaforma politica del movimento. Addolcì un po’ il tono, rispetto ad enunciazioni precedenti, sulla questione continuità-rottura col PCI: “per avere la forza di cambiare, bisogna non distruggere, ma valorizzare e recuperare gli elementi originali della tradizione del PCI, che sono costitutivi della nostra esperienza”; disse che il movimento si muoveva nelle coordinate tracciate dal “processo storico avviato dalla Resistenza”, le cui premesse stavano nella Costituzione; rassicurò l’uditorio affermando che mai si sarebbe dato spazio “al carattere estremistico dell’azione” che, per chi voleva intendere, significava chiudere rispetto ad un recupero critico del contributo politico e teorico proveniente dalla cultura della nuova sinistra italiana degli anni Sessanta e Settanta. Concluse il suo intervento sostenendo che la fase transitoria del movimento della rifondazione stava per concludersi in quanto si erano ormai date “le condizioni per proporsi di formare un nuovo partito comunista”, entro il novembre di quell’anno. Si augurò infine che, aderendo a questo nuovo partito, tutti sciogliessero “i loro precedenti vincoli organizzativi” caratterizzanti l’esperienza politica dei compagni e delle compagne fuori e dentro il vecchio PCI[8].

            Nel frattempo il movimento conosceva un rapido sviluppo. Nei mesi estivi si organizzavano circa ottocento “feste in rosso” che aggregavano migliaia di compagni e fruttavano una cospicua sottoscrizione. Il tesseramento si trasformava in un insperato successo: nel mese di marzo gli iscritti erano 110.000, un mese dopo 125.000, con una presenza omogenea e significativa in tutte le regioni d’Italia. Chi faceva questa scelta era quasi sempre un militante di base: “semplici iscritti, tutt’al più membri del direttivo o segretari di sezione con pochi intellettuali, pochissimi quadri, e ancor meno funzionari. L’adesione alla nuova organizzazione sembra fermarsi non appena si lambiscono le soglie dell’apparato o si toccano i ruoli di dirigenza funzionariale”[9].

            Rompeva con il PDS un settore consistente di militanti, di iscritti, di lavoratori. Si riavvicinavano alla politica militanti del vecchio PCI che se ne erano allontanati, disorientati dall’inconcludenza politica e dall’involuzione ideologica del loro partito. Tutti si ritrovavano in un’ipotesi di rifondazione della progettualità comunista. Inoltre, la decisione che stava maturando in Democrazia Proletaria di partecipare al processo costitutivo di un nuovo partito comunista, dava all’impresa il senso della fine di un’epoca, quella della “vecchia” e della nuova sinistra” e di un rimescolamento profondo delle “carte” ideologiche, culturali, teoriche e politiche. Almeno così si sperava!  

Nuove uscite dal PDS e nuove adesioni a Rifondazione Comunista

            Pochi mesi dopo il congresso di Rimini, nell’aprile del 1991, la componente proveniente dal PdUP usciva dal PDS. La maggior parte si avvicinava subito al MRC. Non così Magri e Castellina che intendevano provare a dar vita ad una rivista e ad un centro di iniziativa politica. In un lungo intervento pubblicato sul Manifesto del 17 aprile 1991, sostenevano che la logica politica della linea del PDS, la sua cultura e la sua composizione materiale fossero tali da non consentire alla sinistra interna di avere un ruolo trainante e unificante delle forze che si ponevano il tema della rifondazione comunista. C’erano invece forze sufficienti, ma diverse tra di loro, per tentare “non la raccolta e la recinzione dei ‘veri ed irriducibili comunisti’, ma l’avvio di una costituente comunista, [non da intendersi] come invenzione organizzativa che bruci i tempi nella costituzione del ‘vero’ partito comunista capace di sostituire l’antico, [ma] come processo che riconosca e valorizzi percorsi diversi e non immediatamente coincidenti”.

            Pensavano ad un processo costituente che ponesse a confronto non solo le esperienze provenienti dal PCI, ma anche quelle autonome e unitarie del movimento pacifista, ecologista, delle donne. Il campo d’azione comune era dato dal bisogno di rifondare criticamente il comunismo, sviluppando un’iniziativa unitaria verso tutta la sinistra. Respinta risolutamente dal MRC, l’interlocutore più “pesante” e decisivo, che sceglieva invece di avviarsi verso la fondazione del partito accettando tutti quelli che vi aderivano a titolo individuale, la proposta di Magri e Castellina non riusciva a trovare “gambe per avanzare” raccogliendo, come speravano, adesioni nel potenziale numero di circa 200.000 iscritti che non avevano rinnovato la tessera del PDS, né avevano preso quella di Rifondazione Comunista. Trascorsa l’estate scelsero di aderire a Rifondazione.

            Il 2 giugno 1991 nel corso della riunione del comitato politico editoriale del quindicinale Comunisti Oggi, sorto dall’incontro fra comunisti dissidenti e demoproletari, decidevano di confluire nel MRC e nel progetto editoriale del settimanale Liberazione in corso di definizione. Processi simili di confluenza riguardavano il gruppo di Lotta Continua per il comunismo, che non aveva accettato lo scioglimento dell’organizzazione dopo il congresso del 1976, e gli esponenti del Partito Comunista d’Italia (m-l), quello fondato a Livorno nell’ottobre 1966. Il VI Congresso del partito deliberava lo scioglimento e la confluenza nel MRC, “sollecitati da qualche massimo dirigente di Rifondazione, fiduciosi di contribuire alla costruzione di un partito leninista”[10].

Lo scioglimento di Democrazia Proletaria

            La storia di Democrazia Proletaria (DP) era intrecciata con molte delle tematiche culturali e politiche sviluppate della nuova sinistra italiana negli anni Settanta, attraversava i non facili anni Ottanta, per precipitare anch’essa in una crisi di identità che aveva origini diverse da quelle che portarono alla fibrillazione del PCI. La crisi di DP iniziava proprio nel momento del suo maggiore successo. Alle elezioni politiche del 1988 raggiungeva l’1,7% dei voti, eleggeva sei deputati alla Camera e un Senatore. Nel 1988 gli iscritti erano 10.000, la vetta più alta mai toccata dal partito. Le dimissioni del segretario Mario Capanna erano però l’indice di un malessere interiore che si manifestava pochi mesi dopo, quando due esponenti di rilievo proponevano di abbandonare la centralità delle lotte di fabbrica, per aprirsi alle nuove contraddizioni che la questione ambientale poneva sul tappeto. Sul piano politico e organizzativo i due esponenti di DP ponevano di fatto l’opportunità di sciogliere DP per dare vita, assieme ai gruppi ambientalisti ed eco-pacifisti, ad un nuovo soggetto politico. Contemporaneamente Capanna coltivava l’ipotesi di costruire un nuovo partito che sintetizzasse la radicalità di classe di DP, l’ambientalismo dei Verdi e le tematiche democratiche dei radicali.            Chi non condivideva tali aperture cominciava a guardare con sempre più interesse al dibattito interno che si avviava nel PCI e iniziava un confronto con la Lega Comunista Rivoluzionaria, la sezione italiana della Quarta Internazionale, che nel 1989 sfociava nella confluenza di quest’organizzazione in DP.

Come attrezzarsi per congiungersi col travaglio che investiva i militanti comunisti? La separazione dal PCI, consumatasi a Rimini, era giudicata positivamente dalla direzione di DP, la quale però avanzava anche riserve e paure che “una troppa generosa difesa della propria storia” potesse portare “alla riproposizione di un piccolo PCI”[11]. La Direzione Nazionale proponeva la costituente dei comunisti, fondata sulla discontinuità rispetto a ciò che era stato il PCI e ciò che era stata la nuova sinistra e quindi anche DP.  Precisava poi che la rifondazione del comunismo non poteva eludere due nodi cruciali: quello della concezione del partito e quello del socialismo e della transizione ad esso. Si trattava di abbandonare concezioni del partito che avevano portato all’appiattimento sulle istituzioni, a rapporti verticistici e autoritari con la base, senza democrazia e libertà interna, governato da un apparato burocratico.

Per uscire dalla crisi in cui versava il movimento dei lavoratori, si doveva cominciare a dare una risposta a problemi teorici e politici fondamentali, da quelli relativi alla costruzione di una società socialista democratica e pluralista, a quelli posti dalla distruzione dell’ambiente, ai rapporti tra organizzazione politica e movimenti, tra lotta istituzionale e sociale e dalla necessità di un nuovo internazionalismo proletario. DP si sentiva impegnata a rilanciare una cultura comunista “innovativa e libertaria” e riteneva che il processo di rifondazione dovesse avere come fine la costituzione di una formazione politica “pluralista”, che sviluppasse “la più ampia democrazia interna”. Per assicurare un tale carattere alla rifondazione comunista bisognava avere il coraggio di rompere la continuità con un passato che si era chiuso “con un bilancio fondamentalmente negativo”[12].

            Di tutt’altro segno erano i problemi che animavano il gruppo dirigente del MRC, preoccupato non tanto per le richieste di approfondire la discussione teorica e ideologica avanzate da DP, quanto dalla proposta di costituente e di partecipazione con pari dignità di tutte le componenti politiche della sinistra vecchia e nuova, che volevano dar vita alla rifondazione del comunismo. Garavini non aveva problemi ad ammettere che nella sua vecchia casa politica c’erano stati “momenti critici”, soprattutto a partire dagli anni del compromesso storico e dei governi di unità nazionale, fino alla ritirata sociale e culturale iniziata nel 1984. Anche la nuova sinistra però – continuava il coordinatore del MRC – non era stata esente da tendenze al minoritarismo, segnate da un distacco dal movimento di massa, accompagnato sovente da comportamenti violenti, tipici “di un estremismo cieco”. Che tutti dovessero trarre lezioni critiche dal proprio passato era accettabile, ciò che occorreva assolutamente evitare era, secondo Garavini, “mettere assieme le frazioni interne al vecchio PCI, e quelle esterne, DP, in primo luogo”, perché si rischiava “di sommare nostalgie, incompatibilità e vecchie sconfitte”: occorreva seguire un percorso diverso[13].

Il percorso diverso che il MRC aveva stabilito per l’adesione dei demoproletari consisteva, come affermava a chiare lettere e col tono del prendere o lasciare lo stesso Garavini all’VIII e ultimo congresso di DP, “nell’ aderire al movimento sul piano individuale”. C’era soprattutto il timore che l’adesione dei demoproletari – che stava avvenendo contemporaneamente a quella della componente ex PdUP – sconvolgesse i delicati equilibri interni al movimento, costruiti in un lungo e continuo patteggiamento, non privo di tensioni e di contrasti tra esponenti delle due anime che avevano condotto la battaglia contro la svolta di Occhetto. Anime o correnti le quali, pur essendo unite nella volontà di costruzione del movimento, erano ancora divise sui tempi di costruzione del partito, sulla forma organizzativa che avrebbe assunto. Nella relazione introduttiva ai lavori dell’VIII Congresso demoproletario del giugno 1991, Luigi Vinci affermava senza giri di parole: “abbiamo constatato in questi mesi come il Movimento per la Rifondazione Comunista sia attraversato da scontri quasi mai politicamente leggibili, e, inoltre, in taluni casi DP è stata tema di scontri, animati da gruppi che si opponevano allo sviluppo del rapporto con noi. La nostra sensazione, per dirla in poche parole, è che vivano ancora troppo nel Movimento per la Rifondazione Comunista le code emotive, con conseguenti difficoltà a superare raggruppamenti ecc., delle lunghe e logoranti lotte di frazione nel PCI, dove, peraltro, le sinistre comuniste non erano sempre sulle stesse posizioni”[14]. Alla conclusione dei lavori furono messe al voto due mozioni, una che accettava di sciogliere DP, per partecipare al processo di costruzione di una nuova forza comunista, l’altra che la respingeva nel nome di una “Rifondazione demoproletaria”. La prima mozione passava a larghissima maggioranza: 198 voti a favore, 4 contrari e 15 astenuti.

Scioglimento del Partito Comunista e crollo dell’Unione Sovietica

            L’attività politica nei primi mesi di vita del MRC era frenetica e incoraggiante: circoli stavano sorgendo in tutte le località italiane, i risultati del minitest rappresentato dalle elezioni amministrative in alcuni comuni della primavera del 1991 erano soddisfacenti, segnalavano la presenza di uno zoccolo elettorale discreto da cui partire per costruire il partito. Al Senato i senatori comunisti iniziavano una battaglia ostruzionista contro la legge finanziaria, mentre procedeva la campagna contro le suggestioni autoritarie del Presidente della repubblica Cossiga di cui si chiedeva l‘impeachment. Si stavano approntando le strutture per pubblicare il settimanale Liberazione, che comparve nelle edicole il 26 ottobre 1991, dopo un numero zero di prova del 12 ottobre.

            L’attività del neonato movimento si inseriva in una situazione politica nazionale che si caratterizzava per la sua svolta a destra. Lo stesso scioglimento del PCI aveva in parte accelerato questo processo in quanto era entrata in crisi la maggior forza di opposizione. Quello che era accaduto e stava accadendo in Unione Sovietica e nei paesi dell’Est favoriva la svolta conservatrice, il trionfo dell’ideologia della fine delle ideologie e della storia, perché il capitalismo veniva presentato come destino eterno del genere umano.

            Il 19 agosto 1991 un colpo di stato in Unione Sovietica rimuoveva Gorbaciov rimpiazzandolo con Janaev. I golpisti proclamarono lo stato d’emergenza, restaurarono la censura e vietarono tutte le manifestazioni pubbliche e di strada. Fin dall’inizio fu evidente che i golpisti non erano in grado di controllare la situazione. Non tutto l’esercito obbediva loro e già nel pomeriggio del 21 agosto il golpe era fallito e Gorbaciov, trattenuto agli arresti nella sua casa in Crimea, poteva fare ritorno a Mosca il 22. Il Partito Comunista e l’apparto statale dell’Unione Sovietica furono identificati come golpisti da quella parte di opinione pubblica che si riconosceva in Eltsin, il quale in quei giorni si conquistava facilmente i galloni dell’eroe democratico, che aveva salvato il paese da avventure reazionarie e anacronistiche. Inutile fu la difesa del partito tentata da Gorbaciov di fronte al parlamento russo. L’attività del partito venne sospesa il 23 agosto in tutta il paese. Il 25 agosto Gorbaciov si dimetteva da Segretario generale del partito e invitava il Comitato Centrale a sciogliersi. In qualità di Presidente dell’Unione Sovietica decretava la messa fuorilegge delle organizzazioni di base del partito nell’esercito, nel KGB, nel ministero degli interni e in quello delle ferrovie e ordinava la confisca di tutti i beni del partito.

            Alla fine del Partito Comunista dell’Unione Sovietica seguiva la disintegrazione dell’URSS. Il 21 agosto Estonia e Lituania dichiaravano l’indipendenza, il 23 toccava al Turkmenistan, il 24 all’Ucraina, il 25 alla Bielorussia, il 27 alla Moldavia, il 30 all’ Azerbaigian, Uzbekistan e Kirgizistan. Il 9 settembre era la volta del Tadzikistan seguito dall’Armenia. L’8 dicembre dalla constatazione che l’URSS non esisteva più nasceva la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI).

            Riunito nelle stanzette di via Da Palestrina a Roma, il 20 agosto 1991 l’esecutivo del MRC rendeva pubblica una risoluzione nella quale si sosteneva fin dalla prima riga che la crisi sovietica non poteva essere risolta con un colpo di stato e che tale atto andava “fermamente condannato”. “I problemi vanno affrontati nella legalità democratica, che va pienamente ripristinata”, si chiedeva quindi la liberazione di Gorbaciov, ma si denunciava anche la politica occidentale tutta tesa a porre dei “limiti all’autonomia politica e al prestigio dell’URSS che ha condizionato ma non aiutato l’economia dell’Est”, provocando l’insuccesso della perestrojka e la crisi del sistema[15]. Al di là della dichiarazione pubblica dell’esecutivo le vicende in corso a Mosca in quei giorni e, soprattutto gli sviluppi successivi, dimissioni di Gorbaciov e scioglimento del PCUS, si riverberavano dentro il MRC mettendone a dura prova l’unità del movimento, “la tenuta della convivenza delle diverse origini che erano tra noi”[16].

            Di fronte al crollo dell’URSS e del PCUS chi poteva non esitava a tirare fuori il pedigree di critico di quel sistema. Garavini ricordava che la crisi sovietica rivalutava quelle posizioni al tempo minoritarie presenti dentro il PCI le quali avevano “antiveduto quella necessità di una critica all’Unione Sovietica”. E si riferiva alle ragioni politiche di chi aveva criticato l’atteggiamento del Cominform verso Tito e la Jugoslavia, l’intervento sovietico in Ungheria per giungere fino ai motivi dello “strappo” di Berlinguer e della sua denuncia dell’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre[17]. Libertini rivendicava la sua passata appartenenza a quella critica di sinistra al sistema sovietico “che non è postuma, che non è venuta adesso” e dalla quale bisognava ripartire, riconsiderando i dubbi dell’ultimo periodo di vita di Lenin e le ragioni dello scontro che opposero Stalin a Bucharin e Trotsky. Celebrando l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre, nel novembre del 1991, egli non aveva riserve nel parlare di “progressiva involuzione nelle società nate dall’ottobre: autoritarismo, burocrazia, dittatura, atrocità di massa […]. Stati dominati da un ceto burocratico militare”[18].

            Cossutta aveva giudicato indecorosa la resa di Gorbaciov, un atto “della peggior specie reazionaria”, in quanto la “democrazia si difende con la democrazia, la libertà con la libertà”, aveva dichiarato in quei giorni, e solo successivamente era ritornato sulla questione per dire che il PCUS era “crollato sotto il peso delle sue responsabilità e delle sue colpe”[19]. Il documento approvato nel corso della riunione del Coordinamento Politico del MRC, svoltosi a Roma il 3-4 settembre 1991, riprendeva la condanna delle norme che nell’ex URSS limitavano i diritti di libertà e colpivano lo stesso partito comunista, ma denunciava anche “l’involuzione burocratica e autoritaria del PCUS, cresciuta insieme alla sua identificazione con lo Stato e con le gestioni economiche […] Questo ruolo è stato esercitato anche in termini repressivi, in una tragedia che ha coinvolto gli stessi comunisti sovietici e gli altri paesi, ivi compresi i comunisti italiani”[20].

            Non era certo quello il modello di comunismo che il MRC voleva rivalutare. Si trattava invece di ritrovare l’idea comunista della trasformazione della società su basi di eguaglianza, di autonomia nella gestione economica, di una democrazia diretta che influenzasse la vita dello Stato al punto da ridurne progressivamente i poteri, fino a prospettarne l’estinzione. In questo senso, si poteva leggere in un passaggio del documento, il comunismo non era morto con la crisi dell’URSS.

            Lo stesso giorno in cui a Roma, il 12 ottobre 1991, si svolgeva una manifestazione indetta dal MRC con la partecipazione di circa 100 mila persone, un giornalista sovietico rendeva noto, carte di archivio alla mano, che il PCI era stato tra i destinatari di sovvenzioni in denaro che, negli ultimi anni, avevano riguardato solo la componente cossuttiana. Riferiva di aver trovato tra le carte il nome di Cossutta in almeno tre documenti che attestavano il versamento del denaro. Gli esponenti del nuovo PDS subito precisavano che, se era vero che vi erano stati aiuti finanziari da parte sovietica, essi erano cessati del tutto, per volontà dello stesso Berlinguer, a partire dall’invasione dell’Afghanistan nel 1979. Da quel momento in poi, ufficializzato lo strappo con l’URSS dopo il golpe in Polonia, se altri finanziamenti vi erano stati, come le carte sembravano dimostrare, questi non avevano più riguardato il PCI, ma la corrente dei cossuttiani.

Contro quest’interpretazione insorgeva Cossutta con una lunga intervista comparsa sul Corriere della Sera del 25 ottobre 1991. Dopo una serie di mezze frasi circa presunti pericoli che incombevano sulla sua vita – “ho registrato tutto perché non si sa mai e sto attento quando attraverso la strada” – forniva la sua versione dei fatti. Smentiva di aver ricevuto dei soldi per finanziare certe pubblicazioni come Interstampa, Orizzonti e l’Associazione culturale marxista che pubblicava Marxismo Oggi. Certo, ammetteva, dopo lo strappo tali finanziamenti si erano interrotti, ma non si sentiva di escludere che ad un certo punto essi fossero ripresi nei confronti del PCI negli anni Ottanta. Alla domanda precisa dell’intervistatore circa il perché il suo nome figurasse tra quelle carte, Cossutta riferiva il seguente episodio del 1982: “Una sera Tonino Tatò, segretario e collaboratore di fiducia di Berlinguer, mi invitò a una cena a casa di Franco Rodano […]. Mi spiegarono che non potendo il PCI, a causa dello strappo, rivolgersi a Mosca in quanto PCI, forse io avrei potuto per conto loro, chiedere un finanziamento per salvare e rilanciare il quotidiano Paese Sera […]. Il disegno politico mi piacque e ne parlai con i sovietici […]. L’incontro avvenne a Parigi e andò bene […]. Comunicai la risposta positiva e la faccenda passò direttamente nelle mani di Tatò e di Rodano che trovarono le persone di loro fiducia alle quali affidare gestione e direzione”.

Cossutta aveva esposto la sua versione per “eliminare ogni doppia verità”, perché trionfasse “la trasparenza e la limpidezza delle posizioni” in merito alla questione dei finanziamenti sovietici, i quali erano parte della “solidarietà tra i partiti Comunisti, un dato né vergognoso né oscuro”, affermava il Coordinamento politico del MRC nel documento conclusivo della riunione che si era tenuta a Roma il 20 e 21 ottobre 1991. Quei finanziamenti, si ribadiva, erano cessati dopo lo strappo di Berlinguer e Rifondazione Comunista non aveva nulla da spartire con quelle storie, essendo nata da pochi mesi. Pertanto non era possibile rivendicare continuità alcuna con la componente cossuttiana che aveva operato dentro il PCI nel corso degli anni Ottanta: “il Movimento non nasce, né è in continuità con quelle posizioni, a suo tempo sostenute, che hanno criticato lo strappo”, poiché esso intendeva sviluppare proprio quelle posizioni che nel PCI, “particolarmente con Berlinguer, e nella nuova sinistra, hanno segnato un netto distacco critico dal PCUS e dall’esperienza sovietica”.[21]

Si trattava di una clamorosa sconfessione di Cossutta e dei cossuttiani i quali a partire dal 1981 si erano opposti a Berlinguer, quando dichiarò esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre. Sconfessione votata in sede di Coordinamento politico dallo stesso Cossutta (su 59 votanti tre furono i voti contrari e sette gli astenuti) il quale fece autocritica: “Io non ho più nulla da condividere con quel certo me stesso, con la battaglia che alcuni di noi condussero contro lo strappo. Sbagliammo, aveva ragione Berlinguer”[22].

            Noi sbagliammo aveva appena detto, ma Rifondazione Comunista non poteva neanche richiamarsi alle posizioni “di quei compagni – quanti ce ne furono! – che al XVII e al XVIII Congresso condivisero la linea della maggioranza. Una linea che io contrastai”. Il riferimento implicito andava a quei compagni ora dirigenti di Rifondazione Comunista, come Libertini e Garavini, che all’epoca non si differenziarono dalle scelte e dalle indicazioni politiche del famoso XVIII Congresso, quello che preparò il terreno per la successiva svolta di Occhetto. Infine, ammesso che Berlinguer avesse avuto ragione nel suo giudizio sull’URSS, “ebbe torto, un torto grave”[23] nelle scelte strategiche e tattiche compiute negli anni Settanta.     

Dal movimento al partito

            Dubbi e incertezze caratterizzarono il percorso che doveva portare dal movimento alla costituzione del partito. Era davvero opportuno fondare nel congresso di dicembre il nuovo partito comunista? Sì, rispondevano quei compagni che consideravano chiusa la fase del movimento recependo un’esigenza molto sentita fra la base di avere al più presto una sorta di rassicurazione organizzativa, che sancisse anche formalmente e simbolicamente la rinascita del partito comunista. Altri invece vedevano nella forma movimento il modo per compiere una rottura netta col passato, una cesura con la storia del PCI inteso come apparato burocratico, e temevano che il passaggio al partito volesse significare una rivendicazione di continuità con forme e politiche che ritenevano ormai superate.

Si decise allora di fare un congresso inteso non come il punto di arrivo e quindi di chiusura di un dibattito e di una riflessione critica sul passato e sul presente del comunismo, ma come tappa di un percorso ancora da compiere e da valorizzare. Si trattava di costruire “un treno in marcia” – come riconosceva lo stesso documento politico poi votato dal congresso – sia “nell’aggregazione di forze sia nello sforzo di approfondire l’analisi e la proposta”.

            Il documento politico elaborato dal Coordinamento nazionale del movimento, e pubblicato su Liberazione del 9 novembre 1991, non aveva le tradizionali caratteristiche di un compiuto testo di tesi congressuali. Saltava all’occhio l’esiguità del testo, meno corposo dei tradizionali e lunghi documenti scritti in occasione dei congressi di partito. Di conseguenza gli argomenti erano esposti sobriamente, mancavano sovente approfondimenti, precisazioni e analisi specifiche; erano rintracciabili, passando da un paragrafo all’altro, punti di vista divergenti che dimostravano fra le righe, diversità di vedute presenti nella stesura di un testo unitario, ma certamente scritto da più mani mosse da idee diverse.

            Partendo dalla constatazione che la fine della Guerra fredda non rappresentava la fine delle guerre, e che il trionfo delle democrazie capitalistiche occidentali non avevano portato solidarietà a pace nel mondo, il documento affermava che il cammino dei comunisti riprendeva dalla “critica della società capitalistica e dalle ragioni della crisi del socialismo cosiddetto reale”. Il socialismo reale andava criticato a fondo, senza però liquidare le speranze suscitate dalla Rivoluzione d’ottobre, che le tragedie successive non avevano cancellato. Il processo di burocratizzazione e di progressiva degenerazione del PCUS era ricondotto allo stato di “arretratezza delle condizioni sociali ed istituzionali del tempo”, secondo un’analisi che evitava di considerare le scelte fatte dai dirigenti bolscevichi, in particolare da Stalin dopo la morte di Lenin. Mancava quindi ogni riferimento ad una ricostruzione delle principali vicende storiche attraversate dall’Unione Sovietica dopo la rivoluzione, del tipo di società costituita, comprese le distorsioni burocratiche e l’assenza della democrazia sovietica e proletaria.

Ribadita la volontà di affermare l’esigenza della presenza comunista in Italia e salvarne l’identità, il nuovo partito dichiarava di volersi richiamare alla tradizione costituita “non soltanto, della militanza che ci ha impegnati nel PCI”. Più difficile invece diventava indicare fin dove poteva essere rivendicata la continuità col suo progetto politico. Su questo punto le divergenze sulla valutazione dei meriti o dei demeriti storici erano evidenti e si erano già manifestate. Il documento sceglieva di non avanzare alcuna ipotesi interpretativa, suggeriva solo di portare avanti la riflessione critica sull’insieme di quell’esperienza.

            Il nuovo partito intendeva posizionarsi come forza di “opposizione per l’alternativa”, denunciava i pericoli della mancanza di democrazia nel sindacato, la sua “degenerazione burocratica” e guardava con favore alla battaglia aperta dalla sinistra sindacale nella CGIL. Si attestava nella difesa di quei principi istituzionali che volevano cambiare, primo fra tutti la difesa del sistema elettorale proporzionale. Dichiarava di volersi avvalere di metodi di lotta non violenti, fondati sulla partecipazione democratica e popolare. Due paragrafi erano rispettivamente dedicati alla questione meridionale e alla nuova situazione internazionale dopo il crollo del muro di Berlino e la guerra nel Golfo.

            La parte conclusiva del documento trattava delle caratteristiche organizzative del partito. Doveva essere di massa e popolare. La struttura organizzativa doveva essere concepita per garantire “a tutte le differenze piena cittadinanza, agibilità, libertà di esprimersi, possibilità di contare”. Occorreva assegnare un ruolo centrale “alle strutture di base” non dimenticando, per non ripetere l’esperienza, “che le sezioni del PCI avevano visto progressivamente deperire la loro funzione politica, trasformandosi in luoghi destinati prevalentemente alla raccolta delle iscrizioni, all’attività di propaganda, alla costruzione del consenso alle scelte del vertice”.

Bisognava invece concepire il circolo, nome che sostituiva quello tradizionale di sezione, “non come terminale di un apparato burocratico, bensì come luogo dove si esercita la capacità dei comunisti di entrare in rapporto con tutti i cittadini”. Nella vita interna occorreva introdurre “i valori della democrazia e del pluralismo”. L’intero corpo del partito doveva essere correttamente informato di tutte le posizioni in campo, perché solo in questo modo era possibile superare il centralismo democratico inteso alla maniera del PCI: “le differenti posizioni debbono godere di piena cittadinanza nel dibattito interno, anche dopo che si sia verificato l’orientamento della maggioranza. La piena e costante libertà del dibattito va quindi intesa come caratteristica della democrazia interna”.

            Si trattava di affermazioni importanti e più che mai opportune, riprese nello Statuto dove si stabiliva che “il pluralismo rappresenta l’essenza stessa della vita democratica del Partito. La libera espressione di tutte le opinioni è diritto individuale degli iscritti e può realizzarsi anche attraverso convergenze e manifestazioni collettive di opzioni ed orientamenti, ma non con la formazione di gruppi organizzati permanenti interni”[24].

            Forse, sosteneva Franco Turigliatto in un emendamento non accolto, su questo punto importante era meglio soffermarsi un po’ di più per definire “le procedure complessive di trasparenza e di democrazia”, onde evitare che le divergenze politiche si traducessero, sotto l’apparente unanimità con la quale si votavano i documenti congressuali, nell’ incomunicabilità tra posizioni politiche diverse producendo “cordate per la costituzione di correnti poco politiche, magari basate su campagne personalistiche”[25].

            Dietro l’apparente compattezza del gruppo dirigente che aveva varato il documento congressuale quasi all’unanimità, respingendo tutti gli emendamenti più qualificati, presentati per altro da pochissimi compagni, si celava invece una realtà ben più complessa che rifletteva le difficoltà che sorsero all’interno del MRC quando iniziò la fase della preparazione del congresso di fondazione del partito. Libertini ricordava esplicitamente  riunioni  “agitate” del Coordinamento nazionale, “dissensi, battaglia politica, votazioni a maggioranza”; Cossutta dichiarava pubblicamente: “tra noi di Rifondazione esistono differenze” e aggiungeva che esse provocavano “tensioni, fibrillazioni, esasperazioni, contrapposizioni e preclusioni reciproche”; Vendola scriveva: “il nostro congresso è stato un parto difficile e doloroso”; Forgione segnalava che la presenza di diverse anime era sovente “motivo di tensione e conflitto”, l’ex demoproletario Vinci commentando quei mesi diceva che tensioni “dentro, soprattutto a livello centrale del partito ce n’erano state e assai pesanti”[26].

Il I° Congresso di Rifondazione Comunista

            Al dibattito congressuale partecipava circa il 50% dei quasi 150.000 iscritti, in 3127 congressi di circolo e 117 congressi di federazione. I delegati eletti al congresso erano 1178, di cui solo 254 donne. Un quarto dei delegati aveva meno di quarant’anni, la maggior parte proveniva dal PCI, altri da altre formazioni, un’esigua minoranza non aveva esperienze politiche precedenti.

            I lavori congressuali si svolsero a Roma presso il Palazzo dell’EUR dal 12 al 15 dicembre 1991. L’atmosfera veniva così descritta in due passaggi di articoli comparsi su Liberazione: “un’assemblea agitata. Una platea difficile, un congresso difficile”, composta da spezzoni di sinistra di varia provenienza, “figlie e figli di un’agonia lunga che ha segnato tutta la sinistra d’opposizione”[27]. I lavori si aprivano con la relazione di Garavini e proseguivano con i vari interventi dei delegati e dei dirigenti. La tensione cresceva al termine dei lavori quando si trattava di votare. Alcuni documenti sui “comunisti e la crisi del sindacato” e sulle “questioni internazionali” furono approvati senza difficoltà dal congresso. Più sofferta fu la votazione su tre punti chiave che riguardavano lo statuto. Il primo poneva la questione del nome del partito: Partito Comunista o Partito della Rifondazione Comunista? I delegati scelsero con 593 voti a favore e 360 contrari la seconda denominazione. Il secondo punto riguardava l’articolo 18 dello statuto che permetteva la costituzione dei “luoghi di donne”, inteso come assunzione del pensiero della differenza di genere e prevedeva degli spazi autonomi gestiti dalle donne, per l’elaborazione di questo pensiero e la relativa pratica politica. La richiesta di cancellare l’articolo 18 dello statuto veniva accolta a grande maggioranza dai congressisti, provocando i duri commenti delle compagne che si erano battute perché tale articolo fosse mantenuto. Il terzo punto riguardava l’introduzione nello statuto della carica di presidente del partito accanto a quella già prevista del segretario. In commissione statuto prevaleva l’idea di introdurre tale carica, votata dalla maggioranza dei delegati.

Ciò non piaceva a Garavini il quale, assieme ad altri compagni, abbandonava platealmente la presidenza del congresso per marcare il suo dissenso. Pochi giorni dopo egli esprimeva infatti un giudizio amaro sul congresso: “c’è stato il peso di aggregazioni, posizioni e gruppi […] C’è anche stata più di una tentazione a confrontarsi a contarsi, a rivolgere ogni attenzione all’assetto interno. È questa sollecitazione che predilige la rigidità delle strutture di partito, che spinge alla burocratizzazione. Il partito è stato formalizzato fino in fondo: segretario e presidente, Comitato Centrale con diverso nome, direzione, federazioni e circoli. Dobbiamo impedire che questa forma divenga rigidità burocratica”[28].

            In effetti la conclusione dei lavori congressuali era avvenuta in un clima di sgomento così riassunto per i lettori di Liberazione: “È scesa la lunga notte che non porta consigli, sono arrivate le ore amare. I sogni, certo, non sempre muoiono all’alba, ma qualcosa si è spezzato. “Compagni il congresso si è spaccato”. È questa l’ultima frase che ci resta sul bloc-notes e che non avremmo mai voluto scrivere”[29].

            Nel comunicato della presidenza che riconvocava i delegati a Roma il 18-19 gennaio 1992 per eleggere il Comitato Politico Nazionale si affermava di voler proporre l’elezione dei compagni Garavini e Cossutta nell’organismo nazionale, e che questo procedesse alla successiva designazione di Garavini a segretario e di Cossutta a presidente.  Su 206 votanti, membri del Comitato Politico Nazionale, Garavini otteneva 108 voti a favore come segretario e Cossutta 157 come presidente. Il Comitato Politico Nazionale eleggeva a sua volta una Direzione composta da trenta persone.

Dopo il I Congresso

            Il Partito della Rifondazione Comunista (PRC) si presentava alle elezioni politiche anticipate del 5 aprile 1992 con un dignitoso programma elettorale, per molti aspetti più analitico e preciso del documento politico votato dal congresso. Una veloce ma efficace analisi della svolta a destra ormai in corso in Italia, accelerata dalla fine del PCI come forza d’opposizione, delineava il quadro entro il quale il PRC doveva muoversi per ribadire l’attualità degli ideali comunisti, così riassunti: libertà, uguaglianza, eliminazione di ogni forma di sfruttamento e pieno sviluppo della democrazia. Seguivano poi le proposte di Rifondazione Comunista, pace, disarmo, democrazia, riforma del sistema parlamentare con accorpamento in un’unica assemblea di Camera e Senato e riduzione degli eletti, diritti civili, ambiente e sviluppo sostenibile, nuovo modello di sviluppo, riforma del fisco e della spesa pubblica, difesa e riforma dello stato sociale, lotta contro le privatizzazioni e la disoccupazione.

            Al Senato il PRC riportava il 6,5% dei voti e alla Camera il 5,6%, circa 2.200.000 elettori avevano votato per il nuovo partito. Si trattava di un risultato che assicurava una base di partenza, favorevole allo sviluppo del partito. La campagna elettorale aveva rivelato anche le debolezze del nuovo partito, la mancanza di un solido corpo militante radicato socialmente nei settori lavorativi, l’essere un partito quasi solo elettorale, capace di mobilitarsi in occasione delle competizioni politiche, ma con notevoli difficoltà a promuovere attività politica e di movimento nell’ambito della lotta quotidiana.


[1] Cfr., A. Cossutta, prefazione a L. Cortesi, Le ragioni del comunismo, Teti, Milano, 1991, p. 7.

[2] L. Libertini, Quei nostri dieci mesi, Liberazione, 21 dicembre 1991

[3] Ivi.

[4] S. Garavini, Le ragioni di un comunista, Datanews, Roma 1991, p. 41 e p. 60.

[5] Ivi, p.50 e p. 60.

[6] L. Traversa, Rifondazione Comunista da mozione a partito (1990-1991), Il Calendario del Popolo, n. 591, ottobre 1995 e L. Libertini, Quei nostri dieci mesi, cit.

[7] L. Libertini, Quei nostri dieci mesi, cit.

[8] S. Garavini, Verso il Congresso del nuovo partito comunista, Comunisti Oggi, n.10, 1° luglio 1991.

[9] R. Armeni, V. Di Marchi (a cura di), “Chiamateci compagni”, Ed. Associate, Roma, 1991, p. 7.

[10]Nei fatti la nostra volontà unitaria, conversazione con Fosco Dinucci”, Nuova Unità, ottobre 1993.

[11]Segreteria Nazionale di DP, Purché non sia un piccolo PCI, Il Manifesto, 20 febbraio 1991.

[12]Mozione sul processo di rifondazione comunista, Notiziario DP, n. 9, 11 marzo 1991

[13] Cfr., l’intervento di S. Garavini al convegno milanese del 20 aprile 1991 in Notiziario DP, n. 15, 30 aprile 1991.

[14] L. Vinci, Relazione introduttiva, Notiziario DP, n. 26, 18 luglio 1991.

[15] Cfr., Risoluzione dell’esecutivo del Movimento per la Rifondazione Comunista, Roma, 20 agosto 1991.

[16] L. Libertini, Quei nostri dieci mesi, cit.

[17] S. Garavini, A quale partito pensiamo, Notiziario Comunista, n. 29, 12 settembre 1991

[18] Intervento di Libertini ad un dibattito nel circolo della IX Circoscrizione a Roma, in Liberazione, n. 0, 12 ottobre 1991 e il suo articolo, 1917-1991. L’Ottobre, Liberazione, n. 2, 2 novembre 1991.

[19] La prima dichiarazione è riportata nel Manifesto, del 24 agosto 1991, la successiva affermazione nel suo intervento al dibattito nel circolo della IX circoscrizione a Roma, in Liberazione, n.0, 12 ottobre 1991.

[20] Perché viva il comunismo, Notiziario Comunista, n. 29, 2 settembre 1991.

[21] Riunione del Coordinamento politico del Movimento per la Rifondazione Comunista, Liberazione, n.1, 26 ottobre 1991.

[22] A. Cossutta (intervista a), Un nuovo partito di massa, Liberazione, n.2, 2 novembre 1991.

[23] A. Cossutta, in L. Cortesi, Le ragioni del comunismo, cit., p. 9.

[24] Lo statuto, Liberazione, 9 novembre 1991.

[25] L’emendamento è riportato in Notiziario Comunista, n. 38, 28 novembre 1991.

[26] Cfr. rispettivamente, L. Libertini, Quei nostri dieci mesi, cit., A. Cossutta, Un nuovo partito di massa (intervista), cit., e Opposizione e unità, Liberazione, n.3, 21 gennaio 1992, N. Vendola, Liberazione n. 9, 21 dicembre 1991, F. Forgione, Una forza viva guarda al futuro, Liberazione, n. 9, 21 dicembre 1991, L. Vinci, Alle polemiche rispondiamo con l’unità, Liberazione, 1° febbraio 1992.

[27] Cfr., M.R.C., Una platea difficile tra dubbi e passioni e M. Palermi, Mai troppo diversi da non riconoscersi, Liberazione, n.9, 21 dicembre 1991.

[28] S. Garavini, Liberamente comunisti, Liberazione, n.10, 28 dicembre 1991.

[29] M.R.C., cit.