Ultimi nella Ue. Declino industriale e impoverimento sociale
I dati Istat Un Paese fragile, attraversato da vulnerabilità economiche e sociali sempre più profonde. Il ritratto di un modello di sviluppo che si sta consumando senza una direzione (Filippo Belloc da il manifesto)
Il Rapporto annuale Istat fotografa un Paese fragile, attraversato da vulnerabilità economiche e sociali sempre più profonde. Non è solo il racconto di una crescita debole: è il ritratto di un modello di sviluppo che si sta consumando senza una direzione.
L’economia italiana nel 2025 cresce solo dello 0,5 percento, meno del biennio precedente (+0,9 percento nel 2023 e +0,8 nel 2024). L’Italia fa peggio della Francia e soprattutto della Spagna, differenza che riflette diversi modelli produttivi: la Spagna ha migliorato la produttività e ridotto il numero di ore per occupato, mentre in Italia la produttività ha un andamento negativo e le ore per occupato crescono. È il segno di un sistema che produce poco valore aggiunto e che continua a guardare al lavoro con una logica estrattiva.
Qui emerge il primo nodo indicato dal rapporto: il declino industriale. Nel 2025, la dinamica della produzione industriale rimane negativa. I comparti più esposti ai costi energetici e quelli a minore contenuto tecnologico registrano le flessioni più pesanti. La manifattura mostra segnali persistenti di debolezza e l’automotive, simbolo storico della capacità industriale italiana, segna un crollo impressionante: l’indice della produzione è inferiore del 38 per cento rispetto al 2018. Sono ben note le responsabilità di Stellantis, ma il problema non è certamente solo questo.

L’Istat certifica infatti ritardi strutturali ormai cronici: bassi investimenti in ricerca e sviluppo, scarsa innovazione, frammentazione del tessuto produttivo, debolezza del capitale immateriale. Restano insufficienti gli investimenti legati alla conoscenza, alla tecnologia e alla capacità industriale strategica.
È dentro questo quadro che si comprende anche la fragilità sociale del Paese. Il declino industriale e la crisi della produttività non sono separati dalle disuguaglianze: ne sono una causa diretta. I salari reali restano inferiori ai livelli pre-pandemia, il tasso di occupazione continua a essere più basso rispetto alle maggiori economie europee e il ceto medio (condizione che vale per il 61% dei residenti) è proprio quello che registra la dinamica reddituale più debole. Nell’ultima generazione, quella dei nati tra il 1980 e il 1994, la quota di persone che sperimenta una mobilità verso l’alto (25%) è superata da quella di chi vede peggiorare la propria situazione (27%).
L’Italia appare così stretta in una spirale di vulnerabilità: precarietà economica, impoverimento sociale e crisi demografica si alimentano reciprocamente. Il rapporto descrive un Paese che invecchia (il 25 percento della popolazione ha più di 65 anni), con un saldo naturale stabilmente negativo, minore propensione ad avere figli (1,14 figli per donna) e una crescente domanda sociale di cura e assistenza. Si diffondono su questo tessuto, inoltre, forme specifiche di disagio, come la povertà energetica, che riflette l’aumento dei costi e la fragilità dei redditi.
Sarebbe un errore leggere questi fenomeni come tendenze sociali e demografiche inevitabili. Il rapporto Istat non racconta variabili esogene fuori dal controllo delle istituzioni. Racconta invece il risultato di precise scelte economiche e politiche, centrate sulla subordinazione industriale e sulla centralità del mercato, mentre l’Europa stessa rischia di scomparire come soggetto industriale autonomo.
Nella fotografia scattata dall’Istat, colpisce soprattutto l’assenza della politica: non si scorge alcun segnale riconducibile all’azione del governo, nessuna strategia industriale, nessuna idea di trasformazione del modello produttivo e socioeconomico, nessun cambio di passo.
Eppure i dati indicano con chiarezza la necessità di una svolta: ricostruire una capacità pubblica di generazione di valore, riportare sotto controllo collettivo le decisioni strategiche, investire nella ricerca, nell’innovazione e nei servizi pubblici, rafforzare sanità, istruzione e welfare in un Paese che invecchia e vede crescere la domanda sociale. In poche parole, orientare lo sviluppo, oppure l’Italia resterà schiacciata tra dipendenza esterna, declino industriale e impoverimento sociale.