Pci, ecco com’è andata a finire

di Diego Giachetti

Come si è conclusa, trent’anni fa, la storia del Pci. Era stato fondato sett’anni prima ed era diventato il più grande partito comunista nell’Occidente [1]

            Settant’anni dopo la sua fondazione, nel gennaio 1991 a Rimini, la stragrande maggioranza dei delegati comunisti, riuniti per celebrare il XX Congresso del partito, decideva di rinunciare al nome e al simbolo e di dare vita al Partito Democratico della Sinistra. Contemporaneamente una piccola minoranza, che non accettava tale decisione, annunciava di voler rifondare il Partito Comunista che era appena stato sciolto. Era l’epilogo di una lunga agonia che aveva animato la vita interna del PCI nell’ultimo quinquennio degli anni Ottanta.

I difficili anni Ottanta

            Aprendo i lavori del XVI Congresso, il 2 marzo 1983, al Palasport di Milano, il segretario Enrico Berlinguer non aveva alcuna vittoria politica da cui trarre elementi per definire la linea del partito. La nuova linea dell’alternativa, introdotta dopo la crisi dei governi di unità nazionale, stentava a concretizzarsi, appariva confusa e poco definita. Le vittoriose avanzate elettorali degli anni Settanta erano ormai un ricordo lontano, tre anni di solidarietà nazionale avevano logorato il PCI in una lunga attesa nell’anticamera del governo che non aveva dato alcun esito, se non quello di assumersi tutte le responsabilità di un partito di governo senza però essere al governo. Le elezioni politiche del 1979 avevano segnato un arretramento del 4% dei voti.

            Il XVI Congresso era appunto l’occasione per sancire una svolta rispetto all’impostazione precedente. D’ora in poi il PCI intendeva porsi in alternativa alla DC e al suo sistema di potere. Non più quindi ricerca di un’alleanza col partito cattolico, ma costruzione di un’alternativa di governo al più che trentennale dominio democristiano.

            Le elezioni politiche del giugno 1983 sembravano confermare una sostanziale frenata al crollo di consensi subito nel 1979. Una tendenza tutto sommato ancora positiva, confermata dal dato negativo della DC (-6,3%), dalla staticità del voto socialista e, soprattutto, dal sorpasso storico del PCI sulla DC nelle elezioni europee del giugno 1984, che riportava i comunisti al 33,3% dei voti, ottenuti anche a seguito dell’emozione collettiva provocata dalla morte di Berlinguer a pochi giorni dal voto.

            L’elezione di Natta alla carica di segretario avveniva nella garanzia di una continuità con l’impostazione precedente, caratteristica quest’ultima che aveva sempre contraddistinto la storia del gruppo dirigente comunista.  Se il passaggio da un segretario all’altro non turbava più di tanto la vita del partito, i risultati negativi delle elezioni amministrative del 1985 e la successiva sconfitta subita nel referendum contro il decreto governativo sulla contingenza – promosso dal PCI – creavano le condizioni perché si aprisse la discussione sul malessere e l’inadeguatezza del partito, che coinvolgeva i militanti nella fase preparatoria del XVII Congresso del 1986.

            La relazione di apertura dei lavori congressuali del segretario Natta si caratterizzava per l’insistenza circa il ruolo autonomo di elaborazione del patrimonio culturale svolto dal PCI, che aveva consentito e consentiva di rovesciare “l’ideologismo dogmatico di tanta parte della tradizione terzinternazionalista” e di rivisitare “la nostra storia con spirito critico”, operando “con nettezza le cesure che erano necessarie”[2]. Grazie all’autonomia di elaborazione politica, che corrispondeva ad una autonomia di giudizio rispetto al campo socialista e alla sua scelta per un socialismo fondato sulla democrazia e la libertà, il PCI si sentiva più “parte della sinistra europea” e della tradizione socialdemocratica che non di quella comunista sovietico-orientale; ecco perché nel testo congressuale si parlava della necessità di un nuovo internazionalismo col quale il partito cercava una prospettiva al di fuori della logica dei blocchi, evitando in questo modo di appiattirsi sull’uno o sull’altro fronte.

             Non erano risparmiate le critiche ai partiti socialdemocratici ma, allo stesso tempo, si ribadiva la necessità di ricercare assieme a loro una terza via che portasse alla “fuoriuscita dal capitalismo”, concepita come processo di maturazione graduale attraverso l’“intreccio complesso di forme economiche in cui un modo di produzione e di vita venga a prevalere sull’altro”[3]. Erano spunti per la discussione che includevano pure il riconoscimento di nuove situazioni conflittuali oltre quelle di classe: la contraddizione di genere e la conseguente lotta per superare l’oppressione sessuale, il riconoscimento del ruolo e del contributo dei movimenti di liberazione della donna ed omosessuale.

            La componente legata a Armando Cossutta esprimeva un giudizio critico sulle tesi congressuali, esse erano incerte, contraddittorie “e interpretabili in modi fra loro diversi, a volte opposti”[4]. Il PCI era parte attiva della sinistra europea, ma restringere il suo riferimento al solo quadro europeo e al solo schieramento socialdemocratico era un limite grossolano. Ritenere di potersi associare in qualche modo all’Internazionale socialista era, per loro, un disconoscimento dell’identità, una rottura con la propria tradizione. Non piaceva poi la parte del documento che riproponeva la questione dello “strappo” e dell’esaurimento della spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, come aveva annunciato Berlinguer il 15 dicembre 1981, dopo il colpo di stato del generale Jaruzelski in Polonia. Mancava una chiara scelta di lotta antimperialista, scorretta era la presunta equidistanza tra i due blocchi, in quanto l’URSS non era equiparabile agli Stati Uniti; occorreva ribadire, pur nella reciproca autonomia, una precisa scelta di campo. Posizioni critiche infine emergevano nei confronti del sindacato, quest’ultimo, affermavano, deve tornare ad essere il sindacato dei lavoratori e non della burocrazia e dei funzionari, il partito doveva battersi per ripristinare le forme di democrazia sindacale, superando la pratica centralistica e restituendo alle assemblee dei lavoratori il potere di discutere e di decidere sui contratti e sulle eventuali ipotesi di accordo col padronato. Il congresso era appena terminato quando una nuova sconfitta elettorale riaccendeva il dibattito interno. Nelle elezioni politiche del 1987 i voti al PCI calavano al 26,65%, una percentuale inferiore a quella ottenuta nel 1968.

Il XVIII Congresso

            Il collante che aveva tenuto assieme migliaia di militanti e centinaia di quadri comunisti per tanti anni e in situazioni sociali e politiche diverse, consentendo al partito di superare senza gravi danni elettorali e in termini di tesseramento, momenti oggettivamente difficili – come la svolta di Salerno, il fatidico 1956, la presenza, negli anni settanta, di una corposa critica da sinistra al compromesso storico – non era stato solo e tanto la linea politica, la quale, con i dovuti accorgimenti tattici e lessicali, poteva anche variare. Chi ha criticato da sinistra le posizioni politiche del PCI ha potuto rendersi conto che, anche quando si riusciva a dimostrare che la “linea” era fondata su erronee interpretazioni della realtà italiana e internazionale, rimaneva pur sempre da capire perché il proletariato lo considerasse il partito rappresentativo dei suoi interessi.

             Il XVII Congresso dell’aprile 1986 e ancor più il XVIII (marzo 1989), introducevano nelle tesi e nello statuto elementi di profonda rottura rispetto all’impostazione precedente, tuttavia ciò non era sufficiente a scatenare quell’ondata emotiva di reazione spontanea della base, che si ebbe invece in occasione della proclamata intenzione di cambiare nome e simbolo del partito. Nel corso del dibattito per il XVIII Congresso, chi segnalava i pericoli dell’involuzione e della perdita di identità otteneva solo il 4% dei consensi a fronte di un 95% che approvava il documento di maggioranza. Finché non si entrava nel merito della “corposità” e dello “spessore” simbolico costitutivo dell’immagine del partito, finché cioè l’identità originaria collettiva, rappresentata dal nome e dal simbolo, non veniva messa in discussione, non si aprivano crisi di identificazione col e nel gruppo dirigente del partito, da parte di militanti, funzionari, quadri e dirigenti stessi.

            In questo contesto si inseriva una novità, che segnava una rottura con un consolidato e tradizionale modo di condurre i congressi, data dalla presentazione, nel corso della riunione del Comitato Centrale del 24 novembre 1988, di un testo di tesi alternative da parte della minoranza raccolta attorno ad Armando Cossutta. Il fatto era in sé dirompente, del tutto inedito, secondo lo stesso Cossutta, in quanto “per la prima volta nella storia del PCI fu preparata una mozione congressuale alternativa”[5]. Diverse furono la reazione alla presentazione del testo alternativo, il quale, fin dalle prime battute rivendicava il diritto di esprimersi apertamente, perché “non v’è possibilità di chiarezza, se non nella distinzione ben precisa e rigorosa delle posizioni. Unità non significa unicità […] significa compresenza di maggioranza e di minoranze”[6].

            Nella parte conclusiva il documento alternativo proponeva una serie di nuove regole per gestire il prossimo congresso che provocavano reazioni sfavorevoli da parte della maggioranza dell’apparato di partito. Si sosteneva infatti che il riconoscimento del libero formarsi di maggioranze e minoranze, per essere realmente garantito, doveva permettere a tutti gli iscritti di essere informati sulle diverse posizioni interne e di poter votare su testi di tesi alternative. In previsione delle accuse di voler costruire un partito su base correntizia, il documento ribadiva che le “logiche sotterranee di corrente sono incoraggiate proprio da uno sviluppo inadeguato della democrazia interna, dal consolidarsi di centralismi burocratici e discriminatori”[7]. A differenza di quanto Cossutta aveva chiesto in sede di stesura del regolamento congressuale, il testo di minoranza non venne posto automaticamente in discussione e in votazione nei vari congressi di federazione, come accadde invece per quello della maggioranza; veniva invece discusso e votato soltanto quando un delegato ne faceva esplicita richiesta. Le tesi di minoranza raccoglievano il 4% dei consensi, quelle della maggioranza il 90%.

            Rileggendo il documento congressuale, approvato a stragrande maggioranza dal Comitato centrale, e pubblicato sul quotidiano del partito il 25 novembre 1988, trova conferma la tesi che “il cuore” politico programmatico del futuro Partito Democratico della Sinistra di Achille Occhetto, Massimo D’Alema e tanti altri, batteva già dentro di esso. La vera svolta culturale e ideologica, la vera rottura con la precedente impostazione, era data da questo congresso e non dai due seguenti.

            Erano tesi e proposte che, per molti aspetti, andavano oltre le rivendicazioni tipiche di un riformismo d’impianto socialdemocratico, per approdare a contenuti e valori che richiamavano direttamente in causa teorie economiche e sociali di impianto liberal-democratico. La struttura dell’impresa capitalistica non veniva messa in discussione, semplicemente la si voleva “democratizzare” favorendo una specie di partecipazione-identificazione dei lavoratori con gli obiettivi e le strategie imprenditoriali, una sorta di cogestione dell’azienda tra proprietari e dipendenti, che tranquillizzava i capitalisti circa le intenzioni dell’alternativa al sistema che voleva il PCI. In politica economica, assicuravano le tesi, il primo obiettivo doveva “essere l’allargamento della base produttiva” e il “rafforzamento della produttività generale del sistema”; quale imprenditore poteva non condividere tale obiettivo di fondo?

D’altronde, la lotta contro lo sfruttamento era ridotta, nell’ambito dei confini dell’impresa, ad una richiesta di estensione “del potere di decisione e di controllo sui prodotti” e “al pieno sviluppo della libertà e della dignità personale”, al fine di governare democraticamente “i risultati più alti del lavoro umano”. Gli stessi elementi di precarizzazione del lavoro, flessibilità, mobilità, elasticità nell’uso discrezionale della forza-lavoro, introdotti dalla ristrutturazione capitalistica, erano assunti come elementi di definizione “delle politiche salariali”, per incentivare “una trasformazione regolata e governata del rapporto di lavoro: professionalità, mobilità, mutamento della organizzazione del lavoro”.

            Il socialismo, era scritto esplicitamente nel documento, non era più inteso come un nuovo sistema sociale, economico ed istituzionale che sostituisse quello capitalistico; esso era nient’altro che “la massima estensione della democrazia”, “il governo democratico della società”, data per scontata nella sua struttura economico-sociale, la quale non richiedeva più di essere trasformata, ma solo governata. Bisognava, inoltre, lavorare politicamente per l’alternativa, intesa “come riforma del sistema politico e istituzionale”. Un’azione di rinnovamento che promuovesse una “più alta concezione della statualità”, in cui lo Stato fosse garante “dei diritti di ogni cittadino” e creasse “le condizioni per la libera espressione delle potenzialità di ciascuno”, al fine di portare ad un godimento pieno e completo “dei diritti di cittadinanza”.

            L’alternativa riformatrice o il riformismo forte, come veniva chiamato in altre parti del documento, poggiava sul blocco sociale formato da tutte “le forze di progresso laiche e democratiche”. In questa prospettiva le vecchie divisioni tra destra e sinistra, tra conservazione e progresso, erano in parte superate, e dal confronto e dalla trasformazione in corso, fuori e dentro i partiti, dovevano nascere nuovi schieramenti, nuove aggregazioni di maggioranza e di opposizione. Lo stato sociale andava riformato assicurando ai servizi erogati una gestione efficiente e “concorrenziale sul mercato”, rivedendo “la rigidità del rapporto di impiego pubblico” e affiancando a questi servizi “anche l’imprenditorialità privata”, cioè il tornaconto personale, in termini di profitto e di guadagno, da parte di chi cura i malati o svolge altri servizi di pubblica utilità (trasporto, assistenza, ecc.). Occorreva produrre anche altre riforme radicali, come quella del “riordino del sistema pensionistico”, riforma che puntualmente si realizzerà in seguito, con grave danno per i lavoratori e le lavoratrici.

            “Di un nuovo corso c’è bisogno”, sosteneva il documento dei “cossuttiani”, pubblicato su L’Unità del 26 novembre 1988, ma il rinnovamento doveva avvenire nella continuità e non con la rottura rispetto a quello che il PCI aveva rappresentato fino ad allora. Negli anni Ottanta si era consumata una grave sconfitta per il movimento operaio e il partito non era stato capace di analizzare i caratteri della trasformazione della società capitalistica e le sue conseguenze. L’offensiva neoliberista aveva intaccato conquiste fondamentali del movimento operaio, indebolendone il potere contrattuale. La debole e insicura risposta del PCI favoriva la penetrazione dell’ideologia neoliberista, l’egemonia della cultura conservatrice in settori sociali tradizionalmente orientati a sinistra. Ad aggravare questa situazione si aggiungeva una malattia che ultimamente aveva contagiato il partito, quella “del pentitismo, che è cosa ben diversa dalla necessaria riflessione critica sulla nostra storia e sui nostri uomini”, perché parte dal presupposto “che nella storia nostra non ci sia più nulla di valido”.

            Socialismo deve significare più democrazia, proseguiva il testo dei “cossuttiani”, ma il socialismo non è il compimento della democrazia borghese, esso deve fondarsi innanzi tutto sul rovesciamento della struttura economica capitalistica e sulla socializzazione dei grandi mezzi di produzione. La sfida della sinistra e del PCI consisteva nel pensare nuove forme per la transizione verso la società socialista e per la fuoriuscita dal capitalismo. Quello che stava avvenendo in Unione Sovietica dimostrava che la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre non era finita in quanto Gorbaciov e il Partito Comunista sapevano ancora dirigere, stimolare e guidare un processo riformatore delle strutture socialiste. La prospettiva storica era il rinnovamento del comunismo e non il suo fallimento.

              Per quanto riguardava la collocazione internazionale del PCI, il confronto con la sinistra europea era positivo e andava ricercato, ma non doveva significare integrazione in quello schieramento e adesione all’Internazionale Socialista. L’antagonismo tra capitale e lavoro non era affatto esaurito, “né la centralità della classe operaia come forza trainante della trasformazione sociale”. Il Pci doveva affermare nel suo programma la propria alternativa strategica e ideale sia alla DC che al PSI. Le condizioni per un’autentica alternativa democratica di governo andavano costruite attraverso una lunga fase di opposizione che modificasse i rapporti di forza tra le classi; rifiuto quindi di farsi trascinare in “logiche e faide” di schieramenti prescindendo dal programma.

            I 1042 delegati riuniti a Roma dal 18 al 23 marzo 1988 per il XVIII Congresso del partito respingevano a stragrande maggioranza il testo presentato da Cossutta e approvavano con soli 17 voti contrari e 5 astensioni una mozione di condivisione del documento politico, della relazione e delle conclusioni di Occhetto, che veniva incoronato ufficialmente segretario del partito, dopo il ritiro di Natta causato dal suo cattivo stato di salute.

 Occhetto alla Bolognina

            Nella parte finale della relazione, con la quale Occhetto apriva i lavori del XVIII Congresso, affrontava una questione destinata a diventare determinante per la sorte del PCI, quella del nome del partito. Replicando a chi già allora sussurrava che forse era il caso di prendere in considerazione l’ipotesi di un cambio di nome, il segretario rispondeva che tale proposta  avrebbe potuto “essere una cosa seria, molto seria” se  si fossero verificate “trasformazioni di vastissima portata”, tali da imporre la necessità di “dar vita a una nuova formazione politica”; per ora nulla di tutto questo era all’orizzonte e quindi rassicurava la platea dicendo: “il nome che portiamo non evoca soltanto una storia, ma richiama anche un futuro”[8].

            Dunque, Occhetto era stato chiaro, la platea che aveva votato quasi all’unanimità la sua relazione, e il Comitato Centrale che precedentemente lo aveva proclamato ufficialmente segretario, erano stati avvisati. Non ci voleva molto a capire che le grandi trasformazioni, che avrebbero potuto portare ad un cambio del nome, erano sostanzialmente già in atto e nei mesi seguenti avrebbero subito un’accelerazione significativa. Nei paesi dell’Est infatti stavano giungendo a maturazione tutte quelle contraddizioni economiche, sociali e politiche, che avrebbero portato nel biennio 1989-1991 alla crisi definitiva di quei sistemi sociali e politici. 

            Tra i tanti avvenimenti, accaduti in quei mesi, quello che più aveva colpito l’immaginario popolare era stato la caduta del muro di Berlino, evento simbolico che racchiudeva in sé il senso della fine di un’epoca. Pochi giorni dopo, il 12 novembre, intervenendo alla celebrazione del 45° anniversario della battaglia della Bolognina (nome di un quartiere di Bologna), Occhetto sosteneva che la costruzione del muro “non era nello spirito della resistenza” e che la sua caduta segnava davvero la fine della Seconda guerra mondiale; i comunisti italiani “non dovevano continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove”. Fin qui il nuovo segretario non diceva nulla che non avesse già detto o affermato in altre occasioni, solo alla fine, sollecitato dai giornalisti che gli chiedevano se i recenti avvenimenti lasciassero presagire un cambiamento di nome del partito, dichiarava, secondo quanto riportato da L’Unità il 12 novembre 1989, che era possibile perché “stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni”.

Due giorni dopo, il 14 novembre, si riuniva la direzione del PCI e L’Unità del giorno dopo titolava in prima pagina: “Clamorosa riunione della direzione: il segretario parla di cambiamenti radicali (anche del nome)”. Occhetto aveva deciso praticamente da solo, senza consultare le istanze del partito, Direzione, Comitato Centrale, perpetuando in questo modo un costume largamente introdotto dal segretario Berlinguer, il quale, forse anche a causa del suo carattere chiuso era portato “a non parlare personalmente quasi mai con altri dirigenti”, preferendo al confronto con gli organismi dirigenti, quello con i collaboratori, “non necessariamente dirigenti”[9].

Un drammatico Comitato Centrale

Le dichiarazioni di Occhetto alla Bolognina, enfatizzate dai mezzi di comunicazione, suscitavano sconcerto, sgomento e interesse tra la base del partito e tra i dirigenti, i quali manifestavano palesemente riserve critiche e condivisioni. La riunione del Comitato Centrale si apriva il 20 novembre 1989 in un clima di aspettative, di tensioni, di voglia di discutere e di scontrarsi, come ammetteva in prima pagina, il 22 novembre, il quotidiano del partito titolando: “Scontro politico nel PCI”; e il giorno dopo, sempre in prima pagina, riferiva nel titolo di apertura: “Un’altra giornata tesa nel PCI”. Nella relazione introduttiva, il segretario aveva più che una ragione a richiamarsi alle tesi, approvate a larghissima maggioranza dall’ultimo Congresso, per affermare che “molte delle grandi novità presenti nelle elaborazioni del XVIII Congresso, contenevano in sé una dinamica destinata a porsi in una posizione di superamento dell’insieme della vecchia tradizione socialista e comunista”.

            Si trattava di rendere ancora più esplicito questo processo adeguando la forma al contenuto, sciogliendo il divario ormai evidentissimo tra il “bagaglio di un socialismo ideologico” e “i contenuti della nostra iniziativa politica”, per liberarsi da “un vecchio involucro ideologico che da tempo, con la nostra politica, abbiamo superato”. Occhetto intuiva che la questione del nome “suscitava una forte emotività”, ma invitava a non dividersi “sui sentimenti” e a non “offuscare” i ragionamenti politici annegandoli “nella questione del nome”.

            230 richieste di intervento dimostravano la necessità, avvertita da quasi tutti i componenti del Comitato centrale, di esprimersi in merito alla proposta avanzata da Occhetto. Gli interventi, puntualmente riportati sulle pagine de L’Unità di quei giorni, si snodavano, l’uno dopo l’altro, tra critiche e adesioni al progetto di costituzione di un nuovo partito. Pietro Ingrao dissentiva da Occhetto, criticava la vacuità e la genericità del programma e degli interlocutori politici che avrebbero dovuto costituire l’ossatura della fase costituente. Dissentiva da chi sosteneva che le trasformazioni in atto nei paesi dell’Est esaurivano la spinta del comunismo italiano, che “è stato ed è cosa diversa dai partiti comunisti e dai regimi dittatoriali dell’Est”. Conseguentemente, proseguiva, se l’esperienza era stata diversa perché si doveva cambiare?

            Anche per Lucio Libertini i rivolgimenti dell’Est “non provavano il fallimento degli ideali socialisti”, ma riproponevano l’esigenza “di un socialismo libero da ipoteche autoritarie, strettamente coniugato con la democrazia”. Le istanze di uguaglianza nella democrazia, di comunismo come libertà – sosteneva Sergio Garavini – avevano senso “come critica a quei regimi e come proposta di alternativa che dobbiamo sostenere nei paesi del socialismo reale”. Non nascondevano l’amarezza e il dissenso per la svolta il filosofo Cesare Luporini, secondo il quale il modo di aprire la discussione offendeva “la sensibilità” dei compagni, e Nicola Badaloni, che vedeva nella svolta l’adattamento ad una concezione che vedeva nel capitalismo “il punto di arrivo definitivo della storia”. Aldo Tortorella e Paolo Bufalini criticavano il metodo col quale era stata annunciata la svolta, un metodo tutto verticistico, una decisione presa da Occhetto e “precipitata” sul corpo del partito e sui suoi organismi dirigenti. A difendere invece il metodo usato dal segretario era Luciano Lama il quale non aveva difficoltà a ribadire, ricordando, soprattutto ai vecchi membri del gruppo dirigente comunista, che “molte scelte cruciali del PCI non uscirono dai congressi”.

             Non si poteva ridurre la discussione solamente al nome, occorreva entrare nel merito dei contenuti e dei programmi, su questo molti insistevano nei loro interventi e lo stesso Libertini, contrario alla proposta del segretario, sosteneva che la questione del nome non doveva diventare un tabù: il nome comunista lo si poteva “abbandonare al culmine di un processo reale” capace di dare vita ad una grande forza di sinistra; “farlo oggi”, però, “è solo un salto nel buio, oppure una premessa per la resa”. Per altri invece il nome non era solo un aspetto formale e secondario. Essere angosciati per la sorte del nome non era “lamento da reduci”, diceva Ingrao, perché quel nome “è grumo di vissuto, esperienza sofferta”. Fausto Bertinotti, con linguaggio immaginifico, ricorreva alla citazione di Paolo di Tarso – i “cristiani sono in questo mondo, ma non di questo mondo” – per dire che i “comunisti sono in questa società, ma non di questa società”, per ribadire che la parola comunista evidenziava un progetto, un sentirsi parte di una comunità che andava oltre il significato politico e storico del termine.

Più pratico e concreto, Cossutta dichiarava che con il nome non era in discussione solo la politica e la natura del partito, ma la “permanenza o meno del partito comunista in Italia”. Concludeva il suo intervento chiedendo ad Occhetto di rinunciare alla sua proposta, oppure indire immediatamente un congresso straordinario. A difesa delle proposte del segretario si schieravano la stragrande maggioranza di quei nuovi dirigenti, che avevano coadiuvato la sua ascesa alla leadership. Le loro argomentazioni si mescolavano con quelle della generazione più vecchia, in un contesto di ristrutturazione delle componenti interne uscite dal XVIII Congresso. Si ridefinivano le alleanze attorno al segretario: veniva a mancargli l’appoggio di quasi tutta la cosiddetta sinistra ingraiana, con alcune defezioni: Antonio Bassolino e Bruno Trentin si schieravano con Occhetto; si defilava qualche berlingueriano (Alessandro Natta, Aldo Tortorella, Luciano Barca, Nicola Badaloni, Adalberto Minucci), mentre si schierava decisamente al suo fianco la destra riformista di Giorgio Napolitano e Lama.

             Alfredo Reichlin, Livia Turco, Piero Fassino, Emanuele Macaluso, Walter Veltroni, Fabio Mussi, Bassolino e altri concordavano nel ritenere che ogni ragionamento sull’identità, sul nome, non potesse essere disgiunto da una riflessione sulla situazione e sul progetto politico. Per Reichlin l’identità del partito era stata storicamente ancorata alla funzione nazionale nella società. Ancora una volta si trattava di partire dalla funzione che il partito doveva svolgere nella società per ridefinirne il progetto, la forma e il nome. Se il compito era quello di condurre a compimento la democrazia italiana, così come a Salerno nel 1944 fu “la rifondazione della democrazia”, allora occorreva “un partito riformatore moderno”, per spezzare la gabbia del sistema politico all’interno del quale il PCI rischiava di essere risucchiato come il PSI, oppure di porsi ai margini in una posizione di sterile anacronismo. Per Trentin era “un errore anteporre il nome”, il partito doveva decidere su una proposta organica “non sull’opzione assurda se sopprimere un’identità”.  Fassino e D’Alema vedevano, nella scelta coraggiosa di Occhetto, la volontà di riconsegnare al partito “funzione storica e centralità politica” per costruire l’alternativa nel paese. La proposta di una fase costituente altro non era che il punto d’approdo di quanto intuito dal XVIII Congresso, la presa d’atto, secondo Napolitano, che “il PCI era diventato da tempo una cosa diversa dal nome che portava”.

            Il dibattito aveva posto tutte le premesse perché si andasse verso una differenziazione al momento del voto. L’ordine del giorno, presentato al termine dei lavori, che “assumeva la proposta del segretario generale di dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica”, otteneva 219 voti a favore, 73 contrari e 34 astenuti. Pressoché all’unanimità veniva invece presa la decisione di indire un congresso straordinario da tenersi nei primi mesi del 1990.

Il XIX Congresso

            Il problema della democrazia interna a questo punto non era più eludibile. Il regolamento adottato per il XIX Congresso assegnava finalmente pari dignità a tutte le eventuali mozioni presentate. Esse dovevano essere poste automaticamente in votazione in tutte le istanze del partito. I testi dovevano essere pubblicati sull’Unità con pari rilievo e diffusi tra tutti gli iscritti. Il quotidiano e tutti gli altri mezzi di informazione del partito dovevano garantire spazi adeguati ai sostenitori delle varie mozioni.

Tre le mozioni presentate: la prima, Dare vita alla fase costituente di una nuova formazione politica,  aveva tra i primi firmatari Occhetto; la seconda,  Per un vero rinnovamento del PCI e della sinistra, era presentata da Angius, Luciana Castellina, Giuseppe Chiarante, Garavini, Ingrao, Lucio Magri, Minucci, Natta, Ersilia Salvato, Tortorella e altri; la terza, Per una democrazia socialista in Europa, era sottoscritta da Liliana Albertini, Giovanni Bacciardi, Katia Belillo, Guido Cappelloni, Vea Carpi, Gian Mario Cazzaniga, Cossutta, Gianni Favaro, Fausto Monfalcon, Luigi Pestalozza.

            Pubblicate in uno speciale supplemento de L’Unità del 24 dicembre 1989, esse rappresentavano le tre posizioni politiche presenti all’interno del partito. Era indubbiamente un fatto nuovo che, assommato a quelli precedenti, segnavano la fine di un’epoca, di un modo di intendere il partito, la sua organizzazione interna e la sua funzione nella società italiana. I temi trattati nelle tre mozioni erano raggruppabili attorno ai seguenti argomenti: il rapporto tra comunismo italiano e i paesi a socialismo reale, la questione del rinnovamento del partito o del suo cambiamento, l’alternativa e alternanza, aderire o meno all’Internazionale socialista, il significato del comunismo, la forma partito e le decisioni da prendere al congresso.

            Il dibattito che si svolse nelle varie istanze del partito presentava caratteristiche del tutto nuove. I partecipanti dovevano questa volta scegliere apertamente e senza ambiguità per quale mozione schierarsi, le divergenze di programma, di prospettiva e di ragionamento erano ben chiare ed evidenti. Per la prima volta, inoltre, nel corso del dibattito precongressuale si svolsero riunioni separate di presentazione delle tre mozioni. Chi si riconosceva in una di queste si riuniva per discutere e per preparare al meglio la battaglia congressuale, allo scopo di conquistare alle proprie idee il maggior numero di iscritti e di delegati da inviare al congresso nazionale. Si discusse e si votò. Alla fine, risultarono eletti al congresso nazionale 726 delegati per la “mozione uno”, pari al 65,9% dei consensi, 322 per la “mozione due”, pari al 30% e 37 per la “mozione tre”, pari al 3,9%.

            Nei giorni dello svolgimento del XIX Congresso, del marzo 1999, i titoli di prima pagina del quotidiano del partito erano già di per sé riassuntivi dello stato d’animo politico con il quale si viveva l’evento: “Si apre il congresso della svolta” (7 marzo), “E’ aperta la costituente” (8 marzo), “Duello sulla svolta. Il “no” conferma la sua opposizione” (9 marzo), “Non ci sono due PCI. Occhetto dà il via alla costituente” (11 marzo).

            I lavori congressuali si aprivano a Bologna il 7 marzo 1990 con la relazione del segretario del partito il quale constatava che un’ampia maggioranza si era espressa a favore dell’apertura della fase costituente della nuova formazione politica: “tutti siamo chiamati a costruirla con ascolto reciproco” diceva, augurandosi che dal congresso non si uscisse con due posizioni distinte, quella del “si” e quella del “no”, in quanto tutto il partito doveva sentirsi impegnato nella definizione della fase costituente (L’ Unità, 7 marzo 1990). “Non ci ha convinto”, esordiva Tortorella spiegando le ragioni della “mozione due” per poi concludere con un’appassionata difesa della democrazia interna al partito. Affermato che l’unità era un bene essenziale, era però “ipocrita e perdente pensarla e praticarla senza il riconoscimento delle differenze”, occorreva sbarazzarsi definitivamente del centralismo democratico, quella concezione che “fu nostra” secondo la quale le divergenze dovevano trovare una mediazione e una sintesi unitaria nella fase congressuale (L’Unità, 9 marzo 1990).

            Pacato nei toni, ma più duro nella critica, era l’intervento di Cossutta a nome della “mozione tre”: “nessuno può arrogarsi il diritto di sciogliere il partito” affermava, “se ne vada chi comunista non vuole essere più”. Noi siamo e restiamo comunisti, questo è “il nostro partito, agiremo in esso e con esso” per condizionarne le scelte (L’Unità, 9 marzo 1990).

            Molto atteso l’intervento di Ingrao, riportato sul quotidiano del partito del 13 marzo 1990. Con la stessa enfasi con la quale un anno prima, al XVIII Congresso, aveva appoggiato con convinzione il nuovo corso del PCI, ora affermava risolutamente: “dissento e combatto”, rivendicando tutta la “fecondità del dissenso” e invitando tutti a liberarsi “dalla paura di dissentire”. Certo lui non prediligeva le correnti, perché tendevano a produrre “il ruolo dei capi”, insisteva per la definizione di regole capaci “di farci comunicare gli uni con gli altri”, e concludeva: “nessuno pensa a una scissione. Si deluda chi fa chiasso su cose simili. Altro che andarcene. Noi invitiamo donne e uomini ad iscriversi ora a questo partito”.

Nell’ultimo giorno dei lavori congressuali i delegati votavano le tre mozioni (67% alla prima, 30% alla seconda, 3% alla terza) ed eleggevano il nuovo Comitato Centrale che risultava così composto: 247 membri per la prima mozione, 105 per la seconda, 12 per la terza. Il nuovo organismo eleggeva segretario Occhetto con 213 sì, 71 astenuti, secondo l’indicazione della “mozione due” e 23 no, secondo l’indicazione data da quelli della “tre”.

Una versione inedita del PCI

            Il 23 luglio si aprivano i lavori del Comitato Centrale e Occhetto, nella sua relazione introduttiva, cercava di riallacciare il dialogo con la minoranza introducendo l’idea della “casa comune” che, a detta del segretario, avrebbe permesso la convivenza tra le varie componenti politiche e culturali. Pensava ad una “casa comune” per non disperdere “l’originalità della tradizione del PCI” e, riguardo le critiche rivolte dalla minoranza alla fase costituente, da un lato ammetteva che vi erano stati errori, dall’altra sottolineava come fosse ingeneroso e infondato parlare di “fallimento della costituente”; invitava poi a fare i conti con i contenuti del progetto politico, abbandonando quelle che gli apparivano come astratte disquisizioni sul nome e sul simbolo.

            Dalla riunione che i membri della minoranza (mozione “due” e “tre”) tenevano subito dopo la relazione di Occhetto emergevano valutazioni diverse. Per alcuni si trattava di un’apertura di Occhetto, la sua proposta di “casa comune” piaceva ed era vista come garanzia di tutela verso le componenti di minoranza, qualunque fosse stato l’esito del prossimo congresso. Separando la questione del nome e del simbolo dai contenuti programmatici e concedendo spazio, almeno nominalmente, alla fraseologia della sinistra ingraiana, la maggioranza tentava di ricucire i rapporti con la minoranza della seconda mozione. In questo contesto l’operazione di differenziazione politica della maggioranza, condotta a partire dal mese di agosto da Bassolino, aveva come scopo quello di stabilire un ponte con l’elaborazione ingraiana. Bassolino riprendeva alcuni di quei contenuti spogliandoli di ogni valenza anticapitalista e comunista, li ricopriva di suggestioni politiche antagonistiche e conflittuali che potevano accontentare i “palati” politici di diversi esponenti della “mozione due”, rendendoli disponibili ad una eventuale partecipazione democratica alla “cosa” di Occhetto.

            Più severo era invece il giudizio di altri, tra i quali Salvato e Cazzaniga. La relazione di Occhetto appariva loro piena di contraddizioni, ambivalente, ondivaga, né ci si poteva mascherare dietro il progetto politico da costruire assieme, poiché già predeterminato anche nei contenuti, del tutto convergenti con l’intenzione di cambiare nome e simbolo al partito.            

            La decisione del governo italiano di partecipare con propri mezzi e uomini alla missione militare nel Golfo, dopo l’invasione del Kuwait da parte delle truppe irachene, suscitava una divisione all’interno dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato, riaccendeva il fuoco della polemica tra la minoranza e la maggioranza. Al Senato il 22 agosto 1990 al momento di votare, dieci senatori comunisti, disobbedendo alla decisione presa dal gruppo parlamentare, che si era espresso a favore dell’astensione, votavano contro. L’indomani la scena si ripeteva alla Camera dei deputati. Toccava a Ingrao il compito di spiegare, in aula, le ragioni del dissenso: “sento tutta la responsabilità di questo atto, ma in certi momenti, no, non si può tacere”. Gli faceva eco Garavini dichiarando che non si poteva tacere “su un problema cruciale come il rischio di una guerra”.

            Il 27 settembre 1990 il copione di agosto si ripeteva alla Camera al momento di votare il decreto che finanziava l’operazione navale italiana nel Golfo. La maggioranza del gruppo parlamentare comunista decideva per l’astensione, Ingrao e Garavini, seguiti da una quindicina di deputati, annunciavano che non avrebbero partecipato al voto in quanto nel Golfo era in atto un’”escalation militare” che comportava “seri pericoli di guerra”[10]. Il voto alla Camera e al Senato dissolveva quel paziente lavoro di ricomposizione con settori della “mozione due” che Occhetto e Bassolino avevano tentato.

Dal convegno di Arco alla mozione unica della minoranza

             Il 10 ottobre 1990, Occhetto scioglieva le riserve e comunicava alla stampa il nuovo nome e il nuovo simbolo del partito. Si sarebbe chiamato Partito Democratico della Sinistra (PDS) e avrebbe avuto come simbolo una grande quercia con sotto, rimpicciolito, il vecchio “marchio” del PCI. Nel corso della Direzione del partito, riunitasi l’11 ottobre, emergevano malumori che si tramutavano in un vero e proprio “scontro al vertice del PCI”, come annunciava nel titolo dell’articolo che riferiva dei lavori dell’organismo dirigente la stessa Unità.

            Col titolo un po’ civettuolo “in nome delle cose”, il 28 settembre 1990 ad Arco in provincia di Trento si aprivano i lavori del convegno della minoranza, cioè dei componenti le mozioni che avevano votato “no” all’ ultimo congresso. Vi partecipavano circa trecento persone fra parlamentari, dirigenti nazionali e locali, sindacalisti. Approssimandosi la data del XX congresso, la minoranza veniva sempre più a trovarsi di fronte ad uno snodo decisivo: rimanere comunque nella “casa comune” o “rifondare” il partito comunista?

            Magri nella sua lunga, circostanziata e organica, relazione[11] introduttiva, partiva da una riflessione critica sulla Rivoluzione d’ottobre, sui suoi sviluppi e sulle sue involuzioni, per affermare che era ancora possibile rivendicare, nonostante gli errori e le degenerazioni intrinseche al modello sovietico, la validità del marxismo e del comunismo, riferendosi a “quella critica da sinistra dello stalinismo” presente nella storia del marxismo occidentale, che era stata “sistematicamente marginalizzata”.

            Proseguendo nell’esposizione, Magri affrontava una delle questioni più attese dai partecipanti al convegno, quella relativa al modo di continuare la battaglia politica dentro il PCI in vista del prossimo congresso. Tornare indietro gli appariva impossibile, perché la svolta operata da Occhetto aveva testimoniato comunque un bisogno diffuso di rottura con la precedente continuità, cui non sempre la minoranza era stata capace di rispondere; di conseguenza, il PCI non poteva essere semplicemente “restaurato” e perdeva di senso anche parlare di solo rinnovamento, occorreva spingersi sulla strada della “rifondazione” del comunismo e del partito. Precisato che “la rottura sarebbe stata una sconfitta per tutti”, si trattava dunque di restare dentro il partito e partecipare alla discussione congressuale portandovi l’obiettivo della rifondazione comunista.

            L’atteso intervento di Ingrao dava tono alla discussione e costringeva i presenti a misurarsi sul che fare dopo il congresso, che doveva sancire la fine del PCI e la nascita di una nuova formazione politica. Ingrao, partendo dall’analisi dei rapporti di forza tra le componenti del partito, escludeva che fosse possibile ribaltare la maggioranza che lo governava e costituirne una nuova. Scartata questa possibilità, criticava chi coltivava l’idea di formare “un’avanguardia esterna”, che sarebbe stata solo “una piccola setta”. Qualunque fosse stato l’esito del prossimo congresso, occorreva collocarsi dentro il nuovo partito. Si poteva e si doveva rimanere comunisti dentro la nuova formazione politica al di là del nome nuovo che avrebbe assunto.

            Immediate le reazioni di altri esponenti della “mozione due”, puntualmente riprese da L’Unità del 30 settembre 1990. Per Libertini Ingrao era “un profeta disarmato” che non esprimeva l’insieme dell’area che era invece più che mai decisa a dare battaglia. Anche Salvato esprimeva i suoi dubbi: “non si può concludere scegliendo di stare comunque in questa cosa”, “non si può decidere di aderire ad un partito che non si sa cosa sia”, diceva Castellina e Diego Novelli vedeva nelle conclusioni di Ingrao una posizione rinunciataria. Per Bertinotti invece era ancora possibile condurre una battaglia politica congressuale e guadagnare ampi consensi attorno ad un progetto unitario del “no”, capace di superare e sintetizzare in una mozione unica le due componenti della minoranza. Anche Garavini sosteneva che la partita era ancora tutta da giocare dentro il partito e che, per il momento, non aveva senso parlare di separazione. Cossutta avanzava la proposta di unificare le due mozioni in vista del congresso il cui esito non gli sembrava scontato, rimanevano spazi per una possibile battaglia politica unitaria del “no”, contro l’attuale maggioranza e per avviare un processo di costruzione di un nuovo gruppo dirigente. Precisava però, quasi a cautelarsi circa le sue intenzioni future, che comunque, la “presenza e l’iniziativa dei comunisti” erano e rimanevano “un’esigenza oggettiva della società”, che non poteva esprimersi compiutamente solo nella forma di corrente di comunisti nella nuova formazione politica, c’era bisogno di un partito comunista rifondato[12].

            Nel corso di un successivo incontro, avvenuto a Roma il 5 novembre 1990, le due minoranze decidevano di presentarsi al congresso con un’unica mozione intitolata “Rifondazione comunista”. L’accordo era sancito da un breve documento nel quale, accantonato per ora il problema del “che fare?” nel caso di una vittoria congressuale di Occhetto e dello scioglimento del PCI, si affermava che l’obiettivo era quello di battere l’ipotesi di costituente prospettata dalla maggioranza. Si doveva partecipare al congresso per vincerlo. Rispetto al nuovo simbolo e al nuovo nome, la minoranza decideva di riproporre il simbolo tradizionale del PCI e il vecchio nome con l’aggiunta del motto “Democrazia socialismo”. 

Verso il XX Congresso

            Il quotidiano del partito, nell’edizione del 17 novembre 1990, dava ampio spazio alla presentazione delle tre mozioni preparate per il XX Congresso. La prima, Per il partito democratico della sinistra, detta anche “documento Occhetto”, proponeva che il congresso decidesse di dar vita ad un nuovo partito dal nome “Partito Democratico della Sinistra”. Il nuovo partito era la conclusione “coerente di tutta una elaborazione passata” e rappresentava l’inizio di una nuova fase in “vista del grande obiettivo del socialismo”. Si ribadivano poi le caratteristiche organizzative che la nuova formazione voleva assumere: essere un partito di massa, non ideologico e programmatico. Un partito che doveva superare definitivamente il centralismo democratico, senza cadere nella degenerazione correntizia. In Italia occorreva rifondare democraticamente lo Stato alla luce della crisi che chiudeva la prima fase della storia repubblicana; a tal fine il partito doveva lavorare per costruire un’alternativa di governo in cui la sinistra fosse in grado di attrarre forze progressiste, laiche e cattoliche. Sul piano internazionale il documento collocava l’azione del nuovo partito dentro l’internazionale socialista e a favore di un nuovo ordine mondiale basato sul ruolo dell’ONU, sul rifiuto della guerra e su una nuova solidarietà Nord-Sud del mondo.

            La seconda mozione, Rifondazione comunista, affermava che rimuovere l’identità dei comunisti italiani era un grave errore, in quanto “un rinnovato punto di vista comunista” era “essenziale per capire la realtà e per cominciare a trasformarla”.  Per questo proponevano di mantenere il vecchio simbolo aggiungendovi la scritta “Democrazia socialismo”. Il testo conteneva poi un’analisi critica della politica del PCI a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, quando le “intuizioni” di Berlinguer sull’austerità, sulla pace, sullo sviluppo e sulle contraddizioni di sesso, “trovarono ostacoli anche dentro il partito e rimasero largamente inascoltate”. Molto negativo era il giudizio sulla svolta operata da Occhetto, perché nessuno degli obiettivi da lui enunciati era stato raggiunto. Per quanto riguardava la situazione internazionale il documento faceva riferimento alle giuste posizioni espresse da Ingrao sulla guerra nel Golfo, per poi sostenere che, di fronte alla gravità della crisi italiana, era stato un errore porre l’accento quasi esclusivamente sulla riforma istituzionale. Infine, si pronunciavano per una reale politica di alternativa, non solo di governo, ma basata su contenuti sociali ed economici diversi rispetto a quelli perseguiti dalla classe dirigente italiana. Le ultime righe erano dedicate a rassicurare coloro i quali temevano una rottura del partito: “rifondazione comunista è l’esatto contrario di ogni progetto di separazione”.

            La terza, Per un moderno partito antagonista e riformatore, detta anche “testo Bassolino”, si presentava come la sommatoria di comunisti della maggioranza e della minoranza che volevano contrastare “lo spostamento a destra dell’asse politico e strategico della svolta”. Questa battaglia, al di là delle riserve sul nome e sul simbolo che qualcuno ancora manteneva, andava condotta comunque dentro la nuova formazione politica. La mozione stessa era presentata come “un contributo all’unità del nuovo partito” i cui caratteri culturali erano l’assunzione della parità di genere e dell’antagonismo riformatore, entrambi da coniugare con un progetto “di rifondazione della democrazia italiana”, mediante la costruzione di un’alternativa alla DC.

            Scontata era l’affermazione della mozione di maggioranza che si avviava a portare al congresso il 64% dei delegati. La mozione di “Rifondazione comunista” non aveva ottenuto nuovi consensi anzi, l’entrata in campo di Bassolino ne aveva eroso una parte. In questo contesto, veniva avanzata, da parte di 18 senatori della minoranza la proposta di costituire il PDS su base federativa. In un partito federato poteva essere garantita “l’autonomia politica e organizzativa delle forze che sostengono la rifondazione comunista”, diventando una soluzione onorevole per “non disperdere l’enorme patrimonio dei comunisti italiani”[13]. La proposta cadde ben presto nel dimenticatoio, respinta in primis dallo stesso Occhetto.

            Il 6 gennaio 1991 a Roma, presso il Teatro Lirico, si svolse un’assemblea alla quale parteciparono 1500 persone fra vecchi e giovani militanti, universitari in rappresentanza del “movimento della pantera”, esponenti dei circoli raccolti attorno alla rivista Marxismo oggi, comunisti “autoconvocati”. Presente nella sala una delegazione di Democrazia Proletaria. Sul palco della presidenza Cossutta, Libertini, Salvato, Serri, Garavini, esponenti della minoranza che si caratterizzavano sempre più per la decisione di perseguire il progetto della rifondazione comunista anche nel caso, ormai del tutto prevedibile, di una vittoria di Occhetto al congresso.

            L’esito del XX Congresso era largamente scontato, il documento di Occhetto otteneva il 64% dei voti dei delegati, la mozione relativa al nuovo nome e al nuovo simbolo sfondava il 70% dei consensi in quanto al voto dei delegati del documento Occhetto si aggiungevano quelli che si erano riconosciuti nel documento Bassolino. Giunti a questo punto la minoranza contraria al progetto di Occhetto doveva scegliere. Per Tortorella, Ingrao e altri, occorreva rimanere nel nuovo partito. Nel suo intervento Tortorella, commosso, sosteneva che non poteva ignorare la scelta compiuta “dalla maggioranza dei compagni della mia vita” e si pronunciava contro la scissione in quanto la rifondazione comunista poteva avvenire solo in un partito di massa. Per questa ragione, concludeva, resteremo da comunisti nel nuovo partito. Al suo discorso si affiancava quello di Ingrao con un appello all’unità che suscitava un caldo applauso da parte della platea. Diverso invece l’atteggiamento di altri esponenti della minoranza, come risulta dagli interventi pubblicati sull’Unità del 2 e 3 febbraio 1991. Se Libertini, cautamente, sosteneva che intendeva restare comunista perché quella teoria e quella pratica erano più che mai attuali, soprattutto dopo che, finalmente, si erano “liberate dalle deformazioni autoritarie che ne hanno tragicamente contraddetto i principi”, Garavini, in un passaggio del suo intervento, preannunciava che sarebbe stata ben difficile e problematica la sua adesione al PDS. Ormai sicuro delle sue scelte Cossutta concludeva così l’intervento: “siamo al dunque”, si tratta di lavorare “per garantire in Italia un’autonoma, moderna, rifondata presenza comunista”. 

L’ultimo congresso del PCI e il primo del PDS

            La domenica mattina del 3 febbraio 1991 Garavini tenne una conferenza stampa durante la quale annunciò che una parte dei delegati non avrebbe partecipato alla costituzione del PDS, cosa che sarebbe avvenuta quel giorno stesso dopo lo scioglimento del PCI. Alle ore 13 di quello stesso giorno una novantina di delegati, su 1300 circa, abbandonava la sala del congresso, senza clamori e senza gesti plateali. Raggiunta una sala tappezzata con i vecchi manifesti del PCI, quelli blu con il simbolo, e alcune bandiere, Rino Serri, Libertini, Niki Vendola, Cossutta, Garavini, Paolo Volponi e Salvato illustravano alla stampa le ragioni delle loro decisioni. Occhetto, nell’intervento conclusivo tacciava quelli che avevano abbandonato l’assise di “settarismo propagandistico e primitivo”, proprio mentre un gruppo di compagni si recava presso un notaio di Rimini per depositare l’atto della costituzione di un’associazione denominata “Partito Comunista Italiano”. Soci fondatori erano Cossutta, Garavini, Libertini, Salvato, Serri, Cappelloni e Bracci Torsi.


[1] Ho ripreso con alcune aggiunte e integrazioni due miei articoli pubblicati sul Calendario del Popolo, sui numeri 597 e 598 di aprile e maggio 1996.

[2] A. Natta, Relazione, in XVII Congresso del PCI. Atti, Risoluzioni, documenti, Editori Riuniti, Roma, 1987, p.26.

[3] “Documenti approvati al XVII Congresso, in XVII Congresso del PCI, cit., p.673.

[4] A. Cossutta, Dissenso e unità, Teti, Milano, 1986, p. 12.

[5] A. Cossutta, prefazione al testo di L. Cortesi, Le ragioni del comunismo, Teti, Milano, 1991, p. 9.

[6] Il documento di Cossutta, L’Unità, 26 novembre 1988.

[7] Ibidem

[8] La relazione di Occhetto al XVIII Congresso, L’Unità, 19 marzo 1989

[9] A. Cossutta, Vecchio e nuovo corso, Vangelista, Milano, 1988, p. 35.

[10] Cfr., L’Unità, 28 settembre 1990.

[11] Pubblicata sui numeri 3 e 4 della rivista Comunisti Oggi del 15 ottobre e del 1° novembre 1990.

[12] L’intervento di Cossutta e quello di Gravini furono pubblicati su Comunisti Oggi, n.3, 15 ottobre 1990.

[13] Il PDS una federazione?, L’Unità, 22 dicembre 1990.