Dentro una fase di transizione incerta e pericolosa
di Franco Turigliatto
Siamo entrati in una fase di transizione terribile e drammatica, dagli esiti imprevedibili sul piano internazionale, segnata più che mai dagli interventi imperialisti USA in Medio Oriente e dall’azione coloniale del governo sionista di Israele a Gaza, in Cisgiordania ed ora anche in Libano, in un alternarsi di false tregue e di ripresa violenta dei bombardamenti, mentre la guerra in Ucraina, innestata dall’aggressione russa del 2022, continua implacabile e non si vede uno spiraglio che porti almeno a una tregua.
Ma è una fase di transizione anche molto delicata nel nostro paese, segnata da queste vicende internazionali, ma anche dagli sviluppi della situazione sociale, con le grandi mobilitazioni per la Palestina e contro la guerra e dalla sconfitta del governo nel referendum. La fase di transizione si esprime anche sul piano politico con le evidenti difficoltà del governo Meloni e delle forze della estrema destra, da alcune potenzialità positive, ma anche dalle debolezze strutturali dei partiti dell’opposizione istituzionale, per non parlare poi della radicale debolezza delle forze della sinistra alternativa; queste ultime sono deboli sul piano organizzativo, ma anche negli orientamenti politici strategici.
Sullo sfondo, decisivo, ma un po’ avvolto in una bruna, un movimento sociale latente, manifestatosi forte in autunno, presente nella giornata del 28 marzo, che ha fatto sentire il suo stato d’animo nel voto referendario, ma che ha grande difficoltà a tradursi in presenza organizzata permanente e soprattutto di attivarsi e confliggere a livello di massa sui diversi temi sociali ed economici per resistere alle politiche liberiste del governo. Interessante l’interpretazione del movimento attuale che viene data su Jacobin:“…per movimento non intendiamo l’organizzazione tradizionale di cortei, comitati, leader e portavoce, ma una reazione carsica in grado di condensarsi in momenti di catalizzazione… un sommovimento che presenta una domanda politica di cambiamento anche se non sembra potersi trasporre automaticamente nelle forme classiche della politica, i partiti, le elezioni, la rappresentanza.”
Alcune difficoltà del governo
Il governo delle dell’estreme destre e la narrazione politica della Meloni hanno cominciato a incrinarsi di fronte alla crisi internazionale sempre più acuta, agli interventi imperialisti, alle palese corresponsabilità nel genocidio palestinese, allo stretto e rivendicato rapporto con gli USA, ma anche ai danni prodotti dalle politiche economiche che hanno continuato a peggiorare la condizione di vita della maggior parte della popolazione e segnatamente delle donne, infine alla particolare avversione dei partiti di maggioranza verso i giovani e verso i migranti e la loro diretta responsabilità delle morti in mare. Dopo la sconfitta referendaria, Meloni, uscita malconcia dalla rottura dell’amicizia con Trump, sta cercando un cambio di passo, o di maschera, che si esprime nella distanza col Presidente americano, sempre più imprevedibile nelle sue “gesta” quotidiane, e nel riavvicinamento con gli altri governi europei, per altro non meno responsabili delle politiche neocoloniali dell’occidente nei confronti dei popoli del Medio Oriente; questi sono oggi intenti a progettare un loro intervento nel Golfo per difendere gli interessi delle borghesie europee, messe sotto pressione dal concorrente americano.
Il problema fondamentale per Meloni e soci resta la politica economica – coi disastri provocati dalla crisi energetica -, che grava come un macigno sulle prospettive economiche future e sulla vita dei cittadini, dalla tagliola del patto di stabilità di cui la Meloni chiede l’allentamento per evitare una finanziaria lacrime e sangue, in cui sempre meno potrà difendere le rendite di posizione della piccola e media borghesia, base fondamentale dell’elettorale delle destre. Non sarà facile per l’impresentabile gruppo dirigente governativo tenere la barra e riconquistare il terreno perduto, ma non basta un referendum e la sconfitta del sodale Orban in Ungheria a cambiare un vento negativo che spira in tutta Europa: là dove sono all’opposizione le destre sono in forte crescita e le scelte dell’UE sono sempre più condizionate dalla loro presenza.
In questi giorni FdI, Lega e FI hanno dovuto fermarsi (per ora?) di fronte all’ennesima vergogna di un provvedimento su salari e contrattazione del leghista Durigon (previsto come “regalo” per il I maggio ai lavoratori) che ha trovato la critica della stessa Confindustria e che spinto le tre Confederazioni sindacali assai divise a ritrovarsi, per denunciarlo. Ma sono andati avanti come un treno con il varo di nuove misure repressive, illiberali e anticostituzionali volte a comprimere e reprimere il dissenso e le mobilitazioni, peggiorando addirittura il testo unico di sicurezza fascista del ‘31 e la famigerata legge Reale del 1975. Un decreto sulla sicurezza che apre alla famigerata Remigrazione ma che deve essere convertito in legge entro la data fatidica e simbolica del 25 aprile.
Sarebbe quindi un grave errore scommettere sulla inevitabile sconfitta delle forze del centro destra nelle prossime elezioni, anche perché molto poco viene fatto da parte delle forze della opposizione istituzionale per costruire le condizioni sociali e la credibilità di una alternativa politica.
Debole mobilitazione sociale e natura e limiti della opposizione
Non c’è continuità della mobilitazione sociale, elemento decisivo per erodere il terreno sotto i piedi delle destre e la loro credibilità. Ci sono le tirate verbali di Landini sui media e nei talk televisivi, che sembrano rimandare alla ben conosciuta pratica del massimalismo italiano perché il gruppo dirigente CGIL è impegnato al suo interno più a scontrarsi sulla nomina del futuro segretario che non a costruire un movimento all’altezza della sfida sociale: nessuna continuità seria e coordinata nelle lotte che pure sono tante su crisi industriali, salari e occupazione, ma del tutto frammentate; permane sui luoghi di lavoro una debole capacità di sciopero complessiva e livelli di coscienza molto confusi, non escluso il rischio anche che qualche settore di lavoratori possa vedere la soluzione dei loro problemi occupazionali nello sviluppo dell’unico comparto industriale che tira a pieno ritmo, quello delle armi. Come se non bastasse anche la FLC-CGIL ha firmato un pessimo contratto di categoria insieme agli altri sindacati.
PD e M5S hanno salutato la vittoria del referendum quasi illudendosi di avere una futura vittoria elettorale già in tasca, incapaci di comprendere le ragioni profonde e complesse di quel risultato, rilanciando in modo stupido e sfacciato la proposta delle primarie, un orrore politico su chi dovrebbe dirigere lo sgangherato carrozzone del campo largo, mostrando quale sia la qualità politica dei loro progetti e suscitando la stessa reazione dei loro padri storici, dei loro vecchi dirigenti in zona di parcheggio e dei giornalisti di sostegno. Così, ora Schlein e Conte sono stati costretti a parlare genericamente di programma come presupposto fondamentale per costruire lo schieramento alternativo alle destre, anche se la contesa su chi deve avere il timone dell’operazione continua come prima, opportunamente manovrato dai giornali della grande borghesia.
Avete detto programma e progetto? Proprio qui sta la grande difficoltà di PD e M5S, congiunta alla loro incapacità congenita di pensare una mobilitazione sociale forte.
PD e M5S sono debitori di due padroni: da una parte dovrebbero rispondere alle richieste popolari di alternativa sociale ed economica in termini di lavoro sicuro, occupazione, salario, contrasto al riarmo imperialista europeo e alla guerra, dall’altra alla classe borghese a cui fanno riferimento che impone loro di restare dentro i paletti delle regole capitaliste liberiste, cioè una semplice alternanza di governo di un sistema economico immutabile. Per altro un programma, minimamente radicale, nei contenuti e non in formule generiche, entrerebbe subito in contrasto con le regole del patto di stabilità, cioè con le elites più o meno liberali europee da cui sono subordinati e dipendenti. Sono incapaci e impossibilitati a produrre un programma anche solo paragonabile a quello del Labour di Corbyn di alcuni anni fa o a quello della coalizione delle sinistre in Francia nelle elezioni di un anno fa, che impedì alla Le Pen di vincere le elezioni. Per di più “campo largo” significa imbarcare gli impresentabili politicanti del cosiddetto centro estremo, Renzi e soci, garanzia sicura di scelte disastrose e distruttive. L’alternanza già vista troppe volte nel passato, ha vita e respiro breve e porta a nuove delusioni e demoralizzazioni; si alzerebbero ancor più le vele della estrema destra.
L’alternativa politica e sociale necessaria dovrebbe infatti esprimere un programma che metta in discussione i dogmi capitalisti del profitto e del riarmo, e aiuti la costruzione del movimento di massa sapendo rispondere ed interpretare diverse sensibilità ed attese presenti nelle classi lavoratrici e in particolare tra i giovani e le donne: l’elemento etico e morale di ripulsa dei genocidi e della guerra, la paura e la necessità di battere fascismo strisciante e cacciare il governo Meloni, la difesa della condizione economica e sociale e di vita, compresa la dimensione ambientale, la costruzione di una nuova speranza in una società diversa che noi sintetizziamo nella parola ecosocialismo.
Va da sé che servirebbe un partito – che non c’è – che con umiltà e presenza nei movimenti sociali, sapesse tessere le fila di questi legami e di queste convergenze e che potesse esprimere questo progetto anche credibilmente nel prossimo terreno elettorale.
Leggi elettorali antidemocratiche e non rappresentative
E qui c’è un altro nodo quasi insormontabile. Non esiste, come in un ormai lontano passato, una legge democratica elettorale che permetta a ogni forza politica di presentare il proprio programma e alle elettrici ed elettori di scegliere liberamente chi sostenere, senza soglie elettorali assurde e discriminatorie. L’attuale legge elettorale, giudicata per altro incostituzionale dalla Corte Costituzionale, come le precedenti, basata sulla combinazione tra un maggioritario dominante e un proporzionale irrilevante (con soglia d’accesso molto alta), ha permesso alla coalizione della destra, con appena il 30% dei voti degli aventi diritto, di avere una assurda maggioranza parlamentare che sfiora il 60%, complice anche la “geniale” divisione tra PD di Letta e M5S che lasciarono via libera alle destre nei collegi uninominali.
Questa determina una rappresentanza fasulla sia perché stravolge negli eletti in Parlamento il voto espresso, ma anche perché spinge o obbliga le elettrici ed elettori non a votare chi meglio esprime e rappresenta le loro posizioni, ma il cosiddetto “meno peggio”. Il voto non è veramente libero, ma fortemente condizionato. E’questa la base costitutiva dell’alternanza: il sistema borghese è dato e in Parlamento devono arrivare solo coloro che lo vogliono mantenere ed applicare il famoso pilota automatico della borghesia. Il disegno di legge elettorale che le forze dell’estrema destra stanno avanzando nel timore che l’unità delle opposizioni parlamentari, porti a una loro sconfitta, non è da meno. E’un proporzionale truffaldino con una forte soglia di sbarramento, che permetterebbe alla coalizione che raggiungesse almeno il 40% dei voti di avere quasi il 60% degli eletti in Parlamento. Una totale alterazione anche in questo caso della rappresentanza popolare che rimanda direttamente alla legge Acerbo del 1923 per le elezioni del 1924 che permisero al fascismo di affermarsi appieno, quel fascismo che, non a caso, è il retroterra politico e ideologico delle forze oggi al governo.
E’ in questo quadro che il Parlamento è diventato sempre più irrilevante, una semplice camera di registrazione delle decisioni del potere esecutivo, che ha preso il totale sopravvento su quello legislativo.
Prima di ogni altra cosa va fatto quindi una battaglia per la democrazia, per una legge elettorale proporzionale che rappresenti veramente la volontà del popolo.
Grande incertezza nella sinistra
Anche perché il rischio, anzi la certezza, è che nelle forze della sinistra radicale si produca una discussione assai difficile e contradditoria sulla scadenza elettorale; questa sta già scindendo in due il PRC, la forza maggiore a sinistra del centro sinistra, con una maggioranza che propone nei fatti, al di là delle formulazioni, di rientrare nel centro sinistra, a cui fa da contraltare la scelta di Potere al Popolo di presentarsi autonomamente, con una impostazione fortemente settaria e di semplice autoaffermazione.
Ripiegamento e/o settarismo, a cui si aggiunge in tutte le componenti una più o meno spiccata tendenza a un “campismo, più o meno esplicito o latente, non solo profondamente errato, ma anche insopportabile usando il metodo dei “due pesi e due misure”, quello che giustamente si rimprovera alle forze e ai giornali borghesi nel giudicare i fatti internazionali. Si denunciano giustamente i crimini dell’imperialismo principale gli USA compiuti insieme a Israele, entrambi scatenati, ma dall’altra non si vogliono vedere i crimini di altri imperialismi, a partire da quello russo, con la guerra che ha scatenato in Europa che ha già fatto oltre un milione di morti e feriti. Leggete i testi delle forze maggiori della sinistra radicale e vedrete che l’Ucraina non viene molte volte nemmeno citata per caso.
Verso il 25 aprile e il I maggio
Si ripropone una difficile stretta per tutte e tutti, tra la necessità di evitare che Meloni e soci possano avere un’altra chance di rilancio che sarebbe disastrosa e la necessità di costruire una forza politica coerentemente alternativa eco socialista.
Ma su tutto questo avremo modo di ritornare molto presto.
Per intanto nei prossimi giorni ci attendono due scadenze fondamentali politiche e simboliche del movimento dei lavoratori: ll 25 aprile e il Primo maggio.
Facciamo vivere in tutti questi giorni in ogni piazza, in ogni città e paese la mobilitazione contro i movimenti fascisti che hanno rialzato la testa in tutto il mondo, contro ogni imperialismo, contro il governo dell’estreme destre. La lotta antifascista è indispensabile oggi come 81 anni fa ed è una battaglia di piena convergenza con la lotta di classe, la lotta internazionalista delle classi lavoratrici espressa nella giornata del I maggio per i loro diritti e per una alternativa di giustizia sociale ed ambientale.
Oggi come ieri contro il riarmo e la guerra, per i diritti dei popoli e la loro autodeterminazione, a partire da quello palestinese, per l’indispensabile unità delle lavoratrici e dei lavoratori al di sopra delle frontiere contro i fascisti, i capitalisti e gli imperialisti.