Contratto scuola: di storico c’è solo l’impoverimento

di Danilo Corradi (da editorialedomani.it) 

Altro che “aumenti”, la verità è uno storico impoverimento del mondo della scuola e del lavoro dipendente più in generale. Ho messo in ordine qualche numero e qualche idea per “Domani”.
Il ministro Valditara ha annunciato la firma “storica” della parte economica del nuovo contratto del comparto Scuola per il triennio 2025-2027. 137 euro di aumento medio (al lordo) a cui togliere l’indennità di vacanza contrattuale già inserita in busta paga (25 euro medi), per un totale netto di circa 70 euro. Cosa c’è di “storico”? Il ministro ha sottolineato come questo “aumento” si cumuli ai rinnovi 2019-21 e 2022-24, portando nelle tasche dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola ben 395 lordi in media!
Peccato che il ministro scordi il vero dato storico del nostro tempo: il ritorno dopo decenni di un’inflazione significativa. L’aumento dei prezzi rende fondamentale distinguere il salario nominale (aumentato di 395 euro lordi in 9 anni) dal salario reale (quello al netto dell’inflazione). Visto l’aumento dei prezzi posso comprare più o meno merci con quei 395 lordi in più in 9 anni? Facciamo qualche calcolo. Dal 2019 al 2027 (incluso l’ultimo rinnovo) il salario lordo del comparto scuola è aumentato di circa il 19%, l’inflazione accumulata nello stesso periodo è di circa il 28% (calcolando per il 2026-27 un aumento annuo dei prezzi del 2%). Risultato? I salari reali di docenti e personale Ata sono diminuiti in termini reali di almeno 9 punti percentuali, parliamo di circa 140 euro mensili di potere d’acquisto e di oltre una mensilità se facciamo un calcolo annuale. Un quadro che potrebbe rapidamente aggravarsi con una tendenza dei prezzi in rapida crescita per via del conflitto scatenato da Trump e Netanyahu. Il bollettino di marzo della Bce già prevede un’inflazione cumulata dell’Unione Europea per il triennio 2025-2027 vicina al 7% (previsione che rischia di rivelarsi ottimistica), mentre il rinnovo appena firmato non arriva al 6% d’incremento salariale. Il Ministro Valditara aveva promesso un recupero dell’inflazione non considerata nel rinnovo 2022-24 (pari a circa 9 punti percentuali) nel contratto successivo, che invece determina un’ulteriore perdita di potere di acquisto rispetto alla crescita dei prezzi. Una dinamica che rischia di fare scuola anche per altri settori del lavoro dipendente in attesa di rinnovo, sia per i dipendenti pubblici che fino al 2024 hanno seguito la stessa identica dinamica salariale del mondo della scuola, che per il settore privato, che in media nel 2022-24 ha perso 8 punti percentuali di potere d’acquisto.
A questa dinamica si aggiunga il Fiscal Drag, una trappola fiscale che subiscono tutti i lavoratori e anche i pensionati. Salendo il salario, o la pensione, nominale (ma non reale), le aliquote più alte vanno a pesare maggiormente sull’imposizione complessiva, mentre alcuni redditi salgono anche di scaglione contributivo. Anche per questa ragione la pressione fiscale ha raggiunto proprio in questi giorni un livello “storico”, toccando quota 51,4% del reddito totale del paese, incremento quasi tutto a carico del mondo del lavoro e dei pensionati. Dunque, il salario reale lordo si è ridotto del 8/9%, il netto si è ridotto ulteriormente per via della crescista del drenaggio fiscale che ha portato nelle casse dello Stato 25 miliardi aggiuntivi solo nel triennio 2022-2024. Un drenaggio che crescerà ulteriormente nel 2025-2027.
Qualcuno penserà a una lamentela eccessiva degli insegnanti e dei dipendenti pubblici più in generale, in fondo c’è chi sta peggio. Questo è indubbiamente vero, ci sono professioni e condizioni contrattuali peggiori. Ma la storia ci insegna che se un comparto del mondo del lavoro perde salario non è che venga dato a chi sta peggio, ma scende complessivamente la quota salariale, con un peggioramento che vale per tutti e tutte. Una tendenza reale. Secondo un rapporto dell’Inapp del 2023, la quota di reddito che finisce in salari è passata dal 78% del 1960 al 60% del 2022, mentre quella dei profitti è passata dal 22% al 40%, senza dunque includere la dinamica degli ultimi anni che addirittura radicalizzato la tendenza. Una tendenza internazionale, ma che in Italia è decisamente più marcata. L’Ocse ci dice che dal 1990 al 2022 i salari reali (a parità di prezzi) in Italia sono calati, a differenza di tutti i principali paesi europei, dove sono aumentati.
Quindi il ministro in fondo ha ragione, c’è qualcosa di storico relativamente ai salari del mondo della scuola: l’impoverimento. Un impoverimento paradigmatico della condizione dell’intero mondo del lavoro dipendente, e che i rinnovi (privati e pubblici) stanno di fatto rafforzando e certificando. La perdita di oltre dieci punti percentuali di salario in quasi dieci anni non ha precedenti almeno in età repubblicana. Forse è giunto il tempo di porre con forza la questione salariale al centro del dibattito politico e sindacale?