Ungheria e noi. Alcune considerazioni sulla sconfitta di Orban
di Fabrizio Burattini (da Refrattario e controcorrente)
I risultati, ormai, sono definitivi. Il conservatore cattolico Peter Magyar, ex collaboratore di Viktor Orban passato all’opposizione, ha vinto le elezioni parlamentari in Ungheria tenutesi ieri, ottenendo una maggioranza qualificata di due terzi. Cosa che gli consentirà, se lo vorrà e se glielo lasceranno fare, di smantellare il sistema instaurato dall’ex presidente nazionalista filoputiniano, che ha riconosciuto la propria sconfitta.
Le dichiarazioni trionfalistiche, visti i risultati, sono scontate: “Abbiamo liberato l’Ungheria”, ha proclamato in tarda serata Peter Magyar, durante gli affollatissimi festeggiamenti a Budapest, accolto dalle acclamazioni di decine di migliaia di persone, alcune delle quali hanno sparato fuochi d’artificio. “Insieme abbiamo abbattuto il regime di Orban. Abbiamo liberato l’Ungheria, abbiamo riconquistato la nostra patria”, ha aggiunto sventolando la bandiera ungherese.
Secondo i risultati ufficiali, relativi ad oltre il 98% dei seggi, il partito di Magyar, Tisza ottiene 138 seggi su 199 con il 53,56% dei voti, contro i 55 seggi e il 37,86% dei voti per Fidesz, il partito di Orban. E questo anche grazie a un’affluenza record del 79,50%. Orban, come si diceva ha preso atto di risultati “dolorosi ma inequivocabili” e si è “congratulato il partito vincitore”.
Al di là del valore intrinseco del risultato, su cui torneremo nei prossimi giorni, occorre sottolineare due elementi.
Da un lato la semplice costatazione che in Ungheria qualunque opzione pur timidamente di sinistra moderata o radicale che sia, che proponga una prospettiva diversa dal capitalismo di rapina che si è installato in quel paese (e ovviamente non solo in quel paese) da alcuni decenni è apparsa totalmente fuori gioco. Oggi tutte le ungheresi e gli ungheresi progressisti e democratici (e anche noi con loro) sono costretti ad esultare per la vittoria di un ultra conservatore perché ha sconfitto un parafascista.
E’ un po’ come se noi qui dovessimo in un’ipotetica prospettiva esultare per un’eventuale vittoria del partito di Marina Berlusconi e di Antonio Tajani se decidesse di contrapporsi a Giorgia Meloni… E’ proprio il segno dei tempi e del disastro della sinistra.
E l’altro elemento è che la sconfitta di Orban è anche una cocente sconfitta per Trump, Netanyahu, Meloni, Salvini, Le Pen, l’AfD tedesca, l’argentino Milei, e tutta la loro congrega neofascista. Non a caso, almeno fino al momento in cui scriviamo, tutta l’estrema destra mondiale che si era apertamente e unitariamente pronunciata a favore del loro amico ungherese, tace e fa finta di niente.
E non si dimentichi (non credo che i “sinistri radicali” nostrani vogliano rendersene conto) che la sconfitta è anche e per certi versi soprattutto quella di Putin e delle sue mire.
Dietro la sconfitta di Orban e dei suoi amici sparsi per tutta l’estrema destra mondiale, ci sono la resistenza ucraina, la rivolta dei giovani serbi, la sconfitta del referendum Meloni e il movimento statunitense dei “No Kings”.
Guardando meglio nei risultati e nelle dichiarazioni non tanto di Magyar ma dei giovani di Budapest e delle altre città del paese, la sconfitta ha rappresentato una vera e propria ondata di dignità nazionale contro Putin, la sua entità ha impedito il colpo di stato che sia Vance sia Putin sia lo stesso Orban avevano preso in considerazione, sul modello di Capitol Hill del 2021.
Naturalmente, il sistema oligarchico di Orbán, una forma sfacciata di capitalismo autoritario e neoliberista, non scomparirà da solo, né perlatro questo è nel programma d Magyar che vuole preservare il sistema cercando però di mediarlo con gli interessi e gli stili di lavoro della tecnocrazia della UE. Peter Magyar, infatti, come abbiamo più volte sottolienato, è e resta un nazional-conservatore che ha scelto di rimanere nazionalista anche se la logica del conservatorismo nazionale lo ha portato a sottrarsi dal putinismo sfacciato di Orban.
Il futuro dell’Ungheria è nelle mani delle migliaia di giovani che da ieri sera hanno invaso le strade di Budapest, nella società civile che si mobilita e si organizza, nella possibilità che non si fermino e non si accontentino della vittoria di Magyar. Questo può essere solo l’inizio.
Quello che è accaduto ieri sera a Budapest deve incoraggiare tutte e tutti noi, perché ci indica non c’è la presunta invincibilità del fascismo 2.0, del neo-reazionarismo che Orban, Meloni, Trump, Putin & Co. rappresentano.
Ma ci indica anche la profondità della crisi della sinistra, di una sinistra veramente radicale, internazionalista e intransigentemente democratica che non c’è in Ungheria e, ahinoi, neanche qui da noi, più a Occidente.