Sanità: non solo Covid

di Fabrizio Burattini

Ieri, 17 maggio, è stata la “giornata nazionale del malato oncologico”, istituita nel 2006, non più e non tanto come giornata della pietà verso i malati, ma come celebrazione dell’amore per la vita, che è un’energia formidabile per aiutare le/i malate/i a sopravvivere e, sempre più spesso, a guarire. I progressi nella diagnostica e nella sua tempestività, e nelle terapie hanno consentito al servizio sanitario nazionale di far guarire il 50% dei circa 370.000 che ogni anno in Italia scoprono di avere un cancro. Ad una buona parte del restante 50% il sistema sanitario, con le sue cure, permette di “cronicizzare” la patologia e di convivere con essa più o meno a lungo. Oggi in Italia circa 3,5 milioni di persone (il 6% della popolazione) porta con sé una pregressa diagnosi di tumore.

Tutto ciò è stato possibile perché, da anni, quotidianamente, migliaia di addetti, interi reparti degli ospedali pubblici si sono dedicati alla prevenzione, alla diagnosi e alla terapia di questa malattia.

Durante la pandemia, in Italia, il servizio sanitario, soprattutto nelle zone più colpite, troppo spesso è stato ridotto ad un servizio di pronto intervento Covid-19, riconvertendo nell’emergenza grandissima parte delle energie umane e materiali a disposizione. Con buona pace di tutte le altre patologie. Si è calcolato che in questi tre mesi le diagnosi di tumore si siano ridotte del 52% e siano stati ritardati a dopo la fine dell’emergenza il 64% degli interventi (chirurgici, radio e chemioterapici) già programmati per le/gli ammalate/i.

Anche questo è il frutto avvelenato di un sistema sanitario nazionale (e regionale) che ha subito i tagli e le ristrutturazioni privatistiche degli scorsi decenni, che ha troppo spesso azzerato il prezioso rapporto tra rete ospedaliera pubblica e servizi di prevenzione sul territorio e che ha messo tragicamente da parte quel “principio di ridondanza” indispensabile in una struttura con queste finalità.

Lo studio è inglese (un altro paese colpito nel recente passato dal flagello del neoliberismo e oggi dal Covid-19), ma non si vede perché questo non possa accadere anche in Italia: l’University College di Londra stima in quasi 18.000 in più i morti che l’analogo ritardo prodottosi in Gran Bretagna potrebbe causare.

Proprio per questo, per denunciare le spaventose carenze nel servizio sanitario evidenziate dall’emergenza coronavirus, ma soprattutto per sollecitare le istituzioni a intervenire urgentemente, numerose associazioni di volontariato impegnate nella lotta al cancro (Favo, Aiom, Airo, Sico, Sipo, Fnopi, Europa Donna Italia e IncontraDonna) hanno stilato un Documento programmatico per affrontare la cosiddetta fase 2. In esso si avanzano, anche grazie alla collaborazione delle associazioni con numerosissimi operatori e specialisti attivi nel settore, importanti proposte: il potenziamento della telemedicina, delle cure territoriali e dell’assistenza domiciliare, l’incremento del numero di interventi chirurgici, l’aggiornamento e l’incremento del parco tecnologico delle apparecchiature di radioterapia, l’immediata riattivazione di tutti i programmi di screening, la realizzazione delle “reti oncologiche regionali”, con investimenti importanti nella medicina di precisione.

Oggi, i politici cercano di rassicurare l’opinione pubblica garantendo che, con gli interventi messi in cantiere in questi mesi, l’Italia finalmente avrebbe oggi un numero di posti di terapia intensiva in grado di reggere eventuali nuove emergenze. Ma la sanità non è solo coronavirus. Non dimentichiamo che di cancro si muore molto più che di Covid-19.