Declino produttivo, aumentano i tavoli di crisi. E Stellantis taglia i dipendenti

di Riccardo Chiari (il manifesto)

L’industria italiana è sempre più vicina a una crisi strutturale. «Non siamo di fronte a una fluttuazione congiunturale, ma a una trasformazione profonda del nostro sistema produttivo. E senza una strategia industriale rischiamo di subirla, perdendo progressivamente capacità, lavoro di qualità e autonomia economica». È un allarme rosso quello lanciato da Gino Giove, che all’assemblea nazionale delle delegate e dei delegati Cgil dell’industria disegna un quadro assai fosco ma realistico. Così, di fronte alla progressiva deindustrializzazione in corso, con le imprese che riducono gli investimenti, un calo costante della produzione e un ricorso sempre più massiccio alla cassa integrazione, il segretario confederale avverte per l’ennesima volta il governo: è più che mai necessaria una politica industriale degna di questo nome, che prenda il posto degli incentivi a pioggia e che guardi a problemi enormi come i costi dell’energia, gli appalti al ribasso, la sempre più marcata fragilità di intere filiere.

«Dal settore dell’acciaio all’automotive – ricorda Giove nella sua relazione all’assemblea – dalla chimica di base all’energia, fino al tessile e moda, si moltiplicano le vertenze e i rischi di dismissione produttiva. Si tratta di crisi che non sono solo aziendali ma sistemiche, legate anche all’assenza di politiche industriali europee in grado di accompagnare gli obiettivi del green deal». I numeri raccontano che le crisi aperte al Mimit coinvolgono 114 aziende, undici in più rispetto allo scorso febbraio, e 138.469 lavoratori. «Ma questa è solo una parte della realtà – sottolinea il segretario confederale – perché il perimetro reale comprende le decine di crisi gestite dalle regioni, che sommano ulteriori lavoratori a rischio e confermano l’assenza di una politica industriale nazionale capace di governare il processo».

Per la Cgil, ribadisce Giove, la competitività non può arrivare “comprimendo” il lavoro ma con investimenti, innovazione e qualità dello sviluppo. «Senza una politica industriale – ripete – si avrà un progressivo indebolimento del sistema produttivo, con effetti diretti su occupazione e crescita. La scelta è chiara: governare le trasformazioni oppure subirle». Quindi, è il messaggio al governo, possono servire «un fondo sovrano pubblico per sostenere gli investimenti strategici e una agenzia per lo sviluppo per coordinare le politiche di filiera». In parallelo è necessario «un nuovo ammortizzatore sociale dedicato alle transizioni industriali, che riguardi le intere filiere produttive colpite dalle crisi, e che andrebbe esteso a tutti i lavoratori coinvolti: dipendenti diretti, appalti, imprese dell’indotto».

A riprova della denuncia di Giove, le ultime brutte notizie sull’automotive arrivate ieri: «Stellantis ha comunicato di voler avviare una procedura di ulteriori uscite incentivate per 425 lavoratori nello stabilimento di Melfi, dopo le oltre 500 dello scorso anno» hanno fatto sapere Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom, e Ciro D’Alessio, coordinatore automotive dei metalmeccanici Cgil. «La richiesta di uscite per Melfi si somma a quelle già annunciate a Pomigliano (150), Mirafiori (121), Atessa (302) e Termoli (50), per un totale di più di mille lavoratori. Ed è inaccettabile che questo avvenga prima della presentazione del piano industriale prevista per il 21 maggio, su cui chiediamo che ci sia una discussione preventiva che affronti, sito per sito, prospettive industriali e occupazionali».

Palazzo Chigi non può rimanere in silenzio, insiste il segretario generale Michele De Palma: «Prima del 21 maggio è necessario che Giorgia Meloni convochi un confronto preventivo tra Stellantis e le organizzazioni sindacali, per mettere in sicurezza gli impianti e garantire l’occupazione. Ed anche gli eventuali investimenti di altri gruppi automobilistici devono essere oggetto di un confronto, con l’obiettivo di un piano di sviluppo dell’automotive nel paese».