Il business della guerra, così l’economia va a due velocità

di Luigi Pandolfi (il manifesto)

Alla morte e alla distruzione – gli effetti più immediati e tragici della guerra, come confermano da ultime le immagini dall’Iran al Libano – si aggiunge un altro livello, strettamente collegato: quello economico. Si paventa una frenata della crescita, un aumento dell’inflazione e maggiore pressione sui conti pubblici. Nella vita quotidiana, tutto questo si traduce già in caro-energia e carovita. Nondimeno, nei conflitti c’è anche chi guadagna. Petrolieri, banche, produttori di armi e fondi speculativi stanno facendo grandi fortune, anche questa volta.

NEL WORLD Economic Outlook 2026 del Fondo monetario internazionale, diffuso a inizio settimana, si legge che il conflitto nel Golfo ha interrotto la traiettoria di crescita globale: nello scenario più favorevole il Pil mondiale rallenta al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, mentre l’inflazione sale al 4,4%. Negli scenari peggiori, la crescita scivola fino al 2% – soglia che sfiora la recessione globale – e l’inflazione supera il 6%. Una combinazione che riporta lo spettro della stagflazione. A pagare di più saranno, come sempre, le economie più fragili. I paesi emergenti subiscono impatti quasi doppi rispetto a quelli avanzati. L’Italia rallenterebbe allo 0,5% nel 2026-2027, con il debito pubblico verso il 138,8% del Pil. In questo contesto, l’Fmi invita alla prudenza: spesa «mirata e temporanea», niente interventi espansivi. In altre parole, austerità.

Eppure, mentre ai governi si chiede disciplina, altri settori gonfiano i portafogli. Secondo un’analisi del Guardian, le 100 maggiori compagnie petrolifere e del gas hanno generato oltre 30 milioni di dollari l’ora in profitti extra nel primo mese della guerra. Il petrolio, salito a una media di 100 dollari al barile (fino a 147 quello delle consegne immediate), ha prodotto 23 miliardi di dollari di profitti straordinari in un mese. Se questi livelli rimanessero, si arriverebbe a 234 miliardi entro fine anno. Alcuni esempi.

Saudi Aramco incasserà circa 25,5 miliardi di extra-profitti nel 2026. Le compagnie russe – Gazprom, Rosneft e Lukoil – arriverebbero a quasi 24 miliardi. ExxonMobil punta a 11 miliardi, Shell a 6,8, Chevron a oltre 9 miliardi. Cresce anche il valore di mercato: +118 miliardi per Exxon, +34 per Shell. Anche i vertici aziendali beneficiano, come nel caso del Ceo di Chevron che, cedendo azioni, ha incassato 104 milioni.

QUESTI PROFITTI non sono manna dal cielo. Una parte è frutto della speculazione finanziaria – «far denaro a mezzo di denaro» in un contesto di instabilità – ma l’altra viene letteralmente «estratta» dalla società. Carburanti più cari, bollette più alte, spazi fiscali ridotti per gli Stati che, per contenere l’impatto sui cittadini, tagliano le accise, e così anche la spesa sociale. Il risultato è una redistribuzione al contrario: dai consumatori e dalle finanze pubbliche verso i bilanci delle grandi compagnie e gli azionisti.

Brindano anche le banche: secondo Bloomberg, le grandi banche d’affari americane JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Citi, Morgan Stanley e Wells Fargo hanno accumulato 47,4 miliardi di dollari di profitti nel primo trimestre 2026, trasformando in rendita finanziaria ciò che destabilizza l’economia reale. Per i soli investimenti in azioni, quello di Goldman Sachs è stato il miglior trimestre della storia – e Goldman Sachs conta soldi da 140 anni. Anche le tregue diventano occasione di guadagno: venerdì l’annuncio iraniano della riapertura dello Stretto di Hormuz ha fatto scendere il Brent del 9,1% (a 90,38 dollari, minimo da 5 settimane) e il gas europeo del 7%, ma azioni e obbligazioni sono salite ancora, con l’S&P 500 a +1,2% (+9% ad aprile), sospinto dalle scommesse su una possibile de-escalation. Lunedì, però, i mercati dovranno fare i conti con la nuova chiusura dello Stretto, questa volta a causa del blocco Usa dei porti: un altro giro di roulette, un’altra occasione per chi vive di volatilità.

CORIANDOLI anche per la difesa. Dall’inizio del conflitto, i titoli delle principali aziende militari globali hanno registrato rialzi significativi, spinti dall’aumento della spesa pubblica e dalle aspettative di nuovi ordini. Un trend ormai strutturale. Solo i titoli europei, in 4 anni, hanno messo a segno incrementi vertiginosi, con punte fino al +1.000%. Una corsa che, secondo gli analisti di Bloomberg, potrebbe durare fino al 2035. La guerra, in questo senso, alimenta anche plusvalenze: morti e rovine tradotte in «valore» per gli azionisti.

La linea di faglia è qui: da un lato inflazione, salari erosi, servizi pubblici sotto pressione; dall’altra rendite straordinarie nei settori energetici, finanziari e della difesa. E poi c’è un ulteriore livello, più opaco: le informazioni privilegiate. I casi legati agli annunci di Donald Trump hanno riacceso il tema dell’insider trading politico: chi ha accesso anticipato alle informazioni può trasformare la guerra in opportunità finanziaria. «Fate il vostro gioco». Il lato truffaldino del capitalismo.