Cosa restò dell’ Eurocomunismo dopo tre anni di unità nazionale

di Livio Maitan

Una decodificazione delle Tesi del XV Congresso del PCI per comprendere il traghettamento del Pci dal boom elettorale del ’76 al ritorno all’opposizione solo tre anni dopo

Le Tesi che il Comitato centrale del PCI ha redatto per il xv Congresso non resteranno certamente nella storia del movimento operaio come un contributo teorico e politico di rilievo. Rivestono, tuttavia, un interesse in quanto rappresentano una sintesi delle concezioni teoriche e strategiche di un partito che è stato all’avanguardia dell’eurocomunismo e fanno emergere chiaramente le difficoltà e le contraddizioni cui il partito stesso ha dovuto far fronte nel periodo seguito alle elezioni del giugno 1976. Sarebbe un esercizio non inutile esaminare il documento punto per punto, o addirittura paragrafo per paragrafo, individuandone sin nei dettagli l’apparato concettuale e terminologico. Ma ci limitiamo qui ad analizzare alcuni dei motivi e dei problemi più importanti.

Analisi della crisi e conclusioni incongruenti

Lo sforzo centrale del testo è di ribadire ed esplicitare ulteriormente le origini storiche e le basi teoriche e politiche della cosiddetta terza via, di una via cioè proclamata diversa sia da quella dell’URSS e degli altri paesi «socialisti» sia da quella della socialdemocrazia. Questa definizione viene compiuta partendo dal contesto di crisi in cui si trovano la società capitalista nel suo complesso e la società italiana più in particolare.

L’analisi di questa crisi non è affatto rigorosa: i meccanismi e la portata vengono descritti con approssimazione e non colti nella loro logica interna. Tuttavia, come in altri documenti del PCI o di suoi dirigenti, emerge chiaramente il carattere strutturale della crisi stessa, di cui non sono minimizzate le molteplici implicazioni, sia quelle già manifestatesi sia quelle possibili a breve e medio termine. Analogamente, è sottolineato come, in un simile contesto, la situazione internazionale sia più che mai gravida di tensioni e suscettibile di produrre conflitti drammatici anche sul piano militare. Infine, mai forse come in questo testo, il gruppo dirigente del PCI ha evocato la prospettiva di una catastrofe storica che potrebbe colpire l’umanità:

resta la minaccia di una guerra atomica distruttiva delle condizioni stesse della esistenza degli uomini. […] Incombono pericoli di imbarbarimento (tesi 3). […] Incombono pericoli di regressione e minacce per il destino stesso dell’umanità (tesi 19).

La prima contraddizione del testo consiste nel fatto che non vengono affatto tratte le conseguenze dell’analisi delineata. La conclusione dovrebbe essere che la via d’uscita – e da ricercare urgentemente – è un mutamento qualitativo dei meccanismi essenziali della società, del modo di produrre e dell’organizzazione politica, in altri termini, il rovesciamento del sistema che ha condotto a una situazione così drammatica non per ragioni accidentali o congiunturali, ma per intrinseche ragioni strutturali. Invece gli autori delle tesi non pongono il problema in questi termini e non si chiedono neppure se condizioni favorevoli per una lotta rivoluzionaria della classe operaia per il potere siano esistite in certi momenti e in certi paesi in tutto il periodo aperto dal 1968 e non ancora chiuso (stando alla loro stessa analisi). Quel che è peggio, una simile prospettiva non viene fatta balenare neppure a scadenze più lontane. La logica della strategia indicata è che, in un futuro non precisabile e comunque remoto, dall’auspicata economia mista programmata nel quadro di una Comunità europea democratizzata e di un nuovo ordine economico internazionale, si passi gradualmente al socialismo. Come potranno nel frattempo essere incatenati i demoni che pure sono evocati, non ci viene spiegato in alcun modo.

La terza via: premesse storiche

Il concetto di terza via – vale la pena di ricordarlo ai teorici del PCI, sempre pronti a concedersi patenti di originalità – è tutt’altro che nuovo ed è stato, più o meno esplicitamente, usato in vari momenti, nel movimento operaio e fuori di esso. Per molti aspetti, si erano posti sul terreno di una terza via l’austromarxismo e varie tendenze centriste degli anni Trenta e, più recentemente, formazioni o tendenze socialiste e centriste degli anni Cinquanta.

Comunque sia, la terza via proposta dalle Tesi trarrebbe la sua giustificazione storica dal fatto che, da un lato, l’esperienza dell’URSS e di altri paesi «socialisti» è stata contraddistinta da «limiti, contraddizioni ed errori» e «i modelli seguiti in questi paesi non sono proponibili per la trasformazione socialista di paesi come quelli dell’Europa occidentale» dall’altro

i partiti socialdemocratici, e in particolare quelli che hanno diretto o dirigono i governi di vari paesi europei, pur avendo realizzato importanti progressi nelle condizioni economiche e sociali delle classi lavoratrici, non hanno portato la società fuori della logica del capitalismo (tesi  6).

Dal riconoscimento di questi dati dell’esperienza storica è derivato l’eurocomunismo, di cui la tesi 7 abbozza una definizione:

L’eurocomunismo [non è] un movimento che si contrappone ai partiti comunisti e alle forze rivoluzionarie e progressiste di altri paesi e continenti o che pretende di indicare soluzioni universalmente valide. La realtà del movimento mondiale di emancipazione è policentrica. E l’eurocomunismo vuole rappresentare un contributo peculiare al complessivo processo di affermazione e di sviluppo degli ideali socialisti in Europa e nel mondo.

Eurocomunismo e socialdemocrazia

Le Tesi per il xv Congresso apportano nuovi elementi al dossier sul problema della «socialdemocratizzazione» dei partiti comunisti che avevano subito negli anni Trenta il processo di stalinizzazione. Come abbiamo già accennato, sulle orme di altre prese di posizioni (per esempio, del discorso di Berlinguer a Genova, nel settembre dello scorso anno), si sforzano di tracciare una linea divisoria tra il PCI e la socialdemocrazia.

L’elemento centrale della differenziazione resta quello della collocazione di fronte alla rivoluzione d’Ottobre, all’URSS e altri paesi «socialisti»:

La Rivoluzione d’Ottobre – dice la tesi 6 – e la costruzione di società nuove, nella Russia e poi in altri paesi, hanno avuto un valore di rottura storica del sistema dell’imperialismo e dello sfruttamento capitalistico e d’impulso alle rivoluzioni nazionali e sociali. Grandi conquiste sono state realizzate nello sviluppo economico, sociale e culturale. Gli Stati emersi da questo processo rivoluzionario hanno un ruolo determinante nella vita mondiale e il loro contributo è indispensabile per la soluzione di qualsiasi problema.

In altri termini, la burocrazia del PCI considera sempre che l’esistenza di quelli che continua a presentare come «paesi socialisti» sia un elemento di forza per la classe operaia e per i partiti comunisti, nonostante le conseguenze negative di «limiti, contraddizioni ed errori». C’è appena bisogno di ricordare che non è questa l’ottica delle grandi socialdemocrazie.

In secondo luogo, il PCI non pare disposto, almeno per il momento, a celebrare una sua Bad Godesberg, cioè a lasciar cadere dichiaratamente il riferimento teorico al marxismo. È vero che la tesi 15 indica l’esigenza di superare «la formula limitativa» dell’articolo 5 dello statuto in vigore[1] e afferma che il pensiero di Marx, di Engels, di Lenin non va concepito come «un sistema dottrinario» e che la «formula “marxismo-leninismo” non esprime tutta la ricchezza del patrimonio teorico e ideale» del PCI. Ma è respinta la tesi principale di revisionisti vecchi e nuovi, di teorizzatori della crisi del marxismo e di «nuovi filosofi», secondo cui la causa principale dei processi involutivi verificatisi nell’URRS e in altri paesi andrebbe ricercata nel pensiero di Lenin e di Marx. Per quanto riguarda in particolare Lenin, oggetto dei bersagli estivi dell’eclettico Craxi e degli intellettuali, più o meno sofisticati, che gli hanno fatto eco, la tesi 42 afferma:

Anche l’opera teorica e politica di Lenin va, naturalmente, esaminata con rigore critico in modo da coglierne anche i limiti. Ma Lenin resta il più grande rivoluzionario del secolo, la cui lezione rimane essenziale per l’indagine e l’impegno di trasformazione della realtà.

A parte la banalità della rituale osservazioni sui «limiti» da cogliere, anche qui è chiara la preoccupazione di mantenere una propria identità rispetto alla critica della socialdemocrazia.

Va aggiunto che le Tesi si sforzano di esprimere una valutazione più precisa che in altri testi analoghi sul processo di involuzione dell’URRS. Riprendono la critica al XX Congresso («non aveva posto in discussione questioni di fondo») e rimproverano alla direzione del PCUS di essere successivamente ritornata indietro rispetto allo stesso XX Congresso, tra l’altro bloccando con l’invasione della Cecoslovacchia «la ricerca, in quel paese, di una via democratica nazionale». Accennano a cause reali dell’involuzione, come le condizioni arretrate di partenza e la «mancata rivoluzione socialista in Occidente» e denunciano «difetti ed errori di impostazione e di indirizzo economico e politico» (pianificazione rigidamente centralizzata dell’economia, statizzazione totale dell’economia, modi e tempi della collettivizzazione delle campagne, identificazione tra il partito e lo Stato) (tesi 42).

Come si vede, gli eurocomunisti italiani attingono al patrimonio delle analisi critiche delle opposizioni sovietiche degli anni Trenta e dei maggiori storici marxisti sull’argomento. Ma non rinunciano alla caratterizzazione sostanzialmente apologetica di «paesi socialisti» e, quel che è ancora più importante, non rinunciano a considerare i burocrati dirigenti dello Stato e del partito come loro interlocutori privilegiati, con cui intendono «normalizzare» i rapporti, se pur su basi diverse da quelle dell’era staliniana.

Questo atteggiamento è solo parzialmente attenuato dalle enunciazioni sul «nuovo internazionalismo». Partendo dal rifiuto – più che giustificato – del centralismo monolitico imposto da Mosca – con tutti i mezzi – all’epoca del Komintern stalinizzato e del Kominform, il PCI è arrivato – non da oggi – a diluire l’internazionalismo in un eclettico ecumenismo solidaristico, contraddistinto dalla difesa più gelosa delle vie nazionali, di tutte le specificità, reali o mistificate, di una pluralità di socialismi in un paese solo.

Non sono possibili né modelli universali, né cattedre di ortodossia ideologica, né centri esclusivi di direzione politica. Il necessario processo verso un avvicinamento e una collaborazione si deve svolgere nel rispetto dell’autonomia e della indipendenza di ogni Stato, di ogni partito e movimento: e in un confronto critico, libero e costruttivo, fra diverse esperienze ed elaborazioni (tesi 5).

Con uno stile abbastanza comune agli «italo-marxisti» si combinano concetti ovvi – e come tali incontestabili – e affermazioni che, in ultima analisi, implicano una negazione della natura necessariamente internazionale dell’edificazione socialista.

È significativo, peraltro, che a proposito dei rapporti che dovrebbero intrattenere tra loro «gli Stati che si richiamano al socialismo» non si prospettano rapporti diversi da quelli che si auspicano tra gli Stati in generale, cioè ispirati «ai principi del diritto internazionale e alla Carta della Organizzazione delle Nazioni Unite» (tesi 43). Viene, d’altra parte, ribadito che il «nuovo internazionalismo» dovrebbe abbracciare non solo le forze socialiste e comuniste, ma anche «movimenti rivoluzionari e progressisti». Non è superfluo ricordare che la qualifica di «socialisti» è stata da tempo distribuita dal PCI con generosità estrema (a maggior ragione quella di «progressisti»): nel 1956 Togliatti riteneva che il Partito del Congresso stesse costruendo il socialismo in India (naturalmente in forme «specifiche»!) e oggi vengono presentati spesso come socialisti paesi non solo come l’Algeria, ma anche come l’Angola o l’Iraq (a suo tempo lo è stato l’Egitto nasseriano).[2]

La terza via: strategia di razionalizzazione riformista

Le differenze tra eurocomunismo del PCI e socialdemocrazia diventano meno percettibili nelle Tesi che contengono le proposte politico-strategiche.

Cominciando dall’Europa: quando dalle affermazioni generiche sulle condizioni storiche specifiche del continente – o meglio, della sua parte occidentale – si passa alla definizione programmatica, ritornano tutti i temi avanzati da molti anni a questa parte, che possono sintetizzarsi nell’obiettivo della democratizzazione della CEE (da perseguire, tra l’altro, con l’attribuzione al parlamento di prossima elezione «dei necessari poteri di iniziative, di indirizzo politico e di controllo sugli organismi esecutivi»), cioè della creazione, se non di uno Stato plurinazionale, tuttavia di «un potere nuovo, plurinazionale» (tesi 36 e 37).[3] Su questo terreno, non esistono diversità rilevanti tra il PCI e varie socialdemocrazie, e le divergenze che esistono tra partiti comunisti non sono qualitativamente diverse da quelle che esistono tra partiti socialdemocratici (o correnti di partiti socialdemocratici). Né rappresenta una effettiva differenza l’espressione del pio desiderio che l’Europa abbandoni «ogni forma di politica neocolonialista» ( tesi 36 ).[4] Gli autori del testo sembrano dimenticare allegramente che rapporti neocolonialistici sono stati introdotti, e non tendono minimamente ad attenuarsi, non per miopia reazionaria o per deviazione di qualche governo, ma per una necessità vitale di quell’economia capitalista che il PCI non si prefigge – almeno per un periodo indeterminato – di abolire. Va precisato, d’altronde, che lo stesso PCI non è troppo severo in materia di neocolonialismo: a varie riprese, infatti, non si è peritato di indicare a esempio la convenzione di Lomé, conclusa tra paesi europei e paesi dell’Africa neocoloniale.

Altro punto di convergenza, noto da tempo, ma ribadito una volta di più: il PCI, pur dichiarandosi in favore di un «graduale superamento» della divisione dell’Europa in blocchi contrapposti, non rimette in discussione «la necessaria permanenza dell’Italia nell’alleanza atlantica» (tesi 34). Aggiungiamo che a turbare i sogni della borghesia italiana e internazionale non saranno i buoni propositi sul «nuovo ordine economico internazionale» (tesi 35), che riecheggiano la retorica di discorsi di occasione di capi di Stato o primi ministri o le proclamazioni velleitarie di economisti «progressisti» (o anche conservatori «illuminati»).

A proposito degli obiettivi nazionali, il documento precongressuale non introduce innovazioni degne di rilievo. Combina una concezione metastorica, fritta e rifritta, della democrazia e una specie di forma, suscettibile di essere riempita dei più diversi contenuti,[5] e la prospettiva di una permanenza a tempo indeterminato di un’economia mista, in cui coesistano settore pubblico e settore privato sotto l’egida della «programmazione democratica» (un vecchio ronzino che ha ormai più di vent’anni). È vero che l’obiettivo presentato è quello di «superare le contraddizioni insite nel capitalismo» (tesi 10). Ma, almeno per marxisti grossolani come noi, resta un mistero come tali contraddizioni possano essere superate senza l’eliminazione delle cause strutturali, intrinseche al sistema.[6] Ancora una volta: su questo terreno, il PCI non si differenzia qualitativamente dalle maggiori socialdemocrazie. Nell’ipotesi che il programma che enuncia si traducesse nella realtà anche integralmente – per parte nostra dubitiamo molto che ciò possa avvenire nell’ambito della strategia del compromesso storico -, l’opera riformatrice e razionalizzatrice intrapresa non sarebbe sostanzialmente diversa, per esempio, da quella del partito laburista inglese all’epoca del suo maggiore dinamismo.

C’è appena bisogno di aggiungere che il concetto di classi antagoniste, se non scompare del tutto, appare nel testo diluito all’estremo. Non hanno tutti i torti coloro che in certi dibattiti nelle sezioni sottolineano che la fisionomia stessa dell’avversario è ben difficilmente individuabile e che non si sa contro quali forze sociali ben definite il PCI debba condurre la sua lotta.

Prevale la continuità

Le tesi, come abbiamo detto all’inizio, riprendono tutti i motivi conduttori dell’ideologia e della strategia politica del partito, dalle posizioni sulla religione alla definizione del ruolo del sindacato. Rispetto ad anticipazioni che alcuni avevano creduto di intravedere in qualche dichiarazione o in qualche scritto dei mesi scorsi – o in confronto alle «innovazioni» propagandate con rumore dal PC spagnolo in occasione del suo congresso dello scorso anno -, gli elementi di continuità appaiono senz’altro prevalenti.

Si è accennato alla risposta data a proposito del problema del marxismo­-leninismo. Le formule del passato sono ulteriormente attenuate, ma non c’è alcun mutamento clamoroso. Certo, dietro lo schermo di un’adesione al marxismo-leninismo, il PCI aveva già elaborato da decenni un ‘ideologia e una strategia che con il marxismo-leninismo stesso si prendevano parecchia libertà concettualmente e terminologicamente, a cominciare da generalizzazioni di fondo, come la natura dello Stato e il modo di avvento del proletariato al potere. Ma, dal punto di vista politico, non è indifferente che, come aveva già fatto Berlinguer a Genova, ora il documento precongressuale del Comitato centrale dia una risposta sostanzialmente negativa alle richieste di più radicale revisione avanzate da partner dell’unità nazionale e con particolare impertinenza da dirigenti e intellettuali del PSI e della sua area. Questo atteggiamento è ispirato, evidentemente, dal timore delle conseguenze negative, elettorali, ma non solo elettorali, di una ulteriore perdita di identità.

Una constatazione analoga si deve fare per quanto riguarda il problema del centralismo democratico. La tesi 16 parla di «nuovi passi avanti» che «è necessario compiere» e fa ricorso alle consuete sottigliezze e fumosità di linguaggio per dimostrarlo («necessità che il partito aderisca a tutte le pieghe della realtà nazionale», che ci sia «una più organica saldatura, nella sua vita interna, tra il momento democratico e quello unitario»). La tesi 84 indica che «i risultati delle consultazioni e le prese di posizioni» si possono tradurre «anche mediante ordini del giorno e documenti» che gli organismi dirigenti dovranno esaminare, comunicando la loro valutazione «agli interessati». Ma l’accento è posto sulla riaffermazione del metodo del centralismo democratico, beninteso nella interpretazione che ne danno i dirigenti. Ciò implica, quindi, il persistente rifiuto del diritto di organizzazione in correnti, che cristallizzerebbero le divisioni, corrompendo la vita del partito e ostacolando e spezzando una «effettiva dialettica democratica» (tesi 16). Che correnti, tendenze e a maggior ragione frazioni comportino seri pericoli di cristallizzazione e di distorsione della dialettica interna di partito è provato dall’esperienza di tutte le organizzazioni che hanno applicato il centralismo democratico secondo la concezione leninista (dal partito bolscevico alle sezioni della IV Internazionale). Affrontando l’argomento – e difendendo il diritto all’organizzazione di tendenze – Trotskij ha riconosciuto, per parte sua, che il sorgere di tendenze è una manifestazione patologica della vita di una organizzazione. Ma il rimedio non può essere quello che continuano a suggerire i burocrati formati alla scuola staliniana. In base a quale logica costoro possono pretendere che esista una maggiore garanzia di «effettiva dialettica democratica», quando in realtà il gruppo dirigente – che dispone di un apparato massiccio e articolato – è il solo che possa battersi in maniera organizzata per imporre il suo punto di vista e gli eventuali critici non possono andare al di là dell’espressione del loro dissenso all’interno di istanze circoscritte o in qualche breve e saltuario intervento nelle tribune di discussione?

Non affrontiamo qui il problema della possibilità che il PCI operi in futuro un cambiamento su questo terreno. Si tratta di una possibilità da non escludere: ma una eventuale trasformazione avverrebbe nel senso di un avvicinamento allo schema socialdemocratico di tendenze o gruppi di pressione, corrispondenti ai diversi condizionamenti sociali subiti. In altri termini, i dirigenti del PCI potrebbero essere indotti a introdurre nuove forme di organizzazione interna in funzione della loro specifica concezione del «pluralismo».

Un accenno poco consueto è nella tesi 72, che dice, tra l’altro:

«Nelle attuali condizioni l’avanzamento della sinistra e la conquista di una maggioranza parlamentare, costituiscono un obiettivo fondamentale». Ma subito dopo ci si affretta a precisare che tale maggioranza, da sola, «non potrebbe essere sufficiente a garantire un processo di trasformazione democratica e di transizione verso il socialismo». Dunque, l’«obiettivo fondamentale» si ridurrebbe a una sorta di strumento di pressione: l’asse strategico resta quello definito a partire dal ’73, quando, facendo a suo modo il bilancio del golpe cileno, Berlinguer aveva dichiarato che il 51 % eventuale non bastava e che era necessario un compromesso storico, in concreto un’alleanza strategica con la DC.

La tesi 76, infine, pone, per la prima volta in forma del tutto esplicita, un problema che è sorto dal momento in cui i sindacati hanno cominciato a porsi sul terreno dell’elaborazione politica e programmatica complessiva, ma è diventato più acuto dopo l’inserimento del PCI nella maggioranza parlamentare: come delimitare le competenze di organizzazioni, sindacali e di istituzioni rappresentative? Per fare un esempio di attualità, se i problemi posti dal piano Pandolfi fossero regolati sulla base di un accordo tra governo e sindacati, al parlamento non resterebbe che registrare quanto già deciso in altra sede. Il PCI, a dir poco, rilutta ad accettare simili eventualità, sia per la sua concezione istituzionalistica sia per paura di dover accettare anche quegli aspetti della politica sindacale verso cui non nasconde le proprie riserve. Il documento precongressuale fa ricorso a qualche cautela verbale, ma non senza riaffermare che la concezione del PCI comporta la «centralità del parlamento nel sistema democratico».

Enunciazioni generali e contenuti reali

Il documento abbozza due bilanci: quello del triennio seguito alle elezioni del’76 e quello, più generale, del periodo aperto dall’ascesa del ’68. La tesi 49, riservata al secondo bilancio, ricorda le grandi battaglie e i successi dei movimenti di massa e le conquiste parziali effettivamente conseguite. Ma, contemporaneamente, non può sorvolare sul fatto che il punto d’arrivo è stata la crisi attuale, cui fanno riferimento molti altri passi del testo. «Una delle cause della crisi», si legge, è il fatto che i cambiamenti «di politica economica e di direzione politica» «non si siano verificati nella misura e nel modo necessari». È un esempio da manuale di quello che gli inglesi chiamano uderstatement.

In realtà, viene qui eluso uno dei nodi centrali dell’analisi dell’intero decennio. In una fase di crisi globale di una società come quella inaugurata del ’68 e, a maggior ragione, a partire dal momento in cui si è precisata drammaticamente la dimensione di una crisi economica strutturale di vaste proporzioni, si impone uno sbocco politico complessivo, cioè un salto qualitativo sul terreno del potere. Questo salto non poteva essere in alcun modo rappresentato dal governo delle astensioni né da quello di unità nazionale. Qui è la radice dell’attuale crisi. Qui si coglie con mano perché le maggiori difficoltà, per il movimento operaio in generale e per il PCI in particolare, siano cominciate a partire dall’estate del ’76.

Come abbiamo accennato, il documento abbozza un bilancio di quest’ultimo periodo. La tesi 18 cerca di far risaltare gli elementi che il CC giudica positivi (difesa delle istituzioni democratiche «dall’attacco e dal ricatto eversivo e terroristico», soluzione della crisi della presidenza della Repubblica, superamento del pericolo di un collasso economico e finanziario, difesa del tenore di vita dei lavoratori, creazione di «alcune condizioni per una politica di programmazione dello Stato e nella vita civile e culturale»). Ma il bilancio, nonostante tutta la buona volontà, appare magro e la stessa tesi 18 afferma che la situazione è giunta a un punto cruciale (concetto che ritorna altrove). C’è appena bisogno di ricordare che gli autori del testo non ne ricavano la conclusione che è l’orientamento complessivo del partito – e del movimento operaio – che deve essere analizzato criticamente e rimesso in discussione. La loro soluzione è il rilancio dell’unità nazionale, se possibile, con la presenza al governo di ministri del PCI.

La realtà è che il PCI si trova in un momento tra i più difficili di tutto il dopoguerra perché, nella sua nuova collocazione di parte integrante di una maggioranza parlamentare, è stato sottoposto a una verifica più concreta e immediata delle sue concezioni e dei suoi orientamenti. È questo un punto su cui vale la pena di insistere.

Da lunga data il gruppo dirigente del PCI si è sforzato di presentare una strategia di razionalizzazione riformistica, non di rado addirittura minimalistica, sotto forma di proclamazioni di profondo «rinnovamento democratico», preludio di una trasformazione socialista, suscettibili di essere interpretate a seconda dei desideri e quindi di esercitare una forza di attrazione in direzioni disparate. Ora, le sue responsabilità dirette nelle decisioni delle assemblee parlamentari e della stessa direzione governativa hanno fatto emergere sempre più nettamente il distacco tra le proclamazioni dei testi e i loro reali contenuti. Qualche esempio, tra i più significativi.

Il PCI – soprattutto nelle interpretazioni dell’ala ingraiana – ha avanzato da lunga data il motivo conduttore della complementarietà tra «democrazia di base» e «democrazia rappresentativa» (tesi 61). Ma già in sede di enunciazione la combinazione comporta un preciso ordine gerarchico. Abbiamo già citato, per quanto riguarda i sindacati, la tesi 76. La tesi 59 – che tratta della partecipazione dei lavoratori alle decisioni economiche – precisa che «il processo di programmazione non può non avere la sua sede primaria di definizione nelle assemblee elettive e in conclusione nel Parlamento». La tesi 75 dice, d’altra parte: «I movimenti di massa hanno una loro autonomia. Alle istituzioni democratiche spetta il compito di sintesi e di direzione politica, nell’interesse del paese, e secondo la volontà della maggioranza». Tutto ciò significa che agli organismi di cui dispone o potrà disporre – nel quadro di questa concezione – la classe operaia, dagli organismi unitari di fabbrica alle conferenze di produzione, non spetterà che un ruolo consultivo e che, quindi, nonostante i ripetuti dinieghi, quella che sarà eventualmente introdotta sarà, né più né meno, una cogestione. C’è di più: quando ha cominciato a far parte della maggioranza, il PCI è stato considerato corresponsabile di tutte le principali decisioni politiche, mentre in molti casi – tutt’altro che trascurabili – il parlamento si è visto sottrarre le vere decisioni, è stato tagliato fuori o posto di fronte a fatti compiuti.

Un secondo esempio riguarda la politica delle alleanze. Qui la verifica pratica c’era già stata in passato, in particolare a livello locale e regionale. Ma ora, anche coloro che erano disposti a concedere maggior credito alle formule dei testi, dovrebbero aver verificato di che cosa si tratti. La tesi 53 ripropone per l’ennesima volta «l’alleanza fra la classe operaia, le masse popolari del Mezzogiorno, le masse femminili, le giovani generazioni, i ceti medi produttivi delle città, e delle campagne, gli intellettuali». Ma, dietro la pudica espressione «ceti medi produttivi» si nasconde la collaborazione con vasti settori della borghesia, sia tramite la collaborazione con il partito più rappresentativo della classe dominante, sia in forme più dirette apertamente propagandate.

A proposito di un terzo tema, tradizionale da trent’anni a questa parte, quello dell’unità con i cattolici, il testo non dice molto di sostanzialmente nuovo (tesi 68 e 69).[7] La pratica ha, comunque, dimostrato, più che in qualsiasi altro periodo, che la soluzione di questo problema viene ricercata essenzialmente con un’alleanza con la DC, anche a prezzo di compromettere la possibilità di stabilire legami con cattolici in rottura con le classi dominanti e, in parte, con le loro organizzazioni e le loro ideologie. Nel corso degli ultimi quattro o cinque anni in particolare, il PCI, con la sua politica, ha aiutato la DC a mantenere e a ristabilire la propria egemonia in settori in cui l’aveva perduta o la stava perdendo, le ha concesso di superare, almeno parzialmente, la crisi di gran lunga più grave di tutta la sua storia. Più in generale, del resto, l’operazione mistificatrice delle teorizzazioni del PCI consiste nell’utilizzare un concetto ideologico – i cattolici – per diluire, se non occultare, i contenuti socio-politici concreti. Sin dalla fine della guerra, il gruppo dirigente ha messo la sordina sul fatto capitale, e cioè che la DC, al di là della composizione multiforme e della ideologia composita, era lo strumento politico principale della borghesia, come ora sorvola sul fatto che essa è stata la spina dorsale del sistema per oltre un terzo di secolo. Che un tale partito possa diventare partner di una strategia di un rinnovamento democratico che apra la strada al socialismo, è veramente una mostruosità teorica e politica che dimostra quello che la storia del movimento operaio ha ripetutamente dimostrato: cioè, che il preteso realismo degli opportunisti nasconde un vero e proprio utopismo nelle prospettive strategiche. Del resto, se il PCI ha, in tutto il dopoguerra, quasi costantemente accresciuto la sua forza, è stato soprattutto perché è apparso per vent’anni come il principale oppositore e, successivamente, come una credibile alternativa al regime democristiano. Non è un caso che le sue difficoltà – i suoi parziali arretramenti – siano cominciati proprio quando questa immagine è venuta meno o si è progressivamente sbiadita per il sostegno, diretto o indiretto, al governo di Andreotti.

Il quarto esempio riguarda l’austerità. La tesi 54 dice tra l’altro:

L’austerità è stata proposta dal PCI come uno strumento per una politica di trasformazione; per cambiare, nel senso di una vita più umana, più civile e più libera, la condizione delle grandi masse; per eliminare gli sprechi, dovuti anche a pratiche di governo; per mutare, secondo un preciso programma, il modo di funzionare e le finalità sociali del meccanismo economico, l’orientamento degli investimenti, della produzione e della spesa pubblica, la qualità stessa del consumo; per incidere sui modi di vita che vi sono connessi, sui modelli di cultura e di comportamento di interi settori della società italiana.

Qui si sfiora il grottesco e verrebbe voglia di chiedere agli stesori delle tesi di trovare un’altra parola per esprimere tutti questi straordinari contenuti o di chiedere una generale revisione dei dizionari per rettificare quanto sinora scritto sotto la voce «austerità». Ma, a parte gli scherzi, la pratica ha già dimostrato che cosa si celi dietro gli equilibrismi concettuali e terminologici. Molto volgarmente, per il governo della cui maggioranza il PCI ha fatto parte, austerità ha significato tentativi ripetuti di far stringere la cintola alla classe operaia e ad altri strati sfruttati della popolazione. Se lo ha ottenuto solo in parte, non lo si è certo dovuto al fatto che il PCI è riuscito a far prevalere la sua interpretazione fantasiosa, ma alla resistenza accanita della classe operaia, al suo rifiuto di sacrificarsi sull’altare della crisi. Peraltro, le tesi contengono una involontaria ammissione laddove, riprendendo la campagna condotta dal PCI nel corso dell’ultimo anno, si pronunciano, in contrapposizione a larghi settori sindacali, per una politica di «contenimento salariale».

Le conseguenze dell’«unità nazionale»

Non si può rimproverare al testo per il XV Congresso di non prendere atto delle difficoltà che devono affrontare in questa fase il movimento operaio e il PCI. Vi si insiste, infatti, a più riprese. Le si indica, in particolare, per quanto riguarda i sindacati (tesi 77) come per quanto riguarda la FGCI (tesi 88). Di quest’ultima, il testo riconosce la «fragilità» e, in buona sostanza, il fallimento come organizzazione legata alle masse giovanili. A proposito del partito, esso parla di «limiti di comprensione della fase nuova della battaglia politica, delle possibilità e delle esigenze che essa comportava»; di un «divario fra l’attenzione al lavoro nelle istituzioni e ai rapporti fra le forze politiche, da un lato, e l’iniziativa per promuovere movimenti unitari di grandi masse attorno ad obiettivi e problemi concreti, dall’altro»; di «difficoltà a mantenere e consolidare sempre e in tutte le fasi della lotta i rapporti del partito con diversi strati della popolazione lavoratrice» (tesi 82).

Quello che il documento ignora o ha interesse a ignorare è che le difficoltà segnalate sono in stretta connessione con la politica condotta soprattutto dal luglio di tre anni fa e che il «divario» denunciato è più facile superarlo nella ginnastica concettuale e terminologica dei documenti che nella pratica di tutti i giorni. Quando un partito entra organicamente in una maggioranza parlamentare che vota leggi che non mutano lo status quo e appoggia un governo come quello di Andreotti che lo stesso gruppo dirigente del PCI ha dovuto a un certo punto denunciare provocando una crisi di governo, gli è difficile suscitare grandi movimenti di massa e «consolidare i rapporti con diversi strati della popolazione lavoratrice». I movimenti che ci sono stati, e che restano iscritti nelle potenzialità oggettive, non potevano e non potranno non avere una dinamica divaricante rispetto alla scelta strategica del PCI. Qui l’origine vera delle difficoltà e della perdita di influenza. D’altra parte, nell’ipotesi negativa che la classe operaia subisse un’usura e in genere si verificassero movimenti di massa meno grandi, il PCI si troverebbe esposto ancor più ai colpi dei suoi avversari, a cominciare da coloro con cui cerca disperatamente di ampliare e consolidare l’alleanza.

Pesa, in particolare, sul PCI questa contraddizione: proprio dal momento in cui è entrato a far parte della maggioranza parlamentare ed è stato associato alle decisioni del governo, la classe operaia e gli altri strati sfruttati sono stati sempre meno in grado di strappare conquiste parziali paragonabili a quelle che erano state strappate negli anni seguiti all’esplosione del ’68-69 e di cui le larghe masse gli avevano attribuito in buona parte il merito. È un paradosso, ma un paradosso solo apparente, tenendo conto del contesto di crisi economica prolungata e, in minor misura, di certi fenomeni di logoramento e di perdita di prospettive.

Come abbiamo sottolineato in un altro articolo,[8] il progetto eurocomunista del PCI si scontra , inoltre, con una serie di contraddizioni più generali:

  • – l’autonomizzazione rispetto all’URSS e agli altri paesi «socialisti» può garantire vantaggi tattici evidenti, ma contemporaneamente comporta il pericolo di una perdita di identità rispetto alla socialdemocrazia;
  • – il rigetto dei «modelli» precedentemente accettati gli permette di non assumersi la corresponsabilità dei crimini della burocrazia sovietica, ma contemporaneamente rappresenta un indebolimento dal punto di vista strategico, dato che viene meno il riferimento a un’esperienza storica concreta;
  • – la forza d’attrazione di una prospettiva comune per tutta l’Europa occidentale diminuisce nella misura in cui i grandi partiti comunisti assumono posizioni diverse sull’Europa, tra l’altro in rapporto alle differenziazioni interne delle borghesie «nazionali» o di certi settori di queste borghesie.

Le Tesi potranno, forse, aiutare il gruppo dirigente a nascondere o eludere queste contraddizioni, non certo a superarle. In particolare, la difesa della identità del partito con il rifiuto di abbandonare il leninismo e con la riaffermata collocazione, diversa da quella socialdemocratica, nei confronti della rivoluzione d’Ottobre, dell’URSS e degli altri paesi «socialisti», si svuota notevolmente di contenuto nella misura in cui la strategia proposta al movimento operaio ed europeo occidentale si pone su quel terreno di razionalizzazione riformistica su cui si sono mosse da decenni le grandi socialdemocrazie, e, per di più, nel contesto attuale, nell’ambito della politica di compromesso storico, può tradursi sempre meno nella realtà e, volente o nolente, il partito si ispira sempre di più nei fatti alla catastrofica «filosofia» del meno peggio.

Febbraio 1979 (Articolo pubblicato su Critica comunista n° 2, aprile-maggio 1979)


[1] L’articolo 5 indicava il dovere per i militanti di «acquisire e approfondire la conoscenza del marxismo-leninismo e applicarne gli insegnamenti nella soluzione delle questioni concrete». Ricordava contemporaneamente le disposizioni dell’articolo 2, che affermava che ammetteva l’adesione al partito di persone di fede religiosa o di convinzioni filosofiche diverse da quelle dei marxisti.

[2] La tesi 2 parla dell’avvenuta costruzione di società socialiste o di indirizzo socialista». Non è chiaro se si tratti di una sfumatura terminologica o di una differenziazione concettuale.

[3] La tesi 37 chiede egualmente l’elaborazione di una legge elettorale unica per tutta la Comunità.

[4] Un concetto analogo è anche nella tesi 7.

[5] «La democrazia politica si presenta come forma istituzionale più alta di organizzazione di uno Stato, anche di uno Stato socialista» (tesi 9).

[6] Si noti che, in una tesi già citata, alla socialdemocrazia non si rimprovera di non avere soppresso il sistema capitalista, ma di non avere portata la società «fuori della logica del capitalismo». Altrove sono criticate le soluzioni della crisi che «escludano sostanziali modificazioni del sistema capitalistico» (tesi 24). Che cosa significa in concreto «sostanziali»? In ogni caso è chiaro che tali modificazioni sono concepite in una prospettiva di mantenimento del sistema e, ripetiamolo ancora, a tempo indeterminato.

[7] Questo status quo è, molto probabilmente, il risultato di un compromesso tra fautori di ulteriori innovazioni revisionistiche e superstiti della vecchia guardia, che hanno concentrato la loro battaglia su punti particolari, come, per esempio, quello della concezione della religione.

[8] Cfr. L. MAITAN, Léninisme, socialdémocratie et eurocommunisme, in «Inprecor», n. 37, 2 novembre 1978.