Dal compromesso storico all’alternativa democratica, passando per la legge Reale

di Diego Giachetti

Partito comunista italiano, versione Anni Settanta: il pericolo cileno, l’ombrello della Nato, l’avanzata elettorale, la politica dei sacrifici, i governi di solidarietà nazionale, lo scontro con il movimento, l’inizio del logoramento [1]

            Rileggendo i commenti a caldo che ci furono quando Enrico Berlinguer, a conclusione di un trittico comparso sui numeri di settembre-ottobre del 1973 della rivista Rinascita, avanzava la proposta del compromesso storico, si resta stupiti dello stupore di molti commentatori, quasi si trattasse di una proposta completamente nuova, che rompeva con tutta una precedente impostazione della politica e della strategia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale. Così poteva apparire agli interessati commentatori e fiancheggiatori del pensiero della classe dominante, che per anni avevano continuato a speculare su presunte e difficilmente dimostrabili velleità rivoluzionarie del partito. Altrettanta poteva essere la sensazione di chi, forse un po’ troppo ingenuamente, aveva sperato che le lotte studentesche e operaie del biennio ‘68-69 costringessero il gruppo dirigente comunista a rivedere l’impostazione strategica di fondo, che risaliva ai tempi della svolta di Salerno, operata da Togliatti al momento del suo rientro in Italia nel 1944.

Le “riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”

            L’occasione che aveva offerto lo spunto al segretario del partito per le sue riflessioni e le sue proposte era stato il colpo di stato in Cile consumatosi l’11 settembre del 1973  contro il governo di Unidad Popular, formatosi tre anni prima e presieduto dal socialista Salvador Allende. Non si trattava di un pretesto casuale: tutta la sinistra italiana, vecchia o nuova che  fosse,  aveva guardato con interesse e partecipazione a quelle vicende, in quanto la sensibilità internazionalista allora era ben viva e portava a ritenere che ogni vittoria o sconfitta riportata dal proletariato in qualche parte del mondo, si riverberasse nel proprio paese incidendo sui rapporti di forza tra le classi. In particolare l’attenzione si concentrava sul Cile dove era in corso un contraddittorio esperimento di trasformazione socialista della società,  iniziato con la conquista della maggioranza relativa da parte delle forze di sinistra di quel paese.

            Era quindi più che mai corretto e necessario, dopo il colpo di stato del generale Augusto Pinochet, cercare di trarre delle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile[2], come faceva Enrico Berlinguer, in quanto ciò che era accaduto in quel paese metteva in discussione uno dei capisaldi della politica comunista e cioè la via nazionale e parlamentare al socialismo, teorizzata da Togliatti in risposta al disagio che serpeggiava dopo i drammatici avvenimenti del 1956: XX Congresso del PCUS e invasione d’ Ungheria.

             La “sindrome cilena” di Berlinguer assomigliava molto allo spettro della “prospettiva greca” agitato anni prima da Togliatti per giustificare l’accodamento del partito al programma di ricostruzione dello Stato borghese e del capitalismo nell’immediato dopoguerra. Il segretario del PCI nel 1974 si guarderà bene dall’analizzare invece con la stessa enfasi la rivoluzione portoghese e il ritorno della democrazia parlamentare in Grecia, a seguito del crollo del regime militare instaurato nel 1967. Due avvenimenti che si ripercuotevano in Italia e rafforzavano negli strati popolari la convinzione che fosse necessario porre fine al regime democristiano quale premessa per avviare qualsiasi processo di cambiamento sociale e politico.

            La via cilena al socialismo non dimostrava forse che il percorso graduale e riformistico, tutto proteso al rispetto delle regole, era fallito? Che la borghesia e l’insieme delle classi possidenti non accettavano democraticamente di veder ridimensionato il proprio potere economico, nonostante questa fosse la volontà della maggioranza popolare? Altre però erano le questioni che emergevano per il gruppo dirigente comunista dopo il dramma cileno, che veniva analizzato e ricostruito in modo non sempre corretto  e comunque troppo spesso funzionale alle tesi che il PCI voleva dimostrare.

            Una prima lezione che Berlinguer traeva da quell’esperienza riguardava l’opportunità di intessere una politica di alleanze con settori sociali e partiti popolari tradizionalmente non di sinistra, al fine di favorire una convergenza e una collaborazione fra tutte le forze democratiche e progressiste, che costituisse la base di un’alleanza politica tra i tre grandi partiti popolari di ispirazione socialista, comunista e cattolica, capace di estendersi e di coinvolgere anche le formazioni minori di area democratica.

            Si trattava di un’indicazione già presente in una relazione stesa da Giancarlo Pajetta, dopo un suo viaggio in Cile, e letta da Berlinguer. Egli concludeva il suo rapporto affermando che l’esperimento cileno dimostrava l’indispensabilità di una politica di alleanze e che non poteva esserci tale politica “senza un compromesso”[3]. E ancora, il Cile insegnava che una contrapposizione frontale tra partiti che avevano una base popolare, i comunisti e i socialisti da un lato e la Democrazia Cristiana (DC) dall’altra, poteva condurre ad una spaccatura del paese, che poteva risultare fatale per la democrazia.

            L’unità dei soli partiti dei lavoratori non era una condizione sufficiente – proseguiva Berlinguer – per garantire la difesa e il progresso della democrazia e per assicurare l’avvio di trasformazioni graduali nella struttura del paese. Occorreva evitare che, ancor prima dell’inizio del processo di trasformazione della società, si giungesse ad una contrapposizione tra i partiti di ispirazione popolare, bisognava scongiurare la saldatura della DC con la destra, come era appunto accaduto nel paese latinoamericano e come stava per accadere, secondo una visione funesta e timorosa, in Italia con la polarizzazione degli schieramenti attorno alla questione del referendum sul divorzio.  In più di un’occasione (intervento al Comitato Centrale del dicembre 1973, discorso al Palasport di Roma l’8 marzo 1974) Berlinguer aveva detto che il PCI era disposto ad un accordo con la DC per rivedere, in parte, la legge che istituiva il divorzio, onde evitare che la campagna elettorale per il referendum – voluto dalla parte più conservatrice del mondo cattolico – urtasse la sensibilità dei credenti, spaccasse in due il paese ed isolasse le forze del movimento operaio e della sinistra progressista.

            Il 12 maggio del 1974 accade esattamente l’opposto: con la vittoria dei “No” all’abrogazione della legge sul divorzio, ad essere isolata e sconfitta fu la DC e la parte più retriva del mondo cattolico;  il voto dimostrava che quest’ultimo non era più un blocco compatto che faceva proprie le indicazioni della Chiesa o del partito, al suo interno si erano prodotte in quegli anni rotture e differenziazioni che non avevano precedenti nella storia recente del paese.

            Questo dato non influì in nessun modo sulla scelta enunciata precedentemente. Di fronte alla crisi economica, sociale e di valori che attanagliava la società, sollevando minacce di incombenti avventure reazionarie, bisognava promuovere un programma di rinnovamento democratico capace di coinvolgere la stragrande maggioranza della popolazione mediante un “nuovo grande compromesso storico” tra le forze politiche – DC compresa – che raccoglievano i maggior consensi di massa, così si concludevano le riflessioni del segretario del PCI.

Dall’alleanza coi cattolici al compromesso storico con la Democrazia Cristiana

            Rileggendo i documenti prodotti precedentemente, la formulazione berlingueriana non appariva così nuova come alcuni volevano credere. Lo stesso Berlinguer nel rapporto al XIII Congresso del PCI, del marzo 1972, aveva affermato testualmente che una prospettiva nuova per il paese poteva essere realizzata solo “con la collaborazione tra le grandi correnti popolari: comunista, cattolica, socialista”[4]. E’ vero che, a rigore, tale formulazione non diceva ancora esplicitamente che occorresse fare un compromesso con la DC, in quanto parlava di mondo cattolico in senso lato e non della sua rappresentanza politico-istituzionale, tuttavia il riferimento al partito era implicito ed era confermato dal continuo richiamo ai governi di unità nazionale che si erano susseguiti dal 1944 in poi, fino al 1947, data dell’estromissione dei comunisti e dei socialisti dal governo. Quella era considerata dai comunisti un’interruzione funesta del processo di rinnovamento avviato dalla resistenza; processo che andava ricomposto e ripreso, ridandogli la spinta politica propulsiva consistente nel riproporre quell’esperienza che rappresentava – più del pensiero di Gramsci e del Congresso di Lione del 1926 – il momento costitutivo del partito, così come l’abbiamo conosciuto fino al momento della sua dissoluzione.

            Se si esclude la breve parentesi del Fronte Democratico Popolare del 1948 (più imposta dalle condizioni internazionali e dalle scelte della DC e della borghesia, che non voluta e ricercata coscientemente dai comunisti) tutta la strategia dell’unità delle forze popolari si era sempre basata sull’assunto che non fosse sufficiente che i partiti di sinistra ottenessero la maggioranza elettorale per avviare un processo di trasformazione socialista.  Non era quindi una novità che Berlinguer ribadisse che il raggiungimento del 51% dei voti non avrebbe garantito la sopravvivenza e l’opera del governo, e che era per questa ragione che i comunisti non adottavano la parola d’ordine dell’alternativa di sinistra, bensì quella dell’alternativa democratica, la quale stava ad indicare appunto una prospettiva di collaborazione con altre forze che andava al di là dei socialisti e aveva come obiettivo quello di coinvolgere la DC.  D’altronde, prima ancora di Berlinguer, già Gerardo Chiaromonte, su Rinascita del 25 maggio 1973, era stato molto chiaro in merito, quando aveva scritto che occorreva evitare una contrapposizione frontale tra le sinistre e la DC; ammesso che le forze di sinistra avessero conquistato il 51% dei voti, il successo del progetto politico non avrebbe potuto essere “assicurato in contrapposizione frontale con l’altro 49%”.

            Lo stesso Chiaromonte, che in quegli anni dirigeva il settimanale Rinascita, ricordò in seguito che gli articoli scritti da Berlinguer a commento dei fatti cileni non costituirono una novità dirompente, né per lui né per gli altri redattori, in quanto “li vedemmo come un’ulteriore precisazione di una riflessione politica che veniva da lontano”[5]. Tuttavia, se il compromesso storico nasceva come riflessione-continuazione di un’esperienza importante della storia comunista, va anche detto che si trattava di un ripensamento parziale. Infatti mancava un’analisi serie e approfondita sulla prima sconfitta riportata dal progetto di unità nazionale nel 1947, quando i comunisti furono esclusi dal governo al quale avevano sempre partecipato con fedeltà assoluta e moderazione esasperata.

            In questa continuità di fondo il compromesso storico rappresentava un passo ulteriore sulla strada della socialdemocratizzazione e segnava un salto di qualità rispetto all’impostazione togliattiana.  Nell’impostazione precedente era ancora rintracciabile la priorità delle alleanze sociali, rispetto a quelle istituzionali fra i partiti, col mondo cattolico che non coincideva solo con la DC e che comunque veniva prima di un rapporto stretto con questo partito. L’impostazione togliattiana si fondava certo sull’attenzione al politico, al mondo delle istituzioni, ma non trascurava il sociale, l’unità del movimento di massa nelle sue componenti socialista, comunista e cattolica, in una visione del problema delle alleanze coi ceti medi che puntava in parte alla rottura di questa categoria sociale.

            Berlinguer e il gruppo dirigente del compromesso storico abbandonavano il discorso della rottura, dell’egemonia della classe operaia sui ceti medi in via di proletarizzazione, e respingevano contemporaneamente ogni proposito di spaccatura dell’unità politica dei cattolici. Infine, dopo che Togliatti aveva promesso la via elettorale al socialismo, Berlinguer paradossalmente affermava che il 51% dei voti non bastava più. 

            Era evidentemente nell’interesse del gruppo dirigente presentare il tutto come continuità, evoluzione positiva di una linea precedentemente tracciata, in quanto forniva legittimità alla direzione. Vi erano d’altronde molte ragioni che suffragavano la tesi della continuità di un’elaborazione che si rifaceva al progetto togliattiano di democrazia progressiva, che Berlinguer riprendeva assieme a contenuti tipici del vecchio riformismo di matrice socialista. Il rinnovamento nella continuità è sempre stato un tema caro alla cultura politica dei dirigenti dell’ex PCI i quali hanno sempre evitato non a caso la nozione di svolta, cioè l’ipotesi che in determinate situazioni sia necessaria una rottura con la linea precedente.  Tale mentalità però – osservava Leone De Castris su Liberazione del 22 gennaio 1993 –  ha comportato nel tempo un graduale attenuarsi della critica, ha prodotto un “vuoto teorico” che è stato riempito da un procedere empirico, corollario di un’ “idea di politica sempre più autonoma”dalla società, che ha prodotto“opportunismo” e “omologazione trasformistica”Non solo, lo stesso concetto di continuità, unitamente alla presenza del centralismo burocratico, impediva sul nascere ogni tentativo di puntualizzazione critica alla linea stabilita.

            Non mancarono tra i dirigenti comunisti critiche al compromesso storico, provenienti anche da personalità di primo piano, ma si ridussero, forse con la sola, parziale e isolata eccezione di Umberto Terracini, a richieste di ulteriori precisazioni, di correzioni di analisi giudicate parziali o incomplete, oppure di interpretazioni diverse della stessa strategia.  Luigi Longo esprimeva fin dall’inizio riserve sul termine compromesso storico preferendogli quello di blocco storico, come annunciava in un’intervista comparsa sul settimanale Epoca del 4 novembre 1973, che rappresentava il primo passo verso la manifestazione di un dissenso in parte rintracciabile nel suo intervento nel dibattito precongressuale, e che espresse invece “con grave travaglio in una riunione del Comitato centrale”[6]. Così pure le critiche mosse da Pietro Ingrao, rimasero all’interno di un’interpretazione forse più di sinistra e meno centrista del compromesso storico, senza mai giungere ad una progettualità politica alternativa e contrapposta.

            Nessuno infatti fu in grado o volle contrapporre al progetto berlingueriano del compromesso storico, l’idea della possibilità di costruire un’alternativa di sinistra al potere democristiano, capace di unire la lotta democratica contro tale regime a quella per il socialismo, attorno ad un programma che avesse come obiettivo un governo delle forze di sinistra, espressione delle lotte popolari e di una egemonia via via acquisita sulle masse cattoliche e sui ceti medi, travagliati da una profonda crisi di identità politica e preoccupati per l’avanzare della crisi economica e del sistema.

            Opposizione politica esplicita al compromesso storico non ci fu, né nel gruppo dirigente né fra la base, un mugugno di fondo e una differenziazione interna su fatti specifici sì, come testimoniano tra le righe diversi interventi al dibattito precongressuale di segretari e militanti periferici. Ci fu certamente chi accettò il compromesso storico con la riserva mentale di considerarlo un espediente tattico per ingannare e logorare l’avversario. Tuttavia, atteggiamenti di questo tipo, che avevano avuto una loro rilevanza negli anni che vanno dal 1944 al 1947 e anche dopo, ebbero negli anni Settanta una valenza decisamente minore e ininfluente, poiché trent’anni e più di evoluzione – o di involuzione – non erano trascorsi invano. Berlinguer poteva avere facilmente ragione delle critiche parziali, timide e settoriali  che affioravano alla sua sinistra e a destra con Giorgio Amendola, che voleva un’alleanza con la DC quale essa era. L’incapacità di definire una proposta politica alternativa contribuiva a raffreddare ogni residua illusione di chi pensava fosse ancora possibile riportare indietro o frenare la corsa involutiva del gruppo dirigente comunista, e poneva alle organizzazioni dell’allora sinistra rivoluzionaria il problema di definire un proprio progetto politico alternativo.

La crisi come arresto dello sviluppo

La proposta del compromesso storico sollevava non solo vecchie e nuove questioni di continuità o di rottura di una linea politica che veniva da lontano, ma rimetteva in gioco altre tematiche non affatto secondarie quali l’analisi dello Stato, del capitalismo italiano, della struttura di classe, delle trasformazioni indotte dalle lotte del ‘68-69, la definizione del ruolo della DC e la questione cattolica, la transizione al socialismo. Si trattava di temi importanti che emersero nel dibattito che si aprì sulla stampa, del PCI e non, e che trovavano riscontro nella relazione di Berlinguer al Comitato Centrale del dicembre 1974. Dopo aver riconosciuto in più di un’occasione che l’espressione compromesso storico era “un po’ provocatoria”, poiché la parola stessa aveva un significato “diciamo un po’ deteriore”, il leader comunista, nel riproporla con vigore al Comitato Centrale che preparava il XIV Congresso del marzo 1975, accentuava in modo catastrofico l’analisi della situazione italiana[7]. Egli partiva dalla constatazione che l’economia era entrata in una fase di profonda recessione, preludio di una vera e propria crisi le cui cause, più che nelle contraddizioni intrinseche al modo di produzione capitalistico, andavano ricercate in elementi peculiari e tipici della genesi storica della società italiana, risalendo al carattere della nostra rivoluzione borghese e “anche ad epoche precedenti”.

            Esclusa la breve parentesi della Resistenza e dei governi di unità nazionale, che avevano creato “le basi di uno Stato democratico di tipo nuovo”,  e posto le premesse per costruire una società nuova, più giusta, civile e moderna, tutto lo sviluppo economico seguente alla cacciata dei comunisti dal governo era stato “malsano” e “distorto”. La  situazione dei primi anni Settanta veniva descritta in modo cupo e pessimistico: il paese appariva in preda ai terroristi, minacciato da continui tentativi antidemocratici, manovre, complotti (e i dati potevano cambiare “anche in peggio”, aggiungeva Berlinguer), per cui gli sembrava “persino un po’ miracoloso” che l’Italia in quegli anni si spostasse sempre più a sinistra.

            La crisi era una conseguenza della distorsione del sistema, correggendola se ne poteva uscire, si trattava quindi di ricondurre alla normalità, rispetto ad un presunto e neutrale sviluppo capitalistico, la devianza della situazione italiana, i cui guasti dipendevano dal “peso della rendita, dai parassitismi, dall’eccesso dei settori improduttivi”. Poiché le classi dominanti non erano capaci di proporre “obiettivi e prospettive di sviluppo”, toccava ai lavoratori farsi carico del compito che una borghesia sana avrebbe dovuto saper portare a termine. La proposta complessiva era un piano economico di risanamento generale dell’economia  che eliminasse sprechi, disservizi, inefficienze, arretratezze, vere e proprie incrostazioni che appesantivano le ali al libero dispiegarsi della produttività e dello sviluppo economico capitalistico.

            Tutto questo si rifletteva, sul piano dell’indicazione politica, nella prospettiva di una “nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista”, da realizzarsi in alleanza con la DC, nonostante essa fosse la maggior responsabile delle distorsioni, degli squilibri e delle inefficienze che avevano caratterizzato il processo economico e sociale nell’ultimo trentennio. A livello di alleanze sociali, Gerardo Chiaromonte – in un articolo comparso su Rinascita del 27 giugno 1975 – sosteneva la necessità di uno “schieramento larghissimo” costituito dall’insieme degli strati sociali che componevano il “blocco produttivo”: operai, braccianti, tecnici, piccoli e medi imprenditori, contadini, artigiani, lavoratori autonomi; uno schieramento che non disdegnava momenti di alleanza tattica e di lungo periodo con quelle frazioni della borghesia che investivano in settori ad alta intensità di lavoro e di capitale.

            Questa in sintesi era la risposta politica e strategica del PCI alle esigenze di trasformazione emerse con le lotte del biennio ‘68-’69, esigenze che i dirigenti comunisti imbrigliavano nel letto di Procuste del compromesso storico recidendone le parti migliori, quelle che, se potenziate e sviluppate, avrebbero potuto rappresentare una reale rottura e alternativa  al blocco storico che si era coagulato attorno alla DC e alla borghesia, e aveva governato l’Italia per trent’anni. Nell’insieme l’analisi della situazione confondeva spesso gli effetti con le cause ed era vincolata da una lettura della crisi come arresto dello sviluppo, come incapacità della classe dirigente a trovare una soluzione adeguata al problema delle ripresa capitalistica.  Ciò impediva ad esempio di cogliere come fosse già in atto un processo di ristrutturazione dell’economia che rappresentava la risposta capitalistica alla crisi, la quale iniziava a manifestarsi col decentramento produttivo e la costituzione o ricostituzione di piccole  e medie imprese  gestite da imprenditori considerati come alleati ambiti nell’ottica del compromesso storico.

            La griglia interpretativa di Berlinguer era inoltre facilmente criticabile poiché presumere che esistesse una società capitalistica priva di distorsioni era antistorico, in quanto il modo di produzione capitalistico aveva rivelato come costante la presenza dello sviluppo diseguale e non equilibrato.  Fenomeni come il sottosviluppo delle regioni meridionali, gli sprechi, il parassitismo, la corruzione, non erano tanto il frutto dell’arretratezza del sistema, rappresentavano le caratteristiche degenerative di  un capitalismo fin troppo maturo, rivelando se mai la sua incapacità di assicurare uno sviluppo economico armonioso e generalizzato. Più in generale, pesavano sulla crisi italiana le contraddizioni strutturali tipiche dell’industria e dell’agricoltura capitalistica, all’interno della Comunità Economica Europea e gli sconvolgimenti dei mercati finanziari e monetari internazionali di quegli anni[8].

            Berlinguer formalmente ribadiva l’eventualità di introdurre alcuni timidi “elementi di socialismo” nel generale processo di rinnovamento economico e sociale, ma posto di fronte alla domanda: “cosa intendi per ‘elementi di socialismo’?”, rispondeva subito: “non è facile rispondere. Questo problema richiede ancora approfondimenti”; passava poi ad elencare una serie di misure (giusta ripartizione del reddito, orientamento delle attività produttive verso la soddisfazione dei bisogni popolari, non soppressione dei profitti, partecipazione più ampia dei cittadini) riproponendo, con molta cautela, indirizzi timidamente keynesiani, non certo obiettivi transitori al socialismo[9].

La DC alleata per il rinnovamento

            Non meno confutabile e lacunosa era l’interpretazione della natura e del ruolo della DC, responsabile per tanta parte di  tutti quei fenomeni degenerativi e malsani che il PCI denunciava,  ma indicata anche come alleato indispensabile per una strategia politica di rinnovamento del paese. Era una contraddizione non facile da accettare e Giorgio Napolitano, intervenendo su Rinascita del 24 gennaio 1975, si vedeva costretto a chiedere soccorso ad “una visione fortemente dialettica” per spiegare ai compagni perché fosse necessario “riconoscere legittima l’alternativa” alla DC e contemporaneamente affermare “la necessità di un incontro storico”con quel partito, il cui sistema di potere era descritto come un concentrato di corruzione e di malgoverno.

            L’analisi del ruolo della DC si fondava su un errore di metodo in quanto la natura del partito veniva fatta discendere dalla composizione sociale del suo elettorato e dei suoi iscritti, non dalle funzioni e dagli interessi che aveva rappresentato e rappresentava all’interno di una società divisa in classi. Dire che la DC era un partito di massa, popolare, interclassista, significava fermarsi al livello di un’analisi sociologica del fenomeno, fotografando una situazione di fatto e “scoprendo” quello che già si sapeva, cioè che quel partito era capace di rappresentare forze sociali diverse: dagli operai ai contadini, agli impiegati, ai bottegai, ai commercianti e via via fino ai piccoli, medi e grandi capitalisti. Si trattava di una verità incompleta, che sottovalutava l’intreccio fra politica ed economia, fra partito e Stato, che trascurava uno degli aspetti primari di questo rapporto: l’uso delle risorse derivanti dall’occupazione del potere statale per mantenere e possibilmente accrescere il consenso elettorale, mediante la tessitura di una fitta rete di clientele e di favoritismi.

            Non tener conto di questi intrecci significava cadere in una serie di contraddizioni. Così la crisi dell’economia pubblica e il fallimento della pianificazione negli anni Sessanta erano presentati come la conseguenza del parassitismo e del clientelismo, ma era con la DC che il PCI si proponeva di risanare quel settore facendone una questione morale. Il fallimento della programmazione, fiore all’occhiello del centro-sinistra, non era dovuto né al parassitismo né al freno delle forze economiche retrive ma, in ultima analisi, al contesto dei rapporti di proprietà capitalistici in cui si inseriva. Pur rappresentando una tendenza tipica del capitalismo avanzato, la pianificazione dei costi e degli investimenti trovava dei limiti, non nell’incapacità dei dirigenti ad applicarla, ma nelle scelte di fondo che continuavano ad essere determinate dalla ricerca del profitto. Clientelismo, malversazioni, pessima utilizzazione dei fondi pubblici, non facevano che aggravare una situazione innescata da altre ragioni.

            Certo, la DC era un partito  che esprimeva gli interessi della borghesia con un consenso elettorale e popolare di massa, ma altrimenti non poteva essere, almeno in un moderno stato borghese democratico parlamentare. Tutti i partiti politici legati alla classe dominante – minoritaria in quanto tale – hanno sempre avuto bisogno di una base di massa, di un consenso popolare. Sperare, come sperava Berlinguer, che questa base popolare potesse emergere e pesare al punto di determinare un cambiamento radicale della politica del partito democristiano era un non senso, in quanto esso avrebbe dovuto rivedere la sua funzione e il suo ruolo nella società. E anche nell’ipotesi che ciò fosse accaduto, la borghesia in quanto classe sarebbe ricorsa ad altri strumenti – democratici o non, com’è già accaduto – per ribadire il suo dominio.

            Voler a tutti i costi vedere che la DC stava cambiando sotto la spinta della base, perché Amintore Fanfani lasciava nel 1975 la segreteria e vi subentrava Benigno Zaccagnini, o scambiare Aldo Moro per un novello Giovanni Giolitti, fu un errore madornale. Con Fanfani finiva una certa impostazione tattica della DC, non la DC in quanto ruolo e funzione da svolgere nel quadro complessivo del sistema. Soprattutto la lettura berlingueriana del fenomeno democristiano trascurava gli elementi di crisi che percorrevano il rapporto tra partito e base sociale. Tali elementi, riconducibili sinteticamente al mutamento della struttura di classe del paese, al declino del mito americano (battuto in Vietnam), allo spostamento a sinistra di parti consistenti di cattolici e alla crisi dello stato sociale, che incrinava il rapporto di mediazione e conciliazione clientelare di interessi contrapposti, rendeva praticabile una linea alternativa al compromesso storico. Era la strada che indicava per esempio sul Manifesto del 9 febbraio 1975 Vittorio Foa, quando proponeva di distruggere il vecchio blocco sociale e politico dominante per costruirne uno nuovo, saldando le forze del movimento operaio e dei partiti di sinistra con quelle cattoliche emancipate dalla DC, attorno ad obiettivi di trasformazione profonda della società. Era la proposta di lavorare per costituire in parlamento un governo di sinistra che mandasse la DC all’opposizione; proposta che venne ripresa e sviluppata dalle formazioni della nuova sinistra per costituire la parola d’ordine con la quale Democrazia Proletaria si presentò alle elezioni politiche del giugno 1976.

Le ragioni di una vittoria elettorale

Per un paese come il nostro, abituato nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta a misurare la sconfitta o la vittoria elettorale di un partito, ragionando su incrementi percentuali simili a prefissi telefonici, i risultati delle elezioni amministrative del 15 giugno 1975 erano qualcosa di insolito e di dirompente. Il partito da sempre di maggioranza relativa, la DC, perdeva tre punti in percentuale rispetto alle precedenti elezioni, il PCI aumentava di cinque punti, che significava un incremento di più di due milioni di voti. Uno scarto di neanche tre punti divideva la DC, scesa al 35% dal PCI, salito al 32,4 %.  Netto era anche l’incremento del PSI (+ 2%), dignitosa la presenza delle liste della nuova sinistra (1,5%), sostanzialmente stazionari i partiti minori di centro, repubblicani e socialdemocratici, in calo vistoso i liberali, ridimensionata, rispetto ai voti ottenuti nel 1972, la destra neofascista.

Il titolo a tutta pagina de L’Unità del 17 giugno coglieva in poche parole due elementi sostanziali ricavati dai risultati: per il PCI si trattava del più grande successo elettorale riportato dalla liberazione, che si univa ad un più generale spostamento a sinistra dell’elettorato.  Il PCI diventava il primo partito in sette regioni, in 35 province e in 31 comuni capoluoghi, fra cui le più grandi e importanti città d’Italia: Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Firenze, Bologna, Venezia. PCI e PSI, da soli, o assieme ad altri partiti, assunsero il governo in sei regioni, rispetto alle tre precedenti: Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Lazio, in 30 province, prima erano 23, in 25 comuni capoluogo di provincia, rispetto ai 23 precedenti. Successivamente, dopo le elezioni comunali del 1976, si costituirono giunte di sinistra anche a Roma e a Napoli. Complessivamente le sinistre avevano conquistato la maggioranza in 701 comuni con popolazione superiore ai 5000 abitanti e in 1794 comuni inferiori. Circa un terzo dei comuni italiani aveva dato col voto la maggioranza alla sinistra.

            La sinistra storica del nostro paese e in particolare il PCI raccoglievano sul piano dei consensi elettorali i frutti caduti da alberi che non avevano certamente contribuito a scrollare con decisione. L’avanzata elettorale era la risultante della crescita e della radicalizzazione di un movimento di massa che aveva affermato il suo protagonismo sociale a partire dal biennio ‘68-’69, per impulso delle lotte studentesche e di quelle operaie dei grossi centri industriali. Tale movimento, frutto di un rafforzamento strutturale del proletariato, registratosi nel decennio precedente, e della scolarizzazione di massa,  non aveva ancora conosciuto sostanziali sconfitte; anzi, aveva fronteggiato e arrestato l’offensiva di destra capeggiata dal governo guidato da Giulio Andreotti, dopo le  elezioni politiche del 1972, ed era diventato punto di riferimento per altri strati sociali appartenenti alle classi subalterne, alla piccola e media borghesia, al mondo cattolico, interessati da un processo di radicalizzazione antagonistica nei confronti del sistema vigente. Essi identificavano nel movimento dei lavoratori, nelle sue strutture autonome, sindacali e politiche, le forze motrici di un possibile cambiamento.

            Gli sviluppi della situazione internazionale avevano influenza diretta sul movimento di massa. Se in Cile nel 1973 i militari avevano soffocato nel sangue l’esperienza socialista di Salvador Allende, nel 1975 l’imperialismo americano era definitivamente battuto in Vietnam, mentre nel vecchio continente si sviluppava la rivoluzione portoghese e il regime franchista in Spagna era in crisi. Nel 1974, dopo una lunga fase espansiva di sviluppo dell’economia capitalistica, si verificava una inversione di tendenza e iniziava una fase recessiva che aveva caratteristiche strutturali profonde e coinvolgeva le economie dei vari paesi, compreso il nostro.  

La combinazione della recessione economica, con l’ascesa dei movimenti di massa, apriva nel paese una crisi di direzione politica della borghesia che si esprimeva nelle difficoltà incontrate nel governare dai partiti espressione della classe dominante. Già allora una parte della borghesia italiana si andava convincendo che la DC era uno strumento politico sempre più logorato e compromesso, che la sua efficienza era inversamente proporzionale ai costi; contemporaneamente, però, dovevano constatare che non vi era alcun altro partito in grado di svolgere quel ruolo. Per un attimo parve che una parte dei capitalisti puntasse sul partito repubblicano, ma quando il gioco si fece “duro”, in prossimità delle elezioni politiche anticipate, Agnelli candidò il fratello Umberto nella DC per dare un segnale forte di quale fosse il principale partito della borghesia italiana.

            Le elezioni del 15 giugno 1975 già evidenziavano come fosse ormai impossibile governare senza il consenso dei partiti di sinistra, e segnavano il fallimento del tentativo di rilanciare un’ennesima riedizione del centro-sinistra. Gli stessi cambiamenti che avvennero ai vertici dei partiti borghesi, dopo la sconfitta elettorale, dove si affermarono direzioni di “sinistra”, furono indotti dalla necessità di “aprirsi” in qualche modo alla sinistra, che voleva dire principalmente trattare col PCI. Ormai il solo consenso del PSI non era più sufficiente per fronteggiare la recessione e contenere e governare l’ascesa dei movimenti di massa; d’altronde, la crescita costante di un movimento di lotta, era una delle cause che spinsero la direzione socialista a rompere la compagine del centro-sinistra e ad uscire dalla maggioranza governativa, provocando il ricorso alle elezioni politiche anticipate del 20 giugno 1976.

Tra i partiti di sinistra il PCI appariva il più credibile, per la tradizione di continuità storica che rappresentava e per la capillarità organizzativa, profondamente radicata negli strati popolari, capace quindi di catturarne il consenso e il voto. Al confronto le giovani organizzazioni della nuova sinistra non potevano competere, né rappresentare una reale alternativa organizzativa. Grazie alla sua posizione di rendita il PCI poteva così raccogliere voti provenienti da movimenti sociali e politici che certo non aveva contribuito a creare.

Giunte di sinistra e di “ampie intese”

            Nella coscienza della carica antagonista e di classe contro il regime democristiano, che una parte consistente dei voti alla sinistra esprimevano, le prime dichiarazione del PCI, dopo il successo elettorale del giugno 1975, furono improntate alla massima cautela. Si voleva assicurare gli sconfitti che non c’era nessuna intenzione di approfittare del cambiamento dei rapporti di forza per penalizzare la DC e gli altri partiti borghesi minori.

             A caldo Berlinguer dichiarava su L’Unità del 17 giugno che era loro intenzione dare vita ad amministrazioni che possibilmente non si limitassero alla partecipazione dei soli partiti di sinistra, ma fossero aperte alla collaborazione di tutti, in quanto era “necessario e urgente procedere sulla strada delle più ampie intese fra tutte le forze popolari e democratiche”. Il 22 giugno il quotidiano comunista riportava la risoluzione della direzione del partito: si ribadiva la necessità di collaborare con tutte le forze politiche democratiche per moralizzare la vita pubblica, rinnovare il modo di governare, stroncare la delinquenza fascista, assicurare l’ordine, favorire una politica economica che “assicuri la ripresa produttiva”,  rilanci gli investimenti, favorisca la riconversione e sia in grado di “offrire alle stesse forze imprenditoriali quei punti di riferimento e quelle garanzie che sono loro necessari per programmare le proprie scelte e per sviluppare le proprie iniziative”. E così, sulla via della rassicurazione dei propri interlocutori, la DC, gli imprenditori, gli apparati dello Stato, si giungeva alla vigilia del 20 giugno 1976, data delle elezioni politiche, quando Berlinguer in una famosa intervista uscita sul Corriere della Sera del 15 giugno affermava che i comunisti rinunciavano alla richiesta di uscire dalla Nato, poiché tale struttura militare garantiva in qualche modo una protezione nel caso si volesse procedere sulla via italiana al socialismo.

Nel frattempo, nell’anno esatto che separa le elezioni amministrative da quelle politiche anticipate, si costituivano le giunte di sinistra e di ampia intesa. In Lombardia, Piemonte e Liguria si formavano giunte di sinistra che affiancavano quelle riconfermate in Emilia Romagna, Toscana e Umbria. Stessa cosa avveniva nei principali centri d’Italia: Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli dove le giunte erano spesso guidate da sindaci comunisti. In altri contesti si costituirono maggioranze di più ampie intese. Tali esperienze assunsero un carattere particolare, spesso artificioso, ricordava Gerardo Chiaromonte, all’epoca uno dei maggiori fautori della politica delle ampie intese e dei governi di solidarietà nazionale.

Il suo giudizio in seguito cambiò: “queste ‘intese’, nella maggior parte dei casi, apparvero non solo inutili in relazione ai rapporti di forza (che davano al PCI un ruolo del tutto aggiuntivo) ma soprattutto non portarono a novità apprezzabili nel modo di governare, che continuò a caratterizzarsi per vecchie pratiche clientelistiche e trasformistiche”. I programmi concordati erano unicamente pezzi di carta, venivano dati alcuni incarichi ad esponenti comunisti, mentre la DC continuava tranquillamente a governare, si venne a determinare un rapporto ambiguo con la DC e i suoi sistemi di governo, il PCI risultò compromesso “senza alcun vantaggio”[10].

            Una valutazione sull’operato delle giunte di sinistra non può essere disgiunta da una comparazione con quelle che erano le aspettative di trasformazione e di cambiamento radicale che i risultati del 15 giugno avevano suscitato. Il primo scoglio che le giunte di sinistra si trovarono a fronteggiare – sulla via di quella che nella propaganda comunista era indicata come un passo in avanti verso il socialismo – fu l’impossibilità, una volta accettate le compatibilità col bilancio dello Stato, di compiere scelte amministrative realmente autonome dal governo.

Nel 1975 i comuni erano le aziende più indebitate del nostro paese. Il debito era la conseguenza delle spese che si erano dovute sostenere nei decenni precedenti per fronteggiare lo sviluppo caotico e disordinato delle città, indotto dall’immigrazione e dalla speculazione edilizia. L’indebitamento comportava una accentuata dipendenza dalle banche, in particolare da quelle che istituzionalmente erano chiamate a finanziare gli enti locali, come le Casse di Risparmio, dei cui consigli di amministrazione facevano parte esponenti nominati dagli enti locali stessi. In questo senso, già prima dell’affermazione elettorale, in numerose città i comunisti erano presenti nei consigli di amministrazione delle Casse di Risparmio. Ma i membri di questi consigli contavano poco o nulla, chi influiva in modo determinante sulle scelte di politica finanziaria della banca era il Presidente. Egli era nominato dal Direttore Generale del Ministero del Tesoro (allora guidato dal Ministro Colombo della DC) ragione per cui la finanza degli enti locali, anche di quelli formalmente controllati dal PCI, era nelle mani della DC. Affiancavano l’opera di controllo delle spese degli enti locali una serie di enti statali che avevano il potere di bocciare o chiedere modifiche nel bilancio di spesa approvato dalle giunte.

Una norma della legge fiscale del 1973 aveva abrogato il diritto dei comuni di imporre tasse ai propri residenti. Per supplire a questa mancanza di introiti lo Stato stabilì le quote da assegnare alle giunte, ma i ritardi nella distribuzione e la rapida crescita dell’inflazione e dei tassi di interesse fece aumentare il deficit dei governi locali e assegnò allo Stato un nuovo potere di controllo su di essi.

            Quando anche il PCI cominciò a sostenere le scelte in materia di bilancio del governo, venne meno anche la possibilità di addebitare ad esso la colpa dei tagli alla spesa pubblica e quindi l’impossibilità di realizzare quelle riforme amministrative e “di buon governo” promesse.  La crisi della finanza locale impose una riduzione delle spese, coi pochi soldi rimasti si favorì quella sociale mediante l’espansione dei servizi. Si sperimentarono forme nuove di intervento culturali, si cercò di porre argine alla corruzione e al lassismo, presentandosi come amministratori dalle mani pulite, dotati di una rettitudine morale che da sola avrebbe garantito la “pulizia” e la trasparenza” nella gestione. Purtroppo ciò non impedirà, negli anni successivi, il coinvolgimento di esponenti comunisti e socialisti (questi in numero maggiore) in fatti vari di corruzione e di interesse personale in atti di pubblico ufficio.

            La politica dei governi di solidarietà nazionale si tradusse sul piano dell’amministrazione locale delle giunte di sinistra in operazioni istituzionalmente ambigue e poco chiare che, poco alla volta, ebbero il sopravvento sull’iniziale volontà di trasformazione e di cambiamento. Alle cautele in materia di bilancio e di spesa si affiancarono quelle relative ai rapporti con la DC, anche dove questo partito era all’opposizione. Si volle evitare a tutti i costi lo scontro politico con la DC e con  i gruppi sociali da essa rappresentati, si preferì spesso cercare il compromesso, non inasprire il confronto evitando di adottare questa o quella misura e limitandosi sempre più a scelte che trovavano in consenso di tutti, che non laceravano il tessuto sociale, ma che, proprio perché tali, rivelavano la loro pochezza, l’incapacità di colpire i settori forti  del tradizionale potere economico e sociale presente sul territorio. Si guardò con estrema diffidenza e fastidio ai movimenti sociali di contestazione e di protesta, vissuti come “complotti” orditi chissà dove e da chi per disturbare la via amministrativa al socialismo.

            Il bisogno di essere comunque legittimati a governare, riconoscimento che si aspettavano oltreché dall’elettorato, anche dagli intellettuali e dai partiti borghesi, favoriva un lento processo di omologazione. Gli amministratori comunisti acquisirono pian piano “comportamenti sempre più simili ai colleghi di altri partiti, [iniziarono] a privilegiare i rapporti infraistituzionali e interpartitici in una logica di pura cogestione non conflittuale del potere. La partecipazione alla gestione, la condivisione di privilegi, accentuarono la fedeltà dei militanti al partito; una fedeltà in cui s’intrecciavano ormai interesse e convinzione, in cambio della quale si aspettava una promozione sociale che faceva tutt’uno con l’auspicata legittimazione”[11].

I governi di solidarietà nazionale

            Rispetto ai risultati elettorali di un anno prima, quelli delle elezioni del 20 giugno 1976 presentavano alcune novità di rilievo. La DC recuperava consensi guadagnando tre punti in percentuale e attestandosi al 38,7 %. Il risultato indicava la rinnovata e obbligata (in mancanza d’altro) delega della borghesia al partito cattolico, una delega così esplicita e data in una situazione drammatica che si esprimeva anche nella perdita di voti da parte dei tradizionali partiti minori, repubblicani, socialdemocratici e liberali; lo stesso MSI di Almirante perdeva consensi. Il recupero democristiano non avveniva a scapito dell’elettorato di sinistra, ma di quello di centro e di destra. Era, per alcuni aspetti, una vittoria di Pirro, in quanto a farne le spese erano i suoi tradizionali alleati di governo.

Il PCI incrementava ancora i suoi voti attestandosi ad uno storico 34,4%, più 2,4% rispetto al 1975 e più 7, 3 % nei confronti del 1972. L’incremento dei voti al PCI, il calo di quelli dati al PSI e la deludente affermazione del cartello elettorale di Democrazia Proletaria (1,5 % e sei deputati) confermavano che questo partito continuava ad apparire alle grandi masse, alla ricerca di un’alternativa politica al regime democristiano, come lo strumento più adeguato ad affrontare lo scontro sociale. Anche la prospettiva dell’ingresso al PCI nel governo appariva agli occhi di molti lavoratori e militanti di base come una via d’uscita, come il male minore, come una conquista strappata all’avversario.

Stante la volontà riconfermata dei socialisti di non voler partecipare ad una nuova riedizione del centro-sinistra, ogni prospettiva di governo che escludesse i comunisti era preclusa, a meno di allearsi con l’MSI, cosa alla quale nessuno allora nella DC pensava. Ma, contemporaneamente, sul piano parlamentare risultava anche impossibile costituire un governo di sinistra, come aveva chiesto DP nella campagna elettorale; d’altronde non era certo questa la prospettiva alla quale guardava il PCI.   Nel corso della campagna elettorale il PCI aveva più volte affermato che l’obiettivo era quello di formare “un governo di larga solidarietà democratica che operi per tutto il tempo necessario per fare uscire il paese dalla crisi”: ciò avrebbe richiesto dei sacrifici alle masse popolari, ma la presenza del PCI al governo avrebbe rappresentato la garanzia che essi sarebbero serviti per ottenere dei risultati positivi in seguito.

            Complessivamente la sinistra aveva ottenuto il 47% dei voti, una percentuale che non aveva precedenti, ma Berlinguer e il gruppo dirigente nel loro ragionamento non partivano da quel dato. Per l’Italia vedevano solo sventure, giudicavano irreversibile la crisi economica e della classe dominante, temevano la reazione della destra; dietro l’inflazione vedevano emergere una delle condizioni per un possibile ritorno del fascismo; quindi, paradossalmente il compito principale della classe lavoratrice era impedire che il capitalismo entrasse in crisi, così che la borghesia non fosse tentata dal fascismo. In attesa di cambiamenti bisognava nell’immediato difendere la democrazia e lo Stato così come risultavano dopo trent’anni di governo democristiano, non forzare la situazione, puntare su una maggioranza ampia, non assillare la DC con la richiesta di entrare nel governo.  L’idea di un possibile governo alternativo a quelli tradizionalmente imperniati sulla DC non li sfiorava nemmeno.

             Chi criticava tale posizione sosteneva che anche e solo un serio programma di riforme non poteva realizzarsi con l’alleanza con la DC. Il PCI doveva usare la sua forza per favorire la costruzione di un’alternativa politica, non doveva compromettersi in un governo con la DC. Certo in questa prospettiva vi erano dei rischi, ma altrettanti se ne correvano accettando, di fatto, l’egemonia democristiana. Se non si voleva cadere in una situazione contraddittoria, nella quale, dopo essere stato votato in quanto partito di cambiamento, l’obiettivo del PCI diventava la stabilizzazione e non la trasformazione, “l’alternativa di sinistra si presentava nello stesso tempo come un rischio e una necessità”[12].

            Il compito di coinvolgere il PCI in tutte le responsabilità governative, senza entrare nel governo, venne affidato dalla DC ad un esponente navigato e capace, Giulio Andreotti. La timida apertura al PCI venne fatta gestire, con furbizia machiavellica, da un uomo della destra, a garanzia che avrebbe concesso pochissimo in cambio di molto. Fin dalle prime battute fu lo stesso PCI ad abbassare il tiro. La soluzione migliore per uscire dalla crisi è la via della solidarietà nazionale – dichiarava Berlinguer su L’Unità del 23 luglio 1976 – ma, aggiungeva prontamente, poiché la DC non voleva neanche sentir parlare di questa soluzione, “noi valuteremo le soluzioni che ci vengono proposte”.

L’iniziativa politica toccava quindi alla DC, “spetta oggi alla DC l’onere di avanzare proposte serie e credibili”, si poteva già leggere nella risoluzione della direzione pubblicata sul quotidiano del partito il 25 giugno. Tre giorni prima, sempre Berlinguer aveva dichiarato che erano disposti a “esaminare con la dovuta attenzione” proposte di governo, provenienti dalla DC, anche se non prevedevano la partecipazione diretta dei comunisti. Tra queste proposte diceva Alessandro Natta intervistato su L’Unità il 25 luglio, non era da escludere la possibilità di un governo monocolore democristiano con astensione comunista. Una proposta già contemplata dal partito: il compromesso storico non significa entrare “immediatamente” in un governo con tutte le forze democratiche e antifasciste[13]. Difatti il PCI, non voluto dalla DC, non entrava nella maggioranza governativa e accettava di astenersi sia alla Camera che al Senato per consentire la nascita del monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti.      

Il logoramento del PCI

             Il modo di concepire il rapporto tra DC e PCI non era lo stesso per i due partiti. Per la DC si trattava di una scelta provvisoria, in attesa che maturassero condizioni governative migliori. Si trattava di contenere il più possibile il PCI bloccandolo “in mezzo al guado”, per “logorarlo”, coinvolgendolo in una politica di cui si assumeva tutti gli oneri ricavandone il minor numero di vantaggi. Il PCI invece giudicò l’astensione al monocolore Andreotti come una prima tappa di avvicinamento al governo; un successivo passo avanti fu considerato l’accordo programmatico fra i partiti, stipulato nel luglio 1977 e, nel marzo del 1978, l’ingresso nella maggioranza governativa. Considerando il comportamento del gruppo dirigente comunista nel corso delle molteplici trattative con la DC, appare che si sarebbe potuto ottenere di più se si fossero messe da parte le eccessive cautele e la moderazione esasperata, se con più forza si fossero sostenute proposte rinnovatrici. Partendo da tali considerazioni Giuseppe Fiori segnalava apertamente i “limiti di Berlinguer e dell’insieme dei suoi collaboratori, ingenuità, inesperienza, difetti d’analisi, debolezze propositive”[14].

            Intanto, oltre alle alchimie politiche di cui erano il risultato, i governi di solidarietà nazionale producevano decreti e leggi che passavano con il consenso del PCI. La manovra economica, voluta nell’ottobre 1976 dal governo, colpiva la base del consenso ai comunisti espressosi nel voto del 20 giugno. Si abolirono sette festività infrasettimanali, s’introdusse la fiscalizzazione degli oneri sociali per le imprese, fu aumentata l’imposta del reddito sopra i cinque milioni, aumentò il prezzo della benzina, del gasolio da riscaldamento, del metano, dei fertilizzanti, la tassa di circolazione, le tariffe postali e ferroviarie; aumentarono le trattenute a titolo d’imposta sugli utili distribuiti dalle società. Si cominciò anche a mettere in discussione la scala mobile per i lavoratori considerati a reddito medio-alto, colpendo in questo modo non certo i grandi redditi, ma piuttosto strati di lavoratori dipendenti (tecnici, impiegati) che in quegli anni erano a fianco della classe operaia o in posizione di benevola neutralità rispetto alle sue rivendicazioni.

Modificare la scala mobile per i redditi compresi tra i sei e gli otto milioni, significava non solo incidere sul salario di alcuni operai specializzati, ma, stante i livelli di crescita dell’inflazione, anche su quello di strati di lavoratori che ben presto sarebbero entrati in quella fascia. Si cominciò a contenere la dinamica salariale congelando per due anni in BOT gli aumenti della contingenza e, successivamente, tramite un accordo sindacati-confindustria, gli aumenti dovuti agli scatti della contingenza non furono più conteggiati nel calcolo delle liquidazioni. 

            Mentre il PCI pensava di salire di gradino in gradino la scala del governo, i lavoratori intraprendevano un processo inverso, che vedeva diminuire, proprio ora che il PCI era alle soglie del potere, il loro potere contrattuale. Nessuno allora poteva permettersi di abolire del tutto la scala mobile, come poi è accaduto, si cominciò solo a dire, anche da parte sindacale, con Lama in prima fila, che certo non la si voleva mettere in discussione, ma si era però disposti a fissare un tetto al quale bloccarla. Si aumentò ad esempio la periodicità degli scatti (ogni sei mesi anziché ogni tre), si fissò a priori un numero massimo di scatti ammessi per il 1977.  Più in generale Berlinguer introdusse, fin dalla relazione ai lavori del Comitato Centrale del 19 ottobre 1976, l’idea che non era sufficiente pensare di eliminare i grandi privilegi, cosa che puntualmente non accadde, occorreva innanzi tutto cancellare la selva di piccoli privilegi, e faceva l’esempio di chi viaggiava gratuitamente o con tariffe ridotte in ferrovia, ripristinare un’etica del lavoro e dello studio contro i fenomeni di lassismo e di assenteismo.

Moralizzare la vita pubblica, si diceva, sull’onda dell’emozione suscitata dallo scandalo Lockheed che rivelava intrecci economici e politici tra la compagnia aerospaziale americana e partiti di governo del paese. Tre ministri furono accusati di aver ricevuto tangenti: i democristiani Rumor e Gui, il socialdemocratico Tanassi. Solo per Gui e Tanassi la Camera autorizzò il processo, Rumor fu salvato in commissione dal voto decisivo del giovane democristiano Mino Martinazzoli.

            L’azione di denuncia e di svelamento degli intrecci clientelari della DC trovava uno dei suoi limiti proprio in quel partito che avrebbe dovuto svolgere il ruolo di opposizione e che invece era attento ad accreditarsi presso i democristiani come partito di governo. Tante volte si protestò sulla carta senza andare oltre le parole di sdegno, Emblematico fu il caso del ministro democristiano Lattanzio, di cui i comunisti chiesero le dimissioni in relazione alla fuga di Kappler dall’Italia nel settembre 1977. Ed effettivamente Lattanzio si dimise dal ministero della difesa per assumere due incarichi, quello di ministro dei trasporti e della marina mercantile.

            Nel corso del triennio di solidarietà nazionale furono varate alcune importanti riforme legislative in materia di edilizia e urbanistica, salute e aborto. Il 28 gennaio 1977   venne votata la legge sull’edificabilità dei suoli. Essa fu presto sabotata dalle forze politiche e sociali contrarie, cosicché all’inizio degli anni Ottanta una nuova ondata di costruzioni abusive si verificò in particolare in Sicilia. Il 27 luglio del 1978 si varò la legge sull’equo canone. Frutto del tentativo di conciliare, anche dove non era possibile, gli interessi dei proprietari di appartamenti con quelli degli inquilini, la sua applicazione comportò una contrazione del numero delle case da affittare ad equo canone e un parallelo incremento di un mercato nero. Nel maggio del 1978 toccò alla legge n.180 che abrogava l’istituzione manicomiale, frutto di una lunga battaglia condotta da Franco Basaglia e dal movimento di Psichiatria democratica. Non affiancata da provvedimenti operativi, la legge non fu in grado di garantire strutture alternative per i malati di mente che lasciavano i manicomi. Il 23 dicembre di quello stesso anno fu varata l’importante riforma sanitaria con la costituzione delle Unità Sanitarie Locali (USL). Fu una ghiotta occasione di lottizzazione sfrenata di queste strutture, in quanto il controllo fu affidato ai consigli comunali, che si suddivisero gli incarichi, secondo le quote dei partiti. Infine, il 22 maggio 1978 fu approvata la legge sull’aborto.

            Disastroso fu il modo di rapportarsi del PCI, ormai “partito di lotta e di governo”, con la protesta che saliva dall’università e coinvolgeva la nuova generazione. Si fece di tutta l’erba un fascio, li si volle rappresentare come dei “movimenti confusi”, pervasi da “massimalismo e estremismo”, intolleranza “sterile e inconcludente ribellismo”, “squadrismo”, mossi da una “torbida trama eversiva”, nemici del sindacato, della democrazia, dei partiti; così li definiva Paolo Bufalini intervenendo al CC del PCI riunito il 14 marzo 1977. Non di meno, Berlinguer, parlando a conclusione del festival de L’Unità a Modena il 18 settembre 1977, coniava la definizione di “poveri untorelli”. Il risultato fu che si ripropose la frattura tra il PCI e le nuove generazioni, pochi anni dopo che si era faticosamente ricomposta quella apertasi nel 1968.

Austerità e sacrifici

            Superata l’iniziale ed epidermica diffidenza storica verso i comunisti, gli imprenditori cominciarono a guardare con sempre più crescente interesse alle proposte di politica economica che esso andava formulando. Come ci racconta Arturo Gismondi, già nel corso di una tavola rotonda a Bologna significative convergenze si erano verificate tra Giorgio Amendola e Umberto Agnelli. Il primo aveva infatti sostenuto la necessità di una collaborazione tra lavoratori e imprenditori, una specie di “patto tra i produttori”, per lottare contro le rendite, il parassitismo, la speculazione, il corporativismo, gli sprechi, la corruzione, “le rivendicazioni di tipo spicciolo”, la disaffezione al lavoro e l’assenteismo[15]. Guido Carli, l’allora direttore della Banca d’Italia, e l’imperversante economista Franco Modigliani, in quegli anni affermavano che per favorire la ripresa degli investimenti occorreva abbassare il costo del lavoro e aumentare la produttività.

             Nei confronti dei primi provvedimenti presi dal governo Andreotti, il PCI aveva espresso due tipi di critiche: la più conosciuta riguardava l’iniquità delle misure adottate,  la seconda esprimeva dei dubbi sulla validità dell’intera manovra nel timore che non fosse abbastanza rigorosa: c’è il rischio, si legge in una lettera della segreteria del partito, che i provvedimenti adottati “possano non risultare sufficienti […] ai fini del contenimento e della riduzione del tasso di  inflazione, nonché della difesa del tasso di  cambio della lira, e possano provocare […] la crisi di numerose imprese”[16].         

Di fronte ad una recessione economica di ampia portata, che coinvolgeva le economie capitalistiche dei paesi più sviluppati e si manifestava nelle forme classiche della crisi – crollo della produzione, caduta tendenziale del saggio di profitto, dei prezzi delle materie prime, sottoutilizzazione degli impianti, disoccupazione, sconvolgimento del sistema monetario internazionale, contrazione della domanda sui mercati, aumento dell’inflazione[17] – l’analisi svolta dal PCI si soffermava a denunciare come causa prima lo sviluppo distorto della nostra economia: arretratezza, ritardo nello sviluppo industriale, prevalere della rendita parassitaria, clientelismo, sprechi, cattivo funzionamento dei servizi, incapacità della classe imprenditoriale e del ceto politico. Le proposte per il superamento della crisi non andavano al di là di una riproposizione di alcune misure di programmazione democratica dello sviluppo.

              Una esposizione organica di tali proposte la si trova nel famoso progetto a medio termine, presentato da Giorgio Napolitano al Comitato Centrale del PCI il 13 maggio 1977 e pubblicato dagli Editori Riuniti. Nel programma erano elencati obiettivi generici che andavano dalla necessità di lottare “per valori umanamente e socialmente avanzati”, che favorissero un ‘evoluzione del paese “in senso moderno e progressivo” –  fondato su una nuova scala di valori e su una rivalutazione del lavoro “produttivo e creativo” – all’opportunità di restituire“dignità e serietà” alla scuola, alla costituzione di un governo democratico dell’economia, al rinnovamento e alla democratizzazione della Comunità Economica Europea, al decentramento e al riordinamento delle strutture dello Stato. Si trattava di enunciazioni slegate da ogni contesto storico concreto, che non tenevano conto del reale funzionamento di una società capitalistica, delle sue leggi e dei suoi obiettivi intrinseci, non sostituibili con altri senza modificare la struttura economica e sociale che li determina e li governa. L’ economista Claudio Napoleoni, ad esempio, in un suo intervento su Rinascita del 5 agosto 1977, segnalava la contraddizione insista nell’accostamento fatto fra lavoro produttivo e creativo, per ribadire che produttivo nella società capitalistica significa in primo luogo produttivo di plusvalore.

            In un contesto economico sociale, considerato sull’orlo di una “decadenza irreversibile verso il sottosviluppo”, si leggeva su L’Unità  del 18 giugno 1976, che conduceva verso “un’italietta ridimensionata e rattrappita, percorsa da tensioni, turbata da laceranti contrasti, decadente” – secondo quanto affermava il segretario del PCI nell’articolo su Rinascita del 24 agosto 1979 – la soluzione proposta consisteva in una politica che favorisse il rilancio economico, lo sviluppo capitalistico, i profitti e gli investimenti, con la speranza che la rimessa in moto del meccanismo dell’accumulazione determinasse un aumento dei posti di lavoro. La programmazione democratica dell’economia aveva il compito, almeno sulla carta, di conciliare il mantenimento del potere contrattuale acquisito dai lavoratori, con i profitti degli imprenditori; cosa praticamente impossibile in quanto una delle due variabili doveva per forza essere subordinata all’altra. Rispetto a quale delle due andasse sacrificata Giorgio Amendola e gli amendoliani non avevano dubbi: bisognava finanziare la riconversione delle imprese, rilanciare i profitti, arrestare le rivendicazioni salariali per non condizionare negativamente la ripresa e aumentare la produttività del lavoro, cioè lo sfruttamento della manodopera. Con queste premesse la politica economica del PCI rivelava “la sua subalternità agli indirizzi macroeconomici della banca centrale e del blocco centrista”[18].

            In questo quadro si collocava il discorso sui sacrifici che una classe operaia seria e cosciente, pervasa di spirito nazionale e non corporativo, che sapeva vedere e considerare gli interessi di tutti e non solo i propri, doveva accollarsi con decisione, cominciando a dare l’esempio sul campo. Sì, quindi alla ridiscussione della struttura del salario, sì alla rimessa in discussione della scala mobile, sì all’aumento della produttività, alla soppressione delle festività, alla lotta contro l’assenteismo attraverso il ridimensionamento delle garanzie mutualistiche, sì alla mobilità del lavoro. In cambio di tutto questo il PCI prometteva che, grazie ad esso e tramite la sua rappresentanza politica, la classe operaia si stava “facendo Stato”, entrava finalmente nei vertici del potere.

             Così, in un crescendo di proclami e di inviti moralistici all’austerità e ai sacrifici – purché fossero equamente distribuiti, cosa che puntualmente non avvenne –  in cambio di un futuro potere, che stava ben saldo nelle mani dei borghesi e dei suoi partiti, si avvaloravano le misure economiche e sociali del governo Andreotti,  fino alla scesa in campo di Enrico Berlinguer, per convincere i lavoratori, sempre più diffidenti e ammutoliti, con i due discorsi agli intellettuali prima e poi agli operai del 15 e del 30 gennaio 1977, durante i quali ribadiva la validità della politica di austerità, quale occasione per trasformare l’Italia.

            Un anno dopo scendeva in campo anche Luciano Lama, segretario della CGIL, affermando, in un’intervista comparsa su Repubblica del 24 gennaio 1978, che il sindacato chiedeva ai lavoratori sacrifici sostanziali: contenimento degli aumenti salariali, subordinazione di questi alla produttività, al mercato interno e internazionale, ai profitti di impresa; revisione del meccanismo della cassa integrazione, diritto a licenziare il personale esuberante. Alcuni giorni dopo Berlinguer nella relazione introduttiva al Comitato Centrale affermava che occorreva l’“impegno delle masse lavoratrici per realizzare l’aumento della produttività […] attuare la mobilità, contenere le rivendicazioni salariali”[19]. Erano le premesse che si ponevano perché tale linea trionfasse all’Assemblea dei quadri e dei delegati sindacali che si svolse a Roma il 13-14 febbraio 1978 all’EUR. Nel documento conclusivo, approvato dalla stragrande maggioranza dei 1500 presenti, si indicavano alcuni criteri da seguire in futuro per la politica salariale: responsabile contenimento delle rivendicazioni salariali, scaglionamenti degli aumenti nel corso del triennio, ricerca di soluzioni contrattuali che non incidano direttamente sul costo del lavoro. Burocrati di vario livello, funzionari sindacali, delegati scelti fra quelli più moderati, con criteri di elezione delle rappresentanze di fabbrica scriteriati e certamente non proporzionali, componevano la grande maggioranza dell’assise sindacale romana. Lì non incontrammo difficoltà a far passare la nostra linea, avevamo contro solo centoquindici delegati – ricordava Luciano Lama – diversa era la situazione nelle fabbriche, dove “l’opposizione fu molto più diffusa”, perché molti lavoratori “la consideravano una linea perdente”[20].

Il “corpo” del partito

Intervenendo alla Camera per motivare l’astensione del PCI al governo Andreotti, lo stesso Berlinguer – secondo quanto riportato da L’Unità dell’11 agosto 1976 – aveva esordito lamentandosi del fatto che fuori dalle aule parlamentari la costituzione del monocolore non suscitasse “non dirò dell’entusiasmo, ma neppure quel consenso fiducioso” che, secondo lui, era richiesto nei confronti delle condizioni del paese. Certo, come da tradizione consolidata, la sua relazione ai lavori del Comitato Centrale del PCI del 18 ottobre 1976, tutta tesa a giustificare le scelte appena operate dal partito, fu approvata all’unanimità; ma questo non impedì che in alcuni interventi emergessero delle critiche. Lucio Libertini denunciava il rischio di un offuscamento del rapporto di fiducia tra il partito, i lavoratori e gli elettori. Il sindaco di Torino Diego Novelli rivelava la presenza di una sfiducia della gente nei confronti del governo Andreotti e degli uomini che lo componevano, che poteva trasformarsi rapidamente in uno stato d’animo fatalistico, sfociando nel disimpegno e nel qualunquismo.

Critiche più organiche e attacchi precisi contro l’ala destra del partito venivano dall’intervento di Luigi Longo, il quale affermava che tra i lavoratori esistevano dubbi e perplessità, rispetto al cauto atteggiamento assunto dal partito e al bilancio di una politica che appariva “piuttosto negativo”. Certo, proseguiva, erano da apprezzare i riconoscimenti che venivano da Andreotti e La Malfa, tuttavia egli avrebbe preferito una sicura ed evidente adesione popolare, cosa che mancava. Durissima era poi la polemica nei confronti di Giorgio Amendola e di Eugenio Peggio, accusati di aver assunto, rispetto alla questione dei sacrifici, una posizione da “primi della classe”, “mostrando scandalo per la richiesta di contropartite”precise e immediate ai sacrifici.

            Si trattava di rimostranze interne alla linea, non certo di elaborazioni alternative alla politica adottata dal partito; si chiedevano interpretazioni più coerenti e più di sinistra. Enrico Berlinguer, nella replica, aveva buon gioco nell’assumere una posizione di centro, recuperando questa o quella posizione critica là dove era possibile e imputando ad un deficit di comprensione della linea le rimostranze. Non a caso affermava che occorreva spiegare meglio “ai compagni che non capiscono” la linea, liquidando così il dissenso, riducendolo ad una cattiva informazione sulla politica del partito, oppure ai limiti di comprensione tipici di alcuni strati sociali, pervasi di corporativismo ed egoismo.

            Dubbi, perplessità, rumori e borbottii di fondo serpeggiavano nel corpo del partito, incapaci però di esprimersi in aperta opposizione, in indicazione di una linea alternativa. Militanti da anni educati ad aspettare la linea dai vertici, reagivano partecipando senza entusiasmo all’attività del partito, manifestavano il dissenso con una diminuzione della partecipazione all’attività delle sezioni o non applaudendo determinati passaggi dei discorsi dei loro leader. Emblematico fu l’episodio che si verificò a Napoli al festival nazionale de L’Unità nel settembre del 1976. Berlinguer stava tenendo il comizio di chiusura della festa davanti ad una folla immensa, prodiga di affetto e di applausi, ma quando cominciò a spiegare le regioni dell’astensione dei comunisti in Parlamento, “si fece un gran silenzio, si ebbe la sensazione di una grande tensione; la diffidenza di centinaia di migliaia di persone divenne, per alcuni minuti, quasi un fatto palpabile”[21].          

            Si trattava di un dissenso non organizzato e non certo facile da organizzare per chi avesse voluto provarci, stante le regole di funzionamento del partito. Nelle sezioni si discuteva e si criticavano questi o quegli aspetti della politica, ma tutto finiva lì, al massimo un segretario intelligente recepiva queste critiche nella sua relazione per gli organismi superiori. Non era data la possibilità di un’organizzazione trasversale, tra sezione e sezione, tra federazione e federazione, e il dissenso interno rimaneva isolato. Le istanze dirigenti si servivano del dibattito come degli indicatori dello stato d’animo della base, per apportare questa o quella piccola correzione alla linea del partito. D’altronde anche il militante più critico esponeva le sue ragioni intendendole come dei suggerimenti per una eventuale correzione degli indirizzi del partito, demandando questo compito alla direzione. Si manifestava anche un senso di frustrazione, derivante dalla constatazione dell’artificiosità e dell’inutilità pratica della discussione in sezione, che diventava sempre più un rito, un’occasione per sfogarsi, con scarsissima incidenza sulle scelte del partito.

            Il bassissimo tasso percentuale (17,6%) di iscritti partecipanti ai congressi di sezione nel 1977, era la risultante di tante cause concomitanti. Vi era contenuto il senso di frustrazione del militante, la sua “protesta” passiva contro la linea del partito, ma era anche l’indicatore di una trasformazione della struttura dell’organizzazione. All’aumento degli iscritti non corrispondeva un proporzionale sviluppo della partecipazione e della militanza quotidiana. Quest’ultima diventava un qualcosa di occasionale, che si manifestava solo nelle grandi occasioni, elezioni e feste del partito. Contemporaneamente crescevano e si rinnovavano i membri dell’apparato. Dai 1200 funzionari del 1969 si passava ai 2325 del 1976.  Numericamente il PCI diventava sempre più un partito di massa, secondo un’indicazione cara a Togliatti, ma parallelamente era governato e diretto da un’élite ristretta di funzionari e di “professionisti della politica”, risultato dell’espropriazione del diritto degli iscritti alla partecipazione e alla rappresentanza, ma anche conseguenza della passivizzazione politica della base, ridotta sempre più a svolgere compiti e funzioni “tecniche”, di supporto a decisioni prese lontano da loro.

            I nuovi funzionari erano soprattutto giovani sia di età che di iscrizione al partito; se prima del 1970 la maggior parte di loro era di provenienza operaia, ora prevalevano gli ex professionisti, gli insegnanti, gli studenti, gli impiegati. Privi di memoria storica, non avevano mai vissuto le fasi del riflusso e della sconfitta del movimento, avevano fatto “carriera” in fretta, saltando la tradizionale esperienza di base, erano entrati subito nelle commissioni di lavoro, nei comitati federali e regionali. Era questo apparato che faceva funzionare il partito, che decideva e che contava nelle varie istanze dirigenti. Al congresso del partito del 1979 la metà dei delegati eletti dai congressi di Federazione erano funzionari, cosicché l’assise dei delegati nazionali risultò alla fine composta, nella stragrande maggioranza, da loro e da quelli inseriti nel fitto reticolo istituzionale, dagli enti locali, alle organizzazioni di massa al Parlamento[22].

             Il dissenso e le critiche emergevano dalle pagine di Rinascita e L’Unità soprattutto all’inizio del 1978, quando la base politicamente più attiva e militante, chiedeva una linea più incisiva nei confronti del governo e denunciava limiti e carenze dell’esperienza della solidarietà nazionale. Non era più sufficiente migliorare la qualità dell’informazione rispetto alla linea del partito, affermava Giancarlo Pajetta sul primo numero di Rinascita di quell’anno, occorreva “qualche correzione alla linea stessa”.

Sulle pagine del settimanale si apriva un dibattito che evidenziava difficoltà nel tesseramento, dovute alle rimostranze di alcuni elettori, simpatizzanti e militanti verso l’atteggiamento mantenuto nei confronti della DC. Le maggiori difficoltà si registravano nelle grandi città, Torino, Milano, Genova, Roma e Napoli. Il segretario regionale piemontese scriveva di un rapporto sempre più difficile e “tormentato”con la classe operaia, che viveva male, come una scelta obbligata, ma non definitiva, la politica di unità nazionale. Altri interventi raccontavano le critiche di quei militanti che accusavano la direzione di aver accettato sacrifici e austerità senza nessuna contropartita; valga per tutti la testimonianza di un operaio della Fiat di Torino, Azzolina, riportata sulle pagine del quotidiano comunista del 6 gennaio: “chi ha pagato, chi ha fatto i sacrifici, sono stati i lavoratori. Essi ora chiedono che paghino anche gli altri e che il PCI assuma un ruolo più attivo di denuncia e di lotta”.

Epilogo

L’accordo programmatico del luglio 1977, sbandierato dalla direzione comunista come uno degli eventi più importanti della vita politica degli ultimi anni, si rivelava sempre più una scatola vuota. In concreto la DC continuava a fare ciò che gli conveniva, infischiandosene del rispetto dell’accordo pattuito; e quando proprio non poteva fare a meno di prendere alcuni provvedimenti, in Parlamento li ritardava o li snaturava con emendamenti e modifiche.

            A questo punto il gruppo dirigente comunista decideva di aumentare la pressione sulla DC e di porre risolutamente la questione dell’entrata del PCI nella compagine governativa. Il 16 gennaio 1978 Andreotti rassegnava le dimissioni. Il 26 gennaio si aprivano i lavori del Comitato Centrale del PCI con la relazione di Berlinguer, pubblicata su L’Unità, nella quale ribadiva la richiesta di entrare a pieno titolo nel governo, come meritato premio alle “incomparabili prove di pazienza e di misura” date dal partito.

             Dopo varie trattative fu il Presidente della DC Aldo Moro a comunicare ai comunisti che il massimo che poteva concedere la DC era che essi entrassero a far parte della maggioranza, ma non del governo. “Berlinguer è furibondo”[23], annotava il suo biografo, e le rimostranze tra i dirigenti comunisti abbondavano. Pur avendo deciso di accettare di fatto la soluzione governativa proposta, si preparavano a criticarne a fondo alcuni aspetti durante il dibattito sulla fiducia in Parlamento. Il rapimento del presidente della DC Aldo Moro, avvenuto a Roma il 16 marzo ad opera delle Brigate Rosse, fece precipitare la situazione, e la fiducia al governo venne votata con urgenza alla Camera e al Senato. Andreotti poté ricostruire il suo governo. L’Andreotti bis nacque con tutte le caratteristiche dei governi democristiani. Non una sola indicazione del PCI era stata presa in considerazione. Pochissimi i cambiamenti nella compagine governativa, quasi uguali i nomi dei ministri, salvo qualche passaggio da un ministero all’altro. Nessun posto per qualche tecnico o indipendente, come aveva auspicato il PCI.      

            I risultati delle elezioni amministrative del 14 luglio 1978, che interessarono quasi un decimo della popolazione, rappresentarono un test significativo per capire come gli elettori giudicassero l’esperienza dei governi di solidarietà nazionale. Su di esse evidentemente pesò l’impatto emotivo del rapimento e dell’assassinio di Aldo Moro; ciò nonostante evidenziarono una linea di tendenza che si sarebbe manifestata nelle elezioni politiche del 1979. Il PCI perdeva voti e consensi, mentre ne guadagnavano la DC, i partiti minori e lo stesso PSI.

            Pressato da una protesta che saliva dalla base, costretto a prendere atto che all’interno del mondo sindacale si manifestava un profondo disagio verso la politica governativa, che si esprimeva nelle richieste contenute nella piattaforma per il rinnovo dei contratti dei metalmeccanici. Messo di fronte alle richieste, indicate nel piano economico triennale elaborato dal ministro Pandolfi, di ridurre di cinque-sei punti le quote di reddito dei lavoratori, nel gennaio del 1979 il PCI chiedeva una verifica degli accordi programmatici e avanzava risolutamente la richiesta di entrare nel governo.

            Una pagina del diario di Alessandro Natta ci offre una testimonianza preziosa di quale fosse il clima che serpeggiava nel partito e nella sua direzione in quel momento: “lo stato d’animo della base continua ad essere di profonda insoddisfazione, di dubbio nei confronti dell’esperienza politica in corso. Si pensa che la politica di unità comporta prezzi troppo alti per noi, ci invischia, ci blocca, ci espone come responsabili e non dà risultati evidenti […]. Una linea perdente”[24].

I vaghi “elementi di socialismo” non erano stati introdotti, la seconda rivoluzione democratica e antifascista non si era realizzata; inefficienze, sprechi, corruzione e sperpero di risorse pubbliche non erano stati eliminati. Alle grandi mobilitazioni popolari che avevano caratterizzato l’azione dei partiti di sinistra e dei sindacati fino alla vigilia del 20 giugno 1976, si era sostituita la mediazione politica degli apparati, la lungimiranza dei manovratori, l’autonomia dell’azione politica dei partiti dalle contraddizioni vive della società. Protagonisti di questa fase non erano più le lotte operaie e popolari, ma le segreterie dei partiti e dei sindacati, la politica non era più espressione della forza dei movimenti di lotta, ma mediazione e contrattazione fra i rappresentanti delle forze politiche dell’arco costituzionale o fra i vertici sindacali e le controparti padronali. Si finì coll’accettare i sacrifici per i soli lavoratori e ancora – scriveva Armando Cossutta – si cadde nel grossolano errore di accettare la politica dei due tempi: prima i sacrifici e poi le riforme: “il primo tempo è stato attuato, e questa volta col consenso attivo del PCI, il secondo no”[25].

La richiesta di entrare nel governo non venne accolta, il PCI, rompendo questa volta ogni indugio, decise di tornare all’opposizione. Dopo varie vicissitudini si riformò un governo Andreotti appoggiato da DC, PRI e PSDI. Non avendo ottenuto la fiducia del Parlamento il Presidente della repubblica, Sandro Pertini, sciolse le camere e fissò la data delle elezioni per il 3 giugno del 1979. Per il PCI i risultati elettorali evidenziarono un calo di quattro punti in percentuale rispetto ai dati del 1976. Particolarmente gravi erano gli arretramenti che si registravano in alcune grandi città: Torino (-5,9), Milano (-4,1), Genova (-4), Venezia (-2,7), Firenze (-2,5), Roma (-6,1), Napoli (-10), Palermo (-7,9), Cagliari (-5,8).

            Aprendo un mese dopo i lavori del Comitato Centrale, Berlinguer, nella sua relazione pubblicata su L’Unità del 4 luglio, riusciva, assieme e contemporaneamente, a criticare la politica del compromesso e della solidarietà nazionale e a riaffermarne la validità: “intendiamo ribadire nella sua ispirazione di fondo e nei suoi obiettivi la politica di unità democratica”, affermava perentorio fin dalle prime battute. Il compromesso storico restava la proposta entro la quale si muoveva la tattica del partito; malgrado il suo passaggio all’opposizione, l’obiettivo rimaneva quello del governo di solidarietà nazionale. La riproposizione di una linea, giudicata perdente, era il risultato di un modo di concepire l’evoluzione della strategia del partito: la continuità doveva prevalere rispetto alla rottura. Inoltre, la struttura burocratica verticistica aveva impedito l’elaborazione di una linea alternativa, che avrebbe potuto nascere solo da una libera e aperta discussione interna a tutti i livelli. La politica del compromesso storico e dei governi di solidarietà nazionale era stata l’unica che aveva potuto manifestarsi e organizzarsi dentro il corpo del partito, certo con varianti di destra, sinistra e centro, che tuttavia non ne avevano mai messo in discussione i capisaldi.

Il gruppo dirigente berlingueriano si era appoggiato, nel portare avanti il suo progetto politico, su decine di migliaia di quadri impegnati nelle amministrazioni del potere locale, nelle cooperative, negli apparati sindacali, un vero e proprio ceto di professionisti della politica che evidenziava la trasformazione avvenuta nella composizione sociale del partito. I tentativi di correggerne la linea, dopo il 1979, erano destinati a scontrarsi con questo corpo militante di funzionari, che traevano legittimità dall’inserimento in giunte e amministrazioni locali, e ambivano a sostituire il personale politico che governava il paese, facendo propria l’idea secondo la quale si devono cambiare le persone, non i ruoli e le funzioni essenziali del governo, dei ministeri, dello Stato.

            Solo il tempo e una lenta macinazione interna permetterà di cercare altre prospettive politiche. Nel 1980, la direzione del PCI, in un documento relativo al terremoto che nel novembre aveva raso al suolo interi paesi di due regioni meridionali, denunciando l’inefficienza dello Stato e del regime democristiano, dichiarava di voler favorire la formazione di un governo di alternativa, senza la DC, assieme al PSI e ai partiti centristi minori. In questa direzione, non priva di nuove ambiguità e contraddizioni, il XVI congresso del marzo 1984 sanciva una novità. Riconosceva che la tradizionale impostazione della politica comunista, quella data da Togliatti a Salerno nel 1944, andava ridefinita e precisata come alternativa alla DC, da costruirsi con la ricerca dell’unità delle forze democratiche e di sinistra, con i nuovi movimenti emergenti (femminista, ecologista, pacifista) e riallacciando, là dove si erano logorati, i tradizionali rapporti col movimento operaio.


[1]Ho ripreso con alcune aggiunte e integrazioni due miei articoli comparsi rispettivamente sui numeri 41 e 53 di Bandiera Rossa del 1994 e 1995

[2] In E. Berlinguer, La “Questione comunista”, Editori Riuniti, Roma, 1975 (vol. II)

[3] G. Pajetta, citato da G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Bari 1989, p. 231.

[4] E. Berlinguer, La “Questione comunista”, cit., p. 415, vol. I

[5] G. Chiaromonte, Il significato del compromesso storico, Critica Marxista, n. 2-3, 1985, p. 79.

[6] A. Cossutta, Vecchio e nuovo corso, Vangelisti, Milano, 1988, p. 35.

[7] Cfr., E Berlinguer, Per uscire dalla crisi, per costruire un’Italia nuova, in La “Questione comunista”, cit.

[8] Cfr., L. Maitan, Dinamica delle classi sociali in Italia, Savelli, Roma, 1975.

[9] Cfr., l’intervista di E. Berlinguer del 25 maggio1975, in E. Berlinguer, La crisi italiana, supplemento a Rinascita del15 giugno 1985, pp. 96-97.

[10] Cfr., G. Chiaromonte Le scelte della solidarietà democratica, Editori Riuniti, Roma, 1986, p.14-15.

[11] M. Flores, N. Gallerano, Sul PCI, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 252 e 256.

[12] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989, p. 508.

[13] E. Berlinguer, La “Questione comunista”, cit., p. 655.

[14] G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 321.

[15] Cfr., A. Gismondi, Alle soglie del potere, Sugarco, Milano, 1986, p. 33.

[16] La lettera è riportata in G. Chiaromonte, cit., p. 207.

[17] Cfr, L. Maitan, La grande depressione e la recessione degli anni ‘70, Savelli, Roma, 1976.

[18] G. Vacca, Berlinguer oggi, supplemento a Rinascita, 6 giugno 1987, p. 147. Per le posizioni in materia economica del PCI vedi E. Peggio, La crisi economica italiana, Rizzoli, Milano,1976.

[19] L’Unità, 28 gennaio 1978

[20] L. Lama, Intervista sul mio partito, La Terza, Bari, 1987, p. 77.

[21] G. Chiaromonte, cit., p. 40.

[22] I dati sono ricavati da M. Flores, N. Gallerano, cit., pp.168-170.

[23] G. Fiori, cit., p. 352

[24] In A. Tortorella, Berlinguer aveva ragione, ed. Critica Marxista, Roma, 1994, p. 53.

[25] A. Cossutta, cit., pp. 37-38.

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