Parlare del Pci ossia rileggere la storia del Paese

Cento anni fa la scissione di Livorno, il tortuoso cammino dal PCd’I al Pd. Le ragioni della costruzione di una organizzazione anticapitalista di massa, sono più che mai valide– Franco Turigliatto –

Ripercorrere la storia del Partito Comunista Italiano, nato 100 anni fa a Livorno, vuol dire rileggere la storia del movimento operaio italiano e, per certi versi, quella del paese stesso.

Così l’anniversario della sua fondazione rilancia le interpretazioni dei diversi soggetti politici e di classe, di quelli che l’hanno combattuto in vari modi e di quelli che ci hanno creduto; evidenzia le tante speranze suscitate nel corso della sua storia ed anche le nostalgie oggi presenti davanti alle miserie dei tardi epigoni politici prodotti dalla sua crisi finale, ingigantendo ancor più le figure del passato.

Il PCI era nato per dare una risposta alla terribile crisi della società capitalista, alla guerra interimperialista, alla condizione di sfruttamento e di miseria delle classi oppresse, per organizzare la classe operaia e contadina a dare l’assalto al cielo, per fare “come in Russia” una rivoluzione socialista conquistando il potere attraverso l’auto-organizzazione delle masse con i consigli e i soviet. Lo spettro del comunismo si materializzava nelle organizzazioni anticapitaliste che emergevano dalla tragedia della guerra e dalla vittoria della rivoluzione russa.

Il PCI nasceva però in ritardo rispetto al momento più alto dell’ascesa del movimento delle masse (il biennio rosso ’19-20), quando ormai le forze borghesi si stavano riorganizzando con tutti gli strumenti a loro disposizione, compreso il fascismo. Il nuovo partito conosceva quindi molte delle debolezze di un partito appena nato, la generosità del suo agire, ma anche le semplificazioni del suo gruppo dirigente e la difficoltà ad operare nel quadro inedito che si stava delineando, a combinare il progetto alternativo alla socialdemocrazia, con la capacità di praticare le forme unitarie per far fronte all’ascesa della estrema destra.

La correzione di questi errori, avvenuta, tra il 24 e il 26 e conclusa con il congresso di Lione, era intervenuta sotto la spinta di una Internazionale Comunista che cominciava però a subire i condizionamenti dei processi involutivi del partito e della società sovietica, dove la burocratizzazione stalinista stava via via prendendo il sopravvento. Sul finire degli anni venti, senza più il contributo di Gramsci, il PCdI, sottoposto alla durissima repressione fascista e alla dipendenza materiale dall’URSS, era investito appieno dal processo di stalinizzazione e di subordinazione alle svolte e controsvolte del Cremlino; l’espulsione della componente moderata di Tasca e Silone e di quella di sinistra di Tresso, Leonetti e Ravazzoli ne significava la conclusione. Negli anni 30 il PCI, pur ridotto ai minimi termini organizzativi, rimase però l’unica forza politica di opposizione al regime capace di operare in clandestinità all’interno paese e non solo nell’emigrazione. Una condizione che gli permise, grazie alla generosità e ai sacrifici delle sue e dei suoi militanti di continuare la sua attività avendo poi un ruolo determinante negli scioperi operai del ’43 (che hanno prodotto la caduta del fascismo), e in quelli del ’44 e poi nella durissima lotta di resistenza conclusasi con la vittoria del 1945 contro le forze nazifasciste. Il ruolo e la credibilità conquistata nel paese, congiunti all’enorme prestigio dell’URSS che aveva sconfitto il nazismo, determinarono una rapida e fortissima crescita organizzativa del PCI, che divenne rapidamente il partito egemone nel movimento operaio, con un ruolo determinante nella vita politica e sociale italiana. Le speranze di larghi settori proletari e popolari di un percorso verso una società alternativa al capitalismo e alle sue ingiustizie, di trasformare e proseguire la resistenza antifascista in una rivoluzione socialista, come avvenne in Iugoslavia, erano molto grandi. La scelta della direzione del PCI, nel quadro della sua dipendenza da Mosca (che aveva concordato a Yalta la divisione del mondo con le forze capitaliste occidentali), andò in altra direzione: quella della partecipazione alla ricostruzione dello stato borghese, mandato in frantumi dalla guerra, nella speranza di un compromesso democratico e sociale duraturo con i partiti della borghesia. E’ noto anche che questo compromesso visse il tempo necessario alla borghesia italiana di ricostruire i suoi punti di forza cacciando poi i due partiti operai dal governo ed aprendo il lungo periodo dell’egemonia democristiana conservatrice. Il PCI riuscì a portare a casa la Costituzione del 1948, certo di natura borghese, ma che garantiva un ampio esercizio dei diritti democratici; sarà solo sul finire degli anni ’60, quando il movimento operaio rilanciò con grande forza le sue lotte, che la classe lavoratrice riuscì a imporre anche alcune significative riforme sociali.

Vale la pena di richiamare ancora una volta l’affermazione di Piero Calamandrei,:

Per compensare le forze di sinistra della rivoluzione mancata, le forze di destra non si opposero ad accogliere nella Costituzione una rivoluzione promessa. Solo l’avvenire potrà dire quali delle due parti, in questa schermaglia, abbia visto più chiaro”.

Il PCI non era più quello del 21; con la stalinizzazione e le scelte politiche operate nella crisi italiana era venuta meno la sua natura di partito rivoluzionario, era un partito che rinviava ad una data indefinita la prospettiva del socialismo. Questa rimase nella propaganda del PCI solo come una speranza futura, strumento di identità e credibilità in larghi settori di massa, tanto più nel contesto del mito dell’URSS. Il gruppo dirigente del PCI ipotizzò così una fase intermedia di società democratica, una presunta “democrazia progressiva” tra capitalismo e socialismo, formula non solo assai fumosa, ma del tutto irrealistica nelle condizioni politiche e sociali degli anni ’50, per non parlare del contesto geopolitico.

In questo quadro il PCI fu però capace di sviluppare un vastissimo lavoro politico e sociale di opposizione conquistando un ulteriore radicamento nella società e nelle istituzioni con una costante crescita elettorale ed anche una egemonia su vasti strati delle cultura italiana e del mondo intellettuale.  Seppe realizzare un’opera di politicizzazione elementare “riformista” di vasti settori della classe operaia e popolari che spiegano la sua influenza e la presenza duratura nell’insieme del paese.

Ma questo inserimento nella società italiana e nelle istituzioni capitaliste determinò anche lo sviluppo di un processo di socialdemocratizzazione del partito. Le due caratteristiche del PCI, quella di derivazione stalinista e quella socialdemocratica, si sovrapporranno per un lungo periodo e la rottura definitiva con il gruppo dirigente sovietico, arriverà solo con il rigetto della invasione delle truppe sovietiche in Cecoslovacchia nel 68 e poi con la presa di posizione definitiva di Berlinguer nell’80.

Nel frattempo il PCI, se in un primo tempo subì i contraccolpi dei grandi movimenti sociali del ’68 e ‘69, non previsti e non corrispondenti alle sue pratiche politiche, dovendo fare i conti per la prima volta con soggetti politici alla sua sinistra di una certa consistenza che ne contestavano le scelte, abbastanza rapidamente si adattò alla nuova situazione inserendosi nei movimenti in corso e, attraverso il suo radicamento sociale e sindacale, anche a condizionarli.  Raccolse nel 1975 e nel 1976 i frutti di questa nuova grande ascesa in termini di risultati elettorali e di egemonia politica e risultò decisivo, a partire dal referendum sul divorzio nel 1974 nel concretizzare dal punto di vista legislativo una serie di rivendicazioni sociali espresse dai movimenti di massa.

Sul piano strategico la risposta politica data alla grande ascesa operaia e giovanile fu la stessa di quella del secondo dopoguerra. Berlinguer propose infatti nel 1973 un nuovo “compromesso storico”, richiamandosi all’esperienza del Risorgimento, un nuovo accordo con le forze democratiche borghesi che  avrebbe dovuto aprire una nuova fase democratica sociale. Sappiamo come, anche in questo caso, andò a finire: superato il periodo di maggiori difficoltà la borghesia italiana operò altre scelte e il PCI di Berlinguer già nel 1979 dovette ripiegare sulla proposta dell’alternativa democratica alla DC quando ormai i rapporti di forza erano cambiati e si apriva un decennio di declino per il partito stesso. Alla fine degli anni’80 Occhetto, per uscire dall’impasse, si inventò la svolta della Bolognina, che segnò, nel 1991, la fine del PCI e la costituzione PDS. Sono note le metamorfosi successive di questo partito, diventato nel 1998 “Democratici di Sinistra” e poi nel 2007 “Partito Democratico” con la fusione con una parte dei soggetti provenienti dalla vecchia DC. Se la piena socialdemocratizzazione del PCI ha preso alcuni decenni, il passaggio del PDS, attraverso le sue varie mutazioni, al social liberismo, come è avvenuto per tutti i partiti socialdemocratici europei, è stata rapidissima. Gli epigoni D’Alema, Fassino, Napolitano, Bersani, Letta e Renzi, ecc. si sono distinti in prima persona nella gestione delle politiche liberiste dell’austerità nel corso degli ultimi 25 anni ed anche delle avventure militari italiane in giro per il mondo.

In fondo Occhetto aveva solo risolto la forbice sempre più grande esistente tra il nome formale del partito, comunista, che presupponeva il progetto di rovesciare l’ordine capitalista esistente, e la natura politica reale di un’organizzazione che ormai da tanti anni aveva rinunciato al superamento del capitalismo.

Per comprendere appieno il percorso di questo partito rimandiamo ad un libretto del 1991 di Livio Maitan “Al termine di una lunga marcia”, sintetico e particolarmente efficace.

Il PCI è stato dunque molte cose, molte esperienze, molte vite e militanze, molte generosità e sacrifici e speranze, molte capacità di mobilitazione e lotta, ma anche molte subordinazioni staliniste, molte involuzioni burocratiche, molte azioni di ingabbiamento e disorientamento dei movimenti di massa e di internità al quadro borghese costituito.

Dal punto di vista fondamentale, strategico e storico, resta che, nei due momenti essenziali in cui la società italiana è stata scossa da grandi movimenti delle classi lavoratrici (Resistenza e secondo dopoguerra, autunno caldo e la prima metà degli anni ’70), la scelta del gruppo dirigente e dell’apparato del PCI (quindi del partito stesso), non è stata quella di provare a costruire l’auto-organizzazione democratica della classe, lo sviluppo del controllo operaio e di un contropotere alternativo per il superamento/rovesciamento del capitalismo, ma quella di lavorare attivamente per il ritorno della normalità nelle fabbriche e nella società, in altri termini per il riconsolidamento dell’ordine capitalistico borghese, considerato insormontabile. Tutto il contrario delle ragioni che ne avevano determinato la nascita.

Al tempo della crisi epocale del capitalismo, economica, sanitaria e sociale, le ragioni della costruzione di una organizzazione anticapitalista di massa, sono più che mai valide; la posta in gioco è la possibilità delle classi sfruttate ed oppresse di imporre una alternativa socialista alla barbarie dell’attuale sistema.

Il dossier

Il dossier che proponiamo ha lo scopo di fornire strumenti e testi per la comprensione di una soggetto così complesso; giorno per giorno lo arricchiremo con nuovi articoli e contributi sia di natura storica che politica.

Partiamo in primo luogo da un articolo di Marco Meotto sulla fondazione del PCI e sul suo radicamento territoriale nel 1921, da alcuni estratti del Libro di Livio Maitan prima richiamato e da una cronistoria curata da Fabrizio Dogliotti.

Seguiranno altri testi di Maitan (tra cui il ricordo della figura di Pietro Tresso) su diverse tematiche, un testo di Antonio Moscato sul rapporto tra PCI e l’URSS e una testimonianza sul 1956 e poi ancora gli articoli di Diego Giachetti sugli anni ‘70 e il compromesso storico fino alla svolta della Bolognina. Checchino Antonini ha promesso una serie di interviste sulla percezione del Pci nella forma di un’inchiesta tra i nostri militanti e altri personaggi, ciascuno dei quali racconta il “suo” Pci, molti ne hanno avuto la tessera, altri lo hanno subito e ci sono quelli che ne hanno sentito solo parlare.

Altri contributi ed interventi saranno sicuramente bene accetti ed utili per rappresentare nel modo migliore una storia che continua a coinvolgere tutte/i noi.