RSA: la strage silenziosa

di Fabrizio Burattini

Tra le tante cause del collasso del sistema sanitario lombardo (e in certa misura anche di quelli di altre regioni) di fronte all’aggressione del Covid-19 non può essere trascurato l’apporto della specifica crisi del sistema delle RSA, la Residenze sanitarie assistite, presenti in misura differenziata ma comunque molto diffusa su tutto il territorio nazionale.

Come è noto, in parecchie regioni (e in particolare in Lombardia) il sistema delle RSA è stato fatto anche oggetto di specifiche inchieste da parte di alcune procure al fine di verificare la responsabilità di alcuni gestori in relazione a numerosi casi di decesso nel corso dei primi mesi dell’epidemia.

L’ultimo aggiornamento dell’Osservatorio sulle RSA promosso dall’Istituto Superiore di Sanità basa le proprie valutazioni su 1.082 questionari rientrati (rispetto ai 3.246 inviati) da altrettante strutture coinvolte nella ricerca. Questo su una platea di 3.420 strutture pubbliche o convenzionate. Le strutture in totale sembra siano 4.629 , considerando anche quelle totalmente private e basandosi sul censimento fatto dal “Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale”, che, per statuto, vigila non solo sugli istituti di detenzione penale ma anche su tutte le altre strutture (hotspot e centri di trattenimento per migranti e, appunto RSA) di residenza di persone private della libertà di movimento.

Il questionario è stato raccolto a partire dal 26 marzo e dunque registra i dati di quel migliaio di RSA che hanno risposto che si riferiscono al periodo che va dal 1° febbraio ai primi giorni di aprile.

In quelle 1.082 strutture sono deceduti in quel periodo 6.773 anziane/i, pari all’8,45%, un morto ogni 12 residenti. Tra questi dati, sono particolarmente impressionanti quelli della Lombardia: in quella regione hanno risposto al questionario 266 strutture (sulle oltre 700 esistenti), riportando 3.045 decessi (il 12,9%, un morto ogni 8 residenti censiti).

Vale la pena di segnalare che di questa enorme mole di anziani deceduti in poche settimane solo 364 (il 5,4%) sono stati considerati morti per Covid-19 e come tali censiti nei bollettini statistici quotidiani nazionali e regionali. La stessa percentuale platealmente sottostimata vale anche per la Lombardia: 166 morti positivi al coronavirus su un totale di 3.045 decessi.

Per una valutazione un po’ più rispondente al vero si possono considerare anche quei 2.360 decessi attribuiti dai responsabili delle strutture a più generici “sintomi influenzali”, che, sommati ai decessi formalmente attribuiti al Covid-19, fanno salire al 40,2% (53,4% per la Lombardia) il tasso di morte per coronavirus.

Il tasso di mortalità per Covid-19 o per “sintomi influenzali” sul totale dei residenti nelle RSA è di un morto ogni 30 residenti a livello nazionale e di uno ogni 15 nella Lombardia.

Ovviamente resta del tutto non spiegato il numero dei decessi non attribuito né al coronavirus né ai sintomi influenzali, che è comunque abnorme rispetto a qualunque serie storica di comparazione si faccia riferimento.

Resta che queste cifre corrispondono solo a quelle poco più di mille strutture che hanno messo i propri dati a disposizione dell’Istituto Superiore di Sanità (sulle oltre 3.400 pubbliche o convenzionate, senza contare quelle private). Non sarebbe dunque abusivo, per avere un’idea di una parte della mole di morti per coronavirus non riportati nelle statistiche della Protezione civile, moltiplicare per 3 quei dati: con i seguenti risultati: oltre 20.000 morti in meno di due mesi nelle RSA, di cui solo poco più di mille ufficialmente censiti nei bollettini.

Sono stati virali nel web articoli e video sullo straordinario sprint impresso dall’epidemia e dal suo malgoverno alla sparizione di una generazione, quella dell’immediato dopoguerra, quella che aveva voluto e imposto con le lotte degli anni 60 il riscatto sociale, quella che aveva vissuto, più o meno da protagonista, il Sessantotto e che aveva sommerso con i suoi slogan il perbenismo e la rassegnazione delle generazioni precedenti. Quella che subì le sconfitte e le disillusioni della fine degli anni 70 e degli anni 80 e che ha perso ogni speranza di vedere anche solo in nuce la rivoluzione che aveva sognato.