Crisi sociale: non è che l’inizio

di Fabrizio Burattini

La crisi sociale che si è innescata a seguito del congelamento generalizzato di gran parte dell’economia sta intaccando già pesantemente e irreparabilmente le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone attraverso il mondo. Precari dei servizi, interinali dell’industria, migranti, operaie del tessile, saldatori dell’industria elettronica ai quattro capi del mondo, per non citare l’esercito dei lavoratori informali: per gran parte di loro la pandemia vuol già dire anche la fame.
Malgrado i tentativi di troppi governi di far ripartire l’economia in maniera frettolose e temeraria, tutto fa pensare che non siamo che all’inizio della crisi. Poco più di una settimana fa, il 14 aprile, commentando le previsioni sugli andamenti economici del pianeta, l’economista indiana Gita Gopinath, direttrice del dipartimento di ricerca del Fondo monetario internazionale, era arrivata a dire: “l’ampiezza e la velocità del crollo dell’attività non assomigliano a nulla di ciò che abbiamo conosciuto nel corso della nostra vita”. Le conseguenze della crisi non risparmieranno nessun continente. E quelle previsioni si basano sull’ipotesi, tutta da verificare, di una netta riduzione della pandemia nel corso della seconda metà di quest’anno.
Dovunque, la situazione riporta alla luce i problemi di fondo che tanti movimenti avevano posto all’ordine del giorno: l’insopportabilità delle ingiustizie e l’incapacità dei governi di rispondere anche solo ai bisogni primordiali. E, per il momento, nulla fa pensare che i governi vogliano effettivamente modificare le logiche che predominavano prima della crisi.
La quarantena è diffusa in tutto il pianeta, ma questo non blocca del tutto le proteste.
I negozi di abbigliamento sono chiusi in mezzo mondo e i consumatori escono di casa solo per l’acquisto di prodotti di prima necessità. Nel Bangladesh, secondo produttore tessile al mondo, sono milioni le/gli operaie/i impegnati a produrre per le grandi marche occidentali. E queste multinazionali dell’abbigliamento, con i magazzini pieni di merce invenduta, non solo hanno annullato le commesse future, ma si rifiutano di pagare anche quanto già consegnato. Il sito indipendente “Guiti News” riporta le stime dell’Associazione dei fabbricanti ed esportatori di abbigliamento del Bangladesh (BGMEA) secondo cui ammonta a 3,1 miliardi di dollari il taglio di produzione, con effetti devastanti su oltre due milioni di lavoratori e soprattutto di lavoratrici bengalesi, in genere molto giovani, messi alla porta dalle aziende o comunque privati del loro salario. La presidente di questa associazione, Rubana Huq, intervistata dal New York Times, ha dichiarato: “Siamo in una situazione apocalittica”. Secondo una valutazione fatta intervistando 316 proprietari di fabbriche tessili, le lavoratrici licenziate o sospese dallo stipendio nelle ultime settimane sono almeno 1 milione e duecentomila. Ovviamente, in quel paese non esiste nessun ammortizzatore sociale.
Decine di migliaia di operaie hanno ripetutamente manifestato negli ultimi giorni, infrangendo l’ordine di distanziamento sociale imposto nel Bangladesh a partire dal 26 marzo. Il 13 e il 16 aprile, grandi cortei hanno bloccato le strade che conducono alla capitale Dacca e hanno occupato alcuni quartieri. “Siamo alla fame”, “Non si può restare chiusi in casa con lo stomaco vuoto”, “La fame è peggio del virus”, dicevano gli striscioni.
Nel paese, per ora le conseguenze della pandemia sono contenute, anche se le cifre ufficiali di 4.689 contagiati e di 131 morti (dati della John Hopkins University al momento in cui scriviamo), in un paese di 170 milioni di abitanti sembrano a tutti gli osservatori largamente sottostimate.
Un altro paese nel quale, alla data odierna, i numeri dell’epidemia sono piuttosto ridotti (696 contagiati e 22 morti) è il Libano. Ma il paese mediorientale già prima del coronavirus si trovava in una gravissima crisi economica, schiacciato com’è da un debito di 92 miliardi di dollari, pari al 170 % del suo PIL.
Il Libano è strangolato dal controllo dei paesi di quella alleanza imperialista che si è beffardamente autodefinita “Gruppo internazionale di sostegno al Libano”. Il Gruppo, che è composto da Francia, Germania, Italia, Russia, Gran Bretagna, Stati uniti, Cina, Unione europea, Nazioni Unite e Lega araba, controlla che il governo libanese di Michel Aoun adotti tutte le “riforme” economiche e sociali ritenute indispensabili per la gestione del debito.
La combinazione infernale tra la crisi economica, le controriforme liberiste e lo stato di emergenza sanitaria (con tanto di coprifuoco) dichiarato dal governo ha prostrato le masse più diseredate del Libano. Anche nella città di Tripoli (la seconda del paese), stando a quanto riporta il quotidiano cattolico francese “La Croix”, si sono prodotte sommosse al grido di “Meglio morire di coronavirus che di fame”. I media hanno registrato vari casi di suicidi in piazza, di persone che si sono date fuoco per denunciare la condizione di totale povertà delle proprie famiglie. E non si dimentichi che nel territorio libanese vivono anche 1 milione e mezzo di rifugiati siriani, totalmente deprivati di ogni possibilità di accesso a quei lavori superprecari che ne consentivano la sopravvivenza.
In realtà, il lockdown che è stato adottato, anche se in forme molto differenziate, da quasi tutti i paesi sta aggravando la povertà in tutto il pianeta, con una rapidità particolarmente impressionante nei paesi che un tempo sarebbero stati definiti “sottosviluppati”.
Anche in India, un paese di oltre un miliardo e 300 milioni di abitanti e “solo” 23.502 contagiati e 722 morti, secondo “Le Monde”, “la situazione è sempre più tesa e il governo non sembra cogliere la dimensione delle sofferenze e dell’impazienza dei più poveri. Qualche giorno fa a Surat, nel Gujarat (lo stato più occidentale della federazione indiana) centinaia di lavoratori del tessile, licenziati senza salario dalle loro aziende, si sono raggruppati, dando fuoco a delle barricate e scontrandosi con la polizia per chiedere dei bus che li riconducessero a casa”.
Radio France International (uno dei più grandi network radiofonici del mondo) racconta che nelle townships del Sud Africa la situazione si va velocemente degradando, in una situazione di lockdown iniziata a fine marzo e che si prolungherà perlomeno fino al 1° maggio. “Nelle bidonville che attorniano le principali città del paese, la collera sta montando, mentre cresce il numero degli abitanti che non hanno niente da mangiare. Le manifestazioni nei quartieri poveri in questi ultimi giorni si moltiplicano e si concludono quasi sempre con scontri con la polizia”.
Sempre secondo il corrispondente di RFI, “nella regione di Città del capo, sono sempre più numerose le scene di saccheggio. Lunedì 21 aprile, due camion che trasportavano derrate alimentari sono stati ripuliti dai manifestanti. Il giorno successivo dei negozi di alimentari sono stati presi d’assalto nella località di Macassar, a est di Città del Capo”.
Nei prossimi giorni, faremo una panoramica su quanto sta accadendo nei paesi più avanzati.
Resta che un po’ in tutto il mondo sembra si stiano sviluppando tensioni sociali. E’ anche per questo che i padroni e i potenti non vedono l’ora di “tornare alla normalità”.