Il trattamento degli eroi…

di Fabrizio Burattini

Le donne in prima linea nella lotta al COVID-19

Dall’inizio della crisi, si parla sempre più delle professioni di cura, in prima linea di fronte all’epidemia. Un settore tradizionalmente e maggioritariamente femminile, nei mestieri della sanità, dell’istruzione, dell’assistenza alla persona, della grande distribuzione, delle pulizie… Secondo alcune stime, a livello mondiale, due terzi dei posti di lavoro di queste professioni sono occupati da donne.
In Italia, nella sanità pubblica, i dati più recenti (del 2016) ci dicono che su 605.194 dipendenti le donne sono il 66,4%, anche se, come da prassi, si concentrano soprattutto nelle professioni meno qualificate e meno retribuite: tra i medici sono solo il 42,9% mentre compongono il 77,5% dei 253.544 infermieri. Nelle 20 regioni italiane, le donne sono la maggioranza del personale medico (54,9%) solo in un’unica regione, nella Sardegna. In Campania scendono perfino sotto il 30% (per l’esattezza 28,9%).
Mancano dati sulle professioni ancora più dequalificate, peraltro sottoposte a processi di esternalizzazione a tappeto nel corso degli anni 90 e successivi, con i servizi di portineria, centralino, pulizia, refezione, affidati a una congerie di cooperative più o meno fittizie, spesso vere e proprie agenzie di intermediazione di manodopera.
Per tutti i mestieri, la devastazione a cui è stato sottoposto il servizio sanitario, con i processi di aziendalizzazione, di regionalizzazione, di privatizzazione, ha comportato una grave intensificazione del lavoro, in termini di pesantezza e di penosità, di precarietà contrattuale, di orari sempre più impegnativi, di tagli degli organici, di turni sempre più gravosi, con impegni notturni e festivi sempre più frequenti, di non rispetto delle pause tra un turno e l’altro, di blocco del turnover (disponiamo qui dei dati del 2015, quando a fronte del pensionamento di 24.324 operatori sanitari ne sono stati assunti solo 12.931; i dati degli altri anno sono analoghi), oltre che in relazione a tutte le altre misure che hanno colpito tutto il mondo del lavoro dipendente (prime fra tutte le varie controriforme previdenziali).
Non a caso, uno dei fenomeni più macroscopici che ha investito il personale sanitario è stato quello dell’invecchiamento: l’età media è di 51 anni (il dato è del 2015, nel 2011 era di 47 anni e mezzo); la classe di età 50-59 è la più numerosa, mentre quella 30-34 è la meno presente.
Naturalmente, tutti questi fenomeni esprimono anche come questo personale si sia presentato al confronto con l’emergenza coronavirus con un ulteriore elemento di vulnerabilità.
Una ricerca di circa un anno fa condotta dalla Cgil denunciava che “l’84,5% degli infermieri e il 79,7% degli operatori socio-sanitari dichiara che le condizioni di lavoro hanno avuto un effetto sulla propria salute”.