Covid19: la (dis)Unione Europea

di Fabrizio Burattini

Lo scontro tra “falchi del Nord” e “colombe del Mediterraneo” è andato di nuovo in onda ieri nella riunione in videoconferenza dell’Eurogruppo. Dopo l’ennesima stanca replica, Mario Centeno, il presidente della riunione tra i ministri delle finanze dei 27 paesi dell’Unione, ha tweettato: «Dopo 16 ore di discussione, ci siamo avvicinati ad un accordo, ma non ci siamo ancora» e ha aggiornato la seduta a domani.

Una scenografia ormai abusata. Nonostante la tragica gravità della situazione, nonostante i tentativi di preaccordo intercorsi tra Parigi e Berlino nei giorni scorsi, nonostante parecchie pause di riflessione e i numerosi incontri bilaterali svoltisi dietro le quinte e una discussione di una notte intera, i 27 non hanno trovato nessuna risposta economica comune alla crisi scatenata dalla pandemia.

Qualcuno sperava che, quel che non era riuscito ai capi di governo che si erano incontrati il 26 marzo scorso, sarebbe riuscito ai più pragmatici ministri economici.

Ma le fratture tra il Nord e il Sud del continente che si erano già delineate a seguito della crisi del 2008, con la nuova profonda crisi economica virale, si sono allargate.

Da un lato l’Olanda, dall’altro l’Italia, sono stati i due paesi che più hanno mostrato la divaricazione di posizioni. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva stigmatizzato pochi giorni fa, in una lettera apparsa su “Repubblica”, gli “egoisti”: «Non si rendevano conto che possiamo sconfiggere questa pandemia solo insieme, come Unione. È stato un comportamento dannoso e che poteva essere evitato. In questi giorni la distanza tra individui è fondamentale per la nostra sicurezza: la distanza tra nazioni europee, al contrario, mette tutti in pericolo».

Per tentare di evitare una crisi dell’euro (che poi sarebbe automaticamente anche una crisi dell’Unione), la commissione che lei presiede aveva già messo a disposizione una sorta di Cassa integrazione europea, con una dotazione di 100 miliardi di euro da distribuire ai lavoratori dei settori economici più colpiti nei 27 paesi dell’Unione, uno strumento soprannominato SURE: Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency. Miliardi di euro che comunque andranno ad ingrossare ulteriormente i debiti dei paesi che si avvarranno di questa misura.

Ma, nonostante gli auspici troppo frettolosi della presidente, le distanze tra falchi e colombe sono rimaste intatte. La proposta degli “eurobond”, che poi sarebbe la proposta della “colombe”, si scontra duramente con quella dei “falchi”, che sono disposti a concedere, ai paesi che chiedono più larghezza nei cordoni delle borse, solo un allentamento dei criteri di accesso al MES, il cosiddetto “meccanismo salva stati” che ha strangolato il popolo greco negli scorsi anni.

Gli “eurobond”, secondo quanto scritto da Conte, Macron, Sanchez e altri 6 capi di stato europei sul Financial Times di qualche settimana fa, costituirebbero «uno strumento di debito comune emesso dall’UE per raccogliere risorse sul mercato a beneficio di tutti gli stati membri, per finanziare la sanità e per proteggere le economie e il modello sociale». Una sorta di parziale “mutualizzazione” del debito che non ha finora convinto nessuno dei falchi…