Il disastro del “modello lombardo” di sanità

di Fabrizio Burattini

Anche ieri abbiamo parlato del sistema sanitario regionale lombardo. E oggi vorremmo infierire. Perché è proprio segno di ribaltamento dei termini, accettare che chi è direttamente responsabile di aver distorto la sanità della regione più popolosa e più ricca del paese, possa, anche in questa tragica congiuntura, vantarsi delle proprie azioni.

Nel 1978 la riforma sanitaria nazionale, sull’onda delle lotte sociali ma anche della radicalizzazione di migliaia e migliaia di operatori medici e infermieristici, aveva cambiato il volto di un sistema fino ad allora basato sulle mutue categoriali. Si iniziava finalmente a concretizzare il concetto del diritto alla salute come diritto universale e tutelato dallo stato.

Quasi vent’anni dopo, nel 1997, la regione Lombardia adottava la riforma regionale n. 31,  fondata “sull’equiparazione pubblico-privato. Obiettivi dichiarati della legge sono: un aumento dell’offerta di servizi ed una riduzione dei tempi d’attesa per le prestazioni specialistiche, una maggiore qualità delle prestazioni erogate, grazie alla competizione tra strutture pubbliche e private, la libertà di scelta del luogo di cura da parte dei cittadini, un maggior controllo della spesa sanitaria”…

Già nel 2007, dieci anni dopo, i posti letto pubblici tagliati erano circa 10.000, mentre si raddoppiavano i ricoveri negli istituti privati. La Lombardia, storicamente vedeva un sistema sanitario fortemente caratterizzato dalla presenza del pubblico, al contrario del Centro e del Sud del paese, dove era da sempre molto forte la presenza della sanità privata, soprattutto di quella di proprietà di istituti religiosi. Ma in pochi anni, grazie all’attivismo privatistico delle amministrazioni regionali di destra,  il divario è stato ampiamente colmato.

Nei primi 10 anni della legge 31 (1997-2007) i letti degli ospedali pubblici sono passati da 53.299 a 44.920, mentre quelli nelle strutture accreditate sono cresciuti da 13.116 a 14.288. Le giornate di ricovero negli ospedali pubblici da 1.914.000 a 2.120.000, mentre quelle nelle strutture private accreditate da 383.000 a 636.000. Questi dati, se sviluppati per il decennio successivo (2008-2017) confermano ed esasperano la tendenza. Nel 2017 (gli ultimi dati disponibili), il 65% dei ricoveri in Lombardia avviene nel pubblico, contro il 35% nel privato. Ma è ancora più preoccupante il dato del finanziamento. Il contributo pubblico alle strutture private accreditate è pari al 43% della spesa (pari a 2,15 miliardi di euro), rivelando che le strutture private privilegiano i ricoveri più remunerativi.

Dati ancora più squilibrati ci indicano le altre prestazioni sanitarie diverse dai ricoveri: ad esempio, nella diagnostica strumentale e per immagini, i fondi vanno per il 52% ai privati contro il 48% al pubblico.

Ovviamente questa politica ha già avuto gli onori della cronaca. Gli scandali che hanno coinvolto e portato in galera l’ex presidente regionale Roberto Formigoni li ricordiamo tutti. D’altra parte era stato proprio lui ad inventare la famosa frase: “Basta parlare di costo della sanità, è preferibile parlare di investimento per la salute come opportunità di sviluppo per il Paese”. Cioè la malattia di tanti come occasione di arricchimento di pochi.

Ma, nonostante le stesse evidenze penali, sono stati molto pochi i commentatori politici che, oltre a stigmatizzare il reo di turno, hanno anche rimesso in discussione il modello organizzativo.

E’ sì, perché quel modello non è una perversione della sola destra lombarda. I PNS (Piani sanitari nazionali) triennalmente presentati dai vari governi succedutisi a Palazzo Chigi hanno tutti reiterato fino a ieri lo stesso obiettivo: “la riduzione del numero dei ricoveri impropri negli ospedali per acuti e la riduzione della durata di degenza dei ricoveri appropriati, grazie alla presenza di una rete integrata di servizi sanitari e sociali per l’assistenza ai malati cronici, agli anziani e ai disabili efficace ed efficiente”.

Con il risultato che il modello lombardo è oramai molto simile al modello di tutte le altre regioni, con risultati non molto dissimili. Stanno a dimostrarlo le numerose inchieste per malversazione in campo sanitario di tanti amministratori regionali anche di centrosinistra.

Poi è arrivato il virus…