L’unica guerra è quella contro i lavoratori

di Fabrizio Burattini
“Siamo in guerra” contro un “nemico invisibile”, è la metafora che occupa da settimane le prime pagine dei giornali. Le nostre città sono controllate da militari, come avevamo già visto nei momenti peggiori del “rischio terrorismo”, gli operatori del sistema sanitario (dopo decenni di colpi ricevuti dai vari governi con il sostegno di grandissima parte dei giornalisti) vengono oggi definiti “eroi in prima linea”…
Il termine “guerra” e la sua equiparazione con l’epidemia sembrano naturali, con l’immagine dell’invasione del territorio e la distruzione della popolazione.
Naturalmente, ispirati dalla propaganda, i social si riempiono di immagini, di post, di video che rilanciano ed amplificano il messaggio.
E come tutte le “guerre”, anche questa fa appello alla mobilitazione di tutte e tutti, anche se, paradossalmente, oggi mobilitarsi significa stare disciplinatamente a casa…
Noi siamo per nostra natura diffidenti di fronte ad ogni atteggiamento “guerriero” e ad ogni linguaggio militaresco, tanto più perché queste maniere di affrontare le questioni portano sempre a deleteri appelli verso un’unità nazionale volta a cancellare ogni visione di classe.
Certo, a richiamare un clima di guerra c’è l’esperienza collettiva e simultanea della minaccia alla vita, di una sorta di coprifuoco, della vicinanza di un “nemico” distruttore, con risultati moralmente e fisicamente paragonabili a quelli di una guerra, in particolare per i soggetti più deboli.
In realtà, la situazione attuale, al di là di qualche aspetto, è molto diversa da una situazione di guerra. Ma la finalità delle retorica militaresca resta intatta: far prevalere l’interesse collettivo su quello individuale, subordinare l’interesse delle persone e, a maggior ragione, quello di classe all’interesse “nazionale” (oggi nella lotta sanitaria, domani nella ripresa economica), restringere gli spazi di agibilità individuali, e, ancor di più, quelli collettivi. In poche parole restringere la democrazia: chi non è d’accordo è in combutta con il nemico. Con la conseguenza degli appelli alla disciplina, alla delazione contro chi non rispetta le regole, alla concentrazione dei poteri.
L’ungherese Orban, come sempre il più esplicito e il più spiccio dei leader europei, ha già deciso di assumersi i “pieni poteri”. E la UE sta a guardare.
Intanto il nazionalismo si va rafforzando in tutti i paesi della UE, alla faccia della Unione europea presunta “garanzia di pace”. Come dimostrato anche dalla totale assenza di solidarietà intereuropea nei confronti dei paesi più colpiti dal Covid-19.