Per Confindustria essenziale è solo il profitto

di Fabrizio Burattini

Mentre il rigore governativo si sfoga su coloro che escono incautamente da casa senza riuscire a giustificare adeguatamente la loro uscita, aumentando fino a 4.000 euro le ammende, i dirigenti sindacali confederali, Maurizio Landini in testa, si dicono soddisfatti del nuovo accordo siglato ieri con il governo. Così siamo andati a verificarne nel dettaglio i contenuti, per capire come mai si passasse da un giudizio drasticamente negativo tale da portare Cgil, Cisl e Uil a minacciare lo sciopero generale alle dichiarazioni semitriofalistiche di oggi.
Il nuovo accordo tra governo e sindacati non riesce a modificare qualitativamente il decreto del 22 marzo, che avevamo giudicato tardivo e insufficiente. Ad un raffronto puntuale tra la tabella di domenica e quella odierna che elencano le attività delle quali è consentito il proseguimento della produzione, si può constatare che il governo ha fatto un lavoro di cesello che, oltre a quanto già bloccato dal DPCM di quattro giorni fa, arresta la produzione di carta da parati, coloranti, fiammiferi, suole di plastica, articoli in plastica per ufficio, radiatori e contenitori per caldaie, imballaggi in metallo, la riparazione di casseforti, porte blindate, carrelli per la spesa, giostre e attrezzature per parchi, aeromobili e veicoli spaziali, il commercio all’ingrosso di mezzi di trasporto.
Tra i settori aggiunti a quelli già bloccati, quelli di una qualche importanza sono la produzione di trattori e macchine agricole e di veicoli ferroviari, le attività in uscita (outbound) dei call center.
Per non scontentare troppo la Confindustria e dare dunque così anche un colpo alla botte, il governo, oltre a fermare le aziende dei settori di cui abbiamo riferito sopra, ha anche scelto di sbloccarne alcune non irrilevanti: la produzione di barattoli di vetro, di batterie, di macchinari da imballaggio e le agenzie di lavoro interinale.
I risultati  della trattativa sindacale di ieri sono dunque sostanzialmente non tali da giustificare le dichiarazioni entusiastiche dei leader confederali e tantomeno la cancellazione della minaccia di sciopero ventilata nei giorni scorsi. Come contentino per gli apparati si promette che le “autocertificazioni” di produzione “essenziale” che gli imprenditori stanno già in grande quantità presentando ai prefetti saranno verificate anche ascoltando il parere dei sindacati. Al di là di quanto possa essere ritenuto vincolante il parere dei sindacati (cosa che varierà a seconda della “sensibilità sociale” dei singoli prefetti), si dimentica totalmente la realtà del tessuto produttivo italiano, fatto di migliaia di aziende nelle quali non esiste nessuna presenza sindacale e nelle quali il ricatto padronale è arma consueta. Né si precisa quali potranno essere i tempi della risposta ad ognuna delle migliaia di autocertificazioni di aziende che si autodefiniscono “essenziali” che stanno affluendo sui tavoli degli uffici prefettizi. Tanto più sapendo che, nell’attesa della risposta, la produzione può andare avanti.
Resta intatta la produzione bellica (di cui viene bloccata solo la produzione di esplosivi e le imprese di manutenzione delle armi). Se molte fabbriche di armi sono state bloccate (come la Beretta e numerose altre ad esempio nel bresciano) è non a causa delle decisioni governative, né tantomeno per le dichiarazioni del “pacifista” del PD Orfini, ma grazie alla mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori che con gli scioperi semispontanei delle scorse settimane ne hanno imposto lo stop.
Ecco, se qualche risultato per porre un minimo argine alle pretese di Confindustria c’è stato, ciò è avvenuto grazie a quella mobilitazione, tanto più straordinaria proprio perché sviluppatasi in un contesto così difficile. E’ una mobilitazione che è indispensabile non bloccare.