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Abbiamo perso un compagno. Ho perso un amico.

di Diego Giachetti

Senza alcun preavviso Francesco Racco è mancato il 5 agosto, dopo un grave malore che lo ha colpito tre giorni prima. Con lui ho percorso più di quarant’anni di vita. Lo conobbi all’Università di Torino verso la metà degli anni Settanta. Fu facile riconoscersi. Stesso percorso formativo: partecipazione alle manifestazioni studentesche, occhio attento su quanto di muoveva nella sinistra vecchia e nuova. Eravamo curiosi lettori di varie testate prodotte da diversi gruppi extraparlamentari. Scoprivamo i “vecchi” «Quaderni Rossi», leggevamo disordinatamente vari testi di Marx, Lenin e altri ancora. Lui era un attento lettore del «Quotidiano dei Lavoratori» ed era di Avanguardia Operaia. La sua affinità con questa organizzazione politica non lo precludeva dal confronto con altre idee politiche e organizzative. Eravamo un piccolo gruppo di amici e amiche che leggevano «Lotta Continua», il «Quotidiano dei lavoratori» e «Il manifesto». Chi scrive, forse per distinguersi e attirare l’attenzione, affiancava alla lettura di questi giornali «Bandiera Rossa». Le ragioni per discutere di politica non mancavano ed erano quotidiane, come lo era la partecipazione alle manifestazioni, alle assemblee e ai vari dibattiti. Francesco amava la storia contemporanea, voleva capire e approfondire i nodi del Novecento, le vicende del movimento operaio. Affiancò alla storia la sociologia che incontrò all’Università, dove ebbe la possibilità di frequentare i corsi di Luciano Gallino. Sociologia voleva dire allora studiare le classi sociali, la loro composizione, il rapporto tra classe e coscienza di classe, le forme organizzative sindacali e partitiche, definire paradigmi teorici e interpretativi. Marx, insegnava Gallino, era un punto di riferimento imprescindibile ma, aggiungeva, occorreva conoscere anche altri classici della sociologia: Max Weber, Émile Durkheim, nonché l’americano Talcott Parsons. Fu proprio grazie a questo ultimo suggerimento che scoprimmo l’esistenza di un suo critico, Charles Wright Mills, autore di libri dissacranti come Colletti bianchi, L’élite del potere, L’immaginazione sociologica. Con Luciano Gallino, Francesco si laureò a pieni voti nel 1979 con una tesi su Marxismo e sociologia nel pensiero della nuova sinistra.

Come capitò a tanti, seguì le travagliate vicende politiche delle organizzazioni della nuova sinistra nella seconda metà degli anni Settanta e Ottanta. Approdò a Rifondazione Comunista che poi abbandonò per avvicinarsi a Sinistra Critica e poi aderire a Sinistra Anticapitalista. Francesco partecipava alle riunioni e ai seminari con un’attenzione e una serietà non comuni. Leggeva i documenti politici, ascoltava le relazioni seguiva la discussione, non amava stare in fondo alla sala o nei corridoi a chiacchierare, riservava questa attività ai momenti conviviali. Amava la compagnia, la buona tavola, ascoltava tutti e aveva osservazioni puntuali per tutti. Nelle lunghe chiacchierato che abbiamo fatto, ripensando alla storia delle organizzazioni politiche che in quarant’anni avevamo frequentato, mi diceva: «le abbiamo provate tutte, non ci siamo risparmiati e questo ci permette di avere diritto di critica». Non era un disilluso, ma era realista, non intendeva affatto abbandonare il campo, perché ormai non poteva fare a meno di quel tipo di dibattito, di discussione e di tentativi di costruzione politica.

Era un lettore accanito. I libri li consumava pagina dopo pagina. Segnava periodi e frasi, a margine rimandava ad altre letture e concetti, esprimeva con una parola la condivisione e l’avversione verso la tesi sostenuta. Era orgogliosissimo della sua libreria nella quale campeggiava in primo piano l’opera completa di Marx ed Engels. Opera che conosceva bene. Io stesso, quando avevo bisogno di un riferimento preciso per una citazione o per trovare dove Marx ed Engels avevano sviluppato una tesi, mi rivolgevo a lui, sicuro dell’esattezza dell’informazione che avrei ricevuto. L’interesse per la storia e la sociologia non avevano però spento il suo vecchio e principale amore per la filosofia. Fu estremamente soddisfatto quando, dopo aver vinto il concorso ordinario, ottenne la cattedra di filosofia e storia presso il liceo. Per lui ritornare alla filosofia significava innanzi tutto andare oltre la manualistica che traccia la storia delle varie filosofie. Voleva dire leggere le opere dei filosofi, non accontentarsi di riassunti o interpretazioni. Gli scaffali della sua libreria si arricchirono delle opere dei principali filosofi. Divenne un bravo e capace prof., amato e apprezzato da allievi e allieve.

Se la partecipazione politica si incarnò in varie forme, quella sindacale rimase costante. Iscritto alla CGIL scuola fin da quando iniziò a lavorare, non era un semplice tesserato. Era un militante sindacale attivo, più volte eletto, e con molti voti, nella RSU, capace di contrattare con la dirigenza scolastica. Partecipava e organizzava le riunioni sindacali, propagandava gli scioperi indetti e li faceva, salvo poi lamentarsi a volte della scarsa partecipazione dei colleghi.

Francesco è andato via all’improvviso. Non ha avvisato nessuno. Ho parlato con lui poche ore prima del malore fatale. Era sereno e soddisfatto. Aveva appena concluso il trasloco nella sua nuova casa. Me l’aveva descritta con entusiasmo e gioia. Apro una finestra, mi diceva, e vedo il verde della campagna. Apro l’altra e, quando il cielo è limpido, vedo lontane le montagne. Il trasloco era punto d’arrivo e d’inizio. Gli mancava un anno alla pensione. Aveva progetti e prospettive. Poi ci vediamo, mi disse fornendomi l’indirizzo della sua nuova abitazione.