Le elezioni in Brasile, una sfida cruciale per frenare l’estrema destra

Il PSOL e la sinistra anticapitalista devono affrontare contemporaneamente due sfide enormi in occasione di queste elezioni: contribuire alla lotta più ampia contro la principale espressione brasiliana del neofascismo mondiale e costruire un polo di sinistra radicale e indipendente (Mariana Riscali, Israel Dutra, da Inprecor* )

Donald Trump, esponente di spicco dell’imperialismo egemonico e leader mondiale dei movimenti e dei partiti di estrema destra, sta ridisegnando i rapporti politici mondiali, cercando di instaurare regimi autoritari e ultraliberali sia a livello nazionale che internazionale – ma soprattutto in quello che considera il «suo» territorio allargato, l’America Latina. Continua la sua offensiva bellica in Medio Oriente, iniziata con il genocidio che ha aiutato Netanyahu a perpetrare a Gaza e che prosegue oggi con una nuova serie di attacchi contro l’Iran, il Libano e, ancora una volta, la Palestina.

Di fronte all’imminenza di un collasso climatico, come dimostrano i fenomeni estremi che si verificano da nord a sud e da est a ovest, il governo americano ignora la più grave crisi ambientale della nostra storia, incoraggiando, sia nella lotta ideologica che nella pratica politica, il negazionismo antiscientifico. Ondate di calore estreme, crolli dei ghiacciai, incendi boschivi, uragani, tornado, cicloni, inondazioni… le catastrofi derivanti dal riscaldamento globale provocato dal capitalismo lasciano presagire una situazione ancora peggiore di quella odierna. Il Brasile, in questo contesto, corre un rischio immediato: non è pronto ad affrontare gli effetti del super El Niño, che si preannuncia devastante.

In tutto il territorio a sud degli Stati Uniti, il governo Trump-Rubio sta attuando con successo un sinistro piano di ricolonizzazione, basato su attacchi militari, minacce di invasione – come a Cuba, ancora una volta accerchiata e che resiste eroicamente –, ricatti economici e ingerenze tutt’altro che sottili nei processi elettorali di paesi sovrani. È quanto ha fatto in Honduras, in Argentina e, quest’anno, in Colombia. Dopo l’operazione di invasione condotta a gennaio in Venezuela e la presa in ostaggio di Nicolás Maduro e Cilia Flores, Trump ha appena ufficializzato, con l’aiuto del governo fantoccio di Delcy Rodríguez, il saccheggio di gran parte del petrolio venezuelano. E ora, con l’aiuto dei suoi giganti della tecnologia e della sua gigantesca macchina da guerra e di spionaggio, sta iniziando a interferire nel processo elettorale brasiliano, con l’obiettivo esplicito di riportare al potere il clan Bolsonaro.

Una elezione polarizzata

Il Brasile andrà alle urne in ottobre per quelle che sono le seste elezioni più grandi al mondo. Si tratta di un’elezione che combina il rinnovo del mandato presidenziale – in cui Lula si confronta con il figlio di Bolsonaro – con l’elezione di centinaia di membri delle due camere del Parlamento (tutti i deputati e i due terzi dei senatori), nonché le elezioni per il governo dei 27 Stati e delle loro assemblee locali. Un’elezione il cui esito rimane incerto tra i due principali candidati, Flávio Bolsonaro e Lula.

Queste elezioni saranno, senza dubbio, segnate dalle ripercussioni dello scandalo della banca Master. La piramide crolla nell’ultimo trimestre del 2025 e la banca centrale decreta la liquidazione della banca Master. Il Brasile scopre allora il più grande scandalo finanziario della sua storia: un buco ancora difficilmente quantificabile, che supererebbe i 10 miliardi di euro. Daniel Vorcaro viene arrestato dalla polizia federale.

Fin dall’inizio emergono legami d’affari, di clientelismo e di corruzione, profondi e solidi, con l’estrema destra. Figure di spicco dell’estrema destra, come il deputato Nikolas Ferreira (Minas Gerais) o il senatore Ciro Nogueira, hanno approfittato delle generosità (viaggi, hotel di lusso, denaro) di Vorcaro. Il governatore bolsonarista Claudio Castro (Rio de Janeiro) ha investito le risorse del fondo pensione dei dipendenti statali in fondi gestiti da Master. Il suo collega di Brasilia, Ibaneis Rocha, anch’egli bolsonarista, ha investito quasi 2 miliardi di euro provenienti dalla Banca regionale di Brasilia.

La ciliegina sulla torta rimane il caso “Dark Horse” (L’Outsider), un film scadente che avrebbe dovuto raccontare l’epopea di Jair Bolsonaro. Vorcaro si era impegnato a finanziare il film con 136 milioni di reais (oltre 20 milioni di euro), ma solo la metà di tale somma è stata effettivamente versata. Le conversazioni e i messaggi rinvenuti sul cellulare di Vorcaro mostrano contatti frequenti, trattative dirette tra Vorcaro e Flávio Bolsonaro e persino una visita di Flávio a Vorcaro alla vigilia del suo arresto.

Si riscontra quindi l’impronta dell’estrema destra a tutti i livelli dello scandalo. Ciò non impedisce all’imperialismo e all’estrema destra di voler ribaltare la situazione e far ricadere la crisi Master su coloro che interi strati della popolazione considerano alleati di Lula, a cominciare dai ministri della Corte Suprema Federale. In questo sono aiutati dal fatto che Vorcaro non ha limitato la sua generosità alla sola estrema destra, ma ha cercato di cooptare tutti coloro che, da vicino o da lontano, detenevano una fetta di potere esecutivo, legislativo, giudiziario o amministrativo. Ma soprattutto, possono contare sull’impegno del ministro della Corte Suprema Federale (STF) André Mendonça – ex ministro della Giustizia di Bolsonaro – incaricato del caso. Mendonça conduce il caso proteggendo i suoi complici politici e prende di mira soggetti scelti in base alla loro presunta vicinanza a Lula, in primo luogo un altro ministro della Corte Suprema Federale (STF), Alexandre de Moraes, citato nel fascicolo, considerato un alleato di Lula e giudice del processo ai golpisti del gennaio 2023 – il che conferisce inoltre ai bolsonaristi un sapore di vendetta.

Un intervento statunitense continuo

Il governo statunitense sta già agendo deliberatamente contro la sovranità del Brasile, mantenendo al contempo il Messico sotto minaccia economica e militare. Oltre ai dazi doganali esorbitanti, che hanno tassato al 37,5% vari prodotti brasiliani, il Dipartimento di Stato continua a interferire, in particolare classificando il CV e il PCC come gruppi terroristici e seminando incessantemente dubbi sulle elezioni e sulle urne elettroniche. L’escalation di agosto ha comportato, in particolare, la revoca del visto diplomatico dell’ambasciatrice brasiliana a Washington. Trump e Rubio si sono serviti del loro subordinato Milei per attaccare il Brasile, il suo governo e la candidatura di Lula.

La vera posta in gioco della battaglia elettorale è quindi la sovranità del Brasile. I giganti della tecnologia, come la Palantir di Peter Thiel, fungono da forza d’urto digitale al servizio del progetto di estrema destra. Parte delle loro ambizioni consiste nel mettere in atto un esperimento tecno-fascista nei paesi della regione — un progetto che gode anche del sostegno entusiastico di Renan Santos e del partito Missão in Brasile. Una vittoria di Flávio Bolsonaro aprirebbe la strada a un’offensiva coloniale più ampia: controllo delle terre, delle acque, dei porti e di molte altre risorse e infrastrutture nazionali.

Il tentativo di destabilizzare le elezioni, in atto da alcune settimane – al momento in cui scriviamo questo articolo –, è palese, come si può vedere dalla recente crisi che sta scuotendo la Corte Suprema Federale (STF). Da un lato, le ramificazioni intessute da Vorcaro e dalla banca Master dimostrano che è necessario un cambiamento globale nei rapporti conflittuali tra il potere giudiziario e la borghesia. Per questo è giusto chiedere che venga indagato chiunque sia citato nel caso Master — compresi Moraes, Toffoli e Mendonça —, promuovendo al contempo una riforma politica e giudiziaria radicale per abolire i privilegi. André Mendonça sta sondando il terreno per seminare confusione e creare una cortina fumogena attorno allo scandalo Dark Horse, in una manovra filo-Trump volta a garantire a Flávio le condizioni per presentarsi in posizione di forza al secondo turno.

La battaglia politica all’interno della STF non è che un’ulteriore manifestazione – e una delle più gravi – del grado di polarizzazione in cui versa il Paese. La tendenza è che le elezioni diventino un referendum, in cui si approva o si respinge Lula, la sinistra, le politiche sociali, il regime democratico borghese e la stessa sovranità del Paese. Una vittoria di Bolsonaro figlio restituirebbe il controllo dell’apparato statale all’estrema destra e a Trump, il che rappresenterebbe un rischio di portata storica per le libertà democratiche e i diritti socio-economici acquisiti negli ultimi quarant’anni. Per tutte queste ragioni, la campagna elettorale del 2026 è una battaglia strategica di portata regionale e internazionale.

Il PSOL e la rielezione di Lula

Il Comitato nazionale del PSOL ha votato quasi all’unanimità a favore del sostegno elettorale a Lula, senza però approvare il suo programma di governo. Questa decisione è stata accompagnata da un dibattito sulla proposta, avanzata da una parte del partito, di formare una federazione con il PT — respinta dal 75% dei membri della direzione nazionale. Attraverso questi due dibattiti distinti, il PSOL ha dimostrato di comprendere la necessità di un voto tattico essenziale a favore della rielezione di Lula, senza però confondere il partito con il progetto del PT.

Il PSOL ha dedicato tutte le sue energie alla campagna di Lula e ha trasformato le proprie candidature nelle elezioni a maggioranza e proporzionali in una tribuna per questa vittoria indispensabile, pur conservando la propria indipendenza programmatica. Concretamente, ad esempio, la nostra Fondazione Lauro Campos e Marielle Franco ha scelto, dal punto di vista politico, di non partecipare alla stesura del programma della coalizione guidata da Lula. Le nostre priorità nell’ambito della rielezione di Lula sono la lotta per porre fine al sistema «6×1», la difesa della sovranità del Brasile di fronte agli attacchi di Trump, la difesa dei diritti e della stessa vita delle donne contro la misoginia e i femminicidi, e la necessità di un programma di governo che tenga conto della crisi climatica — combattendo la devastazione causata dall’agroindustria, dall’estrazione mineraria, dall’estrazione e dall’uso dei combustibili fossili; difendendo le foreste, l’agricoltura biologica familiare, il carattere di bene comune di fiumi, laghi e foreste, nonché un’urgente transizione energetica verso l’uso esclusivo di fonti rinnovabili.

Il PSOL guarda al futuro

Il PSOL affronta le elezioni più importanti della sua storia, un momento in cui sono in gioco la sua coerenza e il suo futuro: si batte per superare la soglia elettorale¹, contribuisce a arginare il bolsonarismo e l’estrema destra aiutando a far rieleggere Lula e, allo stesso tempo, riafferma il proprio profilo politico-programmatico in vista del «dopo-Lula». In questo percorso autonomo, il partito ha attirato personalità di spicco come Manuela D’Ávila, Duda Salabert e Jones Manoel 2.

È necessario riflettere fin da ora su come sarà il PSOL dopo ottobre, sui suoi contorni e sulle sfide che lo attendono. Riteniamo che debba fungere da punto di appoggio per le lotte, dimostrandosi utile a chi vive del proprio lavoro. Per contribuire a riunire i conflitti più importanti, dovrà mettersi al servizio dei movimenti sociali al fine di costruire spazi unitari, fronti unici e convergenze associative. Occorre coniugare la lotta contro l’estrema destra e per la sovranità nazionale con la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori – attraverso i sindacati, sia nei luoghi di lavoro che in quelli di vita, per i salari, la salute, l’istruzione, gli asili nido – e con le mobilitazioni e le organizzazioni antirazziste, femministe e LGBTQIA+.

L’ultima conferenza programmatica, tenutasi nel 2025, ha rappresentato un punto di partenza per allineare la nostra azione a ciò che c’è di più vivo nelle lotte per la civiltà – ma è stato solo l’inizio. Temi come la crisi ambientale e la sovranità digitale, che definiscono il ruolo dei movimenti e il nostro in quanto partito, devono essere affrontati con l’urgenza che i tempi richiedono. Un buon esempio di ciò che andrebbe generalizzato come pratica è l’elaborazione della piattaforma «Linee guida programmatiche per una transizione ecosocialista», coordinata dalle fondazioni del PSOL e del Rede. Questo programma è stato elaborato in modo inclusivo e partecipativo da attivisti, esperti invitati, militanti e dirigenti.

Per proseguire su questa strada, in un Paese così vasto e diversificato come il Brasile, è essenziale ritrovare lo spirito pluralista su cui il PSOL è stato fondato 22 anni fa: costituire una convergenza tra diversi settori e tradizioni della sinistra socialista brasiliana, all’interno di un partito-fronte radicale e radicalmente democratico, in cui tutte le tendenze abbiano il loro spazio. Per svolgere un ruolo importante nell’attuale ondata di nuovi movimenti di sinistra socialista (come il DSA statunitense, Die Linke in Germania o il Partito dei Lavoratori in Turchia), il partito deve affermarsi come presente nelle lotte e al servizio di queste: un partito militante, democratico einternazionalista.

Una volta che Lula avrà vinto – compito al quale ci dedichiamo pienamente –, tracceremo una linea programmatica per il futuro, senza per questo trascurare la lotta contro il putschismo. È ora che si decide il futuro.

20 settembre 2026

1) Nel 2026, i partiti (o le federazioni di partiti) che non avranno ottenuto 13 eletti a livello federale non avranno accesso a una serie di vantaggi politici o materiali, in particolare ai fondi pubblici destinati al finanziamento dei partiti politici.

2) Manuelle D’Ávila è una figura centrale della vita politica nello Stato del Rio Grande do Sul. Nel 2018, all’epoca militante del PCdoB, si è candidata alla vicepresidenza della Repubblica in coppia con Fernando Hadda del PT. È entrata a far parte del PSOL nel 2026 e si candiderà al seggio di senatrice per la coalizione formata nello Stato di cui Porto Alegre è la capitale e che riunisce PT, PSOL e PDT.

* Le elezioni generali in Brasile del 2026 si terranno il 4 ottobre, con eventuale ballottaggio il 25 ottobre, per eleggere il nuovo Presidente e Vicepresidente della Repubblica Federale del Brasile nonché il Congresso nazionale del Brasile (solo 1/3 dei seggi del Senato federale e tutti i seggi della Camera dei Deputati.