«La mia famiglia è al sicuro»: la persecuzione di Erdogan contro le persone LGBTI+

Domenica 13 settembre si è compiuta una nuova tappa nella repressione omofoba del regime di Erdoğan [Uraz Aydin]

Domenica 13 settembre si è compiuta una nuova tappa nella repressione omofoba del regime di Erdoğan. Le forze di polizia hanno lanciato una vasta operazione contro organizzazioni e attivisti LGBTI+, nonché associazioni impegnate nella lotta contro l’HIV/AIDS. Sono state effettuate perquisizioni in particolare a Istanbul, Ankara e Izmir. Il Ministero della Giustizia afferma che l’operazione, denominata «La mia famiglia è al sicuro», riguarda in totale 162 persone, nove associazioni e tredici sedi in quindici province.

Sono stati inoltre bloccati decine di siti web e account sui social network. L’ondata di censura si sta progressivamente estendendo ai siti di informazione e alle associazioni per la difesa dei diritti umani. Nel suo comunicato, il ministro della Giustizia Akın Gürlek equipara esplicitamente alcune organizzazioni ad associazioni che «promuovono la comunità LGBT e l’immoralità» e afferma che lo Stato non tollererà alcuna struttura che «prenda di mira i nostri bambini, i nostri giovani e le nostre famiglie».

Criminalizzare l’esistenza e l’organizzazione delle persone LGBTI+

Il fatto che diverse associazioni abbiano beneficiato di finanziamenti dell’Unione europea viene inoltre messo in evidenza nelle indagini e riportato dalla stampa asservita al regime come un fatto criminale. Yıldız Tar, caporedattrice di Kaos GL, denuncia un tentativo di criminalizzare l’esistenza stessa delle persone LGBTI+1. Tar ricorda che «tutte le associazioni LGBTI+ di questo Paese sono registrate, operano legalmente e vengono controllate più volte all’anno dal Ministero dell’Interno. Tra i principali beneficiari dei fondi dell’Unione europea e delle Nazioni Unite figurano anche istituzioni pubbliche, ministeri e fondazioni vicine al potere, come la TÜGVA. In questo caso, siamo noi a diventare i criminali?»Tar sottolinea che le persone LGBTI+ si organizzano innanzitutto per proteggersi dalla violenza e dalle discriminazioni: «Le persone LGBTI+ si organizzano semplicemente per non essere uccise. Si organizzano semplicemente per poter essere trattate come esseri umani. E poi voi affermate che questo costituisce un reato».

Fino al 2025, la repressione contro le persone LGBTI+ in Turchia si è manifestata principalmente sotto forma di divieti delle Marce dell’orgoglio, di attacchi della polizia contro i raduni e i luoghi di ritrovo della comunità, accompagnati periodicamente da dichiarazioni umilianti ai massimi livelli dello Stato. Si è tuttavia verificata una svolta qualitativa con la proclamazione del 2025 come «Anno della famiglia». Le persone LGBTI+ non vengono più presentate solo come contrarie ai valori conservatori, ma come una minaccia organizzata contro la famiglia, i giovani, la demografia e la società stessa. Recep Tayyip Erdoğan parla di «perversione LGBT», di «correnti devianti» che «avvelenano» le nuove generazioni e afferma che la famiglia sarebbe soggetta ad «attacchi di nuova generazione». Ha inoltre dichiarato che tali correnti «minano l’istituzione familiare».

Questa retorica è stata accompagnata da un tentativo di trasposizione nel diritto penale. Un progetto di riforma reso pubblico nel 2025 prevedeva fino a tre anni di reclusione per comportamenti giudicati «contrari al sesso biologico di nascita e alla morale pubblica», ma anche per il semplice fatto di «incoraggiarli, lodarli o promuoverli». La partecipazione a una cerimonia di fidanzamento o di matrimonio tra persone dello stesso sesso poteva essere punita con quattro anni di reclusione. Il progetto inaspriva inoltre notevolmente le condizioni per la transizione di genere e prevedeva pene fino a sette anni di reclusione per gli operatori sanitari che non avessero rispettato le nuove restrizioni e fino a tre anni per le stesse persone trans.

Questo testo, reso pubblico nell’autunno del 2025, alla fine non è mai stato presentato al Parlamento a seguito delle forti reazioni delle organizzazioni della società civile in Turchia e all’estero. Disposizioni molto simili sono tuttavia riapparse nel giugno 2026 nei lavori preparatori del 12° «pacchetto giudiziario». A seguito di una nuova mobilitazione delle organizzazioni femministe e LGBTI+ e di numerose organizzazioni per la difesa dei diritti, questi articoli sono stati nuovamente ritirati dal pacchetto prima della sua presentazione al Parlamento. Non sono stati quindi adottati, ma la loro ripetuta ricomparsa dimostra che il governo non ha affatto abbandonato questa linea.

Police block and detain some protesters as they try to march in support of transgender people and their rights during the LGBTQ Pride week, in Istanbul, Turkey, Sunday, June 21, 2026. (AP Photo/Dilara Acikgoz)

Un’offensiva destinata a durare

Dal 2026, questa offensiva si inserisce ormai in una politica a lungo termine. Il governo ha proclamato il periodo 2026-2035 «Decennio della famiglia e della popolazione». Il testo presidenziale ufficiale denuncia in particolare le correnti di «degenderizzazione» che, con il pretesto dei diritti umani e delle libertà individuali, minaccerebbero la famiglia, le generazioni e i «valori nazionali e spirituali». L’operazione del 13 settembre, presentata direttamente dal ministro della Giustizia come attuazione di questa strategia decennale, dimostra che tale orientamento sta già portando a un’intensificazione della repressione.

Di fronte a questa offensiva, che certamente non si limita al regime islamo-nazionalista di Erdoğan ma riflette l’orientamento ideologico patriarcale e omofobo di quasi tutto lo spettro neofascista internazionale, la difesa delle persone LGBTI+ non può rimanere isolata. Essa richiede l’unità delle forze progressiste, democratiche, femministe, sindacali e rivoluzionarie della Turchia contro questa criminalizzazione. Anche la solidarietà internazionale rimane indispensabile: le organizzazioni democratiche, i movimenti sociali e le forze di sinistra all’estero devono denunciare chiaramente gli arresti, i divieti, la chiusura delle associazioni e ogni tentativo di criminalizzare l’esistenza e l’organizzazione delle persone LGBTI+.

Per gridare tutti insieme, e ancora più forte, come nelle Marce dell’orgoglio:

«Abituatevi! Noi siamo qui!»

14 settembre 2026, Istanbul

1 Intervista di Nalin Öztekin a Yıldız Tar, «Difendere le persone LGBTİ+ significa difendere la nostra umanità e la nostra coscienza», bianet, 14 settembre 2026.