La sinistra, una ambiguità storica fondamentale
di François Sabado
Riprendiamo da Inprecor questo articolo del compagno francese Sabado di 20 anni fa, che conserva una grande attualità e pertinenza nel comprendere le dinamiche sociali e politiche del movimento delle classi lavoratrici nel sistema capitalista. In particolare esamina e spiega la duplicità e l’ambiguità del termine “la sinistra”.
Sabado fa riferimento soprattutto, ma non solo, alla lotta di classe in Francia e alle formazioni politiche presenti oltralpe, ma la sua analisi è facilmente riferibile anche alla azione e ai progetti politici dei due partiti, PSI e PCI, della sinistra italiana che hanno segnato la storia del nostro paese. Ulteriore precisazione: quando si parla di partiti socialisti si intende quei partiti che hanno subito il processo di socialdemocratizzazione così come quando si parla di partiti comunisti si intende le formazioni politiche segnate dalla involuzione stalinista e dalla dipendenza alla burocrazia moscovita. Caratteristica del PCI è stata quella di combinare, fin dagli anni 50, lo storico legame con la burocrazia stalinista sovietica con un processo di socialdemocratizzazione interno alla società italiana.
Il concetto di sinistra racchiude una duplice dimensione. Da oltre un secolo, tutti – avversari e sostenitori – concordano nel definire con il termine “sinistra” il “partito del movimento”, il punto di raccolta naturale di “tutte le forze del progresso” e di tutti i sostenitori del “cambiamento”.
Ma, allo stesso tempo, questo formidabile movimento storico, le cui idee sono persino diventate dominanti in determinate circostanze storiche e in molti ambiti della cultura contemporanea, non è mai riuscito a rompere in modo concreto e duraturo con il sistema capitalista, per sostituirlo con una società veramente umana, libera, egualitaria e dignitosa.
In realtà, sin dalle sue origini, «la sinistra» racchiude realtà storiche diverse. Inoltre, con il passare del tempo, ha mascherato, se non addirittura occultato, processi che hanno provocato fratture o rotture tra diverse forze sociali e politiche. Pertanto, per ricostruire un progetto di trasformazione radicale della società, è necessario decostruire ciò che il termine «sinistra» racchiude, distinguendo ciò che riguarda l’emancipazione dei popoli, e in particolare dei lavoratori, da ciò che ha mantenuto questi movimenti di liberazione all’interno del quadro capitalista.
“La sinistra” o “Il socialismo”
Quella che viene definita «la sinistra», in particolare in Francia, è il risultato di un compromesso storico particolarmente instabile tra un socialismo operaio – che all’epoca era del resto più proudhoniano che marxista – e il campo repubblicano, ovvero quei settori della borghesia e della piccola borghesia che si opponevano all’Ancien Régime. La distinzione moderna tra «destra» e «sinistra» (che è una trasposizione francese dell’opposizione, nata in Inghilterra, tra i Tories – conservatori – e i Whigs liberali), corrisponde per tutto il XIX secolo al conflitto tra i difensori dell’Ancien Régime, una società teologico-militare, e i sostenitori del progresso, della ragione e dello sviluppo economico. Il socialismo originario è, in linea di principio, particolarmente indipendente da questa divisione. Affonda le sue radici nell’estrema sinistra del radicalismo piccolo-borghese della Rivoluzione francese, come la frazione più radicale dei giacobini o la cospirazione degli Uguali di Gracchus Babeuf, che avanzò per la prima volta l’idea della collettivizzazione. Ma anche le prime proteste popolari (i luddisti e i cartisti inglesi, i canuts di Lione, i tessitori della Slesia in Germania), contro gli effetti disastrosi, sia umani che ecologici, dell’industrializzazione liberale… Nel corso di tutto il XIX secolo, in occasione delle alleanze occasionali che sono costretti a stringere, ora contro i potenti dell’Ancien Régime, ora contro gli industriali liberali, i socialisti più radicali sono bene attenti ad affermare l’autonomia delle organizzazioni operaie. L’originalità delle prime rivolte socialiste sta nel fatto che esse si inseriscono in un duplice rifiuto, vissuto in modo più o meno consapevole: quello dell’Ancien Régime – il potere della Chiesa e dell’aristocrazia terriera –, ma anche quello del «nuovo regime» dominato dalla borghesia liberale industriale. Marx insistette più volte, in particolare dopo le rivoluzioni del 1848, sulla necessità dell’indipendenza della classe operaia rispetto alla borghesia.
E tutti coloro che, all’interno del movimento operaio, non hanno difeso Dreyfus, come Jules Guesde – uno dei fondatori del socialismo in Francia – o alcuni anarchici, hanno sbagliato. Bisognava difendere Dreyfus e le libertà democratiche fondamentali. Allo stesso modo, la lotta dei socialisti dell’epoca per il suffragio universale, ad esempio quella dei Chartisti in Inghilterra – il primo partito essenzialmente operaio a rivendicare il suffragio universale – era fondamentalmente giusta. Ma il punto dolente è che in questa lotta le libertà democratiche o la democrazia sono state identificate o confuse con la difesa dello Stato e delle istituzioni della borghesia, e questo gioco di prestigio avveniva attraverso l’apologia della Nazione o della Repubblica… È anche su questa base che emerse «la sinistra» come schieramento del progresso, ma anche come blocco tra i socialisti e la borghesia repubblicana. È anche in questo contesto, non bisogna dimenticarlo, che fu inventata dai repubblicani e dai socialisti dell’epoca la famosa «disciplina repubblicana», che raccomandava la rinuncia sistematica da parte di repubblicani e socialisti di fronte ai sostenitori della destra antirepubblicana.
Questa confusione tra libertà, democrazia, progresso sociale e integrazione nelle istituzioni e nello Stato sarà una costante che confinerà numerose mobilitazioni sociali storiche nell’ordine costituito. In Francia, dal «ministerialismo» di Millerand alla Sinistra plurale, passando per il Cartello delle sinistre, il Fronte Popolare, i governi della Liberazione del 1944-1947, senza dimenticare quelli dell’Unione di Sinistra, tutte queste formule di governo, ciascuna con le proprie specificità, hanno incanalato la mobilitazione e le speranze popolari nel quadro delle istituzioni subordinate alle classi dominanti.
L’unità della «sinistra» o l’indipendenza politica dei lavoratori
Sono proprio queste confusioni che hanno alimentato, in particolare in determinate circostanze storiche, un’altra ambiguità fondamentale: una contraddizione tra la dinamica unitaria della mobilitazione sociale e politica delle classi popolari e delle loro organizzazioni, e la traduzione politica, governativa e istituzionale di tale movimento in politiche di collaborazione di classe.
Per i marxisti rivoluzionari non si tratta di sottovalutare la necessità di politiche di alleanze di classe, né di una necessità strategica: l’unità dei lavoratori e delle loro organizzazioni nel processo di conquista del potere politico.
Già dalla metà del XIX secolo Marx e numerosi socialisti rivoluzionari hanno sottolineato la necessità strategica di alleanze con altre classi sociali, come i contadini o la piccola borghesia, per evitare «il funebre assolo del proletariato». Allo stesso modo, i marxisti rivoluzionari hanno sempre insistito sul carattere strategico dell’unità operaia, o del movimento sociale in senso lato, contro il potere capitalista. Ma hanno sempre ricordato la necessità strategica, in questo processo, di combinare tali alleanze o questa politica di fronte unico con l’indipendenza politica del movimento dei lavoratori per le loro rivendicazioni immediate e per il socialismo. È la famosa formula avanzata da Lenin e dai rivoluzionari degli anni Venti per definire i rapporti tra comunisti e socialdemocratici: «Colpire insieme e marciare separatamente». Eppure, il concetto di «sinistra» o di «unione della sinistra», sotto varie forme, lungi dal preservare questa indipendenza politica del mondo del lavoro, l’ha subordinata al rispetto delle istituzioni delle classi dominanti e della proprietà privata. Il riferimento alla «sinistra» o all’unione della sinistra nasconde proprio questa differenza fondamentale tra i sostenitori dell’alleanza con la borghesia e i feroci oppositori di tale alleanza.
Per quanto i marxisti rivoluzionari siano i più convinti sostenitori di una politica di fronte unico o di unità d’azione dei lavoratori e delle loro organizzazioni, tanto più respingono ogni politica di collaborazione di classe, sia essa condotta attraverso alleanze con la borghesia liberale o nazionale – come, ad esempio, le esperienze dei fronti popolari – sia attraverso governi composti essenzialmente da partiti riformisti, socialisti o comunisti.
La distinzione fondamentale tra fronte unico dei lavoratori e politiche di cartelli di sinistra, di fronti popolari o di unioni di sinistra risiede nel fatto che, grazie alla sua logica di mobilitazione sociale contro il padronato e i governi capitalisti, la politica del fronte unico o dell’unità d’azione della sinistra sociale e politica innesca una dinamica di accentuazione ed esacerbazione della lotta dei lavoratori contro la borghesia. Al contrario, con la loro logica di rispetto delle istituzioni e della proprietà privata, tutte le formule di sostegno o di partecipazione governativa dell’unione di sinistra subordinano la soddisfazione delle rivendicazioni popolari all’equilibrio politico-istituzionale dominante e frenano lo sviluppo delle lotte sociali, quando non vi si oppongono apertamente.
La politica dei marxisti rivoluzionari presenta un duplice carattere: pedagogico, poiché è sulla base dell’esperienza che si approfondiscono la combattività e la coscienza delle grandi masse, ma anche strategico, poiché senza l’unità dei lavoratori non c’è rivoluzione maggioritaria e consapevole.
Occorre quindi distinguere la dinamica unitaria delle mobilitazioni delle classi popolari – che possono prendere come riferimento l’unità della sinistra, o il Fronte popolare del 1934-1936 in Francia e in Spagna, o l’unità popolare in Cile dal 1970 al 1973 –, dinamica che deve essere arricchita da un contenuto rivoluzionario, e tutte le coalizioni governative di collaborazione di classe, che possono fare da copertura a queste mobilitazioni, coalizioni alle quali, nelle forme appropriate, i rivoluzionari si oppongono. È in questo senso che essi difendono la prospettiva di un governo dei lavoratori, sostenuto dal controllo della popolazione e che attui un programma di rottura anticapitalista.
Un punto cieco: la burocratizzazione delle organizzazioni del movimento operaio e sociale
Come abbiamo visto, le alleanze con la borghesia, anche repubblicana, sono sempre state un potente fattore di subordinazione delle organizzazioni operaie alle istituzioni e alla proprietà privata. Tuttavia, con il loro sviluppo, le organizzazioni operaie hanno dato origine a un fenomeno ben più importante: l’integrazione del movimento operaio nella società borghese.
Questo processo è legato alla divisione funzionale del lavoro all’interno delle organizzazioni operaie di massa. Finché le organizzazioni operaie sono piccole, gli stessi operai possono controllarle direttamente, senza passare attraverso grandi apparati. Quando diventano più grandi – il che costituisce l’obiettivo indispensabile per far trionfare una politica o conquistare vantaggi per i lavoratori, cosa decisiva per un sindacato – al loro interno cominciano ad apparire dirigenti di professione. Un apparato di funzionari permanenti – reclutati principalmente tra i lavoratori, ma anche nell’intellighenzia piccolo-borghese – tende a identificarsi con l’organizzazione in quanto tale, a subordinare gli interessi vitali degli operai a quelli dell’organizzazione e dell’apparato.
Attraverso quella che Rosa Luxemburg definisce «la dialettica delle conquiste parziali» – ovvero il timore di rimettere in discussione quanto ottenuto, attraverso lotte che potrebbero sfociare in scontri di ampia portata con il padronato o il governo –, le dirigenze delle organizzazioni operaie finiscono per frenare, se non addirittura opporsi, allo sviluppo delle mobilitazioni. Diventano così una forza che mira esclusivamente allo status quo. Poiché a questo problema si aggiungono i vantaggi materiali derivanti dalle cariche ricoperte negli apparati delle organizzazioni operaie o dai benefici acquisiti nelle istituzioni statali, questi dirigenti cambiano comportamento e motivazioni, finendo per formare un nuovo strato sociale: la burocrazia operaia.
Questa burocrazia ha una duplice funzione: trae il proprio potere dall’esistenza e dalla forza dell’organizzazione operaia, ma allo stesso tempo fa tutto ciò che è in suo potere affinché l’organizzazione non esca dai limiti fissati dalle classi dominanti. È per sua natura fondamentalmente conservatrice. Può, in alcune circostanze eccezionali, agire per difendere contemporaneamente i propri interessi e quelli del mondo del lavoro, ma in generale la burocrazia subordina la lotta per le rivendicazioni e le aspirazioni popolari alle proprie prerogative nella società…
È proprio questo, in sostanza, a spiegare il passaggio dei vertici del movimento operaio e della sinistra dalla parte dell’Unione sacra durante la guerra mondiale del 1914-1918, il fatto che le direzioni della SFIO e del PCF abbiano incanalato la dinamica dello sciopero generale del 1936 e del Fronte popolare in un quadro compatibile con la politica internazionale e gli obiettivi economici delle classi dominanti del paese. È anche questo, nonostante la magnifica lotta della Resistenza e in particolare dei militanti comunisti, ciò che ha dominato la politica dei vertici della sinistra nel 1944-1947, attraverso il Comitato Nazionale della Resistenza e la fedeltà al generale De Gaulle. Ciò non annulla le conquiste sociali o democratiche ottenute dal movimento popolare, ma la dinamica della lotta avrebbe permesso di andare oltre. Infine, è questo che spiega perché le speranze popolari riposte nell’Unione della Sinistra negli anni ’70, o in modo diverso nella Sinistra Plurale degli anni ’90, siano andate ancora una volta in fumo con governi che hanno posto al centro il rispetto delle istituzioni e dell’economia capitalista.
Per quanto riguarda il PCF, dall’inizio degli anni ’30 alla fine degli anni ’80, la sua direzione o le organizzazioni da essa controllate hanno operato anch’esse subordinando gli interessi materiali, politici e morali dei lavoratori agli interessi del proprio apparato burocratico, ma quest’ultimo era allora subordinato agli interessi della burocrazia sovietica. Dopo il crollo dell’URSS, il PCF ha vissuto una nuova fase storica. Le coordinate del suo intervento e della sua pratica politica sono profondamente mutate. Non dipende più dall’URSS né da alcuna altra burocrazia internazionale, ma il suo orientamento rimane caratterizzato dalla sua integrazione nelle istituzioni attuali e da un funzionamento subordinato al rispetto degli equilibri burocratici all’interno della direzione e della leadership del partito.
Nel corso di questo processo storico, non sono stati i leader riformisti a far evolvere le istituzioni o l’economia, ma al contrario sono stati i poteri politici ed economici delle classi dominanti che, come ha spiegato Ernest Mandel, «hanno trasformato i rappresentanti dei lavoratori nelle loro convinzioni, nella loro mentalità, nelle loro motivazioni e nei loro interessi materiali».
Già all’inizio del secolo Trotsky concludeva che «la dirigenza tende a distaccarsi dalla classe operaia e viene risucchiata dalla classe dominante». Con il passare del tempo, come dice la canzone, le burocrazie si sono cristallizzate. Durante la fase di crescita economica dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70, esse hanno goduto di «reali margini di manovra» legati allo sviluppo delle lotte di classe e ai compromessi sociali derivanti dalla dinamica di tali lotte e dalla politica di collaborazione di classe che conteneva questi movimenti nel quadro dell’equilibrio capitalista.
Con la profonda svolta dell’economia e della politica mondiali, alla fine degli anni ’70, e l’emergere di un nuovo modo di accumulazione capitalistica, le coordinate politiche generali della situazione sono profondamente mutate per il “riformismo” o la “sinistra” classici. Questi ultimi sono stati costretti ad accelerare il processo di integrazione nell’ordine liberale, ad accettare e poi ad applicare le controriforme liberali: austerità salariale e di bilancio, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni ecc. La «terza via» di Blair ha iniettato in modo massiccio il liberalismo nella socialdemocrazia. Le altre formazioni socialiste hanno preso formalmente le distanze dagli eccessi del New Labour, ma tutte, ciascuna a modo proprio, da Jospin a Lula, hanno intrapreso la via dell’adattamento al liberalismo.
Ma se questi partiti stanno vivendo una nuova fase di integrazione nella società capitalista, se le loro direzioni si sono in molti casi fuse con le alte sfere dello Stato o con i rappresentanti di alcuni consigli di amministrazione delle grandi imprese, la loro funzione nell’alternanza «destra-sinistra» impone loro di mantenere determinati rapporti politici con la propria storia, con alcuni dei propri punti di riferimento, come il concetto di «sinistra». Come dimostrano le commemorazioni dell’anniversario del congresso di fondazione socialista del 1905, le ambiguità storiche della «sinistra» consentono alla dirigenza del Partito Socialista di rivendicare una certa continuità con l’intera storia socialista, anche se a costo di alcune distorsioni, poiché Mitterrand, Jospin e Hollande sono lontani (a destra) dai Blum e dai loro simili. D’altra parte, la dimensione del «progresso sociale» nella storia della sinistra induce i cittadini e i lavoratori a strumentalizzare il voto a favore della sinistra, contro i conservatori di destra, soprattutto quando questi ultimi sono al potere. Ma con una differenza notevole rispetto agli anni ’30 o ’70: questi voti non si accompagnano a una crescita organica dei grandi partiti di sinistra.
«La sinistra» o un «partito dei lavoratori anticapitalisti»?
Come mai, quindi, un movimento storico di tale portata, orientato al progresso e alla trasformazione sociale, non sia ancora mai riuscito a rompere concretamente con l’organizzazione capitalista della vita, sostituendola con una società veramente umana, cioè libera, egualitaria e dignitosa? È perché, come dimostrano i fatti e le concatenazioni presentate in questo articolo, la sinistra è legata da mille vincoli alla vecchia società.
Le alleanze con la borghesia, l’integrazione nelle istituzioni statali o parastatali, la burocratizzazione delle grandi organizzazioni: sono tutti fattori che l’hanno subordinata al potere delle classi dominanti. Naturalmente, non tutti i fallimenti della sinistra si spiegano con la politica dei vertici di quest’ultima o del movimento operaio tradizionale. In molti casi, vi è stata una combinazione di ragioni oggettive e soggettive legate all’immaturità o a rapporti di forza sfavorevoli per i lavoratori. Ma, in una serie di congiunture caratterizzate da situazioni prerivoluzionarie o rivoluzionarie, i vertici della sinistra, le direzioni socialiste o comuniste hanno incanalato, sviato e bloccato la dinamica del movimento di massa in nome del rispetto delle istituzioni capitalistiche. È quanto fecero la socialdemocrazia in Germania nel 1918 e nel 1923, i partiti socialisti e comunisti in Francia nel 1934-1936, in Spagna nel 1936-1937, in Italia e in Francia alla Liberazione nel 1944-1946, in Francia nel maggio del ’68, in Cile nel 1970-1973.
Inoltre, la ricostruzione di un progetto rivoluzionario richiede di trarre tutti gli insegnamenti dalle politiche dei partiti socialisti o comunisti, ma anche dalle debolezze dei militanti e delle organizzazioni rivoluzionarie nella definizione di una politica alternativa. E tutto questo con un filo conduttore: ricostruire, attraverso una serie di esperienze sociali e politiche, un movimento di autoemancipazione dei lavoratori, indipendente dai partiti e dalle istituzioni borghesi, che sostituisca alla logica del profitto e della proprietà capitalistica una logica di soddisfazione dei bisogni sociali e di socializzazione della produzione, nella prospettiva di una conquista del potere da parte delle classi popolari.
Come si sarà compreso, la nostra storia è più quella del movimento politico dei lavoratori, delle loro organizzazioni e dei movimenti sociali, che di «sinistra»… Anche se le storie dell’una e dell’altra si sono intrecciate, e occorre difendere, in modo appropriato e in generale contro le vertici della sinistra, il «contenuto progressista» che le masse identificano in una sinistra autentica o in una sinistra al 100% a sinistra.
Ma la ricostruzione di un progetto di trasformazione rivoluzionaria della società deve andare oltre il riferimento alla sinistra… Anche alla più autentica, proprio a causa delle ambiguità fondamentali della storia della sinistra.
«Osare la rottura»: ecco la peculiarità di un progetto moderno volto a sviluppare un movimento di emancipazione dei lavoratori e, più in generale, dell’intera società. Ciò non significa che conosciamo le modalità delle future rivoluzioni del XXI secolo.
Il testo introduttivo a questa discussione si interroga su nuove piste strategiche: «Tra il mito, ormai obsoleto, – la “Grande Notte” – e la banalità del realismo, esiste una via in cui una sinistra ridefinita possa impegnarsi?».
Per i marxisti rivoluzionari, la rivoluzione non è mai stata identificata con il mito della «Grande Notte»: tutti gli insegnamenti delle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola e dei fronti popolari non hanno mai presentato la rivoluzione come una rottura di breve durata, opera di minoranze attive, o come un colpo di Stato sostenuto da una mobilitazione di massa circostanziale. Lenin, Trotsky, Rosa Luxemburg, Gramsci, tutti coloro che si sono occupati dei processi rivoluzionari del XX secolo hanno a lungo insistito sia sul carattere combinato, nella lotta per il potere politico, di processi in cui le forze sociali e politiche rivoluzionarie conquistano l’egemonia nella società – esperienze di controllo e di gestione sociale dell’economia e della vita quotidiana – sia sulle crisi rivoluzionarie, inevitabili di fronte alla violenza delle classi dominanti e dello Stato.
Da questo punto di vista, il dibattito non verte tanto su «riforma o rivoluzione», quanto su «social-liberalismo, riformismo o rivoluzione». E non è solo una questione di parole. Infatti, i rivoluzionari lottano per tutte le riforme che migliorano la sorte della maggioranza. Essi collegano le lotte per le riforme a una prospettiva di rottura anticapitalista, l’unica in grado di consolidare fino in fondo tali riforme rovesciando il sistema capitalista. Respingono invece il social-liberalismo, che ha abbandonato la lotta per le riforme a favore dell’adattamento al liberalismo, così come qualsiasi partecipazione a governi social-liberali. Pur convergendo su alcune rivendicazioni sociali o politiche – rifiuto dell’Europa liberale, regolarizzazione dei senza documenti –, si oppongono anche al riformismo, ovvero all’illusione che si possa «superare» gradualmente il capitalismo partecipando a governi di gestione dell’economia e a istituzioni capitalistiche per accumularvi le riforme. Questa prospettiva, smentita dall’esperienza storica – dal ministerialismo ai governi della Sinistra Plurale –, sottovaluta completamente gli effetti controproducenti, negativi e distruttivi della partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori ai governi che gestiscono gli affari della classe dominante.
Infine, tenendo conto dei rapporti di forza globali sfavorevoli tra il padronato e il mondo del lavoro, la costruzione di un progetto rivoluzionario moderno richiede nuove esperienze di crisi sociali e politiche rivoluzionarie, processi di ricomposizione complessiva dei movimenti sociali e di riorganizzazione di nuovi partiti. È in questo contesto che l’unione delle forze anticapitaliste in un partito dei lavoratori, i cui contorni strategici – la scelta della rivoluzione – non saranno ancora definiti, rappresenta oggi un elemento decisivo nella costruzione di una nuova direzione alternativa. Ma anche in questo caso, contorni non definiti non significa riprendere le ambiguità fondamentali di una sinistra, per quanto autentica. Significa fondare o rifondare un partito per la lotta di classe, il rifiuto di ogni collaborazione di classe e uno strumento per la conquista del potere politico da parte dei lavoratori.
Estate 2005