L’uso capitalistico delle macchine
Il potere e il sapere. Proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva (Marco Bascetta, da il manifesto)
Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende.
Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale.
Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista.
Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi.
Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene.