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Toscana, il piano di indirizzo territoriale

ALLA LUCE DEI FATTI E AL DI LA’ DELLE NARRAZIONI DI COMODO

documento elaborato dal Circolo di Massa-Carrara e presentato in occasione della discussione nell’ambito della Conferenza programmatica

toscana.jpgIn Toscana la discussione sul Piano di Indirizzo Territoriale (PIT) della Regione ha visto il determinarsi di una importante e negativa divisione, prima nell’area politica collocata alla sinistra del PD e poi nel mondo ambientalista.

Questa divisione corre il rischio di andare oltre le questioni di merito e di assumere una connotazione prettamente politica che, se si dovesse cristallizzare, porterebbe sicuramente con sé effetti molto negativi e duraturi nel tempo.

Il discrimine tra i due campi (tutt’altro che omogenei al loro interno) è vecchio quasi quanto l’uomo: il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Dietro all’antico dilemma traspaiono però giudizi diversi sulla Regione Toscana; giudizi che attengono più alla fiducia riposta nell’oste che alla quantità di vino versata nel bicchiere.

Come noto, Sinistra Anticapitalista, sicuramente non nascondendo la sua posizione politica, non ha alcuna fiducia nella Regione Toscana che, da oltre vent’anni, è campione di privatizzazioni, esternalizzazioni, annientamento degli usi civici e di scempio ambientale non solo sulle Alpi Apuane.

Auspicheremmo che altri, che invece dovessero ritenere la Regione un interlocutore affidabile, esprimessero chiaramente questa loro posizione, senza nascondersi dietro il compiacimento del bicchiere mezzo pieno.

Preso atto del fatto che una aperta discussione politica, almeno nel mondo ambientalista, non appare all’orizzonte, il nostro Circolo di Massa-Carrara ha ritenuto di dare un contributo al superamento di una modalità di confronto che, se così protratta , corre il rischio di favorire una chiusura di tutti nelle proprie posizioni, esplicite o meno che siano.

Abbiamo così iniziato ad entrare nel merito dei contenuti del PIT andando a vedere che cosa effettivamente succede alla prova dei fatti, scegliendo come campo di osservazione il territorio delle Alpi Apuane e l’esercizio dell’attività estrattiva, alla luce del documento proposto in Consiglio Regionale per il Piano Regionale Cave, strumento di pianificazione che, combinato con il PIT, è destinato ad assumere importanza fondamentale in diverse aree del territorio regionale.

Pensiamo che riportare la discussione sulla terra e scendere non dal cielo ma dal tavolo dell’osteria, possa aiutare a ricondurre il confronto al merito delle questioni, auspicando che analoghi contributi possano giungere da parte di altri riguardo ad aree non meno importanti come l’arcipelago, l’appennino, la costa, la piana fiorentina e l’ampliamento dell’aeroporto…

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L’intervento ha lo scopo di declinare, a livello regionale e locale, la riflessione più ampia che S.A. sta effettuando nell’ambito della corrente internazionale dell’ecosocialismo.

Abbiamo preso a riferimento due questioni di assoluta attualità per il nostro territorio e per la Regione Toscana, al centro da parecchi mesi del dibattito pubblico con dirette relazioni con l’ambiente e con il lavoro: Il PIANO DI INDIRIZZO TERRITORIALE (di seguito PIT) di recente approvazione e IL PIANO REGIONALE CAVE in discussione in questi giorni in Consiglio Regionale.

Il territorio toscano è il principale obiettivo del PIT. Il Piano si propone di governare il territorio, privilegiando gli aspetti della tutela del paesaggio. Il contesto che intende normare è quello di un territorio caratterizzato da una notevole espansione urbanistica e edilizia, che ha contribuito alla crescita economica del Paese, ma anche alla cementificazione del suolo, allo sviluppo incontrollato delle aree edificate e alla realizzazione di opere inutili.

Tale situazione si è creata grazie alla convergenza degli interessi di tre principali attori:

  • le pubbliche amministrazioni, in competizione tra loro nel fornire aree edificabili e incassare gli oneri di urbanizzazione, oltretutto impropriamente utilizzati negli ultimi decenni per risolvere emergenze di spesa corrente;
  • le banche che approntavano e proponevano prodotti finanziari più o meno raffinati;
  • gli imprenditori, spesso improvvisati e privi di un minimo di cultura d’impresa, che investivano nell’immobiliare sia per l’appetibilità del mercato in continua crescita, che per i molteplici vantaggi economici, diretti e soprattutto indiretti, che ne derivavano.

Le norme urbanistiche che si sono succedute non hanno risolto il nodo della rendita fondiaria, assecondando di fatto la speculazione, e hanno determinato una pianificazione prevalentemente contabile dello sviluppo urbanistico, spesso condizionata dalle aspirazioni o aspettative di espansione delle amministrazioni comunali, anziché dalla rispondenza ai bisogni reali, degradando di fatto il “progetto architettonico” a mero adempimento contabile, necessario per assolvere, e a volte aggirare, le sempre più complesse prescrizioni regolamentari.

Obiettivo finale: ottenere “i permessi” per realizzare “cubature” indiscriminate da vendere.

Questa dinamica ha inibito la diffusione del progetto architettonico, contrariamente anche a quanto stabilito dalla nostra Costituzione che sancisce la prevalenza della disciplina paesaggistica sulle altre normative, riconoscendo alla valutazione del progetto di trasformazione e riqualificazione del territorio un ruolo primario.

Come abbiamo detto il Piano, secondo le intenzioni dichiarate dai pianificatori, si propone l’obiettivo di Governare il territorio, azione pubblica per eccellenza.

Con il PIT il paesaggio, trovando il suo fondamento nell’art. 9 della Costituzione, vuole assumere valore estetico-culturale primario e prevalente su ogni altro assetto di interessi che scaturisca da statuizioni legislative o determinazioni amministrative regionali o comunali.

Fra gli obiettivi principali del PIT troviamo:

  1. La manutenzione e la rigenerazione del territorio: fino ad oggi si è considerato progetto solo la trasformazione e la crescita. Il Piano sancisce che il progetto è la manutenzione e la rigenerazione del territorio, rurale, costiero, montano e costruito, con cui migliorare la società che lo abita, lo capisce e crea le condizioni culturali e economiche per mantenerlo. E non per gusto estetico, ma perché rappresenta il nostro interesse economico primario.
  2. Il controllo delle trasformazioni d’uso dei suoli e, di conseguenza, la limitazione dell’espansione urbana e del consumo di nuovo suolo rurale. La diffusione della città è un costo ormai insostenibile per le nostre amministrazioni. Impegnare risorse verso questo tipo di crescita distoglie dalla cura di città e territorio, di cui oggi si sente la necessità primaria, sia per la perdita di valori civili e culturali, sia per quanto imposto dai cambiamenti climatici.
  3. La conservazione della città storica e il superamento del dualismo conflittuale centro-periferia: la città storica deve essere conservata ma non bastano le regole edilizie. Oggi occorrono anche le politiche appropriate verso i cittadini che la devono ancora abitare e verso le attività che la fanno vivere: perché la città storica non si trasformi in scena vuota (come sta avvenendo a Carrara). Nello stesso tempo è necessario superare il dualismo fra centro e periferia come luogo inospitale che crea discordia e disagio sociale. Sono necessarie nuove centralità nel tessuto edificato e interventi di rigenerazione urbana, superando l’idea di marginalità, fisica e sociale, insita nella definizione di periferia.

Ma riesce il Piano ad affrontare tali criticità ?

Lo scenario è critico: l’abbandono delle aree rurali e montane, la perdita di valori culturali legati all’esperienza del territorio, l’aumento dei rischi per le condizioni climatiche, l’erosione delle coste, la scomparsa dei crinali mangiati dalle cave, le città rese inospitali dalla crescita incoerente e povere di contatti sociali, i capannoni abbandonati o mai utilizzati, realizzati per interessi immobiliari, i centri direzionali in aree a rischio idraulico, le case invendute, oltre a quelle vuote che non rispondono alle richieste di chi è senza casa, chiedono un diverso punto di vista rispetto al tradizionale consumo di risorse (com’è la riproposizione dell’indiscriminata estrazione del marmo) e di suolo.

Il PIT, vista la mole erculea della documentazione prodotta, sia a livello di Quadro Conoscitivo che a livello di norme a supporto (???) dei soggetti operanti sia pubblici che privati, risulta essenzialmente un gigantesco apparato di norme burocratiche: prima o poi bisognerà prendere atto che nella burocrazia italiana non c’è democrazia, non c’è uguaglianza, non c’è economia, non c’è ordine, non c’è cultura, ma solo potere da gestire per fini non sempre limpidi.

L’apparato di norme impedisce di fatto la giusta decisione, perché decidere veramente significherebbe rompere con la politica del possibilismo infinito, che emerge dalla lettura dei documenti del Piano Paesaggistico e che porta al tipico comportamento “vorrei scavare le apuane per far contenti i cavatori, ma anche smettere di scavare per far contenti gli ambientalisti” e intanto il marmo bianco di Carrara “espatria”, attraverso traffici non del tutto controllati, tagliando completamente fuori la filiera, le esperienze, le professionalità e i saperi locali, compresi sistemi di piccola impresa toscani che, a parole, il Piano si prefigge di tutelare e promuovere.

Questo possibilismo infinito costituisce la forma ideologica e politica con cui attualmente, particolarmente in Europa, si perpetua il dominio del capitale, e conseguentemente le tendenze al consumismo, alla sovrapproduzione e accumulazione di merci, al consumo di suolo, di aria e di acqua; queste caratteristiche rendono il capitalismo nemico giurato dell’ecosistema.

Le proposte del PIT si inseriscono in questa logica, risultando a tratti ambigue, inconcludenti e spesso poco comprensibili; qui non si tratta di capire se il bicchiere è mezzo vuoto o mezzo pieno, come generalmente si chiede il mondo ambientalista.

Bisogna ricorrere ad altre categorie di interpretazione, oppure più semplicemente, porsi da un diverso punto di osservazione per vedere che il recipiente perde acqua e la perde perché si tratta soltanto di un bicchiere di carta, ben colorato e confezionato, ma completamente inadeguato per lo scopo dichiarato.

Il Piano Regionale Cave

Non vogliamo fare affermazioni di principio, ma attenerci allo stato dei fatti, e prendiamo quindi, a sostegno del nostro punto di vista una questione, proprio in questa fase, posta all’ordine del giorno del Consiglio regionale.

A questo proposito vogliamo riprendere le posizioni espresse dal gruppo “Si Toscana a Sinistra”, posizioni che assieme a Tommaso Fattori alcuni compagne/i di Sin. Ant. e del Prc di questa provincia hanno contribuito a costruire.

Il documento presentato in aula, in una logica di critica/proposta di modifica del Piano, evidenzia quanto segue:

  • l’assenza quasi ventennale di una pianificazione provinciale in larga parte della Toscana e in particolare nell’importante area dei bacini marmiferi delle Apuane e così anche per il Parco Regionale delle Alpi Apuane: le sue “aree contigue”, già minacciate dalla forte presenza dell’industria estrattiva, continuano a rimanere territori con una vocazione indeterminata, in cui è difficile una reale valorizzazione dell’ambiente e delle attività ecosostenibili;
  • l’enfatizzata coerenza del proponendo Piano con gli strumenti di programmazione economica, con particolare riferimento agli obiettivi di rilancio dell’industria e di tutti settori dell’export toscano, di fatto esplicita la volontà di consolidare una realtà economica di oligopolio fondata sulla rendita piuttosto che favorire la ricostruzione di un vero tessuto economico locale attraverso misure a sostegno della sostenibilità, della valorizzazione e della tutela della risorsa e del territorio;
  • una impostazione che sembrerebbe tendere ad annullare quelle salvaguardie che nel PIT intendevano impedire l’apertura di cave sopra i 1200 metri o la riattivazione di cave dismesse, eventualità che, se applicate, porterebbero alla completa distruzione di un ecosistema unico come quello delle Alpi Apuane, in netto contrasto con l’art. 9 della Costituzione.

Inoltre si è evidenziato che il rinvio, di fatto misurabile in decenni, di una riorganizzazione delle cave attraverso una precisa individuazione dei “livelli territoriali ottimali”, così come previsti dalla nuova legge regionale in materia di cave la quale prevede che “al fine di garantire lo sfruttamento sostenibile e razionale delle risorse, il comune individua i livelli territoriali ottimali, costituiti da uno o più siti estrattivi, da affidare in concessione..”, perpetua la attuale gravissima situazione di pericolo per i lavoratori e per la pubblica incolumità.

Di fatto possiamo dire che le azioni previste dal Piano sono destinate a perdere la potenziale efficacia, ponendo i “controllori” di fronte alla costante alternativa tra chiusura delle attività e artificiosa ricerca di soluzioni inevitabilmente rischiose, per mancanza di un presupposto fondamentale: una superficie adeguata per la lavorazione in sicurezza delle cave.

Fattori ha inoltre ricordato che proprio in questi giorni l’ARPAT ha avuto modo di dichiarare, in merito all’inquinamento dei fiumi da marmettola, che : “Si deve però evidenziare che l’ambiente di cava è così particolare e l’attività di escavazione è così intensiva che anche l’idea che l’attività di controllo possa risolvere e annullare le ricadute ambientali di attività altamente impattanti come le cave è da sfatare.”

Consideriamo inoltre che il ricorso all’idea di “paesaggio produttivo” che sta alla base del PIT e evocata nel PRC, se può dirsi coerente in scenari toscani di tipo agrario quali uliveti e vigneti, è manifestamente mistificante se applicata a un ambito estrattivo inserito in un ecosistema di pregio ancora caratterizzato, nonostante tutto, da forti e dominanti connotati naturalistici.

Conclusioni

Le criticità finora brevemente esposte prendono ulteriore importanza visto l’inserimento di parte del bacino estrattivo all’interno dell’area di un Parco naturale regionale, in virtù del quale le volontà dichiarate da parte dei pianificatori di attivare politiche in grado di rigenerare il territorio montano limitando, anche attraverso il controllo dell’espansione urbana, il consumo di suolo rurale, sembrano solo “pie speranze”. Con il Piano cave abbiamo invece un’espansione delle aree industriali e delle relative infrastrutture anche in quota.

Il giudizio sulla pianificazione toscana non può che essere, senza infingimenti, impietoso: subalterna, ipocritamente, alle esigenze del profitto e della rendita incapace di indicare un modello produttivo sostenibile ecologicamente e socialmente.

L’impegno del Circolo di S.A. Massa-Carrara:

  • continuare nella nostra elaborazione, che tiene conto delle acquisizioni anche di altri soggetti del campo ambientalista, e nella nostra opera di controinformazione;
  • incalzare il campo ambientalista affinché si sottragga alle lusinghe politico istituzionali che vogliono ridurlo ad un “collateralismo critico” che fa solo il gioco di rendite e profitti;
  • incalzare il campo dei lavoratori (sindacati ma anche lavoratori) affinché si sottraggano alla subalternità alle imprese;
  • mantenere e ampliare il livello di unità raggiunto tra associazioni, partiti, movimenti e organizzazioni politiche in difesa della proprietà pubblica delle cave di Carrara.

BIBLIOGRAFIA

Tutta la documentazione del Piano la si può trovare pubblicata sul sito della Regione Toscana: http://www.regione.toscana.it/-/piano-di-indirizzo-territoriale-con-valenza-di-piano-paesaggistico

Altra documentazione consultata:

  • Giovanni Maffei Cardellini, “ La manutenzione del nostro paesaggio (in tre sole mosse)”,. Corriere Fiorentino del 05/03/2015
  • Giuseppe De Luca, “Nuovo Piano paesaggistico della Regione Toscana: limiti e opportunità. 09/06/2015”, http://www.greenreport.it
  • Ordini degli Architetti PPC delle Province di Arezzo Grosseto Livorno Lucca Pistoia Prato Siena, “Osservazioni al Piano di indirizzo territoriale (PIT) con valenza di Piano Paesaggistico. Adozione del Consiglio Regionale della Toscana con delibera n.58 del 02.07.2014”, 29/09/2014
  • Provincia di Massa-Carrara, “Piano di Indirizzo Territoriale (PIT) con valenza di Piano Paesaggistico adottato con Deliberazione di Consiglio Regionale n. 58 del 02/07/2014 – Invio osservazioni e contributi ai sensi degli artt. 17 e 27 della Legge Regionale 03/01/2005 n° 1 – Osservazioni”, http://www.provincia.ms.it
  • http://www.de-architectura.com, “L’architetto Enrico Lavagnino osserva sul PIT della Regione Toscana, 02/10/2014”