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Donne contro la violenza 3, la giornata internazionale del 25 novembre

di Daniela Amato

Vedi i due precedenti articoli di Daniela Amato sullo stesso argomento:

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne, una data che in Italia ha assunto nel corso di questi anni una forte valenza, sia per l’aumento nelle cronache dei giornali di uccisioni di donne (in contesti familiari e no) per mano di partner ed ex partner, sia per la pubblicazione dei dati importanti e allarmanti dell’Istat.

Inizialmente celebrato solo dai Centri antiviolenza, che vivono quotidianamente il problema della violenza alle donne, il 25 novembre ora è celebrato da istituzioni ed enti che promuovono dibattiti, iniziative, non sempre condivisibili, che rischiano di portare a una mercificazione e spettacolarizzazione anche la violenza contro le donne, così come è successo per la giornata dell’8 marzo, che da giornata di “lotta” si è ridotta a una giornata in cui si regalano mimose.

In Spagna, proprio per sfuggire alla retorica che ormai pervade questa giornata, il 7 novembre scorso è stata organizzata la Marcha Estatal contra las Violencias Machistas. Migliaia di donne, più di 100.000 a Madrid, sono scese in piazza contro la violenza “machista” per chiedere allo Stato misure urgenti per combatterla. Una marcia unitaria costruita dal basso, da oltre 400 associazioni e collettivi femministi di tutta la Spagna senza l’appoggio dei media. Tantissime donne e anche uomini hanno risposto all’appello per esigere che la lotta contro il “terrorismo” machista” sia una questione di Stato, per chiedere l’applicazione della Convenzione di Instanbul, per protestare contro i tagli a una serie di servizi di cui beneficiavano le donne vittime di violenza (come le case di accoglienza) e per richiedere un forte impegno economico nelle politiche di contrasto alla violenza di genere.

Una manifestazione di tali dimensioni riporta alla mente quella che si è svolta in Italia il 24 novembre 2007 quando 150.000 donne sfilarono a Roma per dire che “la violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini”.

Erano i giorni dell’ assassinio di Francesca Reggiani a Tor di Quinto a Roma e subito si gridò, in nome della “difesa delle donne”, alla tolleranza zero contro Rom e migranti e all’attuazione di “provvedimenti immediati e forti” del governo contro la violenza nelle strade delle città italiane.

Il Governo guidato dal Premier Romano Prodi, su richiesta del Sindaco di Roma Walter Veltroni, in mezz’ora approvò un decreto, che anticipava le norme sulle espulsioni rapide previste nel famigerato “pacchetto sicurezza”.

Le donne dei collettivi, dei centri antiviolenza e le tantissime altre che scesero in piazza, respinsero ieri, come respingono oggi, i provvedimenti di sicurezza e tutti gli approcci di tipo securitario ribadendo che la questione della violenza sulle donne non si poteva e non si può ridurre ad una mera questione di ordine pubblico. Gli autori delle violenze sono uomini, non esiste colore od etnia per coloro che questa violenza esercitano, solo una percentuale minoritaria di donne subisce violenza da sconosciuti e nei luoghi pubblici, mentre la maggior parte delle violenze si consumano nelle case, nelle famiglie per mano di partner, mariti, fidanzati, padri.

In omaggio alla romanità uno slogan gridato nel corteo fu: “se la violenza è sotto il tetto che ce famo col pacchetto” riferendosi chiaramente alle norme del pacchetto sicurezza.

La manifestazione, autorganizzata dai tanti collettivi, associazioni, centri antiviolenza, in autonomia da partiti e sindacati, fu straordinaria ed ebbe molto risalto sui media nazionali, modificando sensibilmente l’opinione pubblica. Sempre più si cominciò a parlare e a prendere atto, che la violenza sulle donne si consuma in maggior parte in famiglia.

L’Istat qualche mese prima, inoltre, aveva pubblicato la prima indagine interamente dedicata al fenomeno della violenza fisica e sessuale mettendo in evidenza numeri molto preoccupanti di donne che hanno subito nel corso della propria vita la violenza e confermando che gli autori delle violenze erano in grandissima parte partner ex partner.

La richiesta alla politica e ai Governi avanzata dalle donne insieme alla Rete Nazionale dei Centri Antiviolenza e dalle Case delle donne, oggi confluiti in gran parte nell’Associazione Nazionale D.i.Re. (Donne in Rete contro la violenza), era la realizzazione di un Piano D’Azione Nazionale, in cui si definissero e programmassero azioni di prevenzione, formazione e contrasto alla violenza oltre che di sostegno alle vittime. Un Piano d’Azione in grado di intervenire trasversalmente su più livelli: quello sociale, sanitario, economico, legislativo, e che fosse necessariamente collegato alla realtà dei Centri antiviolenza, gli unici che negli anni di vuoto politico hanno agito attivamente per costruire pratiche, saperi e realtà importanti per le donne.

Le risposte date in questi anni dalle istituzioni si sono limitate all’emanazione di leggi nazionali, alcune necessarie, ma non sufficienti e spesso poco incisive sul piano sociale e culturale Ricordiamo la legge sullo Stalking del 2009 e quella sul Femminicidio del 2013.

Quest’ultima è stata subito fortemente criticata dall’Associazione nazionale Di.Re poiché “nonostante contenga alcune utili disposizioni e modifiche al codice penale e di procedura penale, ancora una volta la violenza maschile contro le donne viene considerata un problema preminentemente di ordine pubblico e non culturale e sociale” e “ancora una volta la donna vittima di violenza viene considerata un ‘oggetto’ debole e da tutelare […] attraverso l’irrevocabilità della querela. Una irrevocabilità, oltretutto la cui una responsabilità lo Stato non è in grado di assumersi, non esistendo attualmente un serio programma di protezione della vittima che ne tuteli l’incolumità, dalla denuncia in poi”, “ignorando che tante donne sono state uccise dopo che avevano ripetutamente e inutilmente denunciato”.

Il problema in Italia, come affermato più volte dalle donne, non è la carenza di strumenti giuridici, ma la loro applicazione che risulta assolutamente insufficiente e disomogenea sul territorio nazionale. Manca una politica d’intervento, e soprattutto di finanziamento, che abbia un approccio globale .

Arriviamo così al 7 maggio scorso quando il Governo Renzi presenta in Conferenza Stato-Regioni il Piano Straordinario contro la violenza sessuale e di genere previsto all’articolo 5 della legge 119 del 2013.

Un Piano atteso a lungo ma considerato “una storica occasione persa dal governo Renzi per combattere la violenza maschile sulle donne”. I firmatari di questo comunicato (D.i.Re Donne in Rete contro la Violenza Ass. Nazionale Telefono Rosa Onlus Udi – Unione Donne Italiane Fondazione Pangea Maschile Plurale) denunciano la “farsa” dei Tavoli di lavoro della Task force interministeriale, coordinati dal Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, che non hanno recepito nessuna delle proposte avanzate da chi da anni si occupa di violenza di genere e muovono critiche circostanziate.

Nel Piano Straordinario, “il ruolo dei centri antiviolenza risulta depotenziato in tutte le azioni del piano e vengono considerati alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale senza alcun ruolo se non quello di meri esecutori di un servizio”, “la distribuzione delle risorse viene frammentata senza una regia organica e competente e che quindi, non avrà una ricaduta sul reale sostegno dei percorsi di autonomia delle donne”, l’impostazione risulta essere, complessivamente, di tipo “sanitario-securitario” e le donne considerate “soggetti da prendere in carico”, in evidente contraddizione con le premesse che parlano della necessità di empowerment e con l’irrinunciabile autodeterminazione, “Il linguaggio è discriminatorio rispetto al genere”, “non c’è la declinazione al femminile quando si parla di figure professionali femminili” e “la funzione dell’Istat, l’istituzione dello Stato che fino ad oggi ha raccolto, validato ed elaborato i dati sulla violenza di genere, è cancellata dal Piano” con evidenti effetti di affidamento ai privati della raccolta dati.

Un Piano che non tiene conto quindi che è solo grazie al lavoro politico dei Centri Antiviolenza e del movimento politico delle donne che oggi possiamo parlare di violenza maschile contro le donne, che sono state le esperienze e i saperi delle donne che hanno consentito la costruzione di percorsi di libertà e di autonomia, mettendo in discussione ruoli tradizionali e definendo la violenza all’interno dei meccanismi di potere e di controllo che esistono nelle relazioni fra uomini e donne e nella società.
“Che la consegna alla legge” come scrive Lea Melandri “e quindi alle politiche pubbliche di un’azione nata dal basso, con soggetti non istituzionali, potesse distorcere le finalità e i modi di agire con cui era nata non era sfuggito neppure alle donne che in varie città italiane avevano creato gruppi e consultori autogestiti. Sta accadendo di nuovo”. Un monito.

La violenza maschile va affrontata mettendo al centro un grande cambiamento culturale e politico, che non trova una sintesi né un’alleata nella legge ma che si potrà raggiungere solo attraverso una rinnovata stagione di protagonismo e di lotte delle donne.