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La violenza contro le donne – 1

Tra maggiore consapevolezza delle donne e aggressiva permanenza della cultura patriarcale

Dopo la sentenza della Corte d’Appello sullo stupro di gruppo torna sulle prime pagine dei giornali la questione “violenza sulle donne” e con essa tornano anche i tanti luoghi comuni che, frutto della cultura patriarcale, contribuiscono a costruire l’immagine della donna nella società. Purtroppo della violenza sulle donne si parla solo in occasione di fatti che salgono agli onori della cronaca e se ne parla sempre come se non fosse figlia della cultura della quale siamo imbevuti. In tutto questo rumore mediatico si perde la voce di tutte quelle associazioni e collettivi femministi che da anni si battono contro la violenza sulle donne e contro la cultura patriarcale, lavorando nella costruzione di percorsi di autonomia, di libertà e di soggettività femminile. Sentenze come quella della Corte di Appello di Firenze ci fanno capire che la strada da percorrere è ancora lunga e che continuano ad essere estremamente necessarie analisi e pratiche femministe.

Noi cogliamo l’occasione per pubblicare una serie di tre articoli, che partendo proprio dai fatti di Firenze, provano ad andare al fondo del problema della violenza sulle donne. Nel secondo articolo si analizzano e si riflette sui dati della seconda edizione dell’indagine multiscopo sulla violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia mentre il terzo articolo prende in considerazione le risposte a livello istituzionale a partire dal piano nazionale antiviolenza.

1 – La sentenza di assoluzione della Corte di Appello di Firenze dello stupro di gruppo alla Fortezza da Basso di Firenze

di Daniela Amato

stuproIn questi giorni la sentenza della corte d’Appello di Firenze, che ha assolto 6 ragazzi imputati per lo stupro avvenuto nella Fortezza da Basso a Firenze, è diventata definitiva e sono state pubblicate le motivazioni riprese negli ultimi giorni da diversi media e giornali.

La vicenda è accaduta il 26 luglio del 2008 in una macchina parcheggiata fuori dalla Fortezza da Basso a Firenze dove erano in corso feste ed eventi estivi. Dopo la denuncia per stupro (presentata quattro giorni dopo i fatti), gli accertamenti medici e le indagini, gli imputati, tutti italiani, vennero arrestati: rimasero un mese in carcere e circa due mesi ai domiciliari. Il processo (nel quale il comune di Firenze si era costituito parte civile) terminò nel gennaio del 2013 con la sentenza di condanna per sei dei sette accusati a 4 anni e 6 mesi di reclusione. I sei furono condannati per violenza sessuale di gruppo aggravata dal fatto che la vittima era ubriaca, cioè dal fatto che i violentatori avevano approfittato delle sue “condizioni di inferiorità fisiche e psichiche” a causa dell’alcool. La sentenza della Corte di appello è arrivata lo scorso marzo e ha completamente rovesciato la condanna in primo grado: i sei imputati sono stati tutti assolti con formula piena perché «il fatto non sussiste».

Una sentenza che evidenzia come vecchi stereotipi sulla violenza sulle donne sono ancora molto radicati nella nostra cultura.

Quante volte abbiamo sentito dire: “l’uomo è cacciatore e la donna è preda”, “guarda quella come va in giro, poi si lamenta se la stuprano”? quante volte abbiamo sentito dire “se l’è cercata”? Quanti commenti odiosi siamo costrette ad ascoltare davanti ad ogni gonna corta, ad ogni maglietta scollata, ad ogni donna che rivendica il suo diritto di vivere la propria vita e la propria sessualità come meglio crede?

I giudici di appello hanno dubitato della credibilità della giovane basandosi sul giudizio morale sulla sua vita privata, hanno scavato, indagato e giudicato le sue abitudine sessuali e sentenziato che il suo comportamento fa “supporre che, se anche non sobria” fosse comunque “presente a se stessa“, “un soggetto fragile, ma al tempo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

Una sentenza scandalosa, che ci fa indignare, arrabbiare perché ancora una volta, come in tanti processi a cui abbiamo assistito, la responsabilità di uno stupro ricade su chi lo subisce.

La ragazza che ha subito lo stupro ha mandato via mail in questi giorni una lunga lettera che conclude così:

“Se potessi tornare indietro sapendone le conseguenze non so se sarei comunque andata al centro antiviolenza, da cui é poi partita la segnalazione alla polizia che mi ha chiamato per deporre una testimonianza tre giorni dopo. Ma forse sì, comunque, per ripetere al mondo che la violenza non è mai giustificabile, indipendentemente da quale sia il tuo lavoro, che indumenti porti, quale sia il tuo orientamento sessuale. Che se anche la giustizia con me non funziona prima o poi funzionerà, cambierà, dio santo, certo che cambierà.”

A lei va tutta la nostra solidarietà e ribadiamo che uno stupro è uno stupro e non ha giustificazioni: mai.

Non possiamo dire se e quando cambierà ma continueremo con le nostre lotte e battaglie affinché ciò sia possibile.