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La violenza contro le donne – 2

2 – Istat: la violenza dentro e fuori la casa – Anno 2014

di Daniela Amato

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Il 5 giugno 2015 l’Istat ha presentato i risultati della II edizione dell’indagine multiscopo sulla violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia (scarica qui il testo integrale della ricerca). Risultati molto attesi per vedere e capire cosa in questi ultimi anni si è mosso su un tema che ha cominciato finalmente ad avere considerazione nell’opinione pubblica, grazie soprattutto al lavoro instancabile dei centri antiviolenza e delle donne dei movimenti che lo hanno posto all’attenzione del mondo politico e, più in generale, della società.
A 8 anni dalla precedente indagine, i cui risultati si riferivano al 2006, la violenza sulle donne si conferma, purtroppo, come un fenomeno molto ampio e diffuso. Sono 6 milioni e 788mila, il 31,5%, le donne, fra i 16 e i 70 anni residenti in Italia, che hanno subìto violenza fisica o sessuale almeno una volta nel corso della vita. E non ha rilevanza che una donna sia italiana o straniera: sono 31,3% le donne straniere che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita.
I dati riguardanti gli autori di tali violenze ribadiscono che nella maggior parte dei casi (66,6%) si tratta di persone conosciute. I partner attuali o ex sono, poi, gli autori delle violenze più gravi: il 62,7% negli stupri, il 79,6% per il tentato strangolamento, soffocamento o ustione, il 77,8% per schiaffi, calci, pugni. Solo le “molestie sessuali” sono da imputare per la maggior parte dei casi agli sconosciuti (il 76%). Questi dati, emersi già nella precedente indagine, confermano quanto da sempre affermato dai movimenti delle donne, ovvero che la violenza sulle donne non ha nazionalità, razza e passaporto e che gran parte delle violenze più gravi subite dalle donne avvengono in “famiglia” e nelle relazioni affettive.
Guardando agli ultimi 5 anni precedenti il 2014, i dati Istat segnalano una diminuzione delle violenze fisiche o sessuali (dal 13,3% all’11,3%), rispetto ai 5 anni precedenti l’indagine del 2006.
In particolare, è in calo sia la violenza fisica che sessuale agita dai partner ed ex partner (dal 5,1% al 4% la fisica, dal 2,8% al 2% la sessuale) come dai non partner (dal 9% al 7,7%). Il calo è particolarmente accentuato per le studentesse e le giovani che passano dal 17,1% all’11,9% nel caso di ex partner, dal 5,3% al 2,4% da partner attuale, dal 26,5% al 22% da non partner. In forte diminuzione la violenza psicologica dal partner attuale (dal 42,3% al 26,4%), soprattutto se non affiancata da violenza fisica e sessuale.
Le ragioni di questi parziali miglioramenti sono, secondo l’Istat, espressione “della maggiore capacità delle donne di prevenire e contrastare il fenomeno e di una crescita della coscienza femminile“.
Si registra, infatti, un mutamento significativo della percezione nei riguardi della violenza, le donne considerano più spesso gli abusi per quello che sono, un vero e proprio reato: erano il 14,3 % nel 2006, sono diventate il 29,6% nel 2014. Aumenta anche la percentuale di donne che dicono di aver parlato con qualcuno delle violenze subite: dal 67,8% al 75,9%. Sempre più donne prendono “coraggio” superando o mettendo da parte quelli che sono stati i maggiori ostacoli a uscire dal silenzio: la vergogna e la paura di essere giudicata per la situazione subita o di non essere creduta.
Aumenti, significativi a livello percentuale ma complessivamente ancora sottotono, si registrano anche nelle denuncie alle forze dell’ordine (dal 6,7% al 11,8% per il partner) e nel rivolgersi presso i servizi specializzati, centri antiviolenza, sportelli (dal 2,4% al 4,9%).
Nonostante questo spiraglio positivo, però molto preoccupante e allarmante è che “lo zoccolo duro della violenza non è stato intaccato: stupri e tentati stupri sono stabili (1,2% sia per il 2006 sia per il 2014), così come le forme più efferate di violenza fisica e la gravità delle violenze sessuali e fisiche è aumentata.”
Negli ultimi cinque, sempre a confronto con i cinque precedenti il 2006, sono aumentate, per le violenze da partner ed ex partner, le donne che hanno subito ferite nel corpo, dal 26,3% al 40,2%, le violenze molto o abbastanza gravi, dal 64% al 76,7%, ed è aumentata anche la gravità delle violenze dai non partner. Di conseguenza le donne che hanno temuto per la propria vita sono salite dal 18,8% al 34,5%.
Quello che emerge è un quadro con luci ed ombre in cui non viene intaccata una situazione complessiva e “la violenza continua ad essere un fenomeno grave, ampio ed esteso” – come ha affermato Linda Laura Sabbadini, responsabile della ricerca ISTAT, alla conferenza stampa della presentazione dei dati.
Negli ultimi anni di violenza alle donne se ne parla molto di più: il 25 novembre si celebra la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”, indetta nel 1999 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con numerose iniziative promosse dai centri antiviolenza, associazioni e istituzioni pubbliche; il muro dell’indicibile e del non contemplabile è stato infranto e di violenza domestica si discute persino in trasmissioni televisive che raggiungono un vasto pubblico e che, fino a pochi anni fa, non si sono mai occupate di questa tematica.
In questo clima di maggiore attenzione sociale, i dati ci indicano una maggiore consapevolezza delle donne che, messa in relazione con il calo delle violenze meno gravi, può farci pensare “che le donne, soprattutto le più giovani riescono a prevenire e contrastare meglio la violenza”. E’ anche probabile che sia “più frequente che le donne riescono a difendersi quando i comportamenti violenti ai loro danni non sono ancora consolidati e protratti nel tempo”. Resta più difficile riconoscere le “avvisaglie iniziali e sottrarsi” alla violenza agita all’interno della “famiglia” o del nucleo famigliare. Ciò in quanto questa violenza nasce nell’ambito di quello che per la donna è un rapporto di amore e fiducia; nella storia della coppia non ha un inizio preciso, non è facile riconoscerla e ci si “scivola” quasi inconsapevolmente. La metodologia dei centri antiviolenza ci indica come nella dinamica relazionale violenta le fasi della violenza possono presentarsi in un crescendo e poi “mescolarsi”. Isolamento, intimidazioni, minacce, ricatto dei figli, aggressioni fisiche e sessuali si avvicendano spesso con una fase di relativa calma, di false riappacificazioni, con l’obiettivo di confondere la donna e indebolirla ulteriormente e in una situazione di completa solitudine aumenta per la donna l’incapacità di vedere vie di uscita e di cambiare la sua situazione.
Allo stesso tempo, l’aumento delle forme più gravi delle violenze e della loro efferatezza da partner ed ex ci induce a pensare che ciò possa essere una risposta proprio alla maggiore consapevolezza delle donne. E’ il caso dei molti episodi di femminicidio, la cui causa scatenante è la volontà messa in pratica o solo enunciata della donna di voler interrompere la relazione violenta o semplicemente la relazione. Donne uccise per il fatto di essere donne, donne che si ribellano e vogliono sottrarsi all’autorità maschile, donne “colpevoli” di voler affermare la propria libertà.
Da registrare inoltre che, nonostante l’aumento percentuale delle denunce, grande è ancora il sommerso di questo fenomeno. Molto spesso però “sono le donne, come affermato dalle operatrici del Centro Donna L.I.S.A. di Roma, che decidono di non denunciare perché convinte che “non serva”.
Come dar loro torto? Dopo una sentenza come quella recente della corte di Appello di Firenze nella quale la ragazza da vittima diventa imputata e vengono assolti i ragazzi coinvolti perché ad essere giudicati sono le abitudini sessuali della ragazza e il suo supposto comportamento “disinibito”.
E’ merito del movimento politico delle donne se oggi si parla diffusamente di violenza maschile contro le donne. È stato il femminismo a far emergere e a dare risposte concrete a questo fenomeno attraverso la nascita dei centri antiviolenza, dove sono state accolte e si accolgono migliaia di donne ogni anno, dove si produce cultura, informazione, prevenzione. Ma il fenomeno della violenza maschile contro le donne ha una matrice di carattere culturale, sociale ed economica e richiede un’assunzione di responsabilità, oltre che della società civile, da parte del mondo istituzionale.
Non bastano però le celebrazioni una volta l’anno, come non sono sufficienti le semplici dichiarazioni di sdegno e condanna, è necessaria invece una programmazione di intervento complessiva e durevole che assuma come la violenza sia determinata da relazioni di potere e dalla struttura della nostra società e sappia sviluppare strumenti e interventi conseguenti volti a scardinare stereotipi e discriminazioni diffuse ai danni delle donne.
Vedremo in seguito quali sono stati gli approcci e le risposte dati a livello istituzionale; in particolare, guardando all’oggi, il Piano Straordinario del Governo Renzi contro la violenza sessuale e di genere presentato il 7 maggio scorso.

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