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L’ecosocialismo: breve storia, principi, obiettivi

di Giovanna Tinè, del Collettivo ecosocialista di Sinistra Anticapitalista Roma

Ecosocialismo“Non aduliamoci troppo per le nostre vittorie sulla natura. La natura si vendica di ogni nostra vittoria. Ogni vittoria ha infatti, in prima istanza, le conseguenze sulle quali avevamo fatto assegnamento; ma in seconda e terza istanza ha effetti del tutto diversi, imprevisti, che troppo spesso annullano a loro volta le prime conseguenze […] Ad ogni passo ci vien ricordato che noi non dominiamo la natura come un conquistatore domina un popolo straniero soggiogato, che non la dominiamo come chi è estraneo ad essa, ma che noi le apparteniamo con carne e sangue e cervello e viviamo nel suo grembo: tutto il nostro dominio sulla natura consiste nella capacità, che ci eleva al di sopra delle altre creature, di conoscere le sue leggi e di impiegarle in modo appropriato”.

Friedrich Engels, Dialettica della natura (1)

“Anche un’intera società, una nazione e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di tramandarla migliorata alle generazioni successive.”

Karl Marx, Il Capitale, Libro III (2)

Il genere umano appartiene “con carne, sangue e cervello” al mondo naturale, e vive nel suo grembo, osserva Engels. Ciò che ci distingue è la capacità di studiare e, almeno parzialmente, di conoscere le leggi della natura, cosa che a sua volta ci rende in grado di usufruire delle sue risorse. Ogni qualvolta, continua Engels, usufruiamo in modo distruttivo delle risorse naturali, quelle che inizialmente percepiamo come vittorie del progresso si rivelano essere invece delle sconfitte. Questo perché, in quanto parte del mondo naturale, stiamo distruggendo le nostre stesse condizioni di vita. Perciò, dice Marx, abbiamo il dovere di costruire ed agire nel quadro di sistemi sociali ed economici che garantiscano la certezza di consegnare in condizioni migliorate la terra (e, per estensione, il pianeta) alle future generazioni.

È evidente che il capitalismo non è, perché costitutivamente non può essere, il quadro di riferimento entro cui è possibile preservare, meno che mai migliorare l’ambiente e il pianeta. Basta guardare i dati storici relativi ai cambiamenti climatici e ai vari aspetti della crisi ecologica in atto per rendersene conto (3).

Questa assoluta incompatibilità tra capitalismo e ambiente è la considerazione dalla quale parte l’ecosocialismo: un sistema economico basato sul profitto e sulla sua crescita inarrestabile, ed in cui il progresso è sinonimo di progresso del capitale è, appunto, per definizione un sistema che necessariamente distruggerà l’ambiente, e la nostra specie che ne è parte. E, in questo senso, lo sfruttamento delle risorse naturali e lo sfruttamento del lavoro non sono altro che le due facce della stessa medaglia.

Breve storia e principi

Il termine “ecosocialismo” fu utilizzato già negli anni ’80 in Germania (da una corrente di sinistra del partito dei Verdi) e negli Stati Uniti, dove il sociologo ed economista James O’Connor, fondatore della rivista Capitalism, Nature, Socialism, teorizzò un “marxismo ecologista”. Sono inoltre rispettivamente del 1999 e del 2000 i testi Marx and Nature: A Red and Green Perspective dell’economista statunitense Paul Burkett ed il più conosciuto Marx’s Ecology: Materialism and Nature del sociologo statunitense John Bellamy Foster, incentrato sulla ricerca, a tratti eccessiva, di un“ecologismo marxiano” a partire dagli scritti dello stesso Marx.

Tuttavia per arrivare alla prima formulazione di una proposta politica esplicitamente ecosocialista bisogna aspettare il 2001, quando fu pubblicato il primo “Manifesto Ecosocialista” ad opera di Joel Kovel e Michael Löwy. Il Manifesto parte dalla considerazione che le crisi sociali ed ecologica in atto sono prodotte dalla stessa causa: il capitalismo, il quale agisce in modo egualmente distruttivo sulla natura e sull’uomo. Sulla natura, in quanto, nella sua costitutiva necessità di crescita infinita, il sistema capitalistico distrugge gli ecosistemi e le risorse del pianeta. Sull’uomo, poiché riduce la maggior parte della popolazione mondiale a mera riserva di forza lavoro, e parallelamente neutralizza le capacità di resistenza delle comunità (dis)educandole al consumismo e alla depoliticizzazione.

Ne consegue che il capitalismo non può regolare, né tantomeno superare, le crisi che ha creato. In pratica, sarebbe come chiedere ad un lupo di proteggere un gregge di pecore. La soluzione che il Manifesto indica per contrastare e rovesciare la barbarie di questo sistema dovrà necessariamente essere in un’ottica socialista, ed oggi la parola socialismo non può che implicare il prefisso eco-.

Più nello specifico, l’ecosocialismo che prefigurano i due autori “mantiene gli obiettivi di emancipazione del socialismo del primo periodo e rifiuta tanto gli scopi riformisti e attenuati della socialdemocrazia quanto le strutture produttive delle varianti burocratiche del socialismo. Invece insiste nel ridefinire sia il modo che l’obiettivo della produzione socialista in una cornice di riferimento ecologica” (4). Per fare ciò, propone la costruzione di una società di liberi produttori associati che gestisca collettivamente i mezzi di produzione e che ridefinisca democraticamente la produzione stessa in base ai bisogni sociali reali (ovvero sostituendo al predominio del valore di scambio quello del valore d’uso) ed in senso ecologico, ovvero ponendo fine alla dipendenza dalle fonti fossili a favore di quelle rinnovabili, facendo infine in modo che tutto ciò avvenga in un’ottica internazionalista, che è l’unica con cui è possibile far fronte alla crisi ecologica globale.

Nel 2002, ovvero un anno dopo, Kovel pubblicò The The Enemy of Nature. The End of Capitalism or the End of the World? da molti considerato un testo “pioniere”, per usare le parole di Löwy, nella definizione del percorso ecosocialista proposto dal Manifesto. Pur con la pecca di fare le proposte più pratiche in modo eccessivamente sbrigativo nelle ultime tre pagine del libro, e di presentare la futura società ecosocialista quasi nei termini di una conversione religiosa, il libro suscitò molto interesse, e da quegli anni il fronte ecosocialista si è arricchito di contributi interessanti, in particolare da Francia (M.Löwy, Ecosocialisme. L’alternative radicale à la catastrophe écologique capitaliste, Mille et une nuits, 2011), Belgio (D.Tanuro, L’impossible capitalisme vert, La Découverte, 2010; trad. it. L’impossibile capitalismo verde, Edizioni Alegre, 2011) Canada (la rivista Climate and Capitalism diretta da Ian Angus) e Stati Uniti (Chris Williams, Ecology and Socialism. Solutions to Capitalist Ecological Crisis, Haymarket Books, 2010). Nel 2007 inoltre, nel quadro della Conferenza Ecosocialista di Parigi, iniziarono i lavori per la redazione di un secondo Manifesto ecosocialista, che fu distribuito nel gennaio 2009 al Forum Sociale Mondiale di Belem, in Brasile, con il nome di “Dichiarazione di Belem” (5). A seguito di questo documento, inoltre, nacque la Rete Internazionale Ecosocialista (EIN).

Obiettivi e strategie

Scrive Löwy in Ecosocialisme: “Il fine dell’ecosocialismo è di riorientare il progresso per renderlo compatibile con la conservazione dell’equilibrio ecologico del pianeta” (6). In vista del raggiungimento di tale obiettivo, Löwy prefigura la necessità di una “economia di transizione al socialismo” (7) in cui il termine “progresso” viene inteso, contrariamente a quanto accade nell’ambito del produttivismo capitalista, nell’accezione di progresso della collettività, così come anche lo sviluppo tecnologico è inteso in tale funzione. Stessa cosa dicasi per il termine “crescita”, anch’esso ricodificato in senso anticapitalista ed antiproduttivista come crescita “qualitativa” e non “quantitativa”.

Questo tipo di scenario si basa su quelli che Löwy chiama i “due pilastri dell’ecosocialismo”: “Il sistema produttivo deve essere trasformato nel suo insieme. Il controllo pubblico dei mezzi di produzione ed una pianificazione democratica che tenga conto della conservazione degli equilibri ecologici sono indispensabili” (8). Parallelamente, sia al fine di permettere la partecipazione collettiva a questa pianificazione democratica che al fine di favorire la piena occupazione, deve essere ridotto l’orario di lavoro a parità di salario: “La pianificazione democratica, associata alla riduzione del tempo di lavoro, sarebbe un progresso considerevole dell’umanità verso quello che Marx chiama «il regno della libertà»: l’aumento del tempo libero è infatti una condizione per la partecipazione dei lavoratori alla discussione democratica e alla gestione dell’economia e della società” (9), spiega ancora Löwy.

Nell’ulteriore definizione di tale trasformazione del sistema produttivo vale la pena citare Daniel Tanuro, che ne L’impossibile capitalismo verde individua quattro mosse da attuare simultaneamente, e su scala mondiale: “1) saturare la domanda in fatto di bisogni sociali reali; 2) ridimensionare la produzione materiale globale riducendo il tempo di lavoro ed eliminando le produzioni inutili e dannose, come pure una parte consistente dei trasporti; 3) aumentare radicalmente l’efficienza energetica e passare completamente alle energie rinnovabili, indipendentemente dai costi; 4) creare le condizioni politiche e culturali di una responsabilizzazione collettiva per ciò che si produce, e quindi si consuma, con l’assunzione democratica dell’impegno della transizione” (10).

Certo, continua Tanuro, queste mosse “sono inconcepibili senza una serie di incursioni a fondo nella proprietà capitalistica” (11), incursioni quali l’esproprio dei monopoli del settore dell’energia; la nazionalizzazione del settore bancario; l’estensione radicale del settore pubblico, in particolare nei campi del trasporto e dell’alloggio, come anche in quello della ricerca, per rifinanziarla e renderla indipendente dalla manipolazione da parte degli interessi privati; la gratuità dei servizi di base (scuola, sanità, trasporto pubblico); una riforma agraria democratica e la rilocalizzazione della maggior parte della produzione alimentare attraverso il sostegno all’agricoltura contadina; infine, e non ultimo, vista la necessità che questa trasformazione avvenga a livello mondiale ma nel contesto di un pianeta in cui il divario tra paesi cosiddetti sviluppati ed in via di sviluppo è enorme, l’adattamento di questi ultimi va finanziato e posto sotto il controllo democratico delle popolazioni interessate.

È evidente che nessuna soluzione riformista o green economy potrà essere sufficiente a “riorientare il progresso” in questi termini, gli unici entro i quali è pensabile, dati scientifici alla mano, di uscire dalle crisi ecologica e sociale. La trasformazione necessaria è radicale e rivoluzionaria, sia nell’accezione più generica che in quella specifica di entrambi i termini, e passa per un ulteriore passaggio strategico imprescindibile: l’unione delle lotte ecologiche e di quelle dei lavoratori e delle lavoratrici del Nord e del Sud del mondo, rompendo con l’opposizione – tutta funzionale al capitale – tra ambiente e lavoro. Scrive Chris Williams in Ecology and Socialism: “Abbiamo bisogno di costruire una società globale in cui la produzione sia democraticamente decisa e incentrata su ciò di cui la natura e l’umanità hanno collettivamente bisogno […] Le classi lavoratrici urbane e rurali che muovono oggi l’economia devono organizzarsi in una forza politica che possa prendersi carico della macchina produttiva e reindirizzarla democraticamente verso il soddisfacimento sostenibile dei bisogni umani. Solo organizzandosi e combattendo per il cambiamento su queste basi di classe il futuro possibile potrà diventare reale” (12).

Note

  1. Friedrich Engels, “La parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia” in Dialettica della natura, Roma, Editori Riuniti, 1971
  2. Karl Marx, Il Capitale, Libro III, Torino, UTET, 2009, p.958
  3. Si vedano i rapporti periodici dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change)
  4. Joel Kovel, Michael Löwy, “An Ecosocialist Manifesto”, settembre 2001
  5. I. Angus, J. Kovel, M. Löwy, D. Follett, “Dichiarazione Ecosocialista di Belem”, Parigi-Belem, 2007-2009
  6. M.Löwy, Ecosocialisme. L’alternative radicale à la catastrophe écologique capitaliste, Éditions Fayard, 2011, p. 99
  7. Ibid., p. 37
  8. Ibid., p. 55
  9. Ibid., p. 57
  10. Daniel Tanuro, L’impossibile capitalismo verde, Roma, Edizioni Alegre, 2011, p. 181
  11. Ibid., p. 181-182
  12. Chris Williams, Ecology and Socialism. Solutions to Capitalist Ecological Crisis, Chicago, Haymarket Books, 2010, pp. 238-239