I percorsi tortuosi della resistenza

di Antoine Larrache, da Inprecor – maggio

Iran, Libano, Ucraina, Palestina, Mali, Congo, Sudan… i focolai di guerra sembrano sempre più numerosi, a testimonianza della portata della crisi capitalista e mostrando anche la dimensione della posta in gioco per affrontarla.

Inizialmente prevista per il 2024, la Conferenza antifascista per la sovranità dei popoli di Porto Alegre era stata rinviata a seguito delle terribili inondazioni che hanno colpito la città – conseguenze dirette dell’accelerazione della crisi climatica. La Conferenza ha riunito diverse migliaia di partecipanti da tutto il mondo contro l’ascesa del fascismo, dei regimi autoritari e delle guerre. Si tratta di un successo innegabile: erano più di vent’anni che non si vedeva un evento così internazionale e pluralista, in grado di riunire movimenti sociali, sindacati e partiti di tutto il mondo per riflettere e cercare di agire.

Un po’ di umanità in un mondo in guerra

Per gli attivisti che vi si sono recati, è stata una boccata d’aria fresca. Erano presenti attivisti africani, ucraini con i loro alleati russi contrari a Putin, delegazioni provenienti dagli Stati Uniti, dal Canada, dall’Europa, dall’America Latina e dall’Asia. Ciò ha creato un’emulazione estremamente positiva, reti di scambio e una comprensione comune che devono contribuire a ricostruire un internazionalismo concreto.

Ma la conferenza ha avuto anche i suoi limiti, sia che si tratti della partecipazione insufficiente dei grandi movimenti sociali riformisti (sindacati, associazioni, partiti…) o delle confusioni politiche legate alla situazione che stiamo vivendo.

Non è stato quindi possibile che la conferenza adottasse una posizione di sostegno alla resistenza ucraina contro l’invasione della Russia di Putin, a causa della presenza di correnti filo-russe – o che riportavano parte della loro propaganda anti-ucraina con il pretesto di una lotta intransigente contro la NATO. Peggio ancora, un rappresentante (indiretto) del regime iraniano è intervenuto durante i dibattiti, mascherando dietro un discorso anti-imperialista ovattato la natura sanguinaria del regime al potere a Teheran, responsabile di una repressione che ha causato la morte di decine di migliaia di persone. È una forte contraddizione che, nel corso di una conferenza antifascista, abbia potuto esprimersi il rappresentante del paese che senza dubbio risponde maggiormente alle caratteristiche del fascismo.

Urgenza e frustrazione

È forte la tentazione, anche all’interno della sinistra internazionalista, di voltare le spalle alla conferenza per questi motivi e di cancellare tutto ciò che di positivo produce, il contributo che apporta alla costruzione di azioni internazionali concrete.

Lotte contro le guerre, flottiglie (per Gaza o per Cuba…), per il clima, per i salari, mobilitazioni femministe: le battaglie non mancano. Ma, paradossalmente, la molteplicità delle sfide sembra rendere più difficili le convergenze. Da un punto di vista analitico, la policrisi capitalista messa in luce dal congresso della Quarta Internazionale collega tutte le dinamiche: crisi economica, crisi ecologica accelerata, guerre imperialiste e tensioni interimperialiste, ascesa dell’estrema destra e rafforzamento delle violenze reazionarie contro le donne, le persone LGBTI o le persone di colore. Tutto ciò è molto coerente e rafforza la convinzione della necessità di una rivoluzione sociale mondiale. Ma, come indicano Martín Lallana e Júlia Martí nel loro articolo «Il potere e l’urgenza nella crisi ecologica» 1, la gravità della situazione, su ciascuno dei fronti, convince ampi settori militanti della necessità di una risposta solo parziale, credendo così possibile risolvere almeno una specifica lotta, non essendo possibile risolverle tutte.

C’è chi spera quindi di trovare alleati oggettivi della Palestina nell’«asse della resistenza» costituito da Iran, Hezbollah e Hamas, nutrendo illusioni sia sulle loro capacità militari che sulla natura del loro progetto politico. Questa impasse è tanto più grave in quanto i progetti nazionali – dall’Algeria al Venezuela passando per il Brasile – appaiono sempre più vani in una situazione di crisi globale esacerbata.

Altri sperano di indebolire la NATO attraverso la Russia di Putin. Alcuni credono di vedere una soluzione alla crisi nella pianificazione cinese. Altri ancora cantano le lodi delle conquiste democratiche occidentali, dimenticando quanto costino ai popoli oppressi e con quale rapidità le classi dominanti ne stiano abbandonando persino l’idea. Altri, infine, vedendo il fascismo ovunque, sono pronti a tutti i compromessi, perdendo di vista la necessità, di fronte al fascismo reale – quello che risponde alla crisi con la distruzione fisica del movimento operaio e delle libertà conquistate dagli oppressi – di rafforzare una sinistra pronta allo scontro con le classi dominanti.

Analizzare per agire

È proprio qui che risiedono la questione e le difficoltà: quali alleanze sono inevitabili e quale progetto politico indipendente va difeso. Le alleanze permettono di agire in modo unitario in un dato momento su un punto preciso… ma non solo: in un periodo di declino delle organizzazioni della classe operaia, rappresentano anche la cristallizzazione in un dato momento di forze sociali, siano esse interclassiste (per lotte democratiche o anti-imperialiste, per esempio) o la concretizzazione della classe per sé.

Bisogna inoltre considerarle non solo come azioni puntuali, ma anche per ciò che producono in modo dinamico: percorsi nella giusta direzione o vicoli ciechi, acquisizione di fiducia o dispersione di energie. È l’analisi di una situazione concreta e la sua inclusione nel contesto più generale che devono darci indicazioni sulle scelte necessarie e pertinenti.

Si può quindi avere la tendenza a isolare le guerre condotte dagli Stati Uniti e dai loro alleati da quella condotta dalla Russia o dalla difesa degli interessi europei o cinesi nel mondo. O addirittura a ricondurre tutto ciò ai presunti obiettivi comuni di una «internazionale fascista». Una visione del genere raggiunge rapidamente i propri limiti, nel contesto della riorganizzazione del mondo, sia in termini di rapporti di forza che di sconvolgimenti economici. Da un lato perché non si spiegano così i conflitti tra i « fascisti iraniani » e il « fascista Trump ». D’altra parte perché il momento attuale, che ha l’apparenza di una ripartizione delle sfere d’influenza tra Trump e Putin, è verosimilmente una fase di breve durata. Infine perché una nazione oppressa, anche se guidata da un regime molto reazionario, non si colloca allo stesso livello nelle contraddizioni mondiali di una potenza imperialista.

Gli scontri più importanti sono ancora davanti a noi

«Le crisi, le rivolte e le manifestazioni di massa sono tre fenomeni che si verificheranno nei prossimi anni», ci dicono ancora Martín Lallana e Júlia Martí. Nulla garantisce che queste azioni porteranno, nel breve termine, a delle convergenze. Al contrario, ogni battaglia, constatando la propria urgenza parziale, potrebbe temere di essere indebolita dalle altre. I compagni proseguono: «Sono eventi che frammenteranno il tempo politico. […] Prepararsi a intervenire nelle crisi e nelle rivolte richiede di allargare la nostra base, di rafforzare le nostre alleanze». Infatti, ciascuna di queste lotte possiede, per noi che la inseriamo in una comprensione globale del sistema, un potenziale sovversivo nel quadro di un capitalismo già estremamente instabile: chi potrebbe prevedere il potenziale di una rivoluzione in Iran sulla regione e sul mondo intero? O anche l’arretramento degli Stati Uniti di fronte alla resistenza anti-imperialista di diverse forze della regione? Quale speranza creerebbe questo nei paesi confinanti?

D’altra parte, quale forma assumerebbe oggi un nuovo movimento mondiale per il clima? Quali conseguenze avrebbe la caduta di Putin a seguito di una sconfitta in Ucraina? Queste domande tendono a rafforzare l’idea che attendere il raggiungimento degli obiettivi delle lotte anti-imperialiste o di altre lotte settoriali potrebbe stravolgere i rapporti di forza e le certezze. Soprattutto in un mondo in cui, più che mai nella storia, tutto è collegato. E anche se per questo dobbiamo accettare alleati di circostanza, reazionari o riformisti, che “ non ci pare possiedano…tutte le virtù rivoluzionarie” 2

Di fronte alla «discordanza dei tempi»

La situazione ricorda per molti aspetti la «discordanza dei tempi» individuata da Daniel Bensaïd negli anni 2000 e alla quale egli cercava di dare una risposta: «Come trasformare una molteplicità di attori, che possono essere accomunati da un interesse negativo (la resistenza alla mercificazione e alla privatizzazione del mondo), in una forza strategica di trasformazione senza ricorrere a quella dubbia metafisica del soggetto? Preciso tuttavia che, per me, la lotta di classe non è una forma di conflitto tra le altre, ma il vettore che può attraversare gli altri antagonismi e superare le chiusure di clan, di fazione, di razza, ecc.» 3

Essere all’avanguardia delle lotte parziali, costruire alleanze e assumerne le contraddizioni, pur mantenendo la propria indipendenza politica – l’indipendenza di classe come l’indipendenza di un progetto rivoluzionario ecosocialista – è senza dubbio la chiave.

Per quanto riguarda i grandi raduni internazionali che sembrano riemergere, ieri a Porto Alegre, domani sulle flottiglie per Gaza, di fronte al G7 di Evian a giugno, al vertice anti-NATO di luglio in Turchia, al Forum sociale mondiale di Cotonou in Benin ad agosto. E per quanto riguarda le grandi lotte sociali che inevitabilmente avranno luogo nel prossimo periodo.

27 aprile 2026

1 Inprecor n. 744, maggio 2026

2« Le contraddizioni di una leadership nazionalista borghese », Michel Rovère, Inprecor n. 80, 26 giugno 1980.

3 « Pensare la politica », intervista alla rivista argentina Praxis nel 2006, in Contretemps, gennaio 2018.