Iran: quale solidarietà? No alla guerra di aggressione e, allo stesso tempo, no al regime iraniano
Trascrizione dell’intervento di Gilbert Achcar in occasione di un incontro pubblico «per la fine della guerra in Iran e in Medio Oriente», organizzato dalla CGT, dalla FSU, dall’Union syndicale Solidaires e da Solidarité socialiste avec les travailleurs en Iran (SSTI), il 10 aprile alla Camera del Lavoro di Parigi.
Ringrazio le organizzatrici e gli organizzatori di questo incontro in solidarietà con il popolo iraniano.Vorrei iniziare ponendomi la domanda su cosa ci sia di nuovo in ciò che sta accadendo oggi e cosa invece non lo sia.
Si può affermare fin dall’inizio che la violazione del diritto internazionale non è una novità.
La violazione del diritto internazionale, per limitarsi al periodo del dopoguerra fredda, era già evidente nella guerra del Kosovo (dal 6 marzo 1998 al 10 giugno 1999) e in modo ancora più flagrante durante l’occupazione dell’Iraq nel 2003.
Si tratta di guerre illegali secondo il diritto internazionale. Quest’ultimo riconosce la legalità solo in due casi: o la legittima difesa, o l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ebbene, in entrambi i casi non si tratta né dell’uno né dell’altro.
Ciò che è nuovo non è nemmeno l’idea di distruggere le infrastrutture civili.
Ci sono state molte proteste indignate da parte di alcuni governi occidentali riguardo alle minacce e all’effettiva distruzione delle infrastrutture civili in Iran.
Ma si fa finta di dimenticare che la prima guerra del dopoguerra fredda, la prima guerra contro l’Iraq del 1991, fu sostenuta da tutti questi regimi occidentali, con l’avallo dell’ONU.
Era una guerra legale dal punto di vista del diritto internazionale. Eppure, ha distrutto sistematicamente le infrastrutture dell’Iraq.
Donald Trump ha minacciato di riportare l’Iran all’«età della pietra». Questa espressione non è nuova.
Era stata usata dal relatore dell’ONU davanti al Consiglio di sicurezza, incaricato di constatare i danni in Iraq causati dalla guerra del 1991.
E quel paese riportato all’età della pietra è stato sottoposto a un embargo. Una sorta di blocco durato una dozzina d’anni, con un costo umano considerevole, che rientra peraltro in un’impresa genocida per i suoi effetti considerevoli sulla mortalità.
Molti degli eventi che si stanno verificando in questo momento non sono quindi una vera novità.
Ciò che è nuovo, invece, è una svolta qualitativa rappresentata dal genocidio a Gaza.
È il primo genocidio perpetrato da uno Stato industrialmente avanzato. Uno Stato che non si trova geograficamente in Occidente, ma che appartiene al campo occidentale. È sostenuto dai governi occidentali, quegli stessi governi che pretendono di parlare a nome dei diritti umani, della democrazia, ecc. Tutti vedono in televisione il genocidio perpetrato in diretta.
In ogni caso, nei primi mesi, tutti i governi occidentali, compreso quello francese, hanno sostenuto questa guerra in nome del cosiddetto diritto alla legittima difesa dello Stato di Israele. Al punto che le loro posizioni ufficiali erano il rifiuto degli appelli al cessate il fuoco, ovvero un sostegno alla continuazione della guerra. Ed è ciò che è accaduto con Gaza.
Ed è in questo senso che Gaza rappresenta il culmine di un processo. Si tratta di una svolta, della fine irrimediabile, del totale discredito del cosiddetto ordine internazionale liberale, delle cosiddette norme del diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda il cosiddetto rispetto del diritto internazionale umanitario.
Oggi siamo entrati nell’era della barbarie aperta, ed è ciò che Israele sta mettendo in atto in modo molto chiaro, così come gli Stati Uniti. Se si dice che l’ipocrisia è l’omaggio del vizio alla virtù, ebbene, qui non c’è più alcun omaggio reso dal vizio. È il vizio allo stato puro, che non si preoccupa di quell’ipocrisia che ha regnato per così tanto tempo.
Lo Stato di Israele non solo ha appena perpetrato un genocidio, ma pratica anche un espansionismo di fronte al quale l’espansionismo russo impallidisce. Perché lì è a tutto campo. Non si tratta solo di Gaza, ma anche della Cisgiordania che sta per essere di fatto annessa, con una «pulizia etnica» che avviene in modo strisciante ma che è molto reale.
Israele coglie l’occasione della caduta del regime di Assad per distruggere tutte le risorse militari dello Stato siriano e impadronirsi di nuovi territori in Siria, oltre il Golan.
Israele sta invadendo una parte del territorio libanese e proclama apertamente la propria volontà di spingere il confine fino al fiume Litani, nonché di appropriarsi in modo permanente di quel territorio.
Ci troviamo di fronte a un espansionismo nella sua forma più cruda. E tutto questo con la complicità, il silenzio o le lacrime di coccodrillo dei governi occidentali.
Il contrasto tra tutti questi atteggiamenti e quelli dei governi occidentali sull’Ucraina non è sfuggito a nessuno. E questo ha aumentato, ovviamente, il discredito di tutte quelle pretese di rispettare le regole del diritto internazionale.
Tutto ciò avviene nel contesto di un’ascesa del neofascismo su scala mondiale. Il neofascismo è il fascismo che pretende di giocare secondo le regole della democrazia ma che, naturalmente, non appena si insedia al potere, fa tutto il possibile per erodere il gioco democratico.
Questo neofascismo è in piena espansione. L’atteggiamento dei cosiddetti governi liberali, per quanto riguarda tutto ciò che ho descritto, ha spianato la strada a questa ascesa del neofascismo, proprio come il liberale Joe Biden ha favorito il ritorno di Donald Trump con un risultato elettorale ben superiore a quello del suo primo mandato. Ecco la situazione in cui ci troviamo.
Israele è un pioniere di questa ascesa del neofascismo. Netanyahu è il leader del Likud, un partito che oggi si può definire neofascista. Netanyahu è al potere dal 2009, con una parentesi nel maggio 2021-22. È tornato al potere alla fine del 2022, con membri del suo partito ancora più a destra di lui, persone che sono veri e propri neonazisti. Si tratta di persone che tengono discorsi apertamente razzisti, apertamente genocidi, e hanno un comportamento politico che è all’estremo dell’estrema destra. Questa attuale convergenza tra Netanyahu e il suo governo, il più a destra nella storia dello Stato di Israele, è fatale.
Da decenni, ogni volta che c’è un nuovo governo in Israele, si dice che sia il più di destra nella storia del Paese. Ora siamo davvero, davvero all’estremo. E la congiunzione tra questo governo e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è una congiunzione assolutamente fatale. E per i popoli della regione, è una congiunzione catastrofica.
Ancora una volta, questa non è la prima guerra congiunta tra Israele e gli Stati Uniti, ma la seconda. Perché la guerra di Gaza è stata una guerra congiunta, anche se a Gaza non c’è stata una partecipazione diretta degli Stati Uniti nei bombardamenti aerei. Le forze armate israeliane non avevano bisogno di rinforzi a quel livello. Ma c’è stato un ponte aereo, oltre alla fornitura di migliaia e migliaia di bombe da una tonnellata e da mezza tonnellata, che sono il mezzo principale del genocidio. Quando bombe di questo tipo vengono sganciate in zone urbane densamente popolate, l’effetto, inevitabilmente, è una strage di civili.
La seconda guerra congiunta è quella contro l’Iran. Si tratta questa volta di una guerra condotta direttamente dai due paesi, che bombardano insieme, coordinano le loro azioni militari, ma possono comunque avere obiettivi diversi.
Vorrei ora soffermarmi un attimo sulle differenze tra Stati Uniti e Israele. Trump e Netanyahu non hanno gli stessi obiettivi in Iran. Bisogna essere chiari su questo. Contrariamente a quanto è stato detto dai media, Trump, come lui stesso afferma, non è affatto un sostenitore del cambio di regime nel senso di quanto è stata l’occupazione dell’Iraq nel 2003. Ritiene addirittura che sia stato un errore monumentale. Trump pensa che non serva a nulla cercare di cambiare i regimi, e tanto meno volerli sostituire con regimi democratici.
La democrazia non è proprio il genere di Trump. Non gliene frega niente della democrazia. Il suo obiettivo è costringere il regime iraniano a conformarsi ai desideri e agli interessi degli Stati Uniti. Pensava che sarebbe stato facile quasi quanto quello che aveva fatto in Venezuela, dove ha destituito il presidente. E oggi, i successori di Maduro collaborano con gli Stati Uniti in tutti i sensi.
Con l’Iran non ha funzionato, ha fatto un errore di calcolo quando si è impegnato in questa faccenda. Lo si vede da tutte le sue minacce che diventano sempre più folli, come quella di distruggere la civiltà iraniana, ecc. Quello che cerca di ottenere è ciò di cui si discute oggi in Pakistan. Si tratta di un accordo con il regime iraniano, un dare e avere:
– Revochiamo le sanzioni, collaboriamo economicamente con voi, farò investimenti e costruirò i Trump Tower a Teheran.
– E in cambio, voi fermate l’arricchimento dell’uranio e collaborate con me come i venezuelani.
Ma questo non è l’obiettivo di Netanyahu. Il suo obiettivo è la distruzione dell’Iran e, di fatto, un cambio di regime. Ma gli israeliani non si fanno illusioni. I loro servizi di intelligence sanno che il regime non cadrà da un giorno all’altro. Ciò che vogliono va oltre: è il crollo dello Stato, non solo del regime, ma dello Stato iraniano: l’esplosione del Paese, la cui metà della popolazione è composta da minoranze etniche.
Netanyahu vuole sbarazzarsi di questo Iran che è concepito dalla parte israeliana come una sorta di minaccia esistenziale ed è oggetto di una vera e propria ossessione. Ci troviamo quindi di fronte a due obiettivi diversi.
Ma sono gli Stati Uniti a «fare da padrone», e Israele non può che piegarsi. Lo abbiamo visto quando Trump ha decretato un cessate il fuoco senza nemmeno consultare Netanyahu.
Ciò che Trump cerca è il controllo sul petrolio iraniano, come in Venezuela, il controllo sulle risorse del Paese in collaborazione con il regime. Si tratta chiaramente di una guerra imperialista, pura e semplice.
Si tratta di una guerra imperialista contro un regime ultrarreazionario. Ma neanche questa è una novità.
La guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein era una guerra imperialista contro un regime dittatoriale sanguinario, un regime reazionario, un regime con aspetti totalitari. Non è quindi la prima volta. Ci troviamo in questa configurazione politica dalla fine della guerra fredda, e ciò ha d’altronde posto molti problemi nei movimenti anti-imperialisti. Un nuovo «campismo» si è bloccato su questa questione della natura dei regimi.
In Iran abbiamo un regime teocratico, così come in Afghanistan e nello Yemen del Nord. Potete aggiungere il Vaticano, se volete. Questi sono gli unici regimi teocratici esistenti. Sono regimi che, costituzionalmente, sono guidati da religiosi.
L’Iran è un regime teocratico che ha perso da tempo quella dimensione «spirituale» che avrebbe dovuto caratterizzare la rivoluzione guidata da Khomeini e che aveva affascinato Michel Foucault. Tutto ciò è finito da tempo, da quando al vertice del Paese è stato insediato un ecclesiastico di rango inferiore. Come se nel cattolicesimo fosse stato scelto come papa un vescovo invece di un cardinale, a seguito di manovre politiche.
La cosiddetta dimensione «spirituale» non c’è più da tempo. È un regime di terrore, un regime di oppressione delle donne, ovviamente. E a questo regime, Donald Trump si adatta senza problemi. Non è questo il suo problema. Non ha mai preteso di lottare per la democrazia, qui o altrove.
Ed è per questo che i popoli dell’Iran non hanno nulla da guadagnare da questa guerra. Bisogna combattere le illusioni tra gli iraniani e le iraniane che applaudono questa guerra perché credono che essa porterà alla caduta del regime. Non è affatto quello che gli Stati Uniti cercano di fare, anzi, è proprio il contrario. Questa guerra è servita a consolidare il regime, proprio come l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq nel 1981, guidata da Saddam Hussein, aveva permesso al regime iraniano di consolidarsi. Questa guerra è un’occasione per un consolidamento repressivo e barbaro del regime. I media non ne parlano molto, ma le esecuzioni e le impiccagioni si sono moltiplicate dall’inizio di questa guerra. Il clima di terrore che il regime impone alla grande maggioranza di questa nazione è destinato ad aggravarsi. Questo, insieme alle devastazioni dell’economia del paese e alle grandi distruzioni, spiega perché qui siamo tutti d’accordo nel dire no alla guerra di aggressione e, allo stesso tempo, no al regime iraniano.
Gilbert Achcar, nato in Libano, è professore emerito alla SOAS (School of Oriental and African Studies), Università di Londra, autore, tra l’altro, di “Scontro tra barbarie”, di “Gaza, un genocidio annunciato – Una svolta nella storia mondiale”, e di “Gli arabi e la Shoah: la guerra arabo-israeliana dei racconti,”.