Crisi di governo. Tuoni e fulmini ma niente pioggia

di Franco Turigliatto

letta_alfanoNiente crisi di governo; questa è stata per ora la conclusione delle convulse giornate in cui Berlusconi, per fronteggiare il probabile provvedimento di decadenza dal Senato, aveva cercato di rovesciare il tavolo per conquistare le elezioni anticipate.

Di fronte a una consistente divisione delle forze del PdL e a un numero significativo di senatori e deputati che si smarcavano dalle scelte del capo, Berlusconi ha preferito all’ultimo momento cercare di limitare i danni, di non lasciare sancire completamente e platealmente la rottura interna, e di restare nella maggioranza nella speranza di poter recuperare qualche spazio di manovra.

La sua sconfitta è abbastanza netta e accelera la sua parabola discendente.

Dall’altra parte Letta esce rafforzato dalla vicenda sia sul piano generale, che su quello interno al PD, restando in sella, ma anche conquistando margini di azione superiori, in stretto rapporto col capo dello Stato, rispetto ai diversi componenti del governo delle larghe intese. Naturalmente questa conclusione si è resa possibile perché quel che divide il PD dal Pdl non sono certo le opzioni di fondo, ma solo le posizioni specifiche personali di Berlusconi ed elementi secondari. Sul piano programmatico, la gestione delle politiche di austerità, c’è piena e comune condivisione.

Il fatto più importante di questa vicenda è che per la prima volta, nel contesto dato, la volontà delle forze borghesi nell’indicare un percorso preciso alle forze politiche maggioritarie, in questo caso la continuità dell’azione di governo in funzione della legge di stabilità, dell’applicazione del fiscal compact e delle dinamiche dei mercati finanziari, ha avuto la meglio sulle scelte specifiche di Berlusconi. In altri termini per la prima volta, nel quadro persistente della crisi economica e di declino dell’uomo di Arcore, la pressione molto forte delle forze economiche borghesi, ha spinto dirigenti e settori parlamentari consistenti del PDL a separare le proprie posizioni politiche e anche i loro destini personali dalle scelte del capo del centro destra.

Nell’autunno del 2011 l’azione congiunta delle istituzioni borghesi europee, della Confindustria e di Napolitano avevano imposto le dimissioni di Berlusconi, la nascita del governo Monti, ma il Pdl era rimasto compatto e Berlusconi aveva poi potuto mantenere nelle recenti elezioni politiche un forte consenso elettorale. Per altro un’eventuale capacità di presa elettorale di forze del centro destra che si separassero dal cavaliere sarà poi da verificare.

Gli interessi generali della borghesia hanno dunque avuto il sopravvento sugli interessi personali di uno di loro.

E questi interessi si materializzeranno molto presto nelle prossime scelte del governo, ovverosia nella legge di stabilità che deve essere presentata al Parlamento entro il 15 ottobre e che non potrà non sancire da una parte i contenuti dei vincoli dell’austerità europea e dall’altra le specifiche richieste di ulteriori sgravi fiscali della Confindustria.

In questi giorni per spingere parlamentari e vasti settori della popolazione a sostenere il governo Letta, vari personaggi, tra cui il viceministro dell’economia, del PD, Fassina, hanno evocato lo spettro di una legge finanziaria scritta direttamente dalla Troika, invece che autonomamente prodotta dal “legittimo” governo italiano. E qui appare l’ipocrisia totale dei soggetti presunti di “sinistra” del PD; come se non si conoscessero sia gli orientamenti a sostegno delle politiche neoliberiste dei componenti il governo, sia che, col nuovo patto europeo, la Commissione europea non ha solo una prerogativa di controllo generale sulle leggi di stabilità dei vari paesi, ma un vero e proprio controllo preventivo. Le leggi sono scritte insieme di comune accordo tra i soggetti italiani e i loro compari europei, che peraltro molte volte hanno la stessa nazionalità, come nel caso di Draghi.

D’altronde proprio in questi giorni anche il governo francese di Hollande, presunto socialdemocratico, sta varando una dura legge finanziaria che prevede ben 15 miliardi di tagli, di cui direttamente 6 miliardi alla spesa sociale e in particolare alla assicurazione malattia (2,9 miliardi) e 3 miliardi di nuove imposizioni fiscali che ricadranno sulle classi popolari.

Sul piano politico è da sottolineare ancora la risibile posizione di Sel, costretta a negare la fiducia al governo pietendo contemporaneamente uno spostamento riformatore delle sue scelte con l’attenuazione dell’austerità e un “governo di scopo” (!?), e relegata dalla conferma parlamentare del governo, in una situazione di maggiore marginalità.

Per quanto riguarda Renzi la conclusione della crisi politica di questi giorni sembra ridurne gli spazi di azione, a vantaggio naturalmente di Letta, ma è necessaria una certa cautela nel verificare quali saranno le ripercussioni nel marasma interno al PD.

Ma per il movimento delle lavoratrici e dei lavoratori tutto quanto è successo non cambia né le condizioni obbiettive (siamo a una punta massima di disoccupazione: 12,8% mentre quella dei giovani ha superato il 40%) né la necessità di riprendere l’iniziativa e la mobilitazione per contrastare sia gli effetti delle norme che già sanzionano l’austerità sia quelle nuove che saranno introdotte con la legge di stabilità.

Come abbiamo affermato nel volantino diffuso dalla nostra organizzazione in questi giorni: “Per difendere le condizioni di vita e di lavoro non c’è altra strada che tornare a lottare e a scioperare, come si faceva una volta, anche se è difficile e anche se c’è chi dice, e si sbaglia, che tutto è inutile; nulla è impossibile perché la classe lavoratrice costituisce la grande maggioranza del paese.”

Da qui bisogna ripartire, dal protagonismo, dall’iniziativa e dalle mobilitazioni delle lavoratrici e dei lavoratori, dai precari, dai giovani, dai movimenti sociali.

Per questo le giornate di lotta del 18 e del 19 sono un banco di prova molto importante su cui tutte e tutti coloro che vogliono combattere le politiche di massacro sociale devono mettere le proprie energie per farle crescere e ottenere un successo che ridia forza e credibilità a un movimento di opposizione alla crisi e alle politiche neoliberiste.

Sosteniamo lo sciopero generale indetto dai sindacati di base per il 18 ottobre per la difesa dei salari, del lavoro dei diritti. Invitiamo tutte le lavoratrici e lavoratori ad aderirvi e a partecipare alle manifestazioni di Roma e di Milano.

Così come sosteniamo la manifestazione nazionale dei movimenti sociali, per la casa, per la difesa dei territori che si svolgerà a Roma il 19 ottobre.

Di fronte alle squallide sceneggiate delle forze politiche che rappresentano gli interessi borghesi e all’azione antipopolare del loro governo, gli scioperi e le piazze devono cominciare a ricostruire una alternativa politica e sociale di classe.

Franco Turigliatto