L’archivio ritrovato di Moscato, molte copie, nessun padrone

Come ho ricostruito il sito di Antonio Moscato, e perché adesso chiunque può conservarlo, regalarlo, rifarlo [Leonardo Lomartire] ★

Leonardo Lomartire

Due parole

➳ Il 24 ottobre è morto Antonio Moscato, il mio professore di Storia del movimento operaio. Quel giorno ho scritto di lui qui, in Trotskato, e ho raccontato di quando rimasi seduto ad aspettare che tornasse dal bar per farmi una domanda sola. Non lo ripeto. Racconto invece quello che è successo dopo, la sera stessa, quando ho fatto il gesto più banale che si possa fare per un morto nel nostro secolo: ho cercato il suo nome su internet.

Il suo sito si chiamava Movimento operaio – La pagina di Antonio Moscato. Per dodici anni, dal 2009 al 2021, ci aveva messo tutto: commenti scritti a caldo, polemiche, saggi lunghi, capitoli di libri esauriti che fino ad allora giravano in fotocopia. Al suo posto ho trovato una pagina di cortesia del servizio che lo ospitava, con due parole: sito archiviato.

Archiviato. È una parola gentile, quasi rassicurante. Fa pensare a un faldone riposto con cura su uno scaffale, in attesa di qualcuno che lo riapra. In realtà voleva dire il contrario: i testi esistevano ancora, da qualche parte, su un server a cui nessuno poteva più accedere. Un archivio senza porta è un’altra cosa. Si chiama perdita.

Ci raccontano che su internet niente scompare, che tutto resta, per sempre, a perseguitarci. Vale per le foto imbarazzanti dei vent’anni. Non vale quasi mai per le cose che vorremmo davvero tenere. Quelle scompaiono, e scompaiono in silenzio: un abbonamento che scade, un servizio gratuito che chiude, un autore che invecchia e non rinnova più niente. Nessuno se ne accorge, finché una sera non cerchi un nome.

Dodicimila frammenti

Per fortuna esiste una biblioteca che nessuno ha mai visto. Si chiama Internet Archive, è un’organizzazione senza scopo di lucro con sede a San Francisco, e da trent’anni manda in giro per la rete dei programmi che fotografano le pagine web e le conservano. La sua macchina del tempo, la Wayback Machine, era passata a visitare il sito di Moscato decine di volte, forse senza che nemmeno Moscato lo sapesse.¹

Da lì ho scaricato tutto quello che c’era. Circa dodicimila file. Il problema è che una fotografia del web non è un libro: è un mucchio di pagine sparse, ciascuna con un nome cifrato e illeggibile, molte doppie, alcune vuote, altre salvate a metà. Il lavoro somigliava meno a quello dell’informatico e più a quello dei papirologi che ricompongono un testo da frammenti trovati in una discarica egizia: capire che cosa è cosa, che cosa viene prima, che cosa manca.

L’ho fatto insieme a Claude, un’intelligenza artificiale. Lo dico subito, e lo dico chiaro, perché in un progetto che chiede fiducia sarebbe strano tacere proprio questo. Claude ha scritto i programmi che hanno decifrato il mucchio e rimontato l’archivio, più in fretta di quanto avrei mai potuto da solo. Le scelte, le verifiche e la responsabilità di ogni errore sono mie. È una divisione del lavoro antica, se ci pensate: il tipografo compone, ma il nome sul frontespizio è di chi risponde del libro.

In pochi giorni il sito è tornato. Gli articoli sono 2.928, ognuno al suo posto, con la sua data e la sua rubrica. Dei 247 documenti che il sito offriva in download, 180 sono tornati leggibili. Gli altri non li ha salvati nessuno, e su questo torno più avanti, perché è la parte più importante.

Una cartella che basta a se stessa

La scelta tecnica decisiva è stata anche la più semplice, e vale la pena spiegarla senza gergo.

Quasi tutti i siti che usiamo ogni giorno sono macchine accese: da qualche parte c’è un computer che, a ogni visita, va a prendere i testi in un database e costruisce la pagina al momento. Funziona benissimo finché qualcuno paga la corrente, aggiorna i programmi, rinnova il contratto. Il giorno in cui smette, il sito muore. È esattamente quello che è successo al sito di Moscato.

L’archivio ricostruito è fatto al contrario. Non ha un database, non ha un server, non ha bisogno di niente. È una cartella di pagine già pronte, come le pagine di un libro già stampato. La si può mettere online, e infatti è online; ma la si può anche copiare su una chiavetta, aprire con un doppio clic su un computer senza internet, consegnare a una biblioteca in una busta. Anche la ricerca nel testo completo, che il sito originale non aveva, funziona dentro la cartella, senza collegarsi a nulla.

Perché tanta ostinazione? Perché il formato più longevo della storia della scrittura non è il più sofisticato, è il più autosufficiente. Le tavolette d’argilla di Ninive le leggiamo ancora oggi; molti file di un programma di videoscrittura degli anni Novanta non li apre più nessuno. Le pagine web scritte in modo semplice somigliano, nel loro piccolo, all’argilla: un qualunque browser fra vent’anni saprà ancora leggerle.

A questa base ho aggiunto ciò che a un archivio serve e che il sito non aveva: un indice dei temi ricavato dalle parole chiave che Moscato stesso assegnava ai suoi articoli, una cronologia anno per anno, una pagina che ogni giorno ripropone quello che scriveva in quella data. Ho scelto anche una veste grafica che non fosse quella neutra di un catalogo, ma quella della stampa militante a cui lui ha dato decenni di lavoro, da Bandiera Rossa a Critica Comunista: titoli stretti e pesanti, rosso pieno, righe nere come colonne di giornale. Un archivio può anche avere un carattere.

Conservare vuol dire farsi controllare

Rimettere online un sito è un lavoro tecnico. Farne un archivio è un’altra faccenda, e qui il discorso si fa serio.

Uno storico che apre un archivio si chiede sempre due cose: questo documento è quello che dice di essere? E se qualcuno l’ha toccato, che cosa ha cambiato? Moscato queste domande le faceva ai documenti del Comintern, e pretendeva risposte. Sarebbe stato curioso pretenderne di meno per i suoi.

Così ogni testo dell’archivio porta con sé la propria storia. In fondo a ogni articolo c’è una scheda che racconta il viaggio dal sito originale fino alla pagina che state leggendo, in cinque passaggi: l’articolo come Moscato lo pubblicò, la copia della Wayback Machine da cui è stato recuperato, il testo estratto da quella copia, la pagina dell’archivio, e infine ogni intervento fatto lungo la strada, uno per uno. Ho tolto i pulsanti di condivisione? È scritto. Ho ricollegato un link a una pagina che non esiste più? È scritto anche quello. I filologi chiamano questa cosa apparato critico. Io l’ho chiamata scheda d’archivio, che spaventa meno.

Poi ci sono le impronte digitali. A ogni file dell’archivio, oltre quattromila, è associato un codice calcolato dal suo contenuto: se cambia anche una sola virgola, il codice cambia completamente. Chiunque, fra un anno o fra trent’anni, può ricalcolarli con un solo comando e sapere se qualcosa è stato alterato. È il sigillo di ceralacca dei nostri tempi, con un vantaggio: non si può rifare uguale.

E poi c’è la prova più semplice di tutte. Ho estratto a caso duecento testi, distribuiti negli anni, e li ho confrontati parola per parola con le pagine originali conservate dalla Wayback Machine. Non manca una parola di Moscato. Le uniche differenze sono le scritte dei vecchi pulsanti «Condividi».

C’è però una regola che conta più di tutte le altre, ed è la meno tecnica: un archivio onesto dice dove si interrompe. Dei 247 documenti del sito, 180 sono tornati: 170 interi, 10 salvati soltanto a metà, troncati al primo megabyte, e segnalati come tali. Gli altri 67 mancano: 11 erano collegamenti a video, 56 sono testi che nessuno ha mai salvato, fra cui capitoli sui Balcani, scritti di Livio Maitan e di Ernest Mandel, un saggio su Andrés Nin. Sono elencati uno per uno. Un buco dichiarato è un’informazione; un buco nascosto è un falso.

Lo stesso vale per quello che non so. Molti articoli del sito non erano di Moscato, ma di compagni che lui ospitava e presentava. Per ognuno l’archivio indica l’autore e anche quanto è sicura l’attribuzione: firma esplicita, nome da verificare, oppure nessuna firma. Dove non sono sicuro lo scrivo, e chiunque riconosca un testo può segnalarlo. Lo stesso per le parole chiave che Moscato dava ai suoi articoli: le ho ordinate in un vocabolario di persone, luoghi, partiti ed eventi, ma le sue parole originali sono rimaste esattamente come lui le scrisse. Ordinare una fonte è lecito; correggerla, no.

Un’ultima cosa, la mia preferita. Moscato citava spesso altri siti, giornali, blog, documenti di partito sparsi per mezzo mondo. Molti oggi non esistono più. Per ognuno dei quasi quattromila link ho cercato la copia d’archivio salvata nei giorni in cui lui lo citava, e per più di otto su dieci l’ho trovata: cliccandoci sopra non si finisce su una pagina d’errore, ma sulla pagina che lui leggeva in quel momento. È come trovare, dentro un vecchio libro, i ritagli di giornale che l’autore ci aveva infilato.

Regalarlo, prima che serva

Un archivio che sta in un posto solo non è al sicuro, è soltanto in attesa. Il sito di Moscato stava in un posto solo, ed è bastato quel posto per perderlo. La seconda metà del lavoro, allora, è stata dar via l’archivio, a più mani possibile, e a mani diverse fra loro.

La prima copia è tornata da dove era venuta: all’Internet Archive, che ora conserva l’archivio intero, scaricabile da chiunque. Mi piace che il cerchio si chiuda così. Chi ha salvato i frammenti riceve indietro il libro.

La seconda è su Zenodo, il deposito per la ricerca gestito dal CERN di Ginevra, lo stesso posto in cui fisici e storici depositano i dati dei loro studi. Zenodo gli ha assegnato un DOI, un identificativo permanente: un indirizzo che non cambia nemmeno se cambia tutto il resto, e che si può citare in una tesi o in una bibliografia come si cita un libro. Ogni volta che aggiorno l’archivio, Zenodo conserva anche la versione precedente, così chi l’ha citata la ritrova com’era. La copia depositata lì è impacchettata nel formato che la Library of Congress usa per i propri depositi digitali: una specie di scatola d’archivio standard, con l’inventario e i sigilli dentro.²

La terza strada è quella delle schede. L’archivio ha una sua voce su Wikidata, la grande base di conoscenza libera da cui attingono Wikipedia, i motori di ricerca e gli assistenti di intelligenza artificiale, collegata a quella di Moscato. Anche la sua voce su Wikipedia, che rimandava a un sito morto, ora porta all’archivio. Chi cercherà il suo nome, d’ora in poi, troverà la strada per i suoi testi.

E poi ci sono le biblioteche, quelle fatte di muri e di persone. Ho scritto alla Biblioteca Livio Maitan, che porta il nome del compagno accanto a cui Moscato ha lavorato per quasi mezzo secolo, e con i cui animatori ho già avuto contatti interessanti, proponendo di accogliere una copia, segnalarla ai lettori, aiutarci a ritrovare i documenti mancanti. E ho aggiunto una cosa che non c’entra niente con la tecnica: se diranno di sì, mi piacerebbe portarla di persona, in un piccolo incontro. Una chiavetta si spedisce in una busta. Ma certe consegne meritano di essere fatte guardandosi in faccia.

Molte copie, nessun padrone

Nel 1999 alcuni bibliotecari di Stanford diedero al loro sistema di conservazione digitale un nome che è anche un programma politico: Lots Of Copies Keep Stuff Safe. Tante copie tengono le cose al sicuro.³ Sembra un’ovvietà. È invece la lezione più antica della storia della cultura scritta.

La Biblioteca di Alessandria era immensa, ricchissima, unica. Proprio per questo, quando è andata perduta, è andata perduta del tutto. I classici che leggiamo oggi non ci sono arrivati grazie alle grandi biblioteche, ma grazie a una rete disordinata di monasteri, dove copisti sconosciuti ricopiavano a mano lo stesso testo, ciascuno per conto proprio, ciascuno con i propri errori. Nessuno di loro possedeva Virgilio. Tutti insieme lo hanno salvato.

Moscato conosceva bene un’altra versione di questa storia, più vicina a lui. Nell’Unione Sovietica i testi che il potere non voleva circolavano come samizdat: copiati a macchina, con la carta carbone, cinque o sei copie per volta, e ogni lettore ne batteva altre per altri lettori. Non c’era un editore da chiudere, un archivio da sequestrare, un server da spegnere. C’erano solo copie, e persone. È la forma di conservazione più resistente mai inventata, e non a caso l’hanno inventata quelli che avevano più da perdere.

L’archivio di Moscato è costruito per funzionare così. Il codice che lo genera è libero, pubblicato su GitHub con una licenza che permette a chiunque di studiarlo, modificarlo e riusarlo, a due condizioni: citare da dove viene e lasciare altrettanto libero quello che ne nasce. Chiunque può scaricare l’intera cartella e farne una copia propria, metterla sul sito della sua sezione, del suo sindacato, della sua scuola, regalarla a uno studente. Non serve chiedermi il permesso, e non ne ho alcuno da dare: i testi restano dei loro autori, l’archivio non è una proprietà, è un servizio. L’unico limite è che non si può vendere.

C’è di più. Ho scritto, passo per passo, le istruzioni per rifare tutto da zero partendo dall’Internet Archive. Le ho scritte pensando a Moscato, ma non sono per lui. Quanti siti di professori, di militanti, di piccole riviste, di circoli di paese stanno sparendo in questo momento dietro una pagina di cortesia? Quanti «siti archiviati» aspettano che qualcuno, una sera, cerchi un nome? Il metodo funziona per tutti. Chi vuole provarci trova la strada già tracciata.

E infine c’è la parte che non si può fare con un programma. Mancano ancora 56 documenti. Esistono quasi certamente da qualche parte: in una vecchia casella di posta, sul disco di chi li ha scritti, in una cartellina di fotocopie. Su GitHub c’è una lavagna, «Caccia ai documenti», con una scheda per ciascuno. Se ne avete uno, o se riconoscete l’autore di un testo che io non ho saputo attribuire, scrivetemi. Un archivio vivo è un archivio che qualcuno continua a correggere.

Rimanere seduti

La cattedra di Storia del movimento operaio, a Lecce, venne soppressa alla vigilia della sua pensione. Lui stesso, nella pagina in cui si presentava, non lo attribuiva al caso. Esistono modi molto silenziosi di cancellare una disciplina, e un sito che scade è uno di questi: nessuno decide niente, nessuno firma niente, semplicemente un giorno non c’è più.

Per opporsi a quel silenzio non servono grandi mezzi. Serve qualcuno che resti seduto un po’ più a lungo del previsto, come quel giorno all’esame, aspettando una domanda. Questa volta la domanda me la sono fatta da solo: che cosa resta di un uomo che ha scritto per sessant’anni, se nessuno conserva quello che ha scritto?

La risposta, adesso, è una cartella. Sta online, sta su Zenodo, sta all’Internet Archive, starà forse in qualche biblioteca. E da oggi può stare anche sul vostro computer. È il modo migliore che conosco per renderla impossibile da perdere.

L’archivio è qui. La storia del progetto, i criteri seguiti e l’elenco dei documenti ancora da ritrovare sono nella pagina del progetto.


Note

¹ Internet Archive, organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1996; la Wayback Machine conserva copie delle pagine web dal 1996 e le rende consultabili dal 2001. archive.org/about

² Il formato è BagIt, sviluppato dalla Library of Congress e pubblicato come standard nel 2018 (RFC 8493). datatracker.ietf.org/doc/html/rfc8493

³ LOCKSS, programma nato alla Stanford University Libraries nel 1999. lockss.org