Per un movimento di massa contro il governo delle destre e le spese militari

Mozione del Comitato Politico Nazionale di Sinistra Anticapitalista approvata all’unanimità il 25 ottobre 2026

1. La situazione internazionale 

Stiamo assistendo a una nuova accelerazione della situazione, dello scontro tra le potenze imperialiste, di quella policrisi che è stata descritta all’ultimo congresso della IV Internazionale. 

Quest’estate, la crisi climatica ha compiuto un balzo in avanti con l’ondata di caldo in Europa, ed “Il Niño” che riscalderà l’intero pianeta e i problemi di produzione alimentare che si stanno aggravando. La guerra è distruzione, è ecocidio, è annientamento dei popoli, della natura, dei corpi che ha origine nella volontà di possesso, annientamento e cancellazione di intere comunità e ha una relazione sistemica con la violenza patriarcale, anch’essa basata sul possesso, annientamento e cancellazione delle donne e delle persone non binarie, non solo dei loro corpi, ma della loro stessa essenza. Stessa logica dell’accaparramento di risorse.

Le guerre si intensificano, con l’espansione dei conflitti in Medio Oriente, il proseguimento del genocidio in Palestina, la guerra senza fine in Iran e in Libano, la mortifera continuità del conflitto in Ucraina, così come anche nel continente africano come in Sudan, in Etiopia e nella Repubblica Democratica del Congo. 

Con l’intensificarsi dello scontro tra le potenze imperialiste Gaza è la vittima sacrificale per la costituzione del “nuovo Medio Oriente” propagandato da Trump, che vede proprio nello Stato d’Israele l’avamposto regionale dell’imperialismo statunitense. L’occupazione dei territori sta imponendo questo piano con estrema brutalità, distruggendo tutte le infrastrutture indispensabili alla sopravvivenza con lo scopo di rendere invivibile la striscia di Gaza e con la distruzione delle abitazioni dei palestinesi e l’appoggio militare ai coloni in Cisgiordania. L’obiettivo è quello di ridisegnare la carta politica della regione attraverso una guerra senza fine. Non a caso, l’aggressione si è estesa in Libano, dove l’esercito israeliano ha distrutto nel sud del paese interi villaggi costringendo l’abitazione a sfollare e ad abbandonare la zona. La guerra coinvolge ora l’Iran e lo Yemen.

In Ucraina, sono passati 4 anni e otto mesi dallo scoppio della guerra iniziata con l’invasione russa. Non si intravede la fine, tanto più che dall’estate il conflitto è entrato nella fase di escalation più serrata. Se da un lato la brutale aggressione russa continua, dall’altra parte si evidenziano sempre più le reali intenzioni dell’UE e della Nato che cercano di trasformare la legittima difesa del popolo ucraino in una guerra volta a rafforzare la propria egemonia e ad accrescere il proprio controllo nell’est europeo evitando così qualsiasi soluzione diplomatica. 

Si registra inoltre un aumento delle tensioni commerciali tra i grandi poli che sono gli Stati Uniti, l’Unione europea e la Cina. Anche per evitare il rafforzamento della Cine, si assiste in America Latina ad un accerchiamento militare di proporzione inedita da parte degli Stati Uniti che hanno necessità di controllare le risorse naturali del continente. Con la cattura di Maduro e di sua moglie, il Venezuela è nei fatti diventato un protettorato degli Usa di cui controlla ora le ingenti risorse petrolifere e di gas. In questo contesto, si rafforzano le forze di estrema destra. È doveroso ricordare che ben 13 paesi sono governati dalla destra e c’è il forte rischio che a questi possa aggiungersi il Brasile.

In Europa, al manifestarsi con estrema forza ed evidenza della crisi climatica nell’estate si congiunge, inoltre, una crisi economica e sociale delle classi lavoratrici in forme drammatiche su tutti gli aspetti delle loro condizioni di vita.  Le differenze di classe, le ingiustizie sociali, le enormi ricchezze di pochi combinate alle sempre più diffuse povertà di molti non sono mai state così grandi da decenni a questa parte; sono frutto delle dinamiche del sistema capitalista.

La situazione economica è sempre più instabile. La maggior parte delle economie è ormai in recessione, sostenuta solo dalla bolla dell’intelligenza artificiale. Le difficoltà economiche si uniscono al militarismo per riconvertire una parte delle economie in sovrapproduzione nell’industria bellica. Nonostante i notevoli investimenti negli Stati Uniti, in Germania e più in generale nell’Unione europea, ciò non risolve i problemi economici, rendendo al contempo la situazione sempre più pericolosa. 

Tutto ciò contribuisce all’ascesa dell’estrema destra che, con le sue minacce antidemocratiche, mira a promuovere il sovrasfruttamento, il nazionalismo e le minacce discriminatorie reazionarie, il razzismo, il sessismo e le fobie nei confronti delle persone LGBTIQ +.

Le resistenze e le rivolte

Nel contesto di crisi  cresce, tuttavia,  soprattutto tra le giovani generazioni l’opposizione e la rivolta contro la situazione attuale che corrisponde ad un profondo malessere sociale, negli Stati Uniti con la battaglia contro Trump, in Europa con le mobilitazioni che si stanno sviluppando in Francia, nello Stato spagnolo, in Belgio, in Germania, in Albania, in Grecia  ed infine nel nostro paese. 

In Europa, soprattutto, le mobilitazioni e le ribellioni stanno coinvolgendo i giovani degli istituti superiori e delle periferie delle metropoli ed esprimono in forma inedita il profondo disagio e malessere determinato dallo smantellamento dei servizi pubblici, dall’aumento della precarietà e del forte aumento dello sfruttamento. Ciò che emerge, in particolare, è il forte timore dell’ascesa dell’estrema destra razzista e reazionaria.

Di fronte a ciò, il movimento operaio sembra uscire dalla passività. In Spagna è stato proclamato lo sciopero generale l’11 novembre, in Francia Cgt e Sud sono state sin dall’inizio a fianco delle mobilitazioni studentesche ed è previsto uno sciopero generale il 5 novembre.

Lo sciopero studentesco contro la leva, le spese militari e la guerra può innescare una nuova dinamica di convergenza su scale europea delle lotte.

Nel frattempo, anche dall’America Latina giunge qualche segnale positivo. Innanzitutto, la riuscita della conferenza antiimperialista e antifascista di Porto Alegre, che avrà un secondo appuntamento a Buenos Aires dove stanno crescendo le mobilitazioni contro le politiche ultraliberiste e reazionarie di Milei. La conferenza potrebbe avere anche un suo risvolto europeo, in cui emerge la necessità di costruire su scala continentale un fronte antimperialista e antifascista che nella fase attuale aiuterebbe a dare continuità alle mobilitazioni in corso, a rafforzarne l’autorganizzazione e l’indipendenza di classe delineando un nuovo profilo internazionalista, di classe ed ecosocialista.

2. Il governo Meloni e le mobilitazioni dell’opposizione sociale 

La legge di bilancio esprime in termini economici quali siano le scelte sociali e politiche di fondo del governo nella gestione degli interessi della classe dominante, dove si prendono i soldi e dove vengono impiegati. Il governo Meloni sperava di poter gestire una finanziaria contenuta nelle sue scelte che le permettesse di affrontare nel migliore dei modi la prossima scadenza delle elezioni politiche, un provvedimento che le permettesse misure significative di contenimento delle bollette energetiche, qualche fasullo intervento fiscale verso le lavoratrici e i lavoratori (per esempio la detassazione degli aumenti contrattuali) e poi soprattutto ulteriori interventi a favore della piccola e media borghesia, bacino non solo elettorale, ma anche sociale fondamentale per consolidare la sua egemonia nel paese, ferme restando le politiche di pieno sostegno alle imprese capitaliste. 

Le pesanti ricadute della grave crisi energetica internazionale, le scelte delle borghesie europee e della Nato di alzare al massimo l’asticella delle spese militari nella marcia accelerata verso il vergognoso 5% del PIL e infine il fallimento del tentativo di uscire dal procedimento di infrazione della UE rispetto al deficit pubblico rimasto sopra il 3% del PIL, hanno complicato i conti del governo, con il ministro dell’economia Giorgetti costretto a rimandare la presentazione del testo della legge di bilancio e il governo impegnato in una difficile trattativa con i vertici UE per ottenere ulteriori elementi di flessibilità, cioè di utilizzare ancor più debito rispetto a quello già concordato.

Lo scostamento di bilancio permesso dalla UE è per ora di 29 miliardi, di cui circa quindici per la spesa militare e 14 per la transizione energetica; il governo italiano chiede non solo che questi 14 miliardi possano essere stornati in altra direzione, cioè a fronteggiare gli aumenti dei prodotti energetici, ma anche un ulteriore incremento della flessibilità, cioè altri miliardi da utilizzare per il medesimo scopo. E’ stato quindi inviato alla Commissione Europea e al Parlamento italiano solo il Documento Programmatico di Bilancio, mentre la legge vera e propria arriverà più tardi nella speranza che la trattativa con l’UE vada a buon fine. 

In questo testo volutamente generico si preannuncia che la legge finanziaria sarà intorno ai 23,5 miliardi (di cui 13,5 finanziati a debito), che ci saranno interventi a favore delle famiglie e delle imprese e che arriveranno risorse dalle banche, dai giochi e dalla revisione della spesa pubblica. Solo 3 misure sono ben chiare: 15 miliardi saranno utilizzati nei prossimi 3 anni per la spesa militare (4,6 nel 2027); che i capitalisti avranno un altro cospicuo regalo con l’iperammortamento; che ci sarà un taglio della spesa pubblica, cioè della spesa sociale dello 0,05% del PIL, cioè 4,5 miliardi, che salirà a 0,08 negli anni successivi. Significativo che negli ultimi 4 anni la spesa per la sanità sia scesa del 7,5%, l’istruzione del 7,4%, molto di più ancora la cultura (22,4%) e quella per l’ambiente. 

Lo stesso Giorgetti ha riconosciuto che se forse nel 2026 il disavanzo resterà sotto il fatidico 3%, negli anni successivi tornerà a superare questa soglia, per cui l’Italia rimarrà ancora nella tagliola della procedura di infrazione.

La battaglia sulla legge di bilancio sarà una dura battaglia di classe nei prossimi 2 mesi.

Le banche hanno detto per intanto che non vogliono pagare il modesto obolo che il governo chiede loro. Avremo, da una parte il padronato (con il governo delle destre che ne cura gli interessi) che vuole difendere tutti i privilegi fiscali, le prebende statali e la piena libertà dello sfruttamento del lavoro, dall’altra parte le classi lavoratrici, i giovani senza futuro, i migranti che si battono perché siano fatti grandi finanziamenti sociali a partire da alcuni terreni fondamentali, la sanità, la scuola, la casa e l’ambiente, garantendo questi diritti per tutte/i, che sia reintrodotta la scala mobile per difendere salari e stipendi e un vasto piano per l’ambiente; tutte queste misure sono possibili solo tagliando drasticamente le spese militari e  operando forti misure di tassazione del capitale e della rendita finanziaria.

E’ questo il senso delle manifestazioni che già ci sono state, a partire da quella del 17 ottobre “La via Maestra”, e degli scioperi nazionali già convocati dai sindacati di base (30 ottobre), dalla CGIL e dal movimento europeo dei giovani (20 novembre).

In questo autunno anche in Italia si sono prodotte significative mobilitazioni sociali. Settori importanti della classe lavoratrice sono coinvolti nelle crisi industriali che coinvolgono quasi un centinaio di aziende, coinvolgendo circa duecentomila lavoratori e lavoratrici. In molti di questi posti di lavoro, a partire dall’ex Ilva, le operaie e gli operai si mobilitano per ottenere garanzie occupazionali, così come è ancora in piedi il progetto degli ex lavoratori GKN per la fabbrica socialmente integrata.

Fin dall’inizio dell’anno scolastico gli/le studenti delle scuole superiori hanno dato vita ad una inedita ondata di occupazioni delle scuole. Seguendo l’esempio francese, decine di scuole a Roma e Torino e in tante altre città sono state occupate per protestare contro strutture fatiscenti, per richiedere maggiori finanziamenti all’istruzione pubblica, contro il decreto razzista del governo Meloni sul tetto agli alunni stranieri nelle scuole e il divieto di indossare burqa e niqab, contro la riforma degli istituti tecnici che reintroduce la biforcazione tra l’avviamento professionale (attraverso la cd. “filiera tecnico professionale”) e la preparazione agli studi universitari, contro la militarizzazione dell’istruzione e l’aumento delle spese militari a scapito di quelle sociali. La principale novità rispetto agli anni passati è che, proprio come in Francia, queste occupazioni hanno ricevuto la solidarietà di settori crescenti dei lavoratrici e lavoratori della scuola, che si organizzano per difendere le occupazioni dagli attacchi delle bande di fascisti e delinquenti dall’esterno, che partecipano alle assemblee indette dagli occupanti ascoltando le ragioni e solidarizzando con il movimento studentesco.

Al sud gli autotrasportatori e gli agricoltori, categorie che tradizionalmente dovrebbero costituire la base sociale della destra, si stanno rivoltando contro gli aumenti dei prezzi del gasolio, provocando sin da subito la carenza di forniture nei supermercati e nei distributori di benzina. Queste proteste sono la logica conseguenza delle politiche miopi messe in atto dal Governo, che ha pensato di poter sopravvivere al rincaro delle fonti energetiche con tagli temporanei delle accise invece di mettere in campo serie politiche di riconversione alle fonti rinnovabili. Così come espressione dell’accresciuta ed estrema disuguaglianza sociale ed emarginazione sono i riot spontanei dei gruppi di giovani che in alcune città del Nord si sono riversati nelle strade il 17 ottobre per devastare e saccheggiare negozi di lusso, catene di articoli sportivi. Questi fenomeni non hanno una chiara direzione politica anche a causa della debolezza del movimento operaio e possono essere vulnerabili ad infiltrazioni di destra e di apparati dello Stato interessati ad una reviviscenza della strategia della tensione per giustificare ulteriori strette repressive.

All’indomani dell’irrompere sulla scena pubblica dei giovani e giovanissimi, spesso sottoproletari e con background migratorio (i cosiddetti “figli dell’infrastruttura paraschiavistica”), il governo Meloni ha sfornato l’ennesimo decreto sicurezza che conferma la strategia panpenalista moltiplicando i reati, estendendo i poteri preventivi e colpendo le manifestazioni di dissenso, in questo caso minori e famiglie, anche attraverso sanzioni per comportamenti già puniti dalla legge. Il conto dei reati inventati da questo governo tocca quota 126 dentro uno schema su tre direttrici di repressione e criminalizzazione: passaggio dallo stato sociale allo stato penale; amministrativizzazione della sicurezza (zone rosse, daspo urbano); risarcimenti e multe per asfissiare le capacità di resistenza, fermo di polizia preventivo ora esteso anche ai minori.

A Milano, inoltre, arriveranno altri 500 militari (parà della brigata Folgore), mentre una misura nata come temporanea nel 2008 per sopperire alle carenze di organico (l’Operazione Strade sicure) è diventata un dispositivo permanente di controllo del territorio, con una presenza dell’esercito tra le più estese in Europa. Non è soltanto una stretta sull’ordine pubblico, ma un indirizzo politico che trasforma il disagio sociale in una questione criminale, delegittima il conflitto e alimenta la costruzione di un nemico, soprattutto tra le giovani generazioni. 

Povertà, precarietà, esclusione e disuguaglianze vengono affrontate con la repressione anziché con politiche sociali, in un Paese segnato dalla perdita di potere d’acquisto dei salari e dall’aumento delle famiglie in difficoltà. Tutto questo per occultare ogni riflessione sulla violenza reale: quella economica, sociale e istituzionale di un sistema che restringe diritti e prospettive, è complice di guerre e genocidi. La militarizzazione della società e la criminalizzazione del conflitto e degli stili di vita diventano l’unica risposta alle contraddizioni che esso stesso contribuisce ad alimentare.

La lotta alla repressione può diventare uno dei canali di comunicazione con le soggettività giovanili altrimenti estranee a linguaggi e immaginari del movimento operaio.

Gli scioperi generali del 30 ottobre e del 20 novembre saranno due tappe importanti per la convergenza delle lotte sociali, per il rilancio di un movimento di opposizione sociale al Governo Meloni e di messa in discussione delle dinamiche mortifere del capitalismo. Così come sarà importante la manifestazione nazionale del 28 novembre in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, indetta da Non una di meno, con lo slogan “Sabotiamo guerre e patriarcato”. Sinistra Anticapitalista sarà impegnata nelle prossime settimane nella costruzione di queste mobilitazioni e nel radicamento e autorganizzazione delle lotte, portando il proprio contributo di militanza e programmatico anticapitalista ed ecosocialista.

3. La nuova legge elettorale e la prossima battaglia elettorale

La nuova legge elettorale, votata da un Parlamento blindato col voto di fiducia, è una legge profondamente antidemocratica, l’ultima di una lunga serie che dal 1993, quando fu cancellata la legge elettorale proporzionale in vigore da 45 anni in cui, pur con alcuni limiti, veniva affermato il principio elementare della rappresentanza, sono state costruite dalla borghesia e dai partiti maggiori al fine di garantire la “stabilità di governo”, cioè le scelte economiche e sociali liberiste (della borghesia italiana e delle élites europee.

Meloni si propone 3 obiettivi: vincere le prossime elezioni in sicurezza, potendo decidere quando andare al voto, confermare l’egemonia di FdI sulla coalizione delle destre e destre estreme, consolidare il processo di modifica delle istituzioni in senso autoritario e presidenzialista, da sempre nei progetti del suo partito, ma sempre più condiviso da importanti settori della classe dominante.

La nuova legge elettorale si presenta come proporzionalista, ma nei fatti è maggioritaria: la coalizione che arriva prima e che raggiunge almeno il 42% dei voti, ottiene un abnorme premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera (400 deputati) e di 35 al Senato (200 senatori) per garantire almeno una maggioranza del 55% nei due rami del parlamento. Come ha scritto un costituzionalista: “L’idea di fondo rimane quella per cui le elezioni dovrebbero servire a eleggere non il Parlamento, ma il Governo, dotandolo di una maggioranza assoluta inscalfibile”. 

E’ una legge che penalizza fortemente le donne; rende quasi impossibile la scelta dei candidati attraverso le preferenze, conferma la soglia del 3% per ottenere degli eletti; aumenta a dismisura il numero di firme necessarie per presentare le liste da parte delle forze politiche che non fanno già parte del parlamento, escludendo anche la possibilità della firma digitale: uno scempio democratico. Si richiede che le liste o le coalizioni esplicitino «il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri», in palese contraddizione con il dettato costituzionale che attribuisce al Presidente della Repubblica la prerogativa di nominare il primo ministro, dopo aver sentito le proposte dei gruppi parlamentari e verificato quale maggioranza parlamentare sia possibile. Per superare la contraddizione è scritto nella legge “rimane fermo il potere di nomina spettante al Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 92, co.2 Cost.”, ma la contraddittorietà rimane mentre l’obiettivo di Meloni è evidente: produrre un contesto politico che apra la via al premierato, con il progetto di stravolgere completamente la Costituzione del 1948 nella prossima legislatura. 

E’ una legge profondamente anticostituzionale, ma anche assai macchinosa per cui non è del tutto certo che tutto possa andar bene per le forze dell’estrema destra, tanto più se nessun schieramento raggiungesse il 42% o se risultassero due diversi vincitori tra Camera e Senato, anche se sono eventi difficili dal prodursi. 

Resta per noi la necessità di rivendicare un sistema elettorale veramente democratico, cioè integralmente proporzionale, senza soglie di sbarramento, senza “premi di maggioranza” o di “governabilità”, senza impedimenti alla partecipazione elettorale, quindi che garantisca realmente la parità di rappresentanza di ogni voto.

Siamo all’interno di uno scontro politico e sociale di cui le prossime elezioni politiche rappresenteranno uno snodo particolarmente importante nelle vicende del paese, ridisegnando il suo futuro; incideranno anche nelle dinamiche complessive involutive in atto in Europa, ma anche caratterizzate da una ripresa delle resistenze sociali e da lotte e mobilitazioni capaci di coinvolgere settori vecchi e nuovi delle classi lavoratrici e popolari, con un ruolo trainante delle giovani generazioni.

Per cui di fronte a un governo delle estreme destre che moltiplica le misure repressive e reazionarie scatenando una guerra contro le giovani generazioni e preparandosi a colpire a fondo i movimenti sociali e le lotte popolari, a completo servizio degli interessi della classe dominante e a difesa sistema capitalista in crisi, ma sempre più violento, resta ineludibile e centrale sviluppare un movimento sociale di opposizione di massa  che crei le condizioni per la sconfitta e la cacciata del governo Meloni.

Solo la costruzione di un movimento sempre più ampio di lotta e che sappia coinvolgere e unire tutti i settori sociali è la garanzia di poter sconfiggere destre e fascisti nelle elezioni e di avere poi anche la forza di condizionare e strappare dei risultati sociali ad un eventuale nuovo governo. 

Le forze del cosiddetto “Campo largo” non sono predisposte strutturalmente a costruire un forte movimento di massa di opposizione; neppure sono capaci di un programma di riforma efficace ed alternativo alle scelte dominanti perché non vogliono o non hanno il coraggio di rimettere in discussione fino in fondo le politiche liberiste capitaliste degli ultimi 30 anni, quelle che hanno prodotto povertà e demoralizzazione sociale aprendo le porte alla demagogia reazionaria delle destre.

Le scelte e le pratiche del Campo largo rischiano quindi di produrre una nuova vittoria elettorale delle estreme destre, evento estremamente pericoloso: un nuovo mandato popolare permetterebbe a costoro di portare a termine il progetto di restaurazione istituzionale, politica ed ideologica, compreso lo stravolgimento completo dell’ordinamento costituzionale, una involuzione autoritaria del paese dalle conseguenze oggi difficilmente individuabili, di certo estremamente gravi per il futuro delle classi lavoratrici. 

Ribadendo le nostre criticità alle posizioni espresse dal Prc e da Potere al Popolo, valuteremo una indicazione di voto quando saranno chiare le liste che si presenteranno alle prossime elezioni politiche.

Solo la lotta e la mobilitazione sociale sempre più ampia possono indebolire ulteriormente il governo e creare le condizioni della sconfitta sociale, politica ed elettorale dei partiti che lo sostengono.

Si apre una fase particolarmente dura dello scontro di classe, dagli esiti incerti. L’obiettivo è quello più che mai di reggere alla controffensiva reazionaria e di produrre una mobilitazione così forte ed ampia da mettere in seria difficoltà l’operato del governo, di cominciare e modificare i rapporti di forza tra le classi e di contrastare il clima ideologico reazionario che attraversa ancora il paese. 

Si tratta di riattivare settori della classe lavoratrice e popolari sempre più ampi, sottraendoli alla passività e alle sirene ideologiche reazionarie e divisive dell’estrema destra e ricostruendo sia la credibilità delle lotte rivendicative immediate sia anche una nuova speranza di una alternativa di sistema, cambiare il futuro che le classi dominanti stanno prospettando in questa drammatica crisi di civiltà che attraversa il mondo. Quello che succede in Italia è più che mai collegato con il resto delle lotte in Europa, ma questa ormai è la dimensione immediata con cui costruire la mobilitazione sociale che si oppone alle politiche dei governi e degli stati capitalisti, compresa l’ibrida istituzione protostatale che è la UE.

4. Campagna contro il riarmo

L’Europa partecipa a pieno titolo alla competizione interimperialista.

Il piano “Rearm Europe 2030” (poi rinominato “Readiness EU”) prevede un aumento di 800 mld di spesa militare, mentre per i paesi aderenti alla Nato, l’accordo è portare le spese militari al 5% del PIL entro il 2035. Questi aumenti li pagheranno le lavoratrici e i lavoratori, le giovani e i giovani dei paesi membri, in termini di un enorme trasferimento di risorse dal welfare al warfare.

Il governo ha dichiarato apertamente l’intenzione di aderire al prestito “Safe”; questo sarà tutt’altro che a costo zero, soprattutto per le generazioni future. Infatti già a partire dal prossimo anno è previsto un rimborso di mezzo miliardo che salirà ad un miliardo l’anno, a partire da quello successivo; copre tra l’altro a malapena il 15% della previsione di spesa militare, che dovrà crescere di oltre 100 mld entro il 2035.

Il legame tra diritti negati e aumento delle spese militari è stato immediatatamente colto dalle giovani generazioni che si stanno mobilitando in Europa, a cui si è aggiunto, in particolare in Germania (che diventa in Europa la prima potenza militare), il no alla leva obbligatoria, il rifiuto di andare a combattere per governi che negano loro i più elementari diritti. I giovani tedeschi sono arrivati al terzo sciopero contro la coscrizione e hanno lanciato per il prossimo 20 novembre un appello per uno sciopero europeo, ripreso e rilanciato dai giovani di altri paesi.

Questa data è stata assunta anche dal movimento No King in Italia, che si è impegnato a costruire iniziative antimilitariste tra il 20 e il 22 novembre. La Cgil ha finalmente deciso di dichiarare lo sciopero generale nella stessa data del 20 novembre, aprendo la possibilità di un’importante convergenza contro la guerra e il riarmo tra i movimenti studenteschi e quelli delle lavoratrici e dei lavoratori.

Nei prossimi giorni rilanceremo la nostra campagna “Signor No” contro la guerra, facendola convergere con le ulteriori rivendicazioni giovanili e delle lavoratrici e lavoratori. Dobbiamo lavorare affinché le mobilitazioni giovanili, pur mantenendo la loro autonomia politica e organizzativa, si confrontino con le rivendicazioni delle lavoratrici e lavoratori, magari  organizzando iniziative congiunte. Mettiamo a disposizione del movimento i nostri collegamenti internazionali per organizzare dove siamo presenti iniziative di informazione e di rilancio della mobilitazione. La direzione nazionale metterà a disposizione dei circoli i materiali aggiornati per organizzare iniziative locali anche in vista della costruzione della giornata di lotta del 20 novembre.

5. L’università estiva ecosocialista

L’università ecosocialista ha completato lo scorso settembre la sua terza edizione a Marina di Massa.

Organizzata da Sinistra Anticapitalista e dalla Biblioteca Livio Maitan è diventata il più significativo momento di approfondimento, discussione, studio e costruzione di strumenti di militanza politica della nostra organizzazione.

Nel corso di queste tre edizioni, la partecipazione è stata costantemente in crescita consentendoci di ipotizzare ulteriori possibilità di allargamento della partecipazione a questa nostra iniziativa.

Il CPN conferma la necessità di iniziare tempestivamente la costruzione dell’Università ecosocialista 2027, mantenendo il periodo della fine di agosto (verosimilmente dal 26 al 29 agosto) o dell’inizio di settembre (verosimilmente dal 2 al 5 settembre) come quello più indicato per il suo svolgimento, a seconda della disponibilità della struttura che ci ospita.

Il CPN impegna la Direzione nazionale a coordinare il lavoro di tutta l’organizzazione per iniziare immediatamente a costruire l’evento del 2027, con l’obiettivo di giungere al più presto ad una prima traccia provvisoria di programma che ne consenta la tempestiva produzione di materiale di propaganda e diffusione da utilizzare già nei mesi tra la fine dell’inverno e tutta la primavera anche con l’obiettivo di una maggiore diffusione nei settori di militanza giovanile, specie universitaria.

Ogni circolo di Sinistra Anticapitalista è impegnato nella costruzione dell’università ecosocialista, che non va considerato unicamente come un evento isolato che si svolge nell’arco di quattro giornate in un unico momento nazionale. Oltre all’impegno organizzativo propriamente detto, che sarà distribuito a tutti i livelli dell’organizzazione, tutti i circoli devono partecipare alla costruzione politica dell’università.

Ogni circolo deve lavorare nel corso dell’anno per costruire iniziative politiche che valorizzino il lavoro svolto nell’Università ecosocialista precedente e preparano anche localmente l’Università ecosocialista successiva, con un’attenzione particolare all’intervento politico con i giovani e le giovani.

Momenti, anche locali, di formazione, approfondimento, discussione aperta e organizzazione della militanza in ciascun territorio consentono non solo di creare le condizioni per una più attiva e numerosa partecipazione alla prossima edizione, ma anche di far crescere il lavoro dei circoli sia come qualità politica che come numero dei partecipanti e, si spera, degli iscritti e delle iscritte.

La direzione nazionale fornirà tutto il supporto necessario affinché questo avvenga con l’obiettivo di rendere l’università d’estate il momento conclusivo di una stagione articolata.

6. La campagna di tesseramento

La Direzione e la Rete dei Responsabili organizzativi dei Circoli si impegnano a predisporre i materiali per avviare la nuova campagna di tesseramento 2027 a partire dall’ultimo fine settimana di novembre (28-29 novembre), e ad avviare la conseguente campagna di Sottoscrizione e finanziamento. Il rafforzamento organizzativo di Sinistra Anticapitalista è oggi più che mai un compito di cui si fa carico l’intera struttura nazionale e locale ed è indispensabile e prioritario per consentire di dare forza e voce alle nostre posizioni ed alle nostre proposte che abbiamo espresso anche in questa Risoluzione politica del CPN. Chiamiamo quanti credono che sia necessaria più che mai la costruzione della convergenza di lotte e mobilitazioni ora frammentate in un percorso anticapitalista ed in una piattaforma programmatica e rivendicativa complessiva, a rafforzare Sinistra Anticapitalista ed a costruire i suoi Circoli locali ed interventi settoriali. Un nuovo slancio alla crescita ed al rafforzamento dell’Organizzazione in cui mettere a frutto le relazioni costruite sui territori, l’internità ai movimenti sociali in uno spirito antisettario, è uno dei compiti prioritari che ci diamo per la prossima fase. E questo nella consapevolezza che la nostra costruzione resta indispensabile ed è anche la condizione per rafforzare l’orientamento anticapitalista dei movimenti nei quali interveniamo.