Francia – L’onda lunga che minaccia Macron e il suo mondo
di Leon Crémieux
Alla luce della massiccia partecipazione (con una moltitudine di giovani) alle poche manifestazioni che si sono potute svolgere questo fine settimana in Francia (alcune autorizzate, altre no, come a Bordeaux o a Marsiglia), nonché a quella organizzata contro il congresso del Rassemblement National (RN) a Orléans (20.000 manifestanti), risulta chiaro che il movimento di protesta sociale iniziato a settembre ha segnato una svolta il 17 ottobre. Con il prossimo appuntamento, il 5 novembre, caratterizzato dall’appello allo sciopero e alle manifestazioni contro tutte le misure antisociali del governo Lecornu, la tensione in Francia continua a crescere. L’articolo di Léon Crémieux analizza il contesto e le caratteristiche di questo movimento [Leon Crémieux] ★
➳ Il 17 ottobre è stata, in Francia, una giornata storica di mobilitazione, paragonabile per numero di partecipanti a quelle del 2023 in occasione delle grandi manifestazioni sulle pensioni. 800.000 persone (550.000 secondo la polizia), oltre un centinaio di manifestazioni autorizzate, oltre a numerose altre, non autorizzate, in diverse località e quartieri.
Si manifesta in modo spettacolare una crisi sociale che ha origini lontane e che trova eco in crisi simili in molti altri paesi, con la mobilitazione di massa dei giovani sempre al centro. E la violenza che si è manifestata nelle strade del Paese contro negozi ed edifici istituzionali, ad opera di gruppi minoritari ma numerosi in tutte le città, è purtroppo il riflesso della violenza sociale che milioni di uomini e donne subiscono ogni giorno, costretti alla precarietà e alla miseria, violenza costantemente aggravata dalla politica dei governi di Macron, che colpiscono le classi popolari, sono indifferenti alla miseria sociale e tutelano i privilegi dei più ricchi e delle grandi imprese.
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La prima caratteristica delle mobilitazioni attuali è il loro carattere senza precedenti, manifestatosi con forza il 17 ottobre: un’ondata massiccia, persino inaspettata, una convergenza non solo di rabbia, ma anche di rivendicazioni sociali ben concrete, provenienti dai collettivi dei Gilet Gialli nati dalle mobilitazioni del 2018, dalle organizzazioni e dai comitati di coordinamento degli studenti delle scuole superiori e universitari, dai sindacati CGT, FSU e Solidaires. Si tratta quindi di un ampio crogiolo di forze, con al centro i giovani, mobilitati e auto-organizzati in varie forme da oltre un mese. Si può dire che il movimento attuale sia la rinascita delle importanti mobilitazioni emerse negli ultimi 10 anni nel Paese: i Gilet Gialli, le mobilitazioni delle periferie popolari contro le violenze di polizia e le discriminazioni e, infine, le manifestazioni di massa dei lavoratori e delle lavoratrici contro la riforma delle pensioni. Non si può comprendere la forza di questo movimento senza considerare il ruolo di #MeToo, delle mobilitazioni contro le VSS (violenze sessiste e sessuali) e di quelle contro i grandi progetti inutili ed ecologicamente dannosi, in particolare Sainte Soline (realizzazione di un mega-bacino).
Di fatto, è l’intero bilancio catastrofico dei governi Macron dal 2017 che viene alla luce: una «politica dell’offerta», costituita ogni anno da 270 miliardi di sovvenzioni e regali alle imprese e ai più ricchi[1], e di profonde ferite per le classi popolari, per i diritti sociali, il potere d’acquisto e i servizi pubblici, che oggi porta al rifiuto più netto di un presidente e di un governo dall’inizio della V Repubblica nel 1958.
La data del 17 ottobre è nata inizialmente da un appello sui social network, lanciato già l’8 settembre su TikTok, contro il caro vita e l’impennata dei prezzi dei carburanti[2], con decine di manifesti che riprendevano il tema dei Gilet Gialli e che, attraverso messaggi in codice, preparavano raduni in numerose città del Paese, nelle zone rurali, città di piccole e medie dimensioni. A loro si sono uniti i promotori del movimento «Bloquons tout», che avevano già indetto una grande giornata di mobilitazione nel settembre 2025 contro il caro vita e l’ingiustizia fiscale, e che hanno redatto una mappa nazionale dei raduni, mappa che ha rapidamente coperto la maggior parte delle regioni e delle località. Alcuni ex responsabili dei Gilet Gialli, sempre sui social network, hanno preso il testimone. Questa proliferazione di appelli dal basso, al di fuori di qualsiasi reale organizzazione politica o sindacale, è la prima caratteristica del 17 ottobre, che riunisce lavoratori e lavoratrici, precari e precarie, spesso i primi a essere colpiti negli ultimi mesi dalle ondate di caldo in alloggi inadeguati, dall’aumento galoppante dei prezzi dei generi alimentari e dal costo dell’energia. La rabbia è ovviamente tanto più forte in quanto il governo di minoranza di Macron e Lecornu continua a tagliare i meccanismi di ridistribuzione sociale e promette, fin dall’estate, un bilancio 2027 che ancora una volta risparmia il contributo fiscale delle grandi fortune, dei redditi da capitale e delle grandi imprese, moltiplicando nei loro confronti esenzioni, aiuti e sussidi, ma colpendo duramente le classi popolari, i giovani e i pensionati.
Il movimento dei Gilet Gialli aveva suscitato, nel 2018 e nel 2019, una profonda ondata di mobilitazione in tutto il Paese, in particolare nelle zone residenziali periurbane, scaturita inizialmente dall’aumento delle tasse sui carburanti – il cui prezzo era già cresciuto notevolmente negli anni precedenti – ma che si è rapidamente estesa al rifiuto della pressione fiscale e alla perdita dei servizi pubblici nelle zone rurali e periurbane, dove si sommavano la perdita di posti di lavoro, la chiusura di ospedali e il deterioramento dei trasporti. In sostanza, una situazione speculare a quella vissuta nei quartieri popolari delle grandi città. Il movimento si era allora costituito riunendosi attorno a oltre 1.000 gruppi Facebook, per un totale di oltre 4 milioni di persone. Circa 3 milioni di persone hanno partecipato nelle strade alle azioni dei Gilet Gialli, distribuite in tutto il Paese, ampliando le loro rivendicazioni in veri e propri «cahiers de doléances ».
l movimento dei Gilet Gialli sta assistendo a un’esplosione di violenze da parte della polizia, con persone mutilate dai colpi di LBD o dalle granate antisommossa: 1 morto, 613 feriti, 23 che hanno perso un occhio, 5 mani strappate. «La polizia ha ferito in pochi mesi più manifestanti di quanti ne abbia feriti in vent’anni»[3]. La gestione violenta delle manifestazioni popolari era già stata messa in atto nel 2016 dal governo socialista di Manuel Valls di fronte alle mobilitazioni contro la legge sul lavoro El Khomri. Da allora, l’Alto Commissariato per i Diritti Umani e Amnesty International hanno condannato questa gestione violenta delle manifestazioni, queste violenze e l’uso di armi «a forza intermedia», come LBD 40, Taser, granate lacrimogene o di sgombero, definite «subletali» e diventate in diverse occasioni armi letali.
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La forza principale del 17 ottobre deriva innanzitutto da questa profonda dinamica popolare. Segue poi, ovviamente, la potenza del movimento giovanile, partito dai licei delle periferie popolari nei territori d’oltremare all’inizio di settembre, che si è sviluppato senza cedimenti fino al 17 ottobre, per oltre un mese, nonostante la violenza e la repressione poliziesca subite. Sono state le condizioni di studio a fungere da fattore scatenante: assenze degli insegnanti, locali insalubri, classi sovraffollate, che apparivano tanto più insopportabili dopo diverse settimane di canicola trascorse nelle abitazioni. Anche in questo caso si è trattato di un movimento «dal basso» che si è rapidamente sviluppato.
Innanzitutto, pur senza suscitare grande eco in Francia, i blocchi sono iniziati a Mayotte e nella Guyana francese già all’inizio dell’anno scolastico, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, per la ristrutturazione e la ventilazione delle aule, contro i prezzi della mensa, e in generale contro lo stato di abbandono e il senso di emarginazione sociale: rivendicazioni chiare e grande determinazione. In Francia i blocchi sono iniziati il 17 settembre in un liceo della regione parigina a Créteil, riprendendo le rivendicazioni avanzate dagli insegnanti. Anche in questo caso, la questione degli edifici scolastici, ma anche le classi sovraffollate, la carenza di docenti, gli orari impossibili e la richiesta di abolizione di due misure introdotte all’inizio del primo quinquennio di Macron nel 2017-2018: la riforma del ministro dell’Istruzione nazionale Jean-Michel Blanquer (che smantella gli indirizzi – letterario, scientifico, economico – nelle scuole superiori e li sostituisce con «specializzazioni a scelta») abbinata all’introduzione di un sistema di selezione spietato per l’orientamento dopo la maturità, «Parcoursup». Questa piattaforma preclude l’accesso a numerosi percorsi formativi, escludendo gli studenti delle classi popolari da molti indirizzi destinati alle classi sociali più elevate.
Ad esempio, nel 2026, su quasi 900.000 diplomati, 126.000 giovani sono rimasti senza un posto nell’istruzione superiore. Il verdetto è inappellabile: nonostante un «diploma di maturità per tutti», dato che l’80% di una classe di età ottiene il diploma, il 57% di quella stessa classe non ottiene un diploma generale che consenta da solo l’accesso ai corsi di laurea triennale e magistrale. «Parcoursup», dietro il suo algoritmo, garantisce una selezione sociale di formidabile efficacia. Tutti gli studi dimostrano la dura realtà della riproduzione sociale e il suo accentuarsi a partire dal 2020[4].
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Tra i giovani, quelli dei quartieri popolari subiscono tutta la violenza quotidiana della discriminazione sociale, che si aggiunge a quella vissuta dai loro genitori e a quella esercitata dalle forze di polizia nei loro confronti. Questa violenza si è nettamente intensificata da oltre un mese con il movimento di blocchi delle scuole superiori, che è stato criminalizzato fin dall’inizio e classificato dal Ministero dell’Interno nella categoria delle violenze urbane.
Purtroppo è una storia che si ripete da tempo nel Paese. Da vent’anni, in diverse occasioni, i giovani dei quartieri hanno espresso la loro rabbia e le loro rivendicazioni di fronte alla loro situazione di emarginazione e di esclusione sociale. Nel 1990, a partire da Vaulx-en-Velin, nella periferia di Lione, e poi nel 2005, quando due giovani di 17 e 15 anni, Zyed Benna e Bouna Troré, persero la vita a Clichy-sous-Bois, inseguiti dalla polizia e fulminati in un trasformatore elettrico dove si erano rifugiati. Ne seguirono diverse settimane di rivolte nei quartieri per esigere giustizia sociale, vendicare la morte dei due giovani e denunciare le violenze della polizia. Questa mobilitazione, invece di essere affrontata dal governo come una questione sociale, fu trattata come una serie di rivolte urbane violente, opera di «teppisti, delinquenti» e «feccia», come li definì l’allora ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy. «Non è cambiato nulla», come ribadisce in un’intervista[5], vent’anni dopo, Mekki Daouadji Djilali, presidente di ACLeFeu, collettivo nato a Clichy-sous-Bois dopo la morte di Zyed e Bouna. Il collettivo aveva redatto un documento di rivendicazioni che delineava le priorità della popolazione. All’epoca erano stati raccolti 20.000 contributi provenienti da 120 città. A vent’anni di distanza, i problemi e le priorità sono gli stessi. «Dal 2005, tutte le riforme attuate sono state di natura securitaria e non sociale», aggiunge Mohamed Mechmache, membro fondatore di ACLeFeu. Ma, per i responsabili politici, i giovani dei quartieri popolari, soprattutto quelli provenienti da famiglie di immigrati postcoloniali, non possono essere attori politici, portatori di lotte e rivendicazioni sociali. Lo stesso schema si è ripetuto più volte, ad esempio nel giugno 2023, in occasione della morte di Nahel Mezrouk, un ragazzo di 17 anni ucciso a bruciapelo da un agente di polizia durante un controllo a Nanterre.
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Questa profonda dinamica, partita dai licei dei quartieri popolari, si è rapidamente estesa agli altri licei, alle facoltà e, fatto senza precedenti, alle “prestigiose” grandi scuole come l’HEC, l’IEP (Istituto di studi politici), Ecole des Mines, che si sono espressamente schierate in solidarietà contro la segregazione sociale; il 90% delle università è stato bloccato nella settimana dall’11 al 17 ottobre, università in cui mancano oltre 100.000 posti per accogliere gli studenti.
Le rivendicazioni avanzate dal movimento studentesco delle scuole superiori sono chiare fin dall’inizio: sindacati e comitati di coordinamento si sono uniti all’unisono nella richiesta di abolire Parcoursup e la riforma Blanquer, di creare posti di lavoro sufficienti a colmare la carenza di insegnanti, infermieri e assistenti sociali, nonché di stanziare un aumento di bilancio di 10 miliardi per consentire la ristrutturazione degli edifici scolastici e il loro adeguamento ai cambiamenti climatici. Finora il governo si è rifiutato di fornire la minima risposta concreta a queste richieste, trattandole addirittura con disprezzo.
Ma il movimento di fondo tra i giovani esprime una presa di coscienza dalle molteplici sfaccettature. Il deputato di LFI Louis Boyard illustra le quattro linee guida della politicizzazione giovanile:
– il movimento #MeToo e il ruolo preponderante assunto dalle giovani donne con una cultura femminista,
– gli scioperi globali per il clima,
– le rivolte nei quartieri popolari contro il razzismo, in particolare dopo la morte di Nahel,
– la Palestina e l’orrore del genocidio commesso dal regime sionista.
Tutto ciò mette in discussione Macron e il suo mondo, nonché la sua sinistra continuità con ciò che promette l’estrema destra.[6]
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Il movimento giovanile e quello dei Gilet Gialli convergono con l’insieme delle preoccupazioni sociali dei lavoratori e delle lavoratrici: la mancanza di risposte ai bisogni sociali, i servizi pubblici, il costo della vita – a cominciare da quello dell’energia e dei generi alimentari – e un netto impoverimento delle classi lavoratrici. Il tasso di povertà (60% del reddito mediano) è pari al 15,4%, ovvero 9,8 milioni di persone, un dato in aumento dalla metà degli anni 2000. La Francia era uno dei paesi con un basso tasso di povertà grazie all’effetto dei sistemi di ridistribuzione. Lo smantellamento di tali sistemi a partire dalla metà degli anni 2010 mette in discussione questa rete di protezione. L’effetto cumulativo della riforma delle pensioni, del costo della vita, della precarietà del lavoro, delle difficoltà abitative, del congelamento o del modesto aumento dei salari crea una situazione sempre più difficile per i lavoratori e le loro famiglie. Le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni nel 2023 sono state l’espressione di tutto questo malcontento e della richiesta di una politica sociale diversa. Il rifiuto della «Macronia» e dei suoi bilanci che colpiscono le classi lavoratrici si è manifestato alle urne nel 2022 e nel 2024. Da allora, i successivi governi macronisti di minoranza sono rimasti in carica solo grazie alla clemenza del Partito Socialista, che ha salvato l’approvazione dei bilanci delle finanze pubbliche e della previdenza sociale del 2026 e ha accettato farsesche trattative sociali che hanno portato solo a vicoli ciechi con François Bayrou [Primo Ministro dal 23 dicembre 2024 al 9 settembre 2025] e Lecornu: nella primavera del 2025, il «conclave» di Bayrou; nell’autunno del 2025, la «sospensione della riforma delle pensioni» e «la conferenza sulle pensioni e sul lavoro» hanno giustificato le proroghe concesse dal PS ai governi di Macron e hanno permesso di disgregare il fronte sindacale. Infatti, in due occasioni, CFDT, CFTC e CGC (Confederazione Generale dei Quadri) si sono precipitate in quel vicolo cieco che non portava ad alcuna marcia indietro da parte del governo.
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Quest’autunno si sta delineando un nuovo scenario e il ruolo del sindacalismo combattivo può essere determinante nell’esito dell’attuale scontro sociale. I sindacati, dopo una giornata comune di mobilitazione e manifestazione il 29 settembre nel settore pubblico, avevano fissato la data comune del 5 novembre per una prossima giornata incentrata sulla difesa dei servizi pubblici, sull’aumento del salario minimo garantito (SMIC) e degli stipendi. La data del 5 novembre sembrava tardiva a molti, mentre era necessario rafforzare e sostenere senza indugio la mobilitazione dei giovani. Inoltre, il mese di ottobre prevedeva diverse scadenze del movimento giovanile e dei Gilet Gialli. Solidaires ha quindi preferito attendere il 17 ottobre per lanciare l’appello per il 5 novembre, in modo da mobilitarsi innanzitutto nel corso del mese di ottobre. E, in pratica, CGT, FSU e Solidaires, nel corso del mese di ottobre, hanno sostenuto i blocchi, protetto i cortei degli studenti delle scuole superiori dalla polizia e sono stati presenti il 17 ottobre. Il resto dell’intersindacale nazionale non ha seguito lo stesso percorso, anche se numerosi sindacati, almeno CFDT e FO, hanno aderito a livello locale e attraverso le loro federazioni dell’istruzione.
Inoltre, il 17, il ruolo dei sindacati è stato molto importante, fungendo da collante per tutte le altre componenti, e nemmeno loro sono stati risparmiati dalle forze di polizia, come nel caso di Tolosa, dove la testa del corteo sindacale è stata bersagliata da granate, causando il ferimento di quattro dirigenti sindacali.
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Ora ci troviamo in un momento cruciale del movimento
Il governo e la destra sono stati completamente destabilizzati dall’ampiezza del movimento studentesco e dal ruolo politico che esso ha assunto nel panorama politico. Per diverse settimane hanno puntato sulla strategia di isolare i giovani dei quartieri, cercando di screditarli, criminalizzarli e descriverli come manipolati da La France insoumise (LFI). La generalizzazione a tutta la gioventù ha quindi colto di sorpresa, ma il primo ministro Sébastien Lecornu si è trincerato nel rifiuto di qualsiasi passo indietro, di qualsiasi soddisfazione delle richieste degli studenti delle scuole superiori. L’interlocutore degli studenti è stato la polizia e il ministro dell’Interno. La strategia consisteva nel colpire duramente con la repressione, accompagnata da una campagna sistematica di denigrazione da parte dei media, che stigmatizzavano sistematicamente i giovani come teppisti e accusavano «l’estrema sinistra di voler destabilizzare la Repubblica, sostenuta da LFI». Il Partito Repubblicano arrivò persino a chiedere lo scioglimento di La France Insoumise e l’istituzione dello stato di emergenza[7].
L’intervento violento delle forze di polizia è andato di pari passo con gli arresti di massa di giovani come strumento di propaganda politica, nel tentativo di dissuaderli dal continuare a partecipare al movimento: 10.000 arresti, di cui 7.000 di minori, tra l’inizio di settembre e il 17 ottobre. Notti di custodia cautelare in condizioni spesso squallide, come quelle denunciate a Bobigny, udienze immediate, pene detentive anche alla prima comparizione per i giovani maggiorenni. Gli arresti sono diventati strumenti politici, già utilizzati contro i giovani delle periferie nel 2005 (5.643 giovani arrestati) e contro i Gilet Gialli (6.786 arresti). Questa intimidazione massiccia e questa criminalizzazione non hanno impedito né la continuazione né l’ampliamento del movimento, né la convergenza con il movimento sindacale.
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Con l’attuale movimento di protesta, il governo è stato colto alla sprovvista, mentre riteneva che la sinistra e le classi popolari fossero paralizzate dalla frammentazione della sinistra e dalla moderazione del fronte sindacale. Lecornu voleva poter portare avanti una politica e un bilancio 2027 che colpissero le classi popolari, imponendo oltre 40 miliardi di tagli ai bilanci sociali con attacchi ai pensionati, ai giovani e con il congelamento degli stipendi dei dipendenti pubblici. Tagli giustificati invocando il livello insostenibile del debito pubblico, mentre il governo si rifiuta di rimettere in discussione la tassazione irrisoria sui redditi da capitale e sulle grandi imprese, e approva un aumento di 6,5 miliardi in due anni del bilancio militare.
Questo progetto di bilancio andava di pari passo con un discorso sempre più incentrato sulla sicurezza e sempre più vicino alle proposte e alla retorica del Rassemblement National.
Sconvolti e feriti dalla forza del 17 ottobre e dall’alleanza con l’ala combattiva del movimento sindacale, Macron e Lecornu hanno riproposto la tragedia già scritta dai grandi esponenti della borghesia del XIX secolo e il grande terrore ispirato dalla Comune di Parigi: le classi lavoratrici sono soprattutto classi pericolose, la marmaglia mette in discussione il diritto di proprietà, la polizia e l’esercito devono proteggere le nostre persone e i nostri beni.
Le immagini delle vetrine in frantumi e delle centinaia di negozi saccheggiati il 17 ottobre nei centri delle grandi città hanno rappresentato il fattore scatenante di una temibile spirale di potere: coprifuoco nei centri cittadini, manifestazioni vietate, pesanti pene detentive. Questa spirale, applaudita dall’estrema destra, mirava tanto a mettere a tacere le critiche sull’incapacità della polizia di proteggere i centri cittadini quanto a cercare di paralizzare e zittire il movimento sociale e a dissociare i sindacati dalle mobilitazioni future. Come Eric Zemmour (che ha accusato «la feccia arabo-musulmana»), Bruno Retailleau (Les Républicains), Eric Ciotti, sindaco di Nizza e alleato del RN, Jordan Bardella (presidente del RN): tutti i leader dell’estrema destra si sono lasciati andare da diversi giorni a un’ondata di razzismo nei confronti dei giovani e della mobilitazione, unendosi a Trump e Netanyahu che denunciano «l’invasione dell’Islam in Francia».
Tutte le emittenti televisive trasmettono in loop immagini di atti vandalici contro edifici pubblici, negozi e auto incendiate. Gli editorialisti denunciano, giorno dopo giorno, le intollerabili violenze subite dai commercianti, senza aver mai prestato la minima attenzione, né aver mai fatto luce sul progressivo sprofondamento delle classi popolari nella precarietà e sull’impossibilità di vivere dignitosamente. Questa violenza quotidiana ha trovato spazio nei media solo molto raramente. Ma, intrappolato nella propria politica di sicurezza, il governo è stato accusato di non essere stato in grado di proteggere i piccoli commercianti o persino i municipi, come nel caso di Marsiglia.
Da allora Macron e Lecornu balbettano, invocando al tempo stesso l’ordine pubblico e il divieto delle manifestazioni, adducendo come pretesto «la Repubblica in pericolo e la minaccia sediziosa di La France Insoumise e dei suoi rappresentanti», e organizzando in fretta, dopo un mese di rifiuti, incontri affrettati con i rappresentanti del movimento giovanile, lunedì 26 con il primo ministro, poi infine il 23 ottobre con lo stesso Macron, per annunciare che avranno delle risposte più avanti!
Per il 24 ottobre, decine di manifestazioni sono state vietate dalle prefetture, poi autorizzate, deviate dai loro percorsi, con divieti talvolta smentiti dai tribunali amministrativi. Il potere raddoppia i colpi, colpisce, e allo stesso tempo esita per paura di manifestare la propria debolezza e la propria mancanza di autorità di fronte a un movimento che perdura e che si ostina a voler ottenere soddisfazione. Oggi sono Macron e il suo governo a trovarsi in una situazione senza via d’uscita, e questo li rende ancora più pericolosi.
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Il governo teme ora che il movimento, lungi dal perdere slancio, possa espandersi a macchia d’olio nei prossimi giorni con scioperi dei lavoratori, in particolare intorno al 5 novembre. Di conseguenza, Macron e Lecornu continuano a isolarsi rifiutando qualsiasi concessione ai giovani (… pur annunciando per lunedì 26 ottobre un incontro con le organizzazioni giovanili e una «riforma» di Parcoursup) e compiono un passo decisivo verso la repressione e la deriva autoritaria. In occasione delle prossime manifestazioni, il ministro dell’Interno (Laurent Nuñez) prevede l’impiego non solo delle forze di polizia e della gendarmeria, ma anche dei mezzi del RAID – unità di polizia incaricata delle operazioni antiterrorismo – e delle forze dell’operazione Sentinelle, militari incaricati anch’essi dell’azione antiterrorismo sul territorio, della BRI (Brigata incaricata della lotta contro la grande criminalità)…
Tutto ciò è la dimostrazione di un inasprimento autoritario, applaudito dal RN e dai LR, che chiedono l’istituzione dello stato di emergenza con la sospensione delle libertà pubbliche, ma rivela anche la debolezza politica del governo. Nel fine settimana del 24 e 25 ottobre, decine di manifestazioni sono state vietate o sono stati vietati i percorsi previsti nei centri cittadini.
È quindi evidente che il movimento si troverà su un filo del rasoio. O la macchina repressiva della polizia riuscirà a bloccare il movimento, martellando l’opinione pubblica con immagini di un «terrore organizzato dall’estrema sinistra e da LFI», oppure si verificherà una convergenza delle mobilitazioni con settori dei lavoratori attraverso raduni, azioni comuni nelle città e, soprattutto, con categorie professionali che entreranno in sciopero, in particolare intorno al 5 novembre. Solidaires ha sottolineato esplicitamente questa linea politica, invitando a tenere assemblee generali nei luoghi di lavoro e prospettando la possibilità di scioperi nel maggior numero possibile di settori a partire dal 5 novembre. Anche la CGT, per voce di Sophie Binet, prevede scioperi il 5 novembre e oltre; la FSU invita inoltre a discutere delle conseguenze di questa giornata di sciopero nei luoghi di lavoro, presentando già ora un preavviso fino alla fine di novembre. Così, in modi diversi, questi tre sindacati propongono linee d’azione senza lasciarsi frenare dai ritmi imposti dall’intersindacale nazionale insieme agli altri sindacati (in particolare CFDT, FO, UNSA). Questo è ovviamente il bilancio tratto dai sindacati combattivi dagli scioperi del 2023. Questa sfida è percepita da tutte le componenti combattive del movimento sindacale.
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Ultima questione, ma non per questo meno importante. Tutti a sinistra comprendono che la motivazione dell’attuale mobilitazione è anche la lotta contro la minaccia di un Rassemblement National alle porte del potere politico. Cresce il timore che la frammentazione della sinistra, accentuata dalla vittoria, per ora, dell’ala più social-liberale all’interno del PS (con la candidatura di Glucksman) e dal rifiuto della candidatura di Mélenchon da parte degli altri partner dell’ex NFP-Nouveau Front populaire (Ecologisti, PCF e Après), possa portare a una guerra fratricida a sinistra e alla vittoria di Le Pen. Il movimento attuale potrebbe quindi anche ridefinire gli equilibri attraverso un movimento dal basso, imponendo la costruzione dell’unità così come era riuscita a realizzarsi nel 2024.
Pochi ci hanno fatto caso, ma a Orléans si è concretizzata un’ampia unità a sinistra, che riunisce fianco a fianco il PS e LFI, per chiedere di opporsi allo svolgimento del congresso del RN nel fine settimana del 24 e 25 ottobre. In netto contrasto con l’attuale situazione della sinistra, le forze di sinistra del dipartimento del Loiret hanno lanciato un appello «per costruire un fronte popolare e solidale». Per poter contrastare il RN e «impedire agli eredi di Pétain di riprendere il potere», invitando «tutte le forze progressiste – associazioni, sindacati e partiti politici –, il mondo della cultura e tutti coloro che sono visceralmente legati ai valori democratici di pace e libertà a partecipare a questo raduno popolare e progressista»[8].
È possibile costruire un rapporto di forza sociale in grado di far cedere Macron e Lecornu, anche se qualche settimana fa non era così, ma l’energia di tutte le forze militanti sarà decisiva per riuscirci. Ciò può e deve andare di pari passo con la lotta per forgiare un fronte unitario politico e sociale per cacciare Macron e la sua cerchia e impedire al RN di arrivare alla presidenza.
[1] Matthieu Aron e Caroline Michel-Aguirre, *Le Grand Détournement*, Allary Editions, 2025.
[2] In Francia, le tasse rappresentano dal 55% al 60% del prezzo dei carburanti, ed è uno dei pochi paesi in cui non sono state ridotte a fronte dell’impennata dei prezzi dopo l’aggressione statunitense e israeliana contro l’Iran del febbraio 2026.
[3] David Dufresne, *Dernières sommation*, Grasset, 2019.
[4] Nagui Benchichi, Julien Grenet, Georgia Thebault, «Segregazione nell’accesso agli studi superiori in Francia e nella regione parigina: quali effetti del passaggio a Parcoursup». Documenti di lavoro dell’INSEE, n. 2021-03. «Segregazione sociale in ambito scolastico: comprenderne le cause e determinarne gli effetti». Consiglio di valutazione della scuola, documento di lavoro n. 23-02, novembre 2023.
[5] Ramdan Bezine e Noujoud Rejbi, Omaggio a Clichy-sous-Bois «Zyed e Bouna ci hanno lasciato un’eredità», bondyblog.fr 2025.
[6] Intervista a Louis Boyard, Contretemps, 12 ottobre 2026. [7] Istituito dal Consiglio dei ministri, consente di limitare le libertà pubbliche e di ampliare i poteri discrezionali della polizia e del governo.
[8] Appello firmato da CGT, Solidaires e FSU, ATTAC, Confédération paysanne, Soulèvements de la Terre, MRAP, Amnesty International, ASTI, AFPS, la CIMADE, la Fondazione Copernic, Alternatiba, il Planning familial, il NPA-A, il Poing levé, La France insoumise, il PCF, l’Après, gli Ecologisti, Génération, il PS e numerosi collettivi locali.




