Se il futuro è un film vietato ai minori

Prima ancora di lanciare paragoni, proclami di connessione, convergenza, unità, è necessario trovare modalità di inchiesta e di comunicazione con i giovani e i giovanissimi che agitano le piazze delle nostre città, comprenderne immaginari e linguaggi. E continuare a denunciare la violenza della lotta di classe dall’alto ★ Checchino Antonini

➳ I 35 ragazzi arrestati per i disordini e i saccheggi a Milano sono in maggioranza adolescenti tra i 15 e i 16 anni e quasi tutti incensurati. Dagli interrogatori emerge che non formavano un gruppo organizzato, non si conoscevano tra loro e, salvo rare eccezioni, non sapevano spiegare le ragioni politiche della protesta contro il carovita. Molti sono arrivati in centro richiamati da messaggi su Telegram e video su TikTok, spinti soprattutto dalla curiosità, dall’emulazione e dall’euforia collettiva.

Molti non si rendevano conto della gravità delle proprie azioni né delle conseguenze giudiziarie: le accuse di devastazione e saccheggio prevedono pene fino a 15 anni, con riduzioni per i minorenni. A differenza delle manifestazioni contro il carovita, caratterizzate da rivendicazioni precise, i disordini hanno preso di mira soprattutto negozi di scarpe, abbigliamento e marchi di lusso. Una dinamica che richiama la riflessione di Zygmunt Bauman, all’indomani dei riots del 2011, sui giovani esclusi dal consumo, per i quali il possesso di beni riconoscibili diventa una forma di affermazione sociale: «consumatori difettosi e squalificati», ragazzi abituati a riconoscersi attraverso le cose che possiedono, ma esclusi dalla possibilità di comprarle.

L’ennesimo decreto sicurezza

Mentre per tre arrestati è stata disposta la custodia cautelare in carcere e per gli altri misure meno restrittive, il governo puntuale ha sfornato l’ennesimo decreto sicurezza: il provvedimento introduce il nuovo reato di «violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche» (da due a cinque anni per chi usa armi improprie o lancia oggetti mettendo a rischio le persone, e da quattro a dodici per chi organizza o promuove, anche online, gruppi destinati a compiere violenze).

La stretta comprende l’estensione del fermo preventivo ai luoghi affollati, applicabile anche ai minorenni dai 16 anni, e dell’arresto in flagranza differita. Per i minori di almeno 14 anni viene introdotta una presunzione di capacità di intendere e di volere, mentre i genitori di minorenni responsabili di violenze durante le manifestazioni rischiano multe da 500 a 1.000 euro, raddoppiabili in caso di recidiva. Il questore potrà inoltre vietare ai minori di radunarsi in presenza di comportamenti intimidatori di gruppo. Previste anche nuove aggravanti per i danneggiamenti commessi durante le proteste e la procedibilità d’ufficio per le lesioni lievi alle forze dell’ordine.

Soldati in strada, sembra il Cile di Pinochet ma è l’America di Trump che arriva qui

A Milano, inoltre, arriveranno inoltre 500 militari, dispiegati fino al 31 dicembre con una spesa di 4,7 milioni di euro, per rafforzare il controllo del territorio e la sicurezza pubblica. Una estensione delle operazioni Strade sicure e Stazioni sicure. Il ministro dell’Interno Piantedosi ha detto che si valuterà se possano essere dotati di qualche funzione innovativa rispetto all’impiego tradizionale, di una “maggiore dinamicità”. Per ora pare che Mattarella abbia impedito che i poteri dei soldati fossero ampliati fino a sovrapporsi a quelli della polizia giudiziaria. Ma la faccenda potrebbe non essersi chiusa qui. La Lega premeva da tempo per moltiplicare i militari, almeno la loro visibilità mentre Crosetto, ministro della guerra, è notoriamente scettico sull’efficacia di Lince e soldati praticamente immobili in vari luoghi nevralgici delle città. La loro, comunque, è una presenza inquietante e praticamente unica per le sue dimensioni in un paese democratico ed europeo. Soltanto la Francia ricorre in modo relativamente stabile all’esercito per il presidio del territorio, ma con numeri inferiori; altrove l’impiego dei militari è generalmente riservato a emergenze eccezionali e temporanee. I poteri dei soldati italiani restano peraltro limitati: non possono svolgere indagini né arrestare in flagranza come gli agenti di polizia giudiziaria. L’operazione «Strade sicure», nata nel 2008 come misura temporanea per compensare le carenze di organico delle forze dell’ordine, è diventata strutturale. La scelta di rafforzare il contingente milanese ha anche una dimensione politica: si intreccia con la competizione nel centrodestra per la candidatura a sindaco, tra la Lega, che invoca un maggiore impiego dell’esercito (e schiera la deputata Sardone, e Forza Italia, che propone il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego, sostenuto anche da Fdi. La sicurezza da sempre è soprattutto terreno di propaganda e di competizione elettorale. La postura cilena dei Lince e dei parà inviati a Milano sembra un’applicazione italiana del modello Trump ma per ora l’esercito non potrà fare rastrellamenti.

E con questi sono 126 reati inventati da Meloni. Le direttrici di repressione e criminalizzazione

Anche le altre norme del nuovo ddl fanno parte di quella ridondanza che caratterizza l’approccio panpenalista del governo Meloni: 126 nuovi reati da quando è in carica, e poco importa se puniscono comportamenti che già sono reato. Ad esempio, l’art.2048 del codice civile già da 84 anni ritiene i genitori responsabili dei danni cagionati da fatti illeciti commessi dai figli e il nuovo reato di “partecipazione violenta a una manifestazione” riguarda una condotta già punita come “resistenza aggravata” se il lancio avviene contro le FdO, danneggiamento aggravato se si prende di mira beni pubblici e privati, fino a devastazione e saccheggio quando si sfascia una vetrina o si attacca un negozio. La giurista Alessandra Algostino spiega che «Il copione è sempre lo stesso: c’è una questione sociale, si adotta un nuovo decreto sicurezza». Ancora: «Repressione e criminalizzazione seguono in specie tre direttrici: passaggio dallo stato sociale allo stato penale; amministrativizzazione della sicurezza (zone rosse, daspo urbano); risarcimenti e multe». Queste norme «Rappresentano un comunicato politico nella prospettiva della costruzione del nemico; approfondiscono il solco della delegittimazione di manifestazioni e proteste; proseguono l’opera di deterrenza e intimidazione nei confronti dell’esercizio di diritti costituzionalmente garantiti».

Sullo stesso giornale, il manifesto, Gad Lerner l’ha chiamata stavolta la “guerra ai ragazzini” (peraltro già annunciata dalle operazioni estive “anti-maranza”), contro un settore di sottoproletariato giovanile che Luca Ricolfi ha definito “figli dell’infrastruttura paraschiavistica” strutturale al sistema economico italiano, dalla logistica ai lavori di cura, dal caporalato alla catena dei subappalti. Leggiamo qualche riga di Lerner: Under 18 per nulla bisognosi di cattivi maestri perché le assemblee, gli scioperi, i cortei, tanto meno gli opuscoli celebrativi del fascino dei passamontagna calati sul volto, mica rientrano nel loro alfabeto. Hanno imparato già da bambini quel che pubblicitari, stilisti, musicisti, atleti vanno ripetendo nel loro stesso gergo: vince ciò che «spacca». Da qui l’idea del saccheggio come unica protesta efficace, illusione momentanea di riscossa dei poveri, rivalsa sull’indigenza: «Quella borsa in vetrina costa più di quanto mio padre guadagna in un mese» […] Fin dall’infanzia conoscono l’ingiustizia sociale e l’ostracismo culturale, impresso su di loro come un marchio. L’aver vissuto direttamente o nella biografia dei genitori la privazione dei diritti di cittadinanza li fa inoltre sentire parte di una comunità mondiale che trova il suo simbolo nella tragedia dei palestinesi di Gaza.

Raccolgono in modalità spaccatutto un guanto di sfida che altri hanno sistematicamente lanciato contro di loro, i «maranza», le «baby gang», terminologia del disprezzo adottata ormai non solo dalla (ex) grande stampa ma anche dal Viminale e da palazzo Chigi.

La violenza sta nella lotta di classe dall’alto

E’ la militarizzazione della Generazione Zeta (un soggetto da contenere) oltre che dell’ordine pubblico «in linea con una più ampia militarizzazione della società», ha ricordato Algostino: Siamo circondati e immersi nella violenza: economica (verso le persone e l’ambiente); genocida (la Palestina ma anche il popolo migrante); sociale (cos’è la previsione di un tetto di stranieri?; e poi la ghettizzazione, l’espulsione sociale, la criminalizzazione della povertà, le diseguaglianze); politica (la costruzione del nemico); ultima ma non ultima, bellica (la guerra, il riarmo, la militarizzazione della società).

Il futuro appare chiuso da diseguaglianze, guerra, devastazione climatica: questa è violenza. E il diritto che reprime, che favorisce e blinda diseguaglianze, è violento. Non si può vedere solo la violenza delle piazze.

Le giovani generazioni sono quelle che pagano più duramente il prezzo di una società impoverita nel paese europeo dove i salari hanno perso più potere d’acquisto, dove le disuguaglianze sono più acute e cresce il numero delle famiglie in povertà assoluta o relativa mentre si sconta un record negativo di ore di sciopero. Se questa non è violenza allora cos’è? «La violenza è nell’escludere e nel tenere ai margini chi non ha altra scelta che ribellarsi», scrive il direttivo dell’area di minoranza Cgil, Le Radici del Sindacato, mentre è ancora in corso anche nel campo largo la gara a prendere le distanze e criminalizzare quei ragazzini. «Milano, Torino, Bologna e le altre città, nonostante governi di colore diverso da quello nazionale, in questi anni hanno costruito grattacieli, cercato turisti, moltiplicato i B&B, lucidato vetrine e accompagnato speculazioni, emarginando progressivamente in periferie e suburbi studenti e studentesse, lavoratori e lavoratrici, pensionati e pensionate. Chi non ha il reddito sufficiente per tanto luccichio.

A Torino una ricerca internazionale mostra che la speranza di vita cala di tre mesi ad ogni fermata di tram verso la periferia, in modo lineare e continuo. A Milano, Bologna e le altre città, non è diverso. Anche questa è violenza. Pervasiva e continua, cronica e devastante».

Anziché di violenza, dovremmo parlare di «esclusione, marginalità, rabbia e collera, che noi dovremmo ascoltare non giudicare – si legge nel comunicato – dovremmo provare a stare con loro, non contro di loro. Guardarli, riconoscerli, parlarci. Discutere e litigarci, se serve, ma in quelle piazze. Proteggerli come fanno i professori e i sindacati in Francia.

Non prendere le distanze, solidarizzare con chi li reprime e li arresta, manifestare con partiti e giunte che hanno contribuito a produrre questa condizione sociale».

Capire lo spettro che si aggira

Facciamo propria questa indicazione, anziché perderci nell’esaltazione dell’estetica del riot o entrare nel vortice delle prese di distanza. E, prima ancora di lanciare paragoni, proclami di connessione, convergenza, unità, è necessario trovare modalità di inchiesta e di comunicazione con questi settori sociali, comprendere immaginari e linguaggi che non sono nostri. Perché tutto ciò avviene dentro un attacco ai diritti di cittadinanza, al diritto allo studio, dentro lo smantellamento permanente del welfare e nei processi di privatizzazione dei beni comuni e dei servizi pubblici, in un contesto segnato da dinamiche geopolitiche ma anche da debolezze croniche delle organizzazioni della sinistra, anche di quello che un tempo era il circuito alternativo. Ma quello sforzo di inchiesta ci riguarda con tutta la sua urgenza. Perché sfasciare una vetrina di un negozio scintillante e famoso è un gesto profondamente politico. Anche se non è quello che avremmo fatto noi.