I complessi militaro-industriali, nucleo totalitario del capitalismo contemporaneo
di Claude Serfati (da Contretemps)
La maggior parte delle analisi sul capitalismo contemporaneo tralascia o minimizza il ruolo strutturante delle industrie degli armamenti e, più in generale, dei complessi militaro-industriali. L’economista Claude Serfati ne dimostra la centralità in quella che definisce la dinamica «totalitaria» attualmente in atto.
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È ormai un luogo comune osservare che gran parte del pianeta si sta evolvendo a ritmo accelerato verso regimi definiti «illiberali» dalle correnti dominanti, oppure di «statismo autoritario», secondo l’espressione utilizzata da Nicos Poulantzas.
In questo contesto, il presente articolo si concentra sul ruolo dei sistemi militaro-industriali (SMI) in questa evoluzione autocratica del capitalismo. È dedicato principalmente agli Stati Uniti, non solo perché ciò che in quel Paese viene definito il «complesso militaro-industriale » (CMI) sia ben più documentato che in altri paesi, ma soprattutto perché, sin dalla sua creazione nel 1945, il CMI – che si avvale di un bilancio militare pari al 40% della spesa militare mondiale – occupa un posto determinante sulla scena mondiale e D. Trump si sforza quindi di conformare il mondo alla sua visione liberticida.
L’ipotesi teorica che guida questo articolo è la seguente. Gli apparati militaro-industriali dei paesi più potenti del pianeta condividono tutti la profonda peculiarità di trovarsi all’intersezione tra economia e politica. Certo, l’intervento massiccio degli Stati nell’attività economica è una costante storica del capitalismo, ma qui si tratta di tutt’altra cosa, poiché gli apparati militaro-industriali funzionano sulla base di un’integrazione organica tra economia e politica.
Essi godono così di un grande potere e dell’assenza di controllo democratico, poiché uniscono le prestazioni tecnologiche alla legittimità politica suprema, quella di costituire l’ultima risorsa per la difesa dell’ordine sociale. In sintesi, i complessi militaro-industriali cristallizzano nella loro struttura le due dimensioni del capitalismo, che è al tempo stesso un regime di accumulazione e una forma di dominio sociale.
Questa integrazione politico-economica è del resto insita nella stessa espressione «complesso militare-industriale» introdotta dal presidente Eisenhower nel suo discorso del 1961[1]. Infatti, tutti i complessi militari-industriali hanno come tratto comune quello di essere composti dall’istituzione militare, dalle imprese della difesa e dal potere politico (esecutivo e legislativo). Queste tre componenti sono talvolta definite «triangolo di ferro» (Iron triangle)[2], ma questa definizione sottovaluta il fatto che tali componenti costituiscono un «sistema» e ne possiedono diverse proprietà[3]. Il peso rispettivo di queste tre componenti varia ovviamente a seconda dei paesi, poiché dipende dalla loro storia e dal posto che i paesi occupano nella gerarchia mondiale.
Il fatto che le SMI si collochino all’intersezione tra economia e politica rappresenta una sfida per le teorie dominanti, poiché queste ultime elevano la separazione tra “mercato” e Stato a dogma normativo e, quando i loro pensatori osservano una trasgressione, deplorano che lo Stato esuli dalle sue funzioni sovrane. Ma questo singolare posizionamento delle SMI costituisce una sfida anche per l’analisi marxista. È infatti ben noto che la separazione tra gli ambiti dell’economia e della politica è un tratto distintivo del capitalismo.
Per il pensiero marxista dominante, questa separazione si concretizza nell’esistenza di un’infrastruttura, costituita dai rapporti di produzione, e di una sovrastruttura, sede della politica, dell’esercito e del diritto, che è soggetta al primato dell’infrastruttura. Di conseguenza, in questo approccio, «gli attori (agency) possono essere “rigorosamente” esclusi dalla scienza delle società a causa di determinazioni totalmente “strutturali”»[4].
Questa «storia senza soggetti» ha portato i marxisti a prestare un’attenzione decisamente insufficiente ai sistemi monetari internazionali (SMI) in quanto oggetti specifici, nonché alla loro capacità di autoespansione, che, come per tutti i sistemi, si basa in parte su meccanismi endogeni. Al contrario, la corrente «istituzionalista», ispirata ai lavori di T. Veblen, si è interessata alle caratteristiche nuove e singolari del sistema monetario internazionale statunitense.
Un’altra lettura dei rapporti tra economia e politica all’interno del capitalismo può tuttavia trarre ispirazione da Marx, come vedremo più avanti. Basti qui osservare che, dopo aver letto la voce «Esercito» redatta da Engels per la New American Encyclopedia, Marx gli chiese di scrivere un contributo sull’«industria dello sterminio umano (industry for human slaughter)» che avrebbe inserito nel libro I de Il Capitale[5], pur considerato come un’opera sul «capitale in generale»[6].
L’integrazione organica della legittimità politica e del potere industriale e tecnologico fa sì che le SMI costituiscano il nucleo totalitario delle loro società. L’aggettivo «totalitario», utilizzato in questo articolo, indica qui un processo in atto e non il trionfo del «totalitarismo», quel «concetto camaleontico» come lo definisce Enzo Traverso[7]. In altre parole, non si tratta di affermare che le società moderne siano già oggi dominate da regimi di tipo fascista.
Tuttavia, le tendenze totalitarie all’opera si esacerbano in relazione all’inasprimento delle rivalità intercapitalistiche. Esse si manifestano oggi nel fatto che il blocco sociale che controlla le SMI, rigenerato dalle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (IA), rafforza, ben al di là dell’ambito militare, la propria morsa sulla società nel suo complesso.
Nel caso degli Stati Uniti, l’ideologia esplicitamente totalitaria dei leader dei gruppi del settore digitale rafforza l’avventura bonapartista di D. Trump. L’IA si rivela oggi come la tecnologia generica di un mondo in guerra[8], poiché attualmentte se ne appropriano Stati rivali che la utilizzano congiuntamente come vettore di supremazia militare e competitività tecnologica. Le rivalità imperialiste e l’insostenibilità ecologica sono esacerbate dal fabbisogno insaziabile dei data center in termini di energia, acqua ed elementi di metalli rari.
Il percorso di sviluppo imposto all’IA dai grandi gruppi e dai loro Stati minaccia oggi gli esseri umani su un triplice piano: in quanto lavoratori dipendenti vittime della soppressione dei posti di lavoro, cittadini sorvegliati dai propri Stati e, infine, civili vittime dell’integrazione dell’IA nelle armi utilizzate, come dimostrano ampiamente le guerre a Gaza e in Ucraina. Questi sviluppi totalitari delle SMI sono più che una conseguenza della marcia degli «Stati democratici» verso regimi autoritari: ne costituiscono un potente stimolo.
Il contributo della corrente istituzionalista nell’analisi del “complesso militare industriale”
In quanto corrente della ricerca accademica – ma anche le ONG hanno contribuito in modo significativo a documentare le pratiche del CMI statunitense –, gli “istituzionalisti” hanno avuto il merito di interessarsi al CMI, di analizzarne la composizione e di sottolinearne il pericoloso potere. A partire dagli anni ’70, hanno in particolare dimostrato che le strategie adottate dai grandi gruppi della difesa rafforzavano il loro isolamento nel settore militare e li allontanavano dai percorsi tecnologici che stavano allora emergendo nel settore commerciale. La loro incapacità di innovare grazie all’intelligenza artificiale ne è l’esempio più recente.
Un posto speciale va riservato al sociologo C. Wright Mills, che ha proposto un quadro analitico del complesso militare-industriale degli Stati Uniti in un’opera pubblicata alcuni anni prima del discorso di Eisenhower. Wright Mills vi descrive queste nuove classi dirigenti che definisce « élite al potere » [9], un’espressione che preferisce al concetto di «classi dirigenti», a suo avviso troppo influenzato da un «determinismo economico», mentre queste élite si basano almeno in egual misura su fattori politici e militari[10]. Le élite al potere dirigono l’apparato statale e si arrogano delle prerogative»[11].
Più precisamente, queste élite hanno unificato le sfere, politica, economica e militare sotto il proprio controllo e hanno conquistato un potere senza pari grazie all’intervento determinante dei militari[12]. Questa ascesa dei militari è una causa fondamentale del «grande cambiamento strutturale del capitalismo americano verso un’economia di guerra permanente»[13]. Infine, Mills sottolinea che l’ascesa dell’esercito avviene all’interno di un sistema apparentemente democratico ma indebolito («weakened and formal democratic system»), strutturato dall’istituzione militare e che è diventata una forza politica nelle sue prospettive e nella sua condotta»[14].
Seymour Melman, autore di analisi pionieristiche che documentavano gli effetti deleteri del CMI sulle prestazioni dell’industria manifatturiera statunitense, si ispira all’analisi di Mills e ritiene che il capitalismo statunitense sia caduto sotto il dominio dello «state-management». Questo termine evoca una burocrazia di Stato, o addirittura un «capitalismo di Stato», espressione utilizzata anche da Melman[15]. Il cuore di questo «capitalismo di Stato» si trova al Pentagono che, sotto l’impulso di R. McNamara, segretario alla Difesa di J. Kennedy, ha messo in atto «una gestione centralizzata dell’impero militaro-industriale». In realtà, conclude Melman, il Pentagono è diventato «uno Stato nello Stato, un’istituzione parastatale»[16].
In sintesi, queste tesi manageriali non contestano l’esistenza delle strutture capitalistiche, ma ritengono che esse si siano trasformate sotto l’impulso del militarismo e che abbiano dato origine a nuovi centri di potere. Inoltre, Mills e Melman non esitano a collegare il ruolo onnipresente del «Complesso» nella società statunitense alle guerre condotte dall’esercito statunitense.
Le debolezze dell’analisi marxista
Le critiche marxiste mosse alle ipotesi istituzionaliste del CMI sono numerose. Alcuni marxisti rimproverano a Mills di inserire la sua nozione di «élite al potere» nella corrente dominante della sociologia politica americana. Di conseguenza, «il complesso militare-industriale viene analizzato da una prospettiva antimarxista, inizialmente ispirata al pensiero neomachiavellico e weberiano». A Melman viene inoltre rimproverato di ritenere che l’obiettivo principale del Dipartimento della Difesa sia l’espansione del proprio potere all’interno della società americana, [piuttosto che considerare] che il complesso militare-industriale sia dominato da oligarchi economici [17].
La recensione dell’opera di Mills a cura di A. Sweezy, dal titolo evocativo: «Elite power or Ruling class?», è più sottile e più positiva. Egli osserva che Mills «si muove costantemente a cavallo» tra due posizioni diverse riguardo all’élite: quella di una classe dirigente – nel senso marxista del termine – e quella delle élite presenti nei «principali ordini istituzionali» dell’economia, della politica e dell’esercito. Sweezy critica questa seconda interpretazione. Egli contesta l’esistenza di un’autonomia dei militari e, scrive, persino di una «semi-autonomia» (p. 24), poiché i militari sono invece totalmente dipendenti dal potere economico[18]. Domhoff, in *Who rules the USA?*, giunge alle stesse conclusioni e aggiunge che il complesso militare-industriale non è indipendente dal resto delle imprese poiché «non è in grado di ottenere i finanziamenti di bilancio di cui ha bisogno per mantenere in qualche modo tale indipendenza» [19].
La critica mossa da N. Poulantzas a Mills costituisce la forma teorica più elaborata di quella letteratura marxista che nega l’esistenza di un’autonomia istituzionale e di un potere proprio del complesso militare-industriale. La radicalità della sua critica deriva senza dubbio dal fatto che Poulantzas fu influenzato dal «marxismo strutturalista», sebbene abbia poi modificato la propria posizione su tale questione[20].
Poulantzas rimprovera a Mills di individuare «il fondamento del potere politico nell’esistenza stessa dell’apparato statale e [di] attribuire, attraverso una confusione tra potere statale e apparato statale, un potere politico proprio alla burocrazia statale» (corsivo nel testo) [21]. Al contrario, Poulantzas nega a quest’ultima qualsiasi potere proprio, poiché tale potere può essere ricondotto solo a quello delle classi sociali che detengono il potere. Nel suo scambio con Miliband sulla natura dello Stato, precisa che «la burocrazia statale, in quanto categoria sociale relativamente “unificata”, è il “servitore” della classe dominante»[22] (corsivo nel testo).
Questa affermazione mette in luce il carattere incompleto della famosissima definizione di Stato data da Poulantzas come «condensazione materiale dei rapporti di forza tra classi e frazioni di classe» [23]. Questa formula costituisce certamente un punto di partenza per l’analisi dello Stato, ma tale analisi deve poi concentrarsi sulla natura delle istituzioni statali, sulle modalità dei loro rapporti con le classi e sui rapporti sociali che le organizzano [24].
Tuttavia, Poulantzas trascura l’analisi della dimensione istituzionale della burocrazia statale e dei sistemi militaro-industriali (SMI). Egli menziona sporadicamente l’esercito, presentato come «un ramo dell’apparato statale», ma questo è solo una delle tre componenti dei SMI[25]. Affronta una sola volta la questione delle spese militari ed è per esprimere il proprio scetticismo sul fatto che il loro aumento induca cambiamenti strutturali nei rapporti tra l’esercito e l’economia.
Egli dubita infatti che «l’aumento delle spese militari e l’intensificarsi dei legami interpersonali tra industriali e militari siano sufficienti per parlare di un cambiamento significativo nel ruolo dell’esercito nell’apparato statale contemporaneo» (corsivo nel testo). Poulantzas ha ragione a sottolineare che i legami interpersonali non sono il motore della storia, ma questa critica non giustifica l’ignorare l’emergere dei sistemi militaro-industriali come istituzione sui generis nata nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.
In qualità di economista, A. Sweezy, in collaborazione con P. Baran, a differenza di Poulantzas, è molto interessato alla spesa militare e inaugura un approccio talvolta definito keynesiano-marxista. In questo quadro analitico, la spesa militare consente, oltre a sostenere il militarismo statunitense orientato al dominio mondiale, l’assorbimento del «surplus» – nozione che per loro sostituisce quella di profitto – prodotto in quantità eccessiva dal capitalismo[26]. Ancora una volta, in questa analisi macroeconomica manca un’attenzione al «Complesso» in quanto sottosistema istituzionale specifico ma centrale, poiché situato nel cuore dello Stato federale degli Stati Uniti.
I marxisti hanno quindi talvolta colto nel segno nel criticare le teorie che identificano l’autonomia dello Stato con il dominio di un’élite sui rapporti sociali. Tuttavia, sembra quasi che abbiano voluto erigere un «cordone sanitario» teorico – quello del dominio di una classe capitalista – che oppongono all’esistenza dello SMI in quanto blocco sociale dotato di capacità economiche, politiche e ideologiche proprie.
Marx, Engels e l’espansione burocratico-militare dello Stato
Per comprendere e analizzare la profondità istituzionale dei SMI, propongo due ipotesi sullo Stato. Innanzitutto, le istituzioni statali sono radicate nella società, ovvero nei rapporti sociali di cui assicurano la riproduzione grazie alle loro funzioni di coesione e repressione. I rapporti sociali comprendono due componenti strettamente intrecciate: da un lato, i rapporti di produzione, che sono rapporti di sfruttamento del lavoro da parte del capitale e sui quali si fondano la produzione e la distribuzione di beni e servizi; dall’altro, i rapporti politici (potere, cultura, ideologia, ecc.) che nella filosofia politica sono caratterizzati dalla differenziazione tra società civile (in tedesco bürgerliche Gesellschaft, società borghese) e Stato. Tuttavia, come sottolinea Gramsci, questa separazione tra società civile e Stato «non è organica, [poiché] nella realtà si tratta di una sola e stessa cosa»[27].
Marx riassume così i rapporti tra i rapporti di produzione e la sfera politica all’interno delle società: «l’anatomia della società civile va ricercata a sua volta nell’economia politica»[28]. Nel «Contributo alla critica dell’economia politica», scrive che «l’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, la base concreta su cui si erge una sovrastruttura giuridica e politica»[29].
Questa metafora di Marx è stata trasformata dal marxismo dominante in una separazione tra “sfere” o “ambiti” – economici e politici –, mentre le istituzioni statali sono parte integrante dei rapporti sociali e non sono presenti solo a “livello” della “sfera politica”. Tuttavia, affermare che una casa si costruisce a partire dalle fondamenta non significa che la sua struttura portante e il tetto ne siano elementi secondari!
Meszaros ha criticato con forza questa idea di circoscrivere il ruolo dello Stato alla sfera della sovrastruttura, poiché esso costituisce il «comando politico totalizzante della struttura del capitale» ed è «indissolubilmente legato ad essa»[30]. Anche lo storico Edward Thompson aveva confutato la relegazione della legge e del sistema giuridico a un livello sovrastrutturale. Nella sua analisi della «guerra delle foreste» condotta nel XVIII secolo per proteggere la proprietà privata, egli osserva che «la legge non si limitava educatamente a un “livello”, ma si trovava a ciascuno dei livelli, anche i più sanguinosi; era intrecciata all’interno degli stessi rapporti di produzione (come i diritti di proprietà, le definizioni delle pratiche agrarie)» (corsivo nel testo)[31].
Ciò che Thompson afferma riguardo al diritto e alla magistratura vale altrettanto per la polizia, l’esercito e la burocrazia civile. Di conseguenza, non è possibile comprendere la storia del capitalismo francese se non si tiene conto del fatto che, da secoli, le istituzioni statali – principalmente l’Alta Amministrazione e l’esercito – saturano lo spazio delle relazioni sociali [32]. Come interpretare altrimenti le seguenti osservazioni di Marx sulla Francia: «Lo Stato circonda, controlla, regola, sorveglia e tiene sotto tutela la società civile, dalle sue manifestazioni più ampie fino ai suoi movimenti più minimi, dai suoi modi di esistenza più generali fino alla vita privata degli individui, dove questo corpo parassitario, grazie alla più straordinaria centralizzazione, acquisisce un’onnipresenza, un’onniscienza, una capacità di movimento e una forza motrice accresciuta, che non ha analoghi se non lo stato di dipendenza assoluta, la deformità incoerente del corpo sociale»[33]?
Engels riassumeva così l’importanza determinante della «sovrastruttura»: «Perché lottiamo dunque per la dittatura politica del proletariato [di cui Engels e Marx vedevano il prototipo nella Comune di Parigi, C.S.] se il potere politico è economicamente impotente? Anche la violenza (cioè il potere dello Stato) è una potenza economica!»[34].
La seconda ipotesi che propongo è che lo Stato sia dotato di un potere proprio che si incarna nelle istituzioni militari e civili, contrariamente all’argomentazione di Poulantzas citata in precedenza, la quale distingue tra potere dello Stato e potere degli apparati statali al fine di negare a questi ultimi un potere proprio. Tali istituzioni cercano di far “fruttare” questo potere estendendo la loro influenza sulla società[35]. Questo potere proprio delle istituzioni statali consente alla burocrazia statale, in nome dell’interesse generale, di consolidare la propria posizione e di accrescere i propri vantaggi materiali. Al suo interno, l’esercito occupa un posto d’eccezione in tutti gli Stati moderni poiché svolge la missione esistenziale di difesa dell’ordine sociale.
Fin dai suoi primi scritti, Marx formula una critica alla presa della burocrazia sulla società: «lo spirito generale [..] è il segreto, il mistero che essa custodisce al suo interno grazie alla sua organizzazione gerarchica e all’esterno come una corporazione chiusa». In questi commenti critici su Hegel, Marx rimane ancora a un livello astratto, filosofico, ma è già chiaro che per lui la burocrazia non è una «escrescenza tumorale» innestata sullo Stato, una sorta di sviamento delle funzioni collettive di un’istituzione che sarebbe per il resto benevola. Lo Stato moderno che si forma con il dominio del capitale sulla società è uno «Stato rappresentativo», che si manifesta nel trionfo della figura del «cittadino» Tuttavia, come osserva A. Artous, cittadinanza e burocrazia sono «le due facce della struttura istituzionale dello Stato moderno»[36].Abbiamo visto che, appena pochi anni dopo, Marx offre in *Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte* un’analisi più esplicitamente politica dello Stato e della sua burocrazia.
Marx sottolinea che l’esercito costituisce il fondamento di questa burocrazia statale e richiama l’attenzione sulla sua capacità di auto-espansione. «Nei regimi che precedettero Napoleone III predominavano interessi sociali specifici; sotto il Secondo Impero, sono gli interessi dell’esercito stesso a predominare» [37]. In un quadro analitico ovviamente molto diverso da quello di Marx, anche Max Weber attribuiva un ruolo centrale all’esercito nel suo modello di burocrazia razionale ed efficiente, e si preoccupava del resto delle minacce che esso fa pesare sulla democrazia [38].
Queste formulazioni di Marx sulla burocrazia e sull’esercito conferiscono allo Stato la sua vera e propria spessore istituzionale, sottolineando la capacità della burocrazia statale di rafforzare la propria presa sulla società promuovendo al contempo l’arricchimento dei capitalisti. Il 18 brumaio è giustamente considerato da Jessop come «un punto essenziale della sua visione anti-strumentalista dello Stato» [39]. S
Sarebbe tuttavia errato considerare le critiche di Marx alla burocrazia oppressiva come specifiche della Francia. All’inizio degli anni ’90, Engels osserva nella sua riedizione dei testi di Marx sulla guerra civile in Francia che la formazione di un apparato statale che si emancipa da ogni controllo è presente in tutti i paesi democratici[40]. Queste osservazioni di Engels trovano conferma in diverse lettere scritte nel corso del decennio 1890, nelle quali egli mette in guardia i lettori di Marx dalla scarsa attenzione prestata al ruolo della politica.
Tuttavia, il contributo di Engels sulla trasformazione dell’apparato statale in una potenza autonoma non si ferma qui. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, egli percepì chiaramente i meccanismi endogeni al capitalismo che favoriscono l’autocrescita dei sistemi militaro-industriali, e ciò ben prima che questi si radicassero in modo duraturo alla fine della seconda guerra mondiale. Il punto di vista formulato da Luxemburg è ancora più netto sulla formazione del militarismo capitalista come spazio politico-economico a sé stante, poiché da un lato esso «crea la forma di investimento più indispensabile e più redditizia» e dall’altro è uno strumento sanguinario di repressione contro le lotte dei lavoratori per migliorare la propria situazione (scioperi, coalizioni, ecc.) [41].
Tuttavia, dopo la seconda guerra mondiale, nonostante il radicamento delle SMI nei grandi paesi capitalisti (e nell’URSS), le piste feconde aperte da Engels e Luxemburg sulla specificità del militarismo come punto di convergenza tra economia e politica non sono state seguite. Ciò che prevalse fu un dibattito più o meno sofisticato sul contributo delle spese militari all’accumulazione del capitale[42].
Il nucleo totalitario degli SMI
Si dovette attendere la barbarie del XX secolo – quella delle guerre, del nazismo, del fascismo e dello stalinismo – perché emergesse la questione della fusione tra politica ed economia, che venne poi sollevata con forza e consacrata nel termine “totalitarismo”. Questo termine fu impiegato per la prima volta nel 1928 da Giovanni Gentile, il teorico del fascismo, mentre quello di «Stato totale» fu utilizzato già nel 1931 da Carl Schmidt, teorico del nazismo, ma ottenne il suo riconoscimento grazie ai lavori di Hanna Arendt. Secondo lei, l’evoluzione dell’imperialismo verso il totalitarismo è il risultato dell’accumulo illimitato di potere politico da parte della borghesia. Afferma, facendo riferimento a Luxemburg, ma in una prospettiva lontana da quella di quest’ultima, che «l’imperialismo deve essere considerato come il primo stadio del dominio politico della borghesia piuttosto che come l’ultimo stadio del capitalismo»[43]. Secondo Arendt, questa volontà di espansione illimitata del capitale spiega la trasformazione dello Stato in un organo totalitario.
Prima di queste analisi di Arendt, il giurista Franz Neumann, in quanto marxista vicino alla Scuola di Francoforte, aveva collegato l’economia e la politica in modo diverso da lei[44]. Egli critica le tesi del «collettivismo burocratico» che preannunciano il dominio di una classe manageriale, il che equivale, secondo lui, ad affermare che il capitalismo come rapporto di produzione non esiste più, «ma che è sostituito dall’onnipotenza politica». Per le stesse ragioni, critica le tesi di F. Pollock, un’altra figura di spicco della Scuola di Francoforte, secondo cui il profitto avrebbe perso il suo ruolo principale di orientamento dei flussi di capitale e il «capitalismo di Stato»[45] avrebbe ormai sostituito il capitalismo monopolistico così come era stato analizzato dai marxisti dell’inizio del XX secolo.
Al contrario, Neumann sottolinea l’importanza della base economica del regime nazista, che definisce come un «capitalismo monopolistico totalitario». Analizza con precisione la nuova configurazione delle classi dominanti, costituita da un insieme di quattro gruppi: «il partito, l’esercito, la burocrazia e l’industria». In modo assolutamente pionieristico, nega l’esistenza di uno Stato centralizzato che in Germania detenga il «monopolio della violenza» e afferma che queste quattro componenti «solide e centralizzate operano ciascuna in modo sovrano, poiché tutte possiedono un potere legislativo, amministrativo e giudiziario. L’unità di queste quattro componenti si basa su un accordo informale sulla politica da seguire»[46].
Wright Mills attinge diverse idee chiave da Neumann per elaborare la sua teoria “dell’élite al potere” citata in precedenza. Nella recensione dell’opera che redige nel 1942[47], osserva che essa «getta luce sul capitalismo nei paesi democratici. Se lo leggete attentamente, vi troverete i tratti inquietanti di futuri possibili vicini a voi[48].
Infine, Trotsky usa questo termine a proposito dell’Italia mussoliniana, dove «il centralismo di Stato sotto la copertura del fascismo ha assunto un carattere totalitario […] e subordina tutti gli aspetti economici, politici e culturali al capitale finanziario». In altri scritti, definisce più volte la burocrazia di Mosca come «un regime [che] aveva assunto una forma “totalitaria” molti anni prima che questo termine comparisse in Germania» [49]. Qualche anno prima, aveva persino abbozzato una prospettiva cupa per il periodo successivo alla seconda guerra mondiale. In caso di declino del proletariato dopo la guerra, si sarebbe aperta la possibilità di un’«ulteriore decomposizione del capitale monopolistico, la sua successiva fusione con lo Stato e la sostituzione della democrazia, laddove fosse ancora mantenuta, con un regime totalitario […] che avrebbe segnato il crepuscolo della civiltà» [50]. La forza dello Stato totalitario gli consentirebbe quindi, in questa congiuntura eccezionale, di «fondersi» con il capitale.
Ho ampliato notevolmente lo spettro degli autori che utilizzano i termini “totalitario” o “totalitarismo” al fine di evidenziarne gli usi diversi e in parte contraddittori. Una differenza fondamentale tra questi approcci risiede nell’esistenza o meno del concetto “camaleontico” di “totalitarismo” rilevato da E. Traverso. In realtà, sulla scia degli studi di Arendt, la discussione su questo concetto è stata sovradeterminata dall’ipotesi di una convergenza tra i regimi nazisti e stalinisti, ipotesi che è stata strumentalizzata politicamente durante la guerra fredda. È proprio per evitare tale strumentalizzazione che Ian Kershaw e Moshe Lewin hanno preferito il termine più neutro di «dittatura» nel loro confronto tra la Germania nazista e l’URSS stalinista[51].
Tuttavia, tutti gli autori che ho citato concordano nell’affermare che le società totalitarie sono caratterizzate da una fusione tra politica ed economia, accompagnata dall’uso di metodi repressivi contro l’intera società[52].
Nel 1941, anche Harold Lasswell descriveva un progetto distopico di evoluzione delle società verso uno «Stato-caserma» (Garrison State), di cui G. Orwell avrebbe fornito una rappresentazione impressionante alcuni anni dopo nel suo indimenticabile romanzo 1984. Secondo Lasswell, lo Stato-caserma preannunciava l’avvento di un mondo in cui «gli specialisti della violenza costituiscono il gruppo più potente della società».
Mentre la macchina da guerra statunitense si stava appena mettendo in moto, egli concludeva già che «non vi è alcun esempio [oltre a quello degli Stati Uniti, C.S.] di Stato militarizzato combinato con le moderne tecnologie» nella storia. Lasswell ipotizzava che «sebbene i dirigenti dello Stato-caserma avranno il controllo della regolazione del tasso di produzione, cercheranno sicuramente di impedire il pieno utilizzo delle capacità produttive moderne per scopi di consumo non militare»[53].
Tuttavia, né l’ipotesi totalitaria né quella dello Stato-caserma si sono generalizzate dopo la seconda guerra mondiale. Per diverse ragioni si è verificata una nuova era di espansione del capitalismo, sostenuta dall’onnipotenza degli Stati Uniti.
In primo luogo, il livello di distruzione delle forze produttive causato dalla guerra, ben oltre ogni immaginabile prima del suo scoppio, aveva in un certo senso spianato la strada a un nuovo ciclo di accumulazione del capitale. Questo nuovo regime si basava su notevoli aumenti di produttività grazie all’applicazione delle numerose scoperte scientifiche accumulate nel corso di decenni, alcune delle quali diedero origine a nuove tecnologie durante la guerra (elettronica/informatica, aeronautica).
In seguito, le proteste popolari in Europa, all’interno di paesi in cui gli apparati statali si stavano disgregando, scossero le fondamenta stesse del capitalismo e costrinsero gli Stati Uniti a sostenere la ricostruzione dei paesi europei. Infine, l’URSS era uscita dalla guerra meno indebolita del previsto e Stalin esigeva la sua parte del bottino, che ottenne negli accordi negoziati a Yalta. Questa congiuntura mondiale spinse i leader degli Stati Uniti a coinvolgere le classi dirigenti europee nella costruzione di un «ordine internazionale liberale» fondato su compromessi sociali che «arginasse» l’espansione dell’URSS.
l totalitarismo non ha quindi invaso le società del dopoguerra, ma ha comunque trovato un punto d’appoggio nel dinamismo del militarismo. Infatti, l’SMI statunitense è emerso dopo la seconda guerra mondiale come prodotto della nuova congiuntura internazionale e del ruolo che gli Stati Uniti intendevano occupare in essa. Ma si è anche sviluppato e poi radicato grazie all’importanza assunta dalla scienza e dalla tecnologia nel regime di accumulazione del capitale instaurato a partire dal 1945. Il complesso militare-industriale statunitense ha quindi fondato il proprio potere sui due obiettivi assegnati alla tecnologia, ovvero la supremazia militare e la competitività economica, consolidando così l’influenza politica ed economica degli Stati Uniti nel mondo.
l radicamento delle SMI negli Stati Uniti e in alcuni altri paesi, al centro del regime di accumulazione instauratosi dopo la seconda guerra mondiale, costituisce un fatto qualitativamente nuovo. Basandomi sulla constatazione comune relativa al termine «totalitario» sintetizzata in precedenza, ritengo che l’integrazione politico-economica delle SMI costituisca un’enclave «totalitaria» nelle società contemporanee, comprese quelle che si richiamano allo Stato di diritto e alla democrazia. Le SMI hanno stimolato il militarismo, che è al tempo stesso un’ideologia fondata sulla violenza e una pratica dei governi volta a soggiogare con la forza armata non solo altri paesi, ma anche la propria popolazione.
La posizione peculiare delle SMI, che si basa sull’integrazione organica tra politica ed economia, ha prodotto in tutti i paesi in cui sono presenti un modo di operare piuttosto simile, caratterizzato da opacità, onnipotenza e irresponsabilità. Affermare che la missione delle SMI sia quella di promuovere la militarizzazione non significa cedere alle tesi complottistiche.
L’alleanza tecno-liberticida del SMI e del regime trumpista
Da alcuni anni, l’intelligenza artificiale è diventata un potente motore di rinnovamento dei sistemi di gestione dell’informazione (SMI). Sotto l’effetto della concorrenza economica e delle rivalità militari, si sta affermando come la tecnologia generica di un mondo in preda a guerre sociali, di sicurezza e militari, delineando così i contorni di un ordine totalitario. È sorprendente osservare che, nonostante le loro rivalità strutturali, le strategie relative alle SMI perseguite dai governi degli Stati Uniti e della Cina, definite rispettivamente «integrazione militare-civile» e «fusione militare-civile», presentano numerose analogie dal punto di vista tecnologico[54]. Del resto, nella ricerca quantistica, uno dei settori scientifici più promettenti per i progressi dell’IA generativa, gli Stati Uniti e la Cina sono i paesi in cui la collaborazione scientifica è più intensa[55].
Le forze endogene che rafforzano le tendenze totalitarie delle SMI non sono isolate dalle trasformazioni del loro contesto. Anzi, è proprio il contrario. Le SMI si evolvono in sintonia con le pulsazioni della congiuntura mondiale. Così, nella nuova congiuntura storica che si è delineata alla fine degli anni 2000 – che io chiamo «il momento 2008»[56] – caratterizzata da una concorrenza economica che si intreccia con le rivalità militari e da un’insostenibilità ecologica sempre più evidente –, gli SMI agiscono come una forza di attrazione dell’IA, sovradeterminandone il percorso evolutivo verso impieghi di natura militare e di sicurezza, il che ne accresce il potenziale liberticida.
Negli Stati Uniti, l’ordine sociale proposto dai gruppi del settore digitale si fonda su un’ideologia tecno-liberticida (o totalitaria) che viene sintetizzata in questo modo da P. Thiel, figura chiave del sistema trumpiano e fondatore di PayPal e Palantir: «Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili»[57]. Oppure dal fondatore di Anduril, che afferma: «Le società hanno sempre avuto bisogno di una classe di guerrieri entusiasti e desiderosi di ricorrere alla violenza contro gli altri per imporre nobili obiettivi» [58].
Questa ideologia, definita «fascismo della fine dei tempi»[59], facilita la convergenza tra le pulsioni totalitarie del SMI statunitense e l’evoluzione autoritaria del regime politico degli Stati Uniti. D. Trump, facendo eco all’ideologia tecno-liberticida, riassume la sua filosofia politica con questa frase attribuita a Napoleone Bonaparte: «Chi salva la patria non viola la legge» [60].
Sarebbe infantile attribuire l’evoluzione politica degli Stati Uniti ai tratti psicologici di D. Trump senza tenere conto dei profondi sconvolgimenti che spiegano come un personaggio del genere abbia potuto emergere. La radicalizzazione della sua politica, anche rispetto al suo primo mandato, dimostra che non è più possibile per gli Stati Uniti preservare il proprio dominio mondiale continuando a fondarlo sull’«ordine internazionale liberale», sul «rispetto dello Stato di diritto» o ancora sul proprio ruolo di «egemone benevolo» che esercitano dal 1945, secondo la letteratura dominante di economia politica internazionale. In realtà, gli Stati Uniti non possono più accontentarsi di proseguire le politiche condotte dalla fine degli anni 2000 da Obama, Trump 1 (2016-2020) e Biden se vogliono contrastare l’ascesa economica e geopolitica della Cina. Devono «cambiare marcia», per usare una metafora ciclistica.
Nel quadro di questa lotta contro l’ascesa cinese, percepita come una minaccia esistenziale dalle élite economiche e politiche, Donald Trump, eletto nel 2024, presenta tutte le caratteristiche di un candidato alla Bonaparte, grazie alle decine di decreti basati sullo stato di emergenza (emergency powers) che ha già emanato, all’uso dei social network per diffondere «verità alternative» e alla repressione condotta contro i «nemici interni» che occorre «tenere sotto controllo prima che sfuggano a ogni controllo» (migranti, «antifa», ecc.)[61].
Sul fronte del militarismo esterno, a completare il quadro del Bonaparte della Casa Bianca, si segnalano il suo sostegno alla guerra genocida condotta da Israele (portata avanti dal suo piano neocoloniale per Gaza, approvato all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza), il bombardamento dell’Iran, le minacce di cambio di regime in America centrale e l’annuncio di un’appropriazione da parte degli Stati Uniti delle risorse detenute da alcuni paesi.
Nel suo percorso verso il bonapartismo, Trump ha stretto un’alleanza quasi personale con i grandi gruppi del settore digitale. Questa alleanza, che presenta tratti di nepotismo e prevaricazione, perpetua una lunga tradizione statunitense di collusione tra Stato e imprese, inaugurata all’inizio del XX secolo dai “baroni ladri”. Tuttavia, al di là di queste forme discutibili di funzionamento politico, l’ascesa dei colossi del digitale all’interno dell’apparato statale federale deriva da due fattori strutturali – economico e militare – intimamente legati. Innanzitutto, questi colossi sono il motore indispensabile della crescita economica degli Stati Uniti, alla quale contribuiscono in misura compresa tra il 35% e il 45%[62].
Inoltre, rappresentano una figura dominante del capitale finanziario contemporaneo, la cui fisionomia è piuttosto diversa da quella descritta da Hilferding all’inizio del XX secolo[63]. I sette grandi gruppi del settore digitale (Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta, Nvidia e Tesla), denominati i «7 magnifici»[64], rappresentavano nel maggio 2025 il 34,1% della capitalizzazione di mercato di Wall Street[65]. Essi sviluppano una vasta gamma di attività finanziarie: credito, gestione di attività finanziarie, servizi relativi alle criptovalute, senza peraltro essere soggetti alle normative prudenziali[66]. L’alleanza tra il governo e i gruppi del settore digitale è diventata talmente stretta che un ministro dell’amministrazione Trump ha dichiarato (dopo che lo Stato federale era diventato il primo azionista di Intel nel settembre 2025) che gli Stati Uniti sono ormai un «capitalismo di Stato»[67].
È tuttavia impossibile spiegare questa alleanza solo con la motivazione del ripristino della competitività industriale degli Stati Uniti. Eppure, una parte significativa della letteratura critica limita la propria analisi delle trasformazioni del capitalismo a questa sola dimensione economica[68]. Così, Alami e Dixon teorizzano il nuovo periodo storico con il termine di «ibrido capitale-Stato». Secondo loro, questo concetto permette «di mettere in discussione l’espansione globale dello Stato nell’economia mondiale nel suo ruolo di impulso, supervisione e proprietà del capitale» [69]. Si tratta di una visione molto ristretta delle mutazioni del capitalismo post-2008, poiché limitare lo Stato a queste tre funzioni – del resto evidenziate da tempo dall’economia politica eterodossa – equivale a ignorare il baricentro militarista del cosiddetto «ritorno dello Stato».
In realtà, la militarizzazione del regime politico costituisce l’altra ragione fondamentale dell’alleanza tra Trump e i gruppi del settore digitale. Come già accennato, questi ultimi padroneggiano tecnologie che li rendono attori chiave del complesso militare-industriale statunitense (CMI) e, per questo motivo, sono indispensabili per il successo della politica estera e interna del Paese. A livello internazionale, la corsa all’innovazione tecnologica mantiene la supremazia militare del Paese, rafforzata da un bilancio il cui importo supera il totale cumulativo dei bilanci militari cinesi e russi, anche se calcolato in una valuta che tiene conto delle parità di potere d’acquisto tra i vari Paesi[70].
Sul territorio statunitense, le tecnologie di sorveglianza e repressione basate sull’intelligenza artificiale stanno dimostrando la loro efficacia nella lotta contro i nemici interni. Il bilancio dell’agenzia federale incaricata dell’arresto, della detenzione e dell’espulsione dei migranti (l’Immigration and Customs Enforcement, ICE) ammontava a 29 miliardi di dollari nel 2025, il triplo della somma stanziata nel 2024. A ciò va aggiunto il bilancio dell’agenzia per la protezione delle frontiere (la Customs and Border Protection, CBP), che nel 2025 ha ricevuto all’incirca la stessa somma[71]. Le aziende specializzate nell’IA, comprese quelle israeliane, sono le principali beneficiarie di questi aumenti del bilancio della CBP, che perfezionano il sistema definito «sorveglianza-detenzione-espulsione »[72].
Contrariamente a quanto spesso si sostiene, non vi è quindi alcun declino del ruolo dello «Stato», né negli Stati Uniti né negli altri paesi occidentali. Dietro la lotta contro lo «Stato profondo» (Deep State) che figura nel programma di Trump [73], si cela l’obiettivo di svuotare lo Stato delle sue funzioni sociali e di polarizzarlo sulle sue funzioni repressive[74].
Queste non si limitano alla sfera politico-giuridica, ma penetrano nel cuore dell’economia statunitense e fungono da giustificazione per programmi militari e di sicurezza da oltre mille miliardi di dollari che alimentano il portafoglio ordini dei grandi gruppi del settore digitale, aeronautico e spaziale.
Marx scrive fin dalle prime righe del 18 Brumaio che «anziché che la società stessa si sia data un nuovo contenuto, è lo Stato che sembra solo essere tornato alla sua forma primitiva, al semplice dominio insolente della spada e del pennacchio». La spada è oggi digitalizzata e programmata dall’IA. Sostituiamo il pennacchio con l’ideologia razzista e nativista dei dirigenti dei gruppi del settore digitale per comprendere i processi in atto. In sintesi, il consolidamento totalitario dell’SMI statunitense operato dall’IA è strettamente legato all’inasprimento del regime politico trumpista.
In un articolo pubblicato di recente sul sito di Contretemps[75], Cédric Durand descrive i rapporti tra Trump e i gruppi del settore digitale in modo molto diverso da quello che propongo in questo articolo. Egli scrive:
«Meno Stato, più Big Tech. O meglio, una disgregazione dell’autonomia della politica sotto il dominio del capitale digitale: questa è quindi la prima caratteristica del tecno-feudalesimo che si sta affermando negli Stati Uniti».
La “dislocazione della politica” indica senza dubbio, per Cédric Durand, l’indebolimento dei contrappesi (checks and balances) del Congresso, la messa sotto tutela dell’apparato giudiziario e tutta una serie di altre misure che accelerano il “declino democratico” (democratic backsliding), ampiamente analizzato negli ultimi mesi dai ricercatori statunitensi. Tuttavia, questa evoluzione non riflette affatto una «dislocazione del potere politico», ma rivela al contrario la sua potente concentrazione nelle mani del Presidente, un tratto caratteristico del bonapartismo. Tale concentrazione dei poteri è oggi giustificata negli Stati Uniti in nome di una teoria del «potere esecutivo unitario» (unitary executive power), le cui radici sono peraltro antiche nella storia politico-giuridica del Paese[76].
Cédric Durand aggiunge che il nuovo trumpismo è «l’opposto di un assolutismo, poiché non mira a realizzare l’unificazione politica delle classi dominanti nello Stato federale [77]. Mi interrogo sulla portata di questa affermazione, poiché in questa fase non esiste un’opposizione politica organizzata dal grande capitale contro Trump. Essa potrebbe manifestarsi se – come è probabile – la guerra commerciale da lui avviata non dovesse dare i risultati sperati.
Più in profondità, l’esistenza di un regime alla ricerca dell’assolutismo politico e l’esistenza di dissensi all’interno delle classi dominanti non sono in contraddizione. Come osservava F. Neumann, anche nel regime nazista, forma di assolutismo estremo, «la classe dirigente nella Germania nazionalsocialista è ben lungi dall’essere omogenea. Esistono tanti interessi quanti sono i gruppi»[78].
Allo stesso modo, nella fase iniziale del fascismo, anche i finanziatori di Mussolini erano divisi tra grandi industriali e grandi proprietari terrieri, i cui «interessi erano in diretto conflitto su questioni quali le imposte, i dazi doganali e le politiche fiscali»[79]. L’assolutismo politico può quindi prosperare senza che vi sia necessariamente una visione politica condivisa dalle classi dominanti, se non sulle misure da adottare contro gli sfruttati.
Infine, l’articolo di Cédric Durand è intitolato: «Il tecnofeudalismo è un Leviatano da quattro soldi» [80]. L’assenza di qualsiasi riferimento al contenuto militare e di sicurezza dell’alleanza tra Trump e i gruppi del settore digitale spiega una tale sottovalutazione della potenza devastante insita in tale alleanza[81].
Per i motivi citati in questo articolo, la mia ipotesi è invece che l’ingresso massiccio dei gruppi del settore digitale all’interno dello SMI statunitense rafforzi notevolmente la sua base totalitaria. Il boom dell’IA accelera il ravvicinamento tra la concorrenza economica e l’uso della forza militare. Il controllo delle catene di produzione globali dell’IA e delle piattaforme, che comprendono software, metalli rari, processori grafici (GPU) ecc., è al centro delle rivalità imperiali. Queste sono esacerbate dal violento antagonismo che oppone i percorsi di sviluppo dell’IA alla salvaguardia dei sistemi ecologici.
Infatti, se l’IA incarna la tecnologia di un mondo in guerra, è in particolare perché la trilogia energia-acqua-elementi rari da cui dipende per funzionare conduce l’umanità su un percorso ecologicamente insostenibile che preannuncia quindi scontri tra le grandi potenze[82]. A livello interno agli Stati Uniti, i gruppi del settore digitale forniscono gli strumenti tecnologici utilizzati dall’esercito, dalla Guardia Nazionale e dai servizi di intelligence per rafforzare il regime bonapartista in vigore.
Questo articolo ha avanzato l’ipotesi che gli SMI, istituzioni sui generis costituite dopo la seconda guerra mondiale, costituiscano il nucleo totalitario delle società contemporanee. I recenti sviluppi degli SMI non sono solo un riflesso della marcia delle grandi potenze verso regimi autoritari, ma ne sono anche un potente stimolo.
In questo contesto, l’ascesa al potere di Trump non è il frutto di un’avventura individuale, contrariamente alla narrazione proposta dai media dominanti. Il percorso bonapartista che egli intraprende deriva dalla necessità di cambiare radicalmente la politica degli Stati Uniti al fine di arginare l’ascesa economica e geopolitica della Cina. Trump ha costruito un’ampia base elettorale (il «MAGA», ovvero «Make America Great Again») per rendere possibile questo progetto egemonico. Tuttavia, i successi del programma trumpista si basano in modo determinante sulle tecnologie militari e di sicurezza sviluppate dai gruppi del settore digitale.
Il ruolo che gli Stati Uniti rivestono nelle relazioni internazionali permette a D. Trump di proporsi come portavoce dei regimi autoritari, di mobilitare l’estrema destra latinoamericana, ma anche di auspicare un rafforzamento della «crescente influenza dei partiti patriottici europei»[83] contro il declino della «civiltà occidentale», che secondo lui è sommersa dall’immigrazione. L’ordine internazionale delineato da Trump sin dalla sua elezione promette un futuro roseo alle tendenze totalitarie dei complessi militaro-industriali.
Note
1.Serfati Claude, « Mes chers compatriotes, méfiez-vous du complexe militaro-industriel ! » dans Petitjean Olivier et Du Roy Ivan (2025) , Multinationales – Une histoire du monde contemporain, La Découverte.
[2] Adams, Gordon (1981) The Politics of Defense Contracting: The Iron Triangle (Council on Economic Priorities)
[3] Selon les théories des systèmes, le tout (le système) représente plus que la somme de ses parties, il possède une cohésion qui lui permet de se reproduire et il est finalisé par un objectif. Enfin les systèmes sont généralement ouverts sur leur environnement voir von Bertalanffy Ludwig, (1950 )“An Outline of General System Theory “, The British Journal for the Philosophy of Science, Volume I, Issue 2, 1 August. Les systèmes militaro-industriels possèdent ces propriétés.
[4] Wood Meiksins Ellen, (1995) , Democracy against Capitalism, Cambridge University Press, p.50.
[5] https://wikirouge.net/texts/en/Letter_to_Friedrich_Engels,_July_7,_1866
[6] Roman Rosdolsky (1977, première édition en Allemand 1968), The Marking of Marx’s « Capital », Pluto Press, Londres.
[7] Traverso Enzo (2001), Totalitarisme. Le vingtième siècle en débat, Points, Paris, p.317
[8] Serfati Claude, « L’intelligence artificielle, technologie d’un monde en guerres », AOC, 26 septembre 2025.
[9] François Denord, qui a réalisé une nouvelle traduction d’Elite power a substitué au titre français initial L’Elite du pouvoir celui de L’élite au pouvoir, voir « Pourquoi rééditer L’Élite au pouvoir ? », file:///C:/Users/Claudes/Downloads/classiques.pdf
[10] Mills W.C. (1959, première edition 1956), The power elite, Oxford University Press.
[11] id..4.
[12] ib..278.
[13]ib., p.215.
[14] ib. p276
[15] Melman S., Pentagon Capitalism : the political economy of war,New York, McGraw-Hill, 197, p.2.
[16] Id., p.266.
[17] Moskos Charles C. , “The Concept of the Military-Industrial Complex: Radical Critique or Liberal Bogey?”, Social Problems, 1974, Vol. 21, No. 4, avril.
[18] Selon William Hartung et Dillon Fisher, en 2023, plus de 80% des généraux et amiraux quatre étoiles des forces Etatsuniennes étaient membres, conseillers, consultants ou lobbystes d’entreprises de l’armement, 5 octobre 2023, https://responsiblestatecraft.org/pentagon-revolving-door/
[19] Domhoff, G. William (2006, 5°ed) , Who rules America: power and politics, McGraw Hill, New York.
[20] Jessop, B. (1985). Nicos Poulantzas: Marxist Theory and Political Strategy. London: Macmillan.
[21] Poulantzas (1972) , Pouvoir politique et classes sociales, François Maspéro, tome 2, p.155
[22] Poulantzas Nikos « Le problème de l’État capitaliste » (1970) , reproduit dans Contretemps, 22 septembre 2015, https://www.contretemps.eu/le-probleme-de-letat-capitaliste/
[23] Poulantzas N. (2013) , L’État, le pouvoir, le socialisme, Editions Amsterdam, Paris, p.141,
[24] Le caractère partiel de cette définition de l’Etat fut relevé par Jean-Marie Vincent dans sa recension de l’ouvrage Classes sociales dans le capitalisme aujourd’hui. « L’état, se contente-t-il [Poulantzas, C.S.] de nous dire, est une condensation des rapports sociaux, ce qui ne comporte aucune indication claire sur le comment et le pourquoi de cette condensation ». Critiques de l’économie politique, janvier-mars 1975, n° 19, http://jeanmarievincent.free.fr/spip.php?article28
[25] Poulantzas Nikos « Le problème de l’État capitaliste », op. cité.
[26] Baran P.A. et Sweezy A. (1966), Monopoly Capital: An Essay on the American Economic and Social Order, Monnthly Review Press, p.153.
[27] Forgacs David (ed.) (2000) , The Antonio Gramsci reader: selected writings, 1916-1935, NYU Press, p.210.
[28] Marx Karl (1859), Contribution à la critique de l’économie politique, Editions sociales (version numérique) , p.19, https://classiques.uqam.ca/classiques/Marx_karl/contribution_critique_eco_pol/contribution_critique.html
[29] Critique de l’économie politique (1859), https://www.marxists.org/francais/marx/works/1859/01/km18590100b.htm, p.61 et 60.
[30] István Mészáros (2010), Beyond Capital: Toward a Theory of Transition, NYU Press, Monthly Review Press.
[31]Thompson E.P. (1975), Whigs and Hunters, The Origins of the Black Act,p.261. Le Waltham Black Act, voté en 1723, fut un moment majeur dans la défense de la grande propriété foncière contre les braconniers qui se grimaient le visage en noir, p.96.
[32] J’aborde cette question de la ‘saturation’ par l’Etat des rapports sociaux en France dans L’Etat radicalisé. La France à l’heure de la mondialisation armée, (2022) , La fabrique.
[33] Marx K., Le 18 Brumaire, op. cité.
[34] Engels F., lettre à Conrad Schmidt, 27 octobre 1890, https://www.marxists.org/francais/engels/works/1890/10/fe18901027.pdf
[35] Block Fed, “The Ruling Class Does Not Rule. Notes on the Marxist Theory of the State”, Socialist Revolution, mai-juin 1977.
[36] Antoine Artous, « Marxisme. Nature et forme de l’Etat capitaliste », 29 juillet 2015, https://alencontre.org/marxisme/marxisme-nature-et-forme-de-letat-capitaliste.html
[37] “The Rule of the Pretorians”, New York Daily Tribune, 12 mars 1858, https://wikirouge.net/texts/en/The_Rule_of_the_Pretorians
[38] , Cochrane Glynn (2018) , Max Weber’s Vision for Bureaucracy. A Casualty Of World War I, Palgrave Macmillan
[39] https://bobjessop.wordpress.com/2014/01/12/marx-and-engels-on-the-state/https://bobjessop.wordpress.com/2014/01/12/marx-and-engels-on-the-state/
[40]Engels F., « Introduction à la guerre civile en France », https://www.marxists.org/francais/engels/works/1891/03/fe18910318.htm
[41] Luxemburg Rosa (1899), “Rosa Luxemburg, “The Militia and Militarism” https://www.marxists.org/archive/luxemburg/1899/02/26.htm
[42] Je pense ici à la contribution de Kidron qui a ouvert un large débat sur les relations entre les dépenses militaires et l’accumulation, du capital, aux échanges prolongés et aiguisés entre E. Mandel et P. Mattick, etc. Alex Callinicos a proposé une présentation des travaux de Kidron pour le public français, https://www.contretemps.eu/economie-armement-permanente-economie-politique-kidron/,
[43] Arendt Hannah (195 ) , The Origins of Totalariansim, Meridian Books, Cleveland, p. 138I
[44] Neumann Franz, Behemoth: The Structure and Practice of National Socialism 1933–1944,, New York, Oxford University Press.
[45] Pollock Frederick, “Is National Socialism a New Order?”, Studies in Philosophy and Social Science 9:440 1941,p.450.
[46]Neumann Franz, op. cité, p.6-7, 214, et 382.
[47] Cité dans Mabee B. The international politics of truth: C. Wright Mills and the sociology of the international. Review of International Studies. 2022;48(4)
[48] Mills, “Locating the Enemy: The Nazi Behemoth Dissected.” (Review of Franz Neumann’s Behemoth: The Structure and Practice of National Socialism.) Vol. 4, Partizan Review (SeptemberOctober, 1942), cité dans Horowitz, Irving Louis [ed.]. 1972. Power, Politics and People: The Collected Essays of C. Wright Mills. London: Oxford University Press. p.177
[49] Trotsky Léon (1936), The Revolution Betrayed: What is the Soviet Union and Where Is It Going? , chapitre 5, https://www.marxists.org/archive/trotsky/1936/revbet/
[50] « L’U.R.S.S dans la guerre », 1937, également https://www.marxists.org/francais/trotsky/livres/defmarx/dma3.htm . Fred Block considère que cette , dans une perspective assez proche, cons
[51] Cité dans Baehr Peter et Richter Melvin (2004), Dictatorship in History and Theory bonapartism, caesarism, and totalitarianism, Cambridge University Press, p.4-5.
[52] A l’approche de la seconde guerre mondiale, l’usage du terme totalitaire devint plus fréquent. En 1938, la philosophe Simone Weil, protestant contre l’arrestation du dirigeant nationaliste algérien Messali Hadj par le gouvernement du front populaire écrivait que son seul crime étaient de revendiquer « l’extension des libertés démocratiques aux indigènes, la suppression du Code de l’indigénat, cet ensemble de contraintes à côté de quoi les régimes totalitaires apparaissent, par comparaison, presque libéraux », Simone Weil, Écrits historiques et politiques. 2. Deuxième partie : Politique, p.107, https://cras31.info/IMG/pdf/simone_weil_-_ecrits_2_–_politiques.pdf
[53] Lasswell Harold D., “The Garrison State”,American Journal of Sociology, 1941, 46,4, p.455, 457 et 465.
[54] Elsa B Kania, “In Military-civil fusion, China is learning lessons from the United States and starting to innovate,” The Strategy Bridge, August 27, 2019, https:// thestrategybridge.org/the-bridge/2019/8/27/in-military-civil-fusion-china-is-learning-lessons-from-the-united-states-and-starting-to-innovate
[55] Edward Parker, Daniel Gonzales, Ajay K. Kochhar, Sydney Litterer, Kathryn O’Connor, Jon Schmid, Keller Scholl, Richard Silberglitt, Joan Chang, Christopher A. Eusebi, and Scott W. Harold, An Assessment of the U.S. and Chinese Industrial Bases in Quantum Technology, RAND Corporation, RR-A869-1, 2022, https://www.rand.org/pubs/research_reports/RRA869-1.html.
[56] Serfati Claude, Un monde…, op. cité.
[57] Thiel Peter, “The Education of A Libertarian”, Cato Unbound, 13 avril 2009, https://www.cato-unbound.org/2009/04/13/peter-thiel/education-libertarian/.
[58] Cité dans Thomas Fazi, « Welcome to America’s techno-military future », Unherd, 21 janvier 2025, https://unherd.com/2025/01/welcome-to-americas-techno-military-future/
[59] Noémie Klein etAstra Taylor, « The rise of endtimes fascism”, The Guardian, 13 avril 2025.
[60] https://www.theguardian.com/us-news/2025/feb/16/trump-napoleon-judges-government-firings
[61] Discours de D. Trump aux officiers, New York Post, 30 septembre 2025, https://nypost.com/2025/09/30/us-news/trump-threatens-foes-and-enemy-from-within-while-demanding-nobel-peace-prize-in-speech-to-generals/
[62] Michael Cimbalest, “Eye on the markert, J.P. Morgan, septemnhttps://assets.jpmprivatebank.com/content/dam/jpm-pb-aem/global/en/documents/eotm/fair-shakes.pdf
[63] Hilferding Rudolf (1910), Le capital financier, Les Editions de Minuit, Paris.
[64] « The Magnificent 7 », par évocation apologétique au célèbre film éponyme, connu en Français sous le titre « Les sept mercenaires ».
[65] Lyle Daly, “The Magnificent Seven’s Market Cap Vs. the S&P 500”, 15 mai, https://www.fool.com/research/magnificent-seven-sp-500/
[66] Collot Samuel, Machover Alexis, Rocher Emmanuel « Le développement des big techs dans le secteur financier: quels risques, quelles réponses réglementaires ? », Autorité de contrôle prudentiel et de résolution (ACPR) et l’Autorité des marchés financiers (AMF),, octobre 2024, file:///C:/Users/Claudes/Downloads/Le%20d%C3%A9veloppement%20des%20big%20techs%20dans%20le%20secteur%20financier%20_%20quels%20risques_%20quelles%20r%C3%A9ponses%20r%C3%A9glementaires%20_.pdf
[67] Greg Ip, “The U.S. Marches Toward State Capitalism With American Characteristics”, Wall Street Journal, 11 août 2025.
[68] Robert Boyer, dans l’article « IA : les promesses de paradis pourraient tourner au cauchemar », alternatives économiques, 9 octobre 2025t souligne que l’’IA est une source majeure d’inégalité entre capital et travail et il s’inquiète qu’ « A l’extrême, on peut imaginer une mise à l’écart de ce qui définit l’humain », mais il ne mentionne pas l’imbrication étroite de l’IA et du militaire.
[69] Alami Ilias et Dixon Adam,” Uneven and combined state capitalism”, Environment and Planning A: Economy and Space, 2021,55,1 n.p., https://journals.sagepub.com/doi/epub/10.1177/0308518X211037688.
[70] Respectivement en 2024, 997, 554 et 411 milliards de dollars, https://militaryppp.com/2025/05/12/real-military-spending-2024-military-ppp/
[71]Margy O’Herron, « Big Budget Act Creates a “Deportation-Industrial Complex”, 13 août 2025, https://www.brennancenter.org/our-work/analysis-opinion/big-budget-act-creates-deportation-industrial-complex
[72] Jai Dulani, “How Trump’s Budget Bill Sells Out The Future to Big Tech”, 3 juillet 2025, https://www.techpolicy.press/how-trumps-budget-bill-sells-out-the-future-to-big-tech/
[73] ACLU (American Civil Liberties Union) , “Project 2025, Explained”, https://www.aclu.org/project-2025-explained
[74] Nancy Frazer résume ainsi cette contradiction dans « L’impossible démocratie de marché », Le Monde diplomatique, décembre 2024 : « D’un côté, il [L’Etat] vit aux crochets des pouvoirs publics, profitant des régimes juridiques, des forces répressives, des infrastructures et des organismes de régulation. De l’autre, l’appât du gain pousse régulièrement certains segments de la classe capitaliste à se rebeller contre l’État »..
[75] Cédric Durand, « Le technoféodalisme « est un Léviathan de pacotille », Contretemps, 3 février 2025, https://www.contretemps.eu/techno-feodalisme-leviathan-trump-musk/
[76] Adam Littlestone-Luria, “Executive Absolutism on Trial”, 17 août 2020, https://www.justsecurity.org/71887/executive-absolutism-on-trial/
[77] Cédric Durand, « Le technoféodalisme… » , op. cité.
[78] Neumann Franz, op.cité, p.223.
[79] Adamson Walter L., “Gramsci’s Interpretation of Fascism”, Journal of the History of Ideas, 41, 4,1980,p.625.
[80] Je laisse de côté le concept de ‘technoféodalisme’ dans cette discussion. Pour un débat sur cepoint, voir l’article de Cédric Durand, « Où le numérique nous emmène-t-il ? Réponse à Evgeny Morozov, 4 octobre 2025, https://www.contretemps.eu/capitalisme-numerique-technofeodalisme-durand-morozov/ ainsi que l’article de Jean-Marie Harribey, « Capitalisme productif et/ou capitalisme rentier? », 3 décembre 2025, https://alencontre.org/economie/capitalisme-productif-et-ou-capitalisme-rentier.html
[81] Evgeny Morozov note que « la dimension géopolitique est à peine visible dans la perspective techno-féodale » Morozov Evgeny, « Critique de la raison techno-féodale », Variations, 2023, 26, p.21.
[82] Sur les relations entre les guerres et les catastrophes écologiques, voir Alexis Cukier, « Guerre impérialiste, militarisme environnemental et stratégie écosocialiste à l’heure du capitalisme des catastrophes », Contretemps, https://www.contretemps.eu/militarisme-environnemental-ecosocialisme/
[83] The White House, “ National Security Strategy of the United States of America”, Novembre 2025, https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2025/12/2025-National-Security-Strategy.pdf