Spagna: il movimento per il diritto alla casa incendia l’autunno

Pubblichiamo il comunicato di Anticapitalistas sul movimento per la casa e a seguire le considerazioni di Brais Fernández.

La scintilla ha dato fuoco alla prateria: organizziamo un autunno rovente

Comunicato di Anticapitalistas (28/9/2026)

Mercoledì 23 settembre, la polizia ha sfrattato Maricarmen a Madrid. Maricarmen è una donna di 87 anni a cui un fondo speculativo ha aumentato progressivamente l’affitto, finché non ha deciso di destinare l’appartamento a nuove attività commerciali. In questo senso, non si tratta di un caso così eccezionale: nello Stato spagnolo si verificano migliaia di sfratti all’anno. Il movimento per il diritto alla casa lotta ogni giorno contro questi sfratti, spesso di fronte al silenzio dei media, che distolgono lo sguardo da un dramma presente nella quotidianità dei quartieri operai.

Tuttavia, questo caso è stata la scintilla che ha dato fuoco alla prateria. Le immagini estremamente crudeli mettono in luce una realtà incontestabile. L’alloggio è la principale preoccupazione della popolazione lavoratrice. Negli ultimi anni gli affitti sono aumentati in modo esponenziale, il turismo sfrenato ha invaso quartieri e città in tutto il territorio spagnolo, il potere d’acquisto della gente è diminuito a causa dell’aumento dei prezzi: un’intera generazione si vede privata dell’accesso all’alloggio e, durante otto anni di governi progressisti, il problema non ha fatto altro che aggravarsi.

La mobilitazione non si è limitata a Madrid: un movimento di solidarietà e di protesta ha attraversato molte città, da Granada a Valladolid. La manifestazione di sabato a Madrid, indetta dal Sindacato delle Inquiline, che si è conclusa con un accampamento in Plaza de Sol, ha rappresentato un salto di qualità nel conflitto. Non si tratta più di un problema settoriale o particolare: l’alloggio è diventato il grande fallimento del progressismo, mettendo in evidenza che gli otto anni di governo, prima tra PSOE e Podemos e ora tra PSOE e SUMAR, non sono stati in grado di affrontare i problemi strutturali di cui soffre la popolazione lavoratrice.

In questo senso, la mobilitazione per il diritto alla casa esprime un nuovo fattore sociale, che può svilupparsi fino a diventare determinante. Da un lato, il clima politico è cambiato: di fronte a una destra all’offensiva contro i migranti sulla scia della crisi di Ceuta, il movimento per il diritto alla casa è in grado di mettere sul tavolo un’altra agenda. Ha inoltre messo in difficoltà un progressismo che sa solo vivere ricattando la base di sinistra con la paura della destra, mentre mantiene intatte le politiche che consentono il profitto capitalista a spese della classe lavoratrice. Non sembra che il governo possa ignorare questo problema: le esperienze fallimentari di «vittorie storiche» come la legge sugli alloggi fungono da meccanismo preventivo contro nuovi tentativi di facciata.

Ma il fatto che il clima sia cambiato non significa che sia cambiato anche il rapporto di forze. La destra continua ad essere ancora più potente del campo popolare; il progressismo cercherà di neutralizzare il problema, attraverso una combinazione di ricatti e tentativi di «riforme passive», ovvero briciole per frenare la mobilitazione. Tuttavia, questa offensiva è condizionata dal profondo discredito dei partiti che sono stati al governo in questi anni. Né Sumar né Podemos hanno presenza e influenza nel movimento per il diritto alla casa, nonostante i tentativi dei loro esponenti di riposizionarsi: senza reti militanti e una volta screditata la loro strategia governativa, il blocco progressista ha serie difficoltà a utilizzare questi partiti come tramite nella dialettica negoziale con cui cercano di limitare il movimento sociale.

La sfida del movimento popolare è evitare la trappola parlamentare e mettere al centro l’azione politica indipendente delle masse. Il programma del Sindacato delle Inquiline, con il cosiddetto decreto Maricarmen e altre misure fondamentali come l’espropriazione delle abitazioni di proprietà dei fondi speculativi e delle banche per creare un parco immobiliare pubblico, l’immediata riduzione del 50% degli affitti e la limitazione dell’affitto al 20% dello stipendio, costituisce un buon programma per unificare il movimento e dotarlo di un orizzonte da imporre attraverso la forza sociale e politica.

Ciò richiede un salto di qualità a livello organizzativo e tattico, affinché il movimento si doti di una strategia che gli consenta di rafforzarsi nel lungo periodo. È necessario mettere sul tavolo prospettive come lo sciopero generale, che impediscano al movimento di arenarsi in una fase senza riuscire a passare a un’altra. Lo sciopero generale richiede la costruzione di un’ampia politica di alleanze, con una propria prospettiva antagonista: non può essere uno sciopero delle minoranze sindacali, deve coinvolgere tutti i settori possibili del mondo sindacale, ma combinarsi con repertori più ampi, come abbiamo visto negli scioperi dell’8 marzo. Una prospettiva di questo tipo consentirebbe di includere altre rivendicazioni della nostra classe, come quelle salariali di alcuni settori dell’industria o il potente movimento educativo che si sta sviluppando in diverse comunità autonome. Se prendiamo sul serio questa prospettiva, dobbiamo lottare costantemente per ampliare la nostra base sociale, mobilitando dal basso ed esercitando pressioni su tutti i settori sindacali e sociali in questa direzione.

Si apre un nuovo scenario. C’è un settore sociale che si sta radicalizzando verso sinistra e che, pur non essendo ancora neanche lontanamente una maggioranza sociale, è disposto a lottare contro questo sistema e contro l’estrema destra senza rinunciare a nulla e senza delegare al progressismo. Le forze politiche e tutti i settori militanti che puntano alla trasformazione anticapitalista della società devono impegnarsi a fondo per rafforzare e sviluppare questo slancio, ampliandolo e trasformandolo in un movimento di massa e popolare. Questo è il miglior antidoto contro il disincanto e l’apatia e ci consentirà di ottenere conquiste che ci permettano di passare all’offensiva.


Nuovo clima, nuova congiuntura. Appunti tattici a partire dal movimento per il diritto alla casa

di Brais Fernández (da Zona de Estrategia)

Dopo lo sfratto di Maricarmen, la lotta per il diritto alla casa si è trasformata in un movimento politico che sta mettendo in crisi il governo progressista. Ora dobbiamo estendere il conflitto oltre gli accampamenti, fare della demercificazione dell’alloggio un asse attorno al quale raggruppare altre rivendicazioni e porre lo sciopero generale come obiettivo a breve termine.

Il movimento per il diritto alla casa ha fatto un balzo in avanti esponenziale a seguito dello sfratto di Maricarmen, passando dall’essere una struttura formata da diversi sindacati con capacità militante e di mobilitazione diseguali a porsi al centro di un nuovo movimento di carattere politico. Ciò solleva alcuni problemi di definizione e di analisi della congiuntura, nonché questioni relative alla tattica e alla strategia. Suddivideremo questo articolo in base a queste due parti. La brevità del testo e la condizionalità delle ipotesi avanzate sono giustificate dalla rapidità e dalla mutevolezza della congiuntura.

Congiuntura e movimento

Come esponevamo all’inizio, ci troviamo di fronte a un movimento di carattere politico. Ciò si riflette sia nella forma che nella sostanza. Pur essendo guidato in larga misura dal Sindacato delle Inquiline, il conflitto non si basa su uno sciopero delle inquiline, ovvero non ha come fulcro il «luogo della riproduzione», ma ha compiuto il salto nella sfera pubblica, puntando direttamente al Governo dello Stato. Questo fatto riflette alcuni limiti nel radicamento strutturale delle organizzazioni per il diritto alla casa e, al contempo, l’urgenza del problema, e impone una concezione concreta dei processi. Di fronte all’idea semigradualista di accumulare forze per poi lottare, la realtà è che si impone la massima del Faust di Goethe: «All’inizio era l’azione». È attraverso la lotta, attraverso il salto, che si aprono nuove possibilità di organizzazione di massa. Naturalmente, ciò non significa sottovalutare l’organizzazione precedente: il buon lavoro di organizzazioni come il Sindacato delle Inquiline e altri settori del movimento per il diritto alla casa permette al movimento di affrontare questa sfida con una struttura e una capacità estremamente utili per rafforzarsi e guidare la lotta di massa. Ma la lotta di massa non è un mero riflesso dell’organizzazione sindacale preesistente; comporta un salto e un adattamento a una nuova circostanza, che richiede nuove tattiche e strategie.

Il movimento per il diritto alla casa riesce così a concentrare (temporaneamente) tutte le contraddizioni accumulate sul piano sociale (la contraddizione tra la crescita economica e i profondi problemi di accessibilità economica della classe lavoratrice) e politico (le contraddizioni tra le promesse e la retorica da un lato e la realtà della politica progressista dall’altro). Ciò determina il carattere della crisi. Una base sociale simile a quella del vecchio 15M si mette in moto di fronte ai problemi strutturali irrisolti, mettendo in crisi il progressismo al potere. Fino a qui, l’analogia è corretta.

Ma il contesto nel suo insieme non lo è. La storia non è una ripetizione circolare che ritorna nella sua forma precedente, anche se riprendiamo sempre le tradizioni e i problemi del passato per riformularli. Il rapporto di forze non è la stessa cosa del clima politico. Sebbene il clima politico sia temporaneamente favorevole, con una destra colta alla sprovvista, il rapporto di forze internazionale continua a essere segnato dall’ascesa della reazione e dell’estrema destra, a differenza di quanto accadde nel 15M, che si inseriva nello spirito offensivo delle rivoluzioni arabe.

Piuttosto, nonostante tutte le sue differenze, questo movimento affonda le sue radici nella necessità di decine di migliaia di persone e di una nuova generazione politica globale – dai movimenti per la Palestina alle lotte e all’emergere di una nuova sinistra in Francia, negli Stati Uniti o in Germania – di combattere con le proprie armi contro questo clima soffocante imposto dalla reazione e dal capitale. La particolarità di questo movimento per il diritto alla casa è che si oppone al governo «più progressista» della storia, mettendo così in crisi, soprattutto, i partiti di sinistra legati alla gestione governativa degli ultimi otto anni. Sebbene questo movimento non alteri ancora e in modo automatico il rapporto di forze, esso comporta comunque l’emergere di un nuovo settore politico-sociale, prima oscurato dall’orgia di propaganda progressista, che combina i talk show di RTVE e il costante ricatto della paura del fascismo.

Tattica e strategia

Il movimento sta ancora prendendo forma in modo disomogeneo, influenzato dalla composizione politica di ciascun territorio o nazione di quella variegata formazione sociale che è lo Stato spagnolo. Madrid ne è l’epicentro, ma stanno sorgendo accampamenti in diverse città. In alcuni territori, in cui la densità del movimento «spontaneo» è minore poiché esistono altre forze molto strutturate (soprattutto sindacali, come in Galizia e nei Paesi Baschi), è possibile che il movimento assuma forme proprie e particolari. Ma al di là di ciò, si tratta di cercare di far crescere il movimento, considerando l’accampamento come una fase della lotta, non come un fine a sé stesso.

Questo dibattito riveste una certa importanza. L’accampamento può essere un’enorme leva per raggruppare e organizzare il salto nella lotta di classe, ma è un momento di concentrazione di forze che, al di là della sua capacità di condensare la politica per un istante, non riflette ancora la strutturazione di un ampio movimento in espansione nei quartieri e nei luoghi di lavoro. È vero che potrebbe sfociare in una comune, ma non di Madrid: sarebbe piuttosto la comune di Sol, che incasellerebbe il movimento negli stretti limiti delle sue pratiche autoreferenziali, cosa che, francamente, preferiamo non immaginare.

Ma il movimento non può nemmeno limitarsi a essere una sorta di «petizione cittadina» al Parlamento. Il suo ruolo non è quello di avallare i decreti di un governo di gestione capitalista in nome di una logica del male minore. In un contesto di ascesa della lotta, ciò potrebbe comportare una chiusura del conflitto, non una conquista parziale. Al contrario, si tratta di costruire un’iniziativa propria che esplori la dialettica tra forza sociale e conflitto antagonistico e che apra brecce nella configurazione dello Stato. Noi comunisti non ci opponiamo alle riforme: lottiamo attivamente per esse, nella misura in cui rafforzano la nostra classe nella lotta per l’obiettivo del superamento del capitalismo. Lo Stato moderno, inoltre, non è un semplice guardiano notturno: costruisce la propria egemonia riflettendo i rapporti di forza, così come la classe lavoratrice si rafforza ottenendo nuove cristallizzazioni delle proprie lotte (e non attraverso le sconfitte che la disgregano, come pensano i catastrofisti), in una tensione tra la riforma passiva e la conquista della propria autonomia.

Ma ciò ha una chiara ripercussione. I dibattiti giuridico-politici sulla composizione parlamentare o sui limiti legali hanno la loro importanza tattica, ma sono secondari dal punto di vista strategico. Il programma e l’orizzonte di un movimento non possono limitarsi a ciò che la costituzione giuridica del capitale, sempre temporanea, stabilisce in un determinato momento. Il programma deve essere legato agli obiettivi immediati della classe lavoratrice. Misure come la riduzione immediata degli affitti, l’espropriazione senza indennizzo dei fondi speculativi e delle banche per creare un parco immobiliare pubblico, sotto controllo sociale e democratico, o l’ancoraggio del tetto massimo dell’affitto al 20% del salario vanno in questa direzione. Gli slogan devono ampliare il possibile: devono riprendere l’arte leninista di fissare un compito, un modo per avanzare nella guerra di posizione. L’idea che la rendita sia un rapporto illegittimo e che si debba lottare per demercificare l’alloggio conferisce un orizzonte ideologico alle rivendicazioni, collegandole a un proprio progetto di società. Non bisogna aver paura di esigere dalla classe dirigente; ciò che non si deve mai fare è chiederle qualcosa. Tornando al Faust di Goethe: «In principio era la forza».

In questo senso, la lotta per l’alloggio può svolgere temporaneamente un ruolo simile a quello della rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore per il movimento operaio. Il vecchio movimento operaio non aspettava che si formasse una maggioranza parlamentare che applicasse il suo programma: cercava di dotarsi della forza per imporlo. Era questa dialettica a raggiungere un punto di equilibrio tra la vocazione di ottenere conquiste concrete qui e ora e quella di forgiare un movimento con un orizzonte trasformativo: solo in questa dialettica, che ha due facce indissolubili, si può forgiare una forza.

Ma per farlo dobbiamo dotarci di una nuova capacità tattica. È qui che emerge lo sciopero generale come orizzonte. È ovvio che nemmeno lo sciopero generale in sé possa essere un fine, ma sì un orizzonte intermedio che comporti un nuovo balzo in avanti nella lotta, nel conflitto e nell’accumulo di forze, dotando l’insieme della classe di una prospettiva specifica che eviti la dispersione e metta al centro l’azione politica di massa.

Uno sciopero generale in questo contesto dovrebbe partire da diverse premesse. La prima è che non può essere uno sciopero di minoranze, indetto esclusivamente dai sindacati combattivi, i quali, ovviamente, possono e devono svolgere un ruolo chiave nell’intera questione. È necessario coinvolgere almeno un settore della classe operaia organizzata sotto l’ala delle grandi burocrazie sindacali, anche se ogni realtà ha le sue peculiarità. Se qualche comunista nutre delle riserve al riguardo, prima di andare in tilt, gli consigliamo di leggere i testi dell’Internazionale Comunista e di studiare la sua pratica durante il III e il IV Congresso dell’Internazionale Comunista. Tuttavia, questo non si otterrà né con appelli astratti né con negoziazioni dall’alto. È necessaria una pressione enorme e costante dal basso. Dobbiamo cercare un modello adeguato. Ad esempio, gli scioperi femministi indetti dalle assemblee dell’8 marzo possono servire da punto di partenza. Un modello di sciopero generale che combini la mobilitazione dei settori più avanzati sul posto di lavoro con un’ampia mobilitazione politica, concentrando in una sola giornata diversi repertori di azione.

Il Sindacato delle Inquiline e il movimento per il diritto alla casa possono promuovere assemblee per lo sciopero generale e, in molti luoghi, unirsi ad altri settori, come ad esempio il potente e organizzato movimento educativo, che in realtà è più strutturato di quello per il diritto alla casa, sebbene abbia meno centralità. La chiave affinché il movimento si sviluppi è essere in grado di espandere e rafforzare il movimento tra la classe lavoratrice con una tattica coerente e indipendente. Lo sciopero generale, quindi, implica una tendenza all’unità nell’azione, attorno a specifici vettori organizzativi. La scelta virtuosa, in questo caso, sarà quella di utilizzare la questione abitativa, diventata il punto centrale di una crisi politica, come elemento aggregante delle rivendicazioni senza che ciò si trasformi in un miscuglio che, anziché unire, finisca per disperdere.

Né possiamo avere una concezione gradualista dell’organizzazione dello sciopero. Questa situazione non si protrarrà per mesi, a meno che non ci dotiamo degli strumenti per un rapido avanzamento. Un ripiegamento in questo momento comporterà la perdita di una centralità contingente. Lo sciopero non può essere pianificato con mesi di anticipo. Anche se può sembrare controintuitivo, stiamo parlando di settimane. Questo movimento non avanza sulla base di una struttura già consolidata: piuttosto, va strutturato attraverso l’azione e la congiuntura. Qualsiasi evento, in un clima così instabile, può cambiare l’agenda se il movimento non è in grado di intensificare la lotta. Per questo c’è una certa urgenza: non possiamo fermarci. Dobbiamo fare un passo avanti per trasformare il salto in forza. Non c’è modo migliore per affrancarci dal progressismo, lottare per l’egemonia al di là della retorica e affrontare concretamente la destra radicale che approfondire, estendere ed elevare il livello della lotta. Trasformare in realtà lo sciopero generale, che è tornato nelle strade come slogan, è una buona via per affrontare queste sfide.