Ogni giorno i mezzi di informazione ci mostrano immagini di raffinerie e impianti energetici bombardati, colossali torri di fuoco e fumo nero in cui bruciano quantità incalcolabili di combustibili fossili. I commenti a queste notizie sono sempre uguali e riguardano solo le ricadute sui nostri portafogli: l’aumento dei prezzi dei carburanti, il rischio di crisi energetica, i provvedimenti per calmierare il costo della benzina ecc. Silenzio o quasi, invece, sul disastro ambientale e climatico causato da ogni singolo bombardamento di questa guerra diffusa che va dall’Ucraina al Medio oriente.
Colpita e affondata
Le azioni offensive ai danni di raffinerie, per impedire la trasformazione del greggio, o contro petroliere, gasdotti, oleodotti, cisterne di gas e petrolio, sono entrate nel repertorio delle tattiche militari durante la prima guerra del Golfo, nel 1990-1991. Negli scenari bellici degli ultimi anni, in particolare nel conflitto tra Russia e Ucraina e nella guerra di Usa e Israele all’Iran iniziata nel febbraio 2026, sono diventati strategia sistematica, con attacchi sempre più frequenti.
La recente escalation del conflitto nello stretto di Hormuz, tra offensive e ritorsioni, ha comportato imponenti attacchi alle navi. Tra il 5 e l’8 settembre, gli Stati uniti, come rappresaglia contro il bombardamento di una portaerei, hanno bombardato prima tre, poi cinque petroliere irachene, andate in fiamme e in alcuni casi affondate. L’Iran ha dichiarato di avere risposto colpendo dieci navi, mentre il 9 settembre, in acque irachene, un drone ha colpito la New Andros, petroliera battente bandiera panamense che trasportava 2 milioni di barili di olio combustibile.
Il Pentagono, per provare la potenza delle sue offensive, ha divulgato le immagini delle esplosioni, con il fumo, le fiamme degli incendi, le macchie nere che alludono allo sversamento di petrolio in mare. Non si sa esattamente quanto materiale trasporti ogni nave presente in quell’area, ma nel complesso si è stimata una capacità complessiva di 1,76 milioni di metri cubi. Carichi che in caso di attacchi possono andare in fumo o fuoriuscire in mare, vere e proprie bombe ambientali. Già da mesi grandi chiazze di petrolio intaccano gli ecosistemi marini, gli habitat e le riserve naturali nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Le immagini della catastrofe marina e atmosferica sono esibite e inequivocabili, ma la stampa nazionale e internazionale commenta le conseguenze degli attacchi alle petroliere parlando solo del prezzo del greggio. Tra omissioni di dati e notizie, l’attenzione è rivolta all’andamento dei mercati e agli equilibri geopolitici. L’informazione e la politica mettono in secondo piano, o trascurano del tutto il costo umano, ambientale e climatico di una guerra che, dopo soli 14 giorni dai primi bombardamenti israeliani e americani a raffinerie e depositi di carburante, oltre a migliaia di morti, aveva già prodotto 5.000 tonnellate di emissioni di gas serra, una quantità che Greenpeace ha equiparato al bilancio globale di carbonio di 84 paesi.
Raffineria più, raffineria meno
Nell’estate del 2026 il conflitto tra Russia e Ucraina è entrato nella fase di escalation più serrata. Le forze ucraine hanno continuato a colpire raffinerie e depositi di petrolio russe, una strategia volta a privare la Russia delle risorse necessarie a proseguire la guerra.
La Reuters ha raccolto e pubblicato un impressionante elenco – già datato e da aggiornare – di tutti gli attacchi a raffinerie e infrastrutture energetiche compiuti da Kyiv tra l’1 giugno al 28 agosto 2026. Il 16 giugno, colpita e incendiata la raffineria di Gazprim Neft a Mosca, a 15 chilometri dal Cremlino. Il 6 luglio, incendiata la raffineria di Omsk. Il 12 luglio le raffinerie di Syran sul fiume Volga, già colpite il 18 aprile. A seguire, le raffinerie di Ryzan, Sartov, Vogograd, Yaroslav, Isky, Zapsibneftekhim, Orsk, Ust-Luga, Ufa, Taneco, Perm, Afipsky, Novoshakhtinsk, Norsi… In un susseguirsi di attacchi portati a segno da droni, che hanno mandato in fumo un’inimmaginabile quantità di petrolio, per una quantità di emissioni di CO2 che nessuno ha calcolato, seppure approssimativamente.
Il 12 settembre, Mosca ha sferrato un attacco con 450 droni contro l’Ucraina che ha risposto bombardando le raffinerie russe del Tartastan.
Due giorni dopo, Donald Trump in persona annuncia una sorta di tregua: «L’Ucraina ha accettato di non colpire obiettivi energetici russi. La Russia ha accettato di fare lo stesso!», scrive sul suo Truth Social. Ma è una mossa estemporanea, non concordata col governo di Kyiv, che cade dalle nuvole e va avanti come prima. È infatti del 20 settembre il peggior attacco con droni su Mosca, durante il quale è colpita e incendiata la raffineria AO Gazpromneft-MNPZ.
Guerra aperta all’ambiente da ambo le parti
Fin dall’inizio della guerra l’Ucraina ha utilizzato i droni per attaccare impianti petroliferi e del gas, mirando a porti, serbatoi e oleodotti dislocati sul territorio russo. I bersagli erano soprattutto infrastrutture di trasporto. Dal 2024 l’esercito ucraino attacca in modo sistematico le raffinerie, con un salto di qualità tra agosto e dicembre del 2025, e un’ulteriore intensificazione nel 2026.
La Russia, per parte sua, ha attaccato depositi e impianti di carburante come parte della strategia di aggressione all’Ucraina, con offensive missilistiche che da subito hanno colpito duramente la popolazione civile, privata di corrente elettrica e del riscaldamento nei mesi invernali. Anche le raffinerie ucraine, la più importante quella di Kremenchuk, sono state bersagliate da attacchi ripetuti. I danni ambientali in territorio ucraino sono ingentissimi, con problemi di inquinamento delle falde acquifere e dei terreni, dispersione di residui tossici, incendi, milioni di ettari di foreste andate perdute e distruzione del suolo. Solo tra i civili, nel febbraio 2026 l’Onu riportava la cifra di 15.172 morti. Il mandato di arresto a Putin emesso dalla Corte internazionale di giustizia rispecchia le gravi condotte criminali, che hanno trovato il loro apice nelle deportazioni di bambini.
Quella ucraina è via via diventata una strategia di indebolimento del sistema energetico russo che, con la dotazione dei droni FP-1 ad ampio raggio, ha potuto prendere di mira le raffinerie nemiche in tutto il territorio. La Russia, tra i primi produttori planetari di greggio, è stata sensibilmente colpita nella sua capacità di trasformare il petrolio in carburante. Le immagini delle auto in coda ai distributori di benzina provano l’efficacia degli attacchi ucraini nel causare una crisi di distribuzione e di approvvigionamento dei carburanti, crisi finora impensabile per la superpotenza russa.
Guerra nell’estate più calda di sempre
Durante l’estate appena trascorsa, il flusso di notizie dei bombardamenti ai siti petroliferi scorreva in sequenze frammentarie prima o dopo le notizie sulle temperature più alte mai registrate in Europa, che già da maggio hanno reso le città invivibili. Agosto è stato il mese più caldo mai registrato dall’inizio delle rilevazioni, con una temperatura media superiore di 1,5 gradi all’epoca preindustriale, il limite che per l’Accordo di Parigi del 2015 non andava oltrepassato.
Gli effetti del surriscaldamento globale, tutti preannunciati, si sono manifestati per tutta l’estate. L’Ispra documenta che gli incendi boschivi soprattutto in Francia, in Spagna, in Italia, nella seconda metà di luglio si sono intensificati, mandando in fumo 225 chilometri quadrati al giorno, pari alla superficie del Comune di Parigi. Solo in Italia, da gennaio a fine luglio 2026 si sono registrati 1.070 casi, con la distruzione di 741 chilometri quadrati di boschi.
Sulle Alpi, lo zero termico tra i 4.800 e i 5.000 metri, e il caldo che si è protratto anche a settembre hanno accelerato la fusione e il ritiro dei grandi ghiacciai, con cadute di massi, frane, fenomeni di instabilità delle montagne e dei fiumi, devastati dalla siccità e da un apporto dello scioglimento delle nevi sempre più insufficiente. Le secche prolungate e il calo dei livelli dei fiumi sono oggetto di studi che documentano il disastro per pesci e anfibi in ecosistemi dove il malessere dei corsi d’acqua colpisce la catena alimentare di uccelli e mammiferi terrestri, devastando la biodiversità e alterando equilibri complessi. L’alternanza tra piene, esondazioni e siccità, nella dinamica di eventi estremi che caratterizza il cambiamento climatico, produce effetti ancora da comprendere pienamente sugli ecosistemi fluviali e su esseri complicati quali sono i fiumi.
In Francia la siccità ha portato a limitazioni e interruzioni dell’erogazione dell’acqua in 92 distretti. In luglio, la siccità e le temperature troppo alte delle acque hanno fatto spegnere ogni giorno 23 reattori nucleari su 57, riducendo la produzione di energia elettrica al 45%. Il calo del livello del Danubio ha fatto spegnere la centrale nucleare rumena di Cernavoda per tutto agosto e ridotto il funzionamento di quella ungherese di Packs. In Austria la centrale idroelettrica di Greifenstein ha calato drasticamente la fornitura di energia per la portata del Danubio ridotta a 700 metri cubi al secondo, rispetto ai 2.000 della norma.
In tutta Europa la carenza d’acqua e l’alternanza di eventi estremi, tra siccità e grandinate, ha provocato gravi danni all’agricoltura, e dall’agricoltura viene quello che mangiamo.
Una serie concatenata di «eventi estremi» si sono imposti all’attenzione, ma come cronaca, come fatti separati gli uni dagli altri, emergenze, calamità, disastri «naturali», come i terremoti e gli tsunami. Elenchi di fatti rapidamente dimenticati, presentati senza riflessioni che andassero oltre il dato emergenziale, con una tenace, reiterata, accecante scissione cognitiva tra cause ed effetti.
Chi parla di cambiamento climatico e della necessità di cambiare strada non lo fa in termini di mitigazione, non lo fa citando le energie fossili e le falle di un sistema che se non cambia ci porterà al collasso, lo fa usando solo i termini resilienza e adattamento, come se la situazione in cui siamo fosse grave, ma stabile, qui siamo e qui resteremo.
Questa sconnessione porta a osservare le colonne di fumo generate da raffinerie e siti energetici in fiamme a causa dei bombardamenti, senza vedere ciascuna di queste azioni come un devastante disastro climatico, con effetti sull’atmosfera che nessuno nomina. Come ha scritto Francesco Strazzari sul manifesto, i bombardamenti di petroliere, raffinerie, oleodotti e riserve di gas, ricorrenti in tutte le guerre in corso, fanno parte di una strategia che accomuna gli attori in gioco. Si contano ancora i chilometri quadrati conquistati o perduti, ma l’obiettivo principale è la distruzione delle riserve e delle reti energetiche dei nemici, divenuta prioritaria rispetto al controllo dei territori.
La grande cecità
C’è da chiedersi da dove venga l’incapacità di riconoscere il disastro ambientale e climatico evidente nelle colonne di fumo di bombardamenti inferti con la deliberata intenzione di incendiare quanto più combustibile fossile possibile.
In primo luogo, mancano dati e stime sulle emissioni prodotte da ogni singolo bombardamento. Non ci si aspetta certo che siano gli eserciti a calcolarle, ma bisogna reclamare che questi dati vengano misurati e diffusi e che faccia notizia l’effetto di ogni bombardamento sull’atmosfera, sulle acque e sul suolo. Un gruppo di scienziati cinesi, utilizzando informazioni ricavate da satelliti, ha rilevato la quantità di gas tossico prodotta dal bombardamento israeliano agli impianti petroliferi di Teheran del 7 marzo 2026. L’inferno scatenato da quelle esplosioni, che rappresentano una piccola parte delle offensive, secondo i loro calcoli ha causato l’emissione di 29.800 tonnellate di anidride solforosa, tra le sostanze della pioggia nera che ha investito la capitale iraniana.
Mancano informazioni e dati sull’impatto climatico degli apparati militari e delle guerre. Per essere prodotti richiederebbero osservazioni articolate e di lungo periodo su tutto il ciclo bellico, dalla fabbricazione di armi alla preparazione, dalle esercitazioni al conflitto dispiegato, per arrivare alla ricostruzione, che talvolta, come previsto per Gaza, rappresenta la fase di maggiore emissione di gas serra.
Questi dati non ci sono. Gli eserciti, con grandi pressioni esercitate soprattutto dal Pentagono, dal 2015 dichiarano alle Nazioni unite i propri livelli di emissioni solo su base volontaria. I dati a disposizione sono perciò molto parziali. Esistono però ricerche scientifiche e stime, anche dettagliate e impressionanti, come uno studio uscito nell’agosto 2026 che documenta la CO2 emessa dal sistema militare statunitense tra il 1975 e il 2024, con cifre dell’ordine di decine di migliaia di tonnellate. In Ucraina, un collettivo di scienziati prova a monitorare le emissioni di CO2 dall’inizio del conflitto, tenendo conto di entrambi gli schieramenti. A giugno 2026 le loro ricerche indicavano la dispersione in atmosfera di 311 milioni di tonnellate di gas serra. Una stima più volte citata, discussa dagli scienziati, indica che le emissioni militari potrebbero rappresentare il 5,5% delle emissioni globali di gas serra.
Per aprire gli occhi e cambiare prospettiva bisogna studiare le guerre per l’impatto che hanno nel tempo sui territori, per gli stravolgimenti e i veleni che lasciano nel suolo e nelle acque, nell’immediato e nel lungo periodo. Lo ha fatto Stefania Divertito, nel libro appena uscito Guerra e clima, un lavoro che offre uno sguardo e punti di riferimento per trovare una via d’uscita dal bellicismo.
L’incapacità di vedere il fumo di una raffineria in fiamme come catastrofe ambientale deriva anche dalla normalizzazione di certe pratiche belliche, un tempo stigmatizzate come inaccettabili perché criminali e non ammesse dal diritto internazionale, come la distruzione di infrastrutture energetiche civili. Lasciare gli abitanti di una regione senza energia elettrica e senza la possibilità di rifornirsi di benzina significa infliggere una sofferenza ai civili. È perciò un crimine di guerra, ma è sempre meno indicato e condannato come tale negli scenari bellici del 21° secolo, come ha sottolineato il New York Times.
In un quadro di ostilità al concetto universale di diritti umani, rimane aperta e non conclusa la campagna per l’inserimento nel trattato di Roma del quinto reato internazionale, il reato di ecocidio, promosso da Polly Higgins con i giuristi della Stop Ecocide Foundation.
La difficoltà a parlare della guerra come catastrofe ambientale e climatica, dipende poi dalla difficoltà presente nella letteratura, nell’arte, nell’informazione a raccontare la crisi ecologica e ambientale in sé. Questa grande cecità, di cui magistralmente ha parlato lo scrittore indiano Amitav Ghosh, viene da lontano. È il modo di raccontare la natura e il non umano come sfondo di paesaggi pacificati, che nasce insieme al romanzo e alla società industriale. Il pensiero e i racconti non vanno oltre l’ordinario, il quotidiano, il mondo della vita individuale. Così si rimuove la potenza di fiumi che esondano o si prosciugano, o di montagne imponenti che collassano. Le narrazioni si concentrano, con pretese di «concretezza» e «realismo» sulla vita di tutti i giorni e su ciò che presuntamente più interessa alla «gente»: il prezzo della benzina.
A rendere ciechi è la logica bellicista, che porta a schierarsi con un esercito o con l’altro, senza vedere le conseguenze globali della guerra. C’è chi arriva a legittimare in punta di diritto gli attacchi ucraini alle infrastrutture petrolifere russe in quanto risposte mirate, fatte per sottrarre al nemico gli strumenti per combattere, e dunque per prevenire bombardamenti che invece infliggono sofferenza alla popolazione.
Seguendo questa logica, si potrebbe concludere che le guerre odierne, combattute a forza di incendi di combustibili fossili ed esplosioni di siti petroliferi, siano in fondo più evolute, più rispettose dei diritti umani perché risparmiano l’odiosa conta dei morti sotto le macerie.
I morti però si contano a migliaia, e non solo sotto i colpi diretti delle offensive, ma anche indirettamente, nelle aree climaticamente più esposte al surriscaldamento globale, che le guerre continuano ad aggravare.
Occhio per occhio
In condizioni di guerra diffusa come quella in cui ci troviamo, con 78 paesi coinvolti in conflitti al di fuori dei propri confini in varie aree del mondo, l’impatto delle offensive in termini di inquinamento e gas serra dipende da attori sempre più fuori controllo, senza limiti, in un contesto internazionale deregolamentato.
In particolare, il conflitto tra Russia e Ucraina ha imboccato il vicolo cieco di una sfida che entrambi gli attori vogliono concludere con la sconfitta militare del nemico, circondati dal tifo dei paesi sostenitori. Ogni parte colpisce con ogni mezzo l’avversario per costringerlo alla resa.
L’Ucraina continua gli attacchi con droni alle raffinerie per colpire la capacità russa di trasformare il greggio in benzina e diesel. La Russia risponde con violenza e brutalità come già accaduto, in una spirale di botte e risposte senza via d’uscita. Quante raffinerie e gasdotti dovranno ancora saltare in aria perché l’Ucraina possa piegare economicamente la Russia, visto che questa è la strategia per arrivare alla vittoria?
Nelle condizioni di crisi climatica in cui ci troviamo, c’è da chiedersi se la strada per uscire da un conflitto scatenato da uno stato canaglia governato da un autocrate come Putin sia davvero dare sempre più armi al suo avversario Zelensky, che per vincere, come gli altri signori della guerra, non si fa scrupolo di far saltare in aria una raffineria al giorno. C’è da chiedersi se davvero sia questa la strada per ripristinare la giustizia, proteggere il popolo ucraino e l’Europa.
Disarmo è pace
«Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo», con queste parole papa Francesco, il giorno prima di morire, ha lanciato un monito e un’eredità pacifista che il suo successore Leone XIV porta avanti con determinazione. In questa fase storica la Chiesa sembra l’unico attore rimasto nel contesto internazionale a contrastare la guerra e a battersi per la pace con gli strumenti della diplomazia, per motivi umanitari e morali. La diplomazia vaticana cerca di intervenire «dove la politica ha fallito» per salvare vite umane, mettendo in relazione la guerra con la crisi umanitaria globale, le migrazioni e la devastazione climatica e ambientale.
È ora di ricongiungere i fili e di stabilire il nesso diretto, violentissimo e devastante che c’è tra le guerre, e in particolare queste guerre per il controllo dei flussi di petrolio, e il cambiamento climatico, le migrazioni, la sofferenza.
È ora di aprire gli occhi, gridando al crimine contro l’ambiente e l’umanità a ogni offensiva di qualunque esercito – americano, israeliano, iraniano, russo, ucraino – contro una raffineria, una petroliera, un deposito di gas, una cisterna di carburante. Un crimine che esaspera la crisi climatica già gravissima e fuori controllo di cui già paghiamo le conseguenze e che potrà solo peggiorare, se i suoi responsabili non saranno fermati. Le guerre in corso aumentano il potere di élite violente e genocide, che perseguono consapevolmente il disastro pensando di trarne vantaggio, perfino con intenti ideologici apertamente distruttivi, come avviene negli ambienti dei miliardari americani che Naomi Klein definisce fascisti dell’apocalisse.
Guardare e parlare del fumo di una raffineria colpita da un drone per l’effetto che fa all’atmosfera, alle acque e al suolo, alle persone e alla vita tutta invece che per le ricadute che avrà sulle code ai distributori di benzina o sul prezzo dei carburanti, o nello scacchiere internazionale, è il primo passo perché un movimento globale possa farsene carico ripristinando un senso di appartenenza a valori di giustizia, di uguaglianza e di cura.
*Claudia Finetti, dottoressa di ricerca in storia contemporanea, è un’insegnante di scuola primaria a Bologna e un’attivista nelle lotte ambientali, in difesa dei diritti umani in Palestina e della scuola pubblica.