La logica conseguenza del vertice Nato di Ankara
Guerra, aumento delle spese militari, autoritarismo (da Istanbul, Gippò Mukendi Ngandu)
Finisce il vertice Nato di Ankara e ricominciano i bombardamenti Usa in Iran. Essi non sono la diretta conseguenza del vertice, tuttavia sono il corollario di quel processo di mondializzazione armata e di militarizzazione di cui la Nato è uno delle principali protagoniste insieme alla CSTO a trazione russa. La situazione è da questo punto di vista molto preoccupante.
Crescita dell’industria bellica
Nonostante le frizioni della vigilia, infatti, è emersa da parte degli gli alleati la necessità comune di accrescere l’industria militare come deterrente nei confronti della Russia e di un paventato ritorno al terrorismo, la cui natura, tuttavia, non è descritta. Si tratta evidentemente di una gentile concessione al segretario di Stato Usa Marco Rubio che è tra i principali promotori del summit contro “il terrorismo rosso” che si terrà a Washington il 16 luglio.
La dichiarazione finale è scarna, ma lapidaria, nonché preoccupante. Intanto assume l’aumento di oltre 139 miliardi di dollari negli investimenti per la difesa da parte degli alleati europei e del Canada. Vi è, inoltre, l’annuncio di nuovi programmi di acquisizioni militari per oltre 50 miliardi di dollari, accompagnati dall’impegno ad accrescere la capacità produttiva dell’industria bellica e ad accelerare l’innovazione tecnologica. L’obiettivo dichiarato è quello “di continuare a lavorare per eliminare le barriere commerciali nel settore della difesa tra gli Alleati e a sfruttare i partenariati della Nato per massimizzare la capacità industriale nel settore della difesa e della cooperazione.
Infine, il punto 3 ribadisce l’importanza della costruzione di una “Europa più forte in una Nato più forte” con gli alleati europei ed il Canada chiamati ad assumere maggiore responsabilità in collaborazione con gli Stati Uniti. In tal senso è sostenuto “l’incrollabile sostegno all’Ucraina” a fornire assistenza e addestramento per 70 miliardi di euro, con l’obiettivo di mantenere livelli analoghi anche nel 2027.
Non si tratta di un semplice programma deterrente, né tantomeno di un programma “di pace”. La Nato radicalizza e accentua gli antagonismi militari in corso proprio mentre i governi alleati, un tempo sostenitori del libero commercio come strumento per ampliare relazioni armoniose tra le nazioni, temono la nuova fase in cui la concorrenza diventa sempre più aspra e feroce.
Se, dunque, permangono forti tensioni tra gli alleati la direzione di marcia è condivisa e portata avanti in maniera indefessa dal suo segretario generale Rutte.
Le tensioni all’interno dell’alleanza
Le principali tensioni tra Stati Uniti e paesi europei, in realtà, riguardano soprattutto il controllo del processo di militarizzazione e la direzione degli investimenti militari. La dichiarazione accoglie uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti, ossia la volontà di indirizzare gli investimenti nella “integrazione delle capacità nucleari, convenzionali, missilistiche, spaziali e cyber”, nell’investire nella produzione di droni, nell’Intelligenza Artificiale e nella capacità di intelligence.
Ciò contrasta con uno degli obiettivi della Germania che aveva investito ben 335 miliardi nella riconversione dell’industria civile e soprattutto automobilistica in industria bellica terrestre, ossia nella produzione in particolare di carri armati. Il progetto di Merz non è riuscito, tuttavia, a frenare la crisi ed ora la Germania si è accordata con l’industria bellica israeliana Rafael per rafforzare il riarmo antiaereo con un finanziamento di oltre 3 miliardi di euro e si è accordata con gli Usa per l’acquisto di missili Tomahawk a raggio intermedio come elemento deterrente nei confronti della Russia proprio ai margini del vertice di Ankara.
Non è un caso che nella guerra commerciale con l’Europa gli Stati Uniti puntino soprattutto ad un programma di investimenti fondato sull’IA e la produzione di droni, settore in cui i paesi europei sono ancora molto poco competitivi, cercando di tenere il controllo economico anche riguardo lo sforzo bellico.
D’altro canto, già ben prima di Trump, gli Usa avevano, come sostiene Claude Serfati nel suo ultimo libro, Un monde en guerre, come obiettivo la costruzione di una Nato economica, rafforzando “i legami all’interno del blocco transatlantico gerarchizzato…la costruzione di uno spazio geoeconomico e militare dominato dagli Usa, di cui la zona euro-atlantica costituisce il cuore”, ma che include alcuni paesi come Israele, il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia e la Nuova Zelanda.
La natura delle tensioni con il governo Meloni.
In questo senso va letta la frizione con il governo Meloni, che non è assolutamente dovuta ad un improvviso afflato “pacifista” del governo reazionario o ad un particolare dissenso nei confronti della politica estera trumpiana. In realtà, per il Presidente degli Usa gli investimenti nella difesa italiana appaiono ancora insufficienti, ossia gli italiani comprano ancora poche armi statunitensi. In particolare, pesa ancora il mancato accordo con Space X di Elon Musk per la connettività satellitare. Per questo l’Italia appare agli occhi di Trump come un semplice beneficiario nell’ordine internazionale garantito dagli Usa più un reale contributore. In realtà, la polemica sulle basi costituisce una semplice foglia di fico. L’Italia partecipa delle missioni Nato, ospita le basi militari strategiche per gli Usa, per cui nei fatti rimane uno dei pilastri logistici statunitensi nel Mediterraneo e il governo non vuole mettere in discussione tutto ciò.
La Meloni probabilmente pensava che il sodalizio ideologico con il presidente Usa, lo rendesse a più miti consigli anche di fronte al sussistere di interessi nazionali divergenti. In realtà, i nazionalisti possono anche allearsi tra loro, ma di fronte alla concorrenza tendono a privilegiare il proprio interesse nazionale e a far valere sul camp con le buone o con le cattive i rapporti di forza.
Per tutti i governi si pone, comunque, il problema di chi pagherà il processo di militarizzazione in corso. È, infatti, evidentemente chiaro che coloro che saranno principalmente colpiti saranno i settori popolari e la classe lavoratrice. Da questo punto di vista dovrebbe essere chiaro alle principali organizzazioni sindacali che opporsi alla militarizzazione in corso significa opporsi alla volontà di demolire le conquiste sociali e civile imposte dalla mobilitazione del movimento operaio.
La consacrazione di Erdogan
Su Il Manifesto Murat Cinar ha sottolineato giustamente che Erdogan ha costruito un’operazione politica volta a “trasformare il ruolo strategico della Turchia nell’Alleanza Atlantica in una nuova fonte di legittimazione internazionale, mentre all’interno del paese di approfondiscono la crisi economica, l’erosione dello Stato di diritto e la repressione dell’opposizione”.
Trump, d’altro canto, ma dimostrato di coltivare una profonda simpatia nei confronti del Presidente della Turchia, di cui apprezza tra l’altro il rigore nella repressione nei confronti delle forze “socialiste”, di sinistra di classe e rivoluzionaria, da classificare assolutamente come “terroristiche”. Trump ha così assicurato alla Turchia la vendita di aerei F-35, nonostante le proteste del suo fido amico Netanyahu, il che accrescerebbe la potenza regionale del paese, che è tra l’altro diventato l’undicesimo esponente mondiale di grandi sistemi di difesa.
Il modello repressivo di Erdogan, d’altro canto, non piace solo a Trump, sollecita l’attenzione di molti governi liberali, ma di sicuro l’ammirazione di un po’ tutti i governi reazionari, così come il nostro che con i decreti sicurezza dimostra di non essere secondo a nessuno.
L’opposizione cresce
Le misure repressive, tuttavia, non sono sufficienti a fermare l’opposizione crescente contro le politiche militariste e imperialiste. Le manifestazioni in Turchia sono uno dei segnali importanti della crescita di un’opposizione alle politiche di guerra che coinvolge soprattutto le giovani generazioni. Non siamo ancora di fronte a mobilitazioni di massa, così come quelle che si erano conosciute all’inizio di questo secolo con i Social forum. Tuttavia, seppur tra tante contraddizioni, il forum di Porto Alegre contro l’imperialismo e i fascismi, la manifestazione di Bruxelles di Stop Rearm Europe che hanno preceduto il vertice Nato in continuità con le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza e a sostegno della Palestina, segnalano un cambiamento in corso che ci pone la necessità di rilanciare un nuovo Internazionalismo al cui centro occorre rilanciare l’ecosocialismo. L’esperienza della Global Sumud Flotilla ha senz’altro contribuito a ricostruire questo nuovo afflato internazionalista che va rinsaldato.
La crescita esponenziale degli investimenti militari costituisce, infatti, una minaccia crescente per il clima. I finanziamenti militari sono senza dubbio gli investimenti più inquinanti che esistano. Da questo punto di vista, Il militarismo è una delle cause principali del superamento dei limiti planetari, e in primo luogo del cambiamento climatico. Occorre ricordare che l’esercito più grande del mondo, quello degli Stati Uniti, nel 2019 consumava tanti combustibili fossili quanto un paese come il Portogallo, considerando questa volta sia la produzione di armi sia gli interventi militari e le operazioni strategiche che ne derivano.
Finché persisterà il capitalismo, e in particolare il capitalismo delle catastrofi ambientali, le guerre imperialiste saranno inevitabili. La Nato ci sta portando sull’orlo del precipizio. Per questo è necessario costruire un’opposizione internazionalista che ponga al centro la solidarietà con le nazioni oppresse, consapevoli che non ci sono Stati e governi amici.
Di fronte al militarismo e ai piani bellici delle nostre classi dominanti, occorre rafforzare il movimento internazionalista e antimilitarista per porre fine alla corsa alla militarizzazione e all’austerità, esigere l’espropriazione delle industrie degli armamenti, la loro riconversione sotto il controllo dei lavoratori verso la produzione civile e il trasferimento integrale dei bilanci militari ai servizi pubblici.
In questo senso l’orizzonte internazionalista e ecosocialista può costituire un punto di incontro e di sintesi vitale tra le diverse lotte al fine di proporre un progetto rivoluzionario, radicalmente democratico e socialista, che si nutre del contributo delle lotte operaie, contadine, femministe, ecologiste, antirazziste, antimperialiste, anticolonialiste e LGBTIQ+.