Fakir, ucciso dall’ossessione neoliberista per la sicurezza

Razzismo di stato, vittimizzazione secondaria, propensione all’abuso in divisa e narrazioni tossiche per nutrire lo stato penale. Cosa c’è dietro l’omicidio di Abderrahim Fakir durante un violentissimo intervento di polizia (Checchino Antonini)

Sarà una lunga battaglia quella per ottenere verità e giustizia per Abderrahim Fakir, l’uomo di 42 anni ucciso a Bologna, il 19 luglio, durante un violentissimo intervento di polizia. Perché a uccidere Fakir è stato il razzismo di stato, una delle varianti dell’ossessione sicuritaria in voga nella narrazione dell’estrema destra. E lunga non sarà soltanto la vicenda processuale ma anche la mobilitazione necessaria per cancellare i decreti sicurezza con cui vari governi hanno deformato la libertà di movimento fino a intaccare lo stesso stato di diritto.

Fakir è morto in un cortile del quartiere del Pilastro all’ora di pranzo di una domenica italiana.

La polizia è intervenuta dopo aver ricevuto la segnalazione che l’uomo stava dando in escandescenze e prendendo a calci la saracinesca di un garage. Due agenti lo hanno immobilizzato tenendolo a terra a pancia in giù per diversi minuti e mettendosi a cavalcioni rispettivamente sulla sua schiena e sulle sue gambe, mentre un civile gli teneva i piedi. L’operazione è stata ripresa in un video da un residente: nel filmato si vede Fakir immobilizzato che grida e chiede aiuto per oltre due minuti, per poi rimanere immobile senza dare più segni di vita, fino alla constatazione del decesso avvenuta poco dopo. Attorno erano presenti operatori del 118 e volontari della Croce Rossa che non sono intervenuti. Al momento in cui mettiamo online questo articolo, la procura ha avviato un’inchiesta per omicidio colposo che coinvolge sei persone, ovvero i due agenti e quattro operatori sanitari, i quali tuttavia al momento non sono indagati per effetto di una nuova norma introdotta dal governo. Lo chiamano “scudo penale” e secondo Antigone è incostituzionale: il modello 45 bis, ossia il “Registro per le annotazioni preliminari del nome della persona cui è attribuito il fatto compiuto in presenza di una causa di giustificazione”, limita o esclude la responsabilità penale per determinati soggetti, come forze dell’ordine, medici o amministratori, mentre svolgono le loro funzioni in contesti complessi, di emergenza o ad alto rischio. A livello procedurale, evita che la presenza di un’indagine preliminare si traduca automaticamente nell’iscrizione formale della persona nel registro degli indagati. In altre parole è un tributo alla potente lobby delle forze dell’ordine inserito in uno dei tanti pacchetti sicurezza sfornati da questo governo più ancora che dai suoi predecessori.

L’avvocata di Fakir, che l’assisteva per le pratiche relative al permesso di soggiorno, ha riferito che negli ultimi tempi l’uomo era preoccupatissimo per le conseguenze del nuovo patto europeo sull’immigrazione, temeva di essere deportato dopo oltre 35 anni trascorsi in Italia. Fakir, insomma, era una persona fragile ma per le persone in condizioni di vulnerabilità e sofferenza – sociale o psichica – lo stato sociale è sempre più evanescente e, al suo posto, si impone uno stato penale pronto a tramutare in problemi di ordine pubblico (nuovi reati e nuovi poteri di polizia) questioni legate al modo con cui il capitalismo produce profitti per pochi e miseria per tutti gli altri. Il controllo al posto della cura, semplice.

Stato penale e racial profiling

Il racial profiling è uno degli strumenti preferiti dello stato penale: controllare la gente sulla base del colore della pelle in barba a ogni raccomandazione formulata dalla commissione del Consiglio d’Europa contro il razzismo e l’intolleranza (Ecri). Secondo il Coordinamento Migranti di Bologna al Pilastro gli abusi in divisa sono pane quotidiano.

Poche ore dopo la pubblicazione del primo video (ne stanno uscendo ancora di nuovi) relativo all’omicidio di Fakir, un rapper bolognese, Enrico Abumhere, in arte ‘Bubu’ ne ha postato un altro in cui si vedono tre agenti di polizia che lo immobilizzano in via Mazzini. Uno di loro, “il più sbruffone, è lo stesso poliziotto che domenica teneva le mani sulla testa di Abderrahim Fakir – ha detto il rapper, fermato perché trovato su un monopattino senza casco – sono sicuro al mille per mille che era lui, mi stava sopra e l’ho visto bene in faccia”. Il giovane, che ha una protesi in una gamba, racconta di essere stato buttato in terra, ammanettato e portato in Questura dove è stato denunciato per resistenza a pubblico ufficiale e in seguito ha denunciato il fatto ai carabinieri.

A Genova, nelle stesse ore, diecimila persone si stavano preparando a sfilare contro la repressione nel venticinquesimo anniversario delle giornate di luglio del 2001. Fu la più grave sospensione dei diritti umani in Occidente dopo la II guerra mondiale. 1 omicidio senza giustizia, quello di Carlo Giuliani, 21 anni; migliaia di abusi commessi dalle forze dell’ordine, oltre 300 arresti quasi tutti illegittimi (solo 93 alla scuola Diaz), decine e decine di casi di tortura accertati nel carcere provvisorio di Bolzaneto, solo 32 tra funzionari e agenti di polizia sarebbero stati condannati nei processi Diaz e Bolzaneto. Da allora gli abusi si sono moltiplicati, è sicuramente cresciuta una sensibilità di massa su questi temi ma la postura dei due poli politici non è stata minimamente incrinata. Anche i sindaci progressisti, ad esempio, non hanno fatto mancare la propria adesione all’approccio meloniano delle “zone rosse” nei territori considerati a rischio.

Il Pilastro è un quartiere proletario, settemila abitanti di cui duemila con background migratorio, il 27% contro una media bolognese del 16%. Nel ’91 fu teatro di una delle stragi della Uno bianca, nel 2020 fu lo scenario in cui Salvini si esibì nella grottesca citofonata (“Scusi, lei spaccia?). Un quartiere dove esiste comunque un tessuto di associazioni, comitati, sindacati che si battono contro la marginalizzazione di chi vive in quelle strade.

Scrive Lorenzo Guadagnucci, il giornalista che venne torturato alla Diaz la notte del 21 luglio: «La fine di Fakir, diciamolo subito, evoca i casi di Federico Aldrovandi e Riccardo Magherini (sarà lo stesso legale di parte civile di questi due casi, Fabio Anselmo, a rappresentare la famiglia di Gakir, ndr) anche loro morti per strada durante fermi di polizia – il primo a Ferrara nel 2005, il secondo nel 2014 a Firenze – e la terribile vicenda di George Floyd, la cui agonia, il 20 maggio 2020 a Minneapolis, durò nove lunghi minuti e fu ripresa da una passante. Il “basta, aiuto” di Abderrahim Fakir risuona sinistramente come l’”I can’t breathe”, non respiro, di George Floyd.

Chiediamo e ci chiediamo, innanzitutto, perché si continui a usare la tecnica di immobilizzazione mostrata dal filmato di Bologna, con il fermato schiacciato a terra e gli operatori che gli serrano le mani dietro la schiena mentre si appoggiano e spingono per fermare le sue escandescenze. Siamo o no di fronte in questo caso -lo chiediamo alle forze di polizia- alla tecnica detta del “ginocchio sul collo”?

È una tecnica nota per la sua pericolosità, a causa dell’alto rischio di soffocamento, specie su persone con problemi respiratori o cardiaci, impossibili da conoscere sul momento. È questa -chiediamo agli esperti che sicuramente sovrintendono le scelte e attività di formazione delle polizie– la tecnica più appropriata per calmare una persona che appare in forte stato di alterazione? Sì o no?

La Corte europea per i diritti umani ha condannato l’Italia nel gennaio 2026 a risarcire la famiglia per la morte di Riccardo Magherini, avendo giudicato non necessaria la tecnica di immobilizzazione utilizzata e carente la formazione degli operatori».

Le mele marce non c’entrano, la polizia serve proprio a questo

“Ridurre tutto questo alla teoria delle “mele marce” significa rifiutarsi di vedere il quadro più ampio”, avverte Osservatorio Repressione e dalla sua ha un catalogo di storie che sembra non finire mai.    

«Siamo purtroppo abituati alla narrazione che segue queste tragedie, anche alla narrazione delle sentenze che vengono depositate chiudendo ogni spiraglio di verità su questi casi. E pensiamo così a Riccardo Magherini, la cui vicenda giudiziaria si concluse con un’assoluzione di chi lo pestò e soffocò fino alla morte “perché il fatto non costituisce reato”, nonostante prove audiovisive che avevano registrato Riccardo dire “sto morendo, aiutatemi” – ha scritto Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa – molto simili le parole di Abderrahim mentre era costretto a terra da due poliziotti, guardato a distanza da due sanitari: “basta, aiuto”».

Intanto è già scattato tutto il repertorio della criminalizzazione della vittima, la cosiddetta vittimizzazione secondaria da parte dei politici, dei soliti media e dei vertici delle forze dell’ordine. Le indagini sono state affidate allo stesso corpo degli indagati.

Ancora Acad: «Non serve chiamare in causa episodi simili ma lontani, come il caso di George Floyd. Citare quanto accade fuori e non in casa nostra aumenta solo la polvere che si vuole nascondere sotto al tappeto, senza affrontare un problema che è ben radicato nella storia del nostro paese. Sono anni che è evidente. Lo è in storie simili a questa di Abderrahim, quando una precisa manovra di fermo e blocco della persona portano alla morte. Ricordiamo, oltre a Riccardo Magherini, Michele Ferrulli, Arafet Arfaoui, o Andrea Soldi. Lo è anche, per lo sviluppo giudiziario, politico e mediatico nelle vicende di tanti altri morti in presenza di uomini in divisa: Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Carlo Lattanzio. Vittime tutte di un sistema che schiaccia, che opprime e soffoca, che si addestra e si arma per andare nella giungla urbana che ormai viene dipinta come contesto di guerra emergenziale. Dove il nemico è un soggetto bestiale e ogni pratica di costrizione è legittimata».

Dal punto di vista di un’organizzazione rivoluzionaria, un abuso in divisa non evoca solo la tenuta democratica e i rapporti tra Stato e violenza. Alla doverosa solidarietà di classe con le vittime e i loro familiari, da esprimere nell’internità alle campagne di supporto, va aggiunta una capacità di analisi per individuare il filo nero tra la cultura che ispira addestramento e postura delle polizie con i meccanismi feroci del neoliberismo nella sua mission rivolta all’accumulazione dei profitti. Inoltre in molti Paesi, Italia compresa, i riferimenti valoriali delle forze delle forze dell’ordine, quelli trasmessi in modo formale e informale, nella relazione addestrativa e operativa, affondano le radici nei passati coloniali e autoritari degli apparati statali. Allora come oggi, quei valori sono assolutamente funzionali in una società orientata al riarmo, alla guerra, all’austerità. Se tutto questo è vero, la cancellazione dei pacchetti sicurezza deve essere non solo una rivendicazione da inserire nelle mobilitazioni di convergenza ma anche una discriminante nella messa a terra di qualsiasi discorso su un’alleanza costituzionale che contrasti le destre sempre più estreme perché sempre più liberiste.

Sarà una lunga battaglia ma è anche la battaglia di chi si batte per un modello alternativo di società.