Dichiarazione sugli avvenimenti Torino
Comunicato della direzione nazionale di Sinistra Anticapitalista
1. Nell’aderire alla manifestazione del 31 gennaio a Torino ne avevamo sottolineato l’importanza politica nazionale auspicando che essa potesse diventare “un elemento catalizzante di processi più ampi e di risveglio di una coscienza politica diffusa di fronte al pericolo costituito delle destre estreme e fasciste.” A questo fine avevamo però anche affermato con forza che era dirimente e fondamentale che essa sapesse esprimersi come “ grande manifestazione pacifica e di massa”, consapevoli tutti i soggetti, movimenti e reti che la stavano costruendo come fosse interesse delle forze reazionarie e di governo farla deragliare da questi binari, dividerla, chiuderla nel vicolo cieco dello scontro violento militare, stravolgendone il significato davanti all’opinione pubblica e alle classi lavoratrici in primis e che quindi occorreva fare scelte coerenti per evitare che questo scenario negativo e regressivo dei rapporti di forza tra movimenti sociali e forze padronali e di governo si configurasse. Gli avvenimenti accaduti a Torino il 31 hanno evidenziato tutti questi elementi, presenti non solo nella capitale sabauda, ma nella situazione politica e sociale dell’intero paese.
2. La manifestazione è stata grande, partecipata e magnifica nella sua capacità di rappresentare tutti coloro che in questi mesi si sono mobilitati contro la corsa al riarmo, contro la guerra, contro il genocidio palestinese, contro le tante oppressioni dei popoli, contro le politiche liberiste dei governi europei, contro la distruzione ambientale, contro la speculazione del suolo pubblico in funzione dei profitti dei palazzinari, contro la violenza patriarcale sulle donne e sulle soggettività LGBTQIA+, contro le politiche reazionarie, repressive e fascisteggianti del governo italiano, contro la chiusura degli spazi sociali dei giovani, di cui la chiusura violenta di Askatasuna è stata l’espressione principale, più in generale contro le tante misure prese dalla Meloni contro le giovani generazioni, contro i migranti e i più deboli della società, ma anche contro i diritti salariali e di lavoro della classe operaia. La manifestazione aveva tuttavia un vuoto pesante: la mancata presenza di quella classe lavoratrice organizzata nel maggiore sindacato confederale, la CGIL, quello che si pone in ogni caso in opposizione alle politiche governative; una scelta del gruppo dirigente molto discutibile ed anche errata, spinto anche dal convincimento di non poter gestire il quadro complessivo della manifestazione e le sue possibili dinamiche. Questa scelta tuttavia non ha impedito che tantissime/i iscritte/i della Cgil partecipassero alla manifestazione.
3. La manifestazione ha espresso anche la consapevolezza di tutti questi soggetti della necessità impellente di agire uniti, di ritrovarsi insieme, di convergere, per avere abbastanza forza per costruire una vera opposizione di massa alle aggressioni e alle politiche del governo delle destre ogni giorno rafforzato dalle infernali dinamiche di crescita dei fascismi in tante parti del mondo.
Questa volontà unitaria è stato il sentimento comune anche di tutte quelle e tutti quelli (eravamo tante/i) che si sono ritrovati a Bologna il 24 gennaio “Contro i Re e le loro Guerre” e che avevano messo nella loro agenda, come prima mobilitazione, la partecipazione alla manifestazione di Torino.
Le immagini della Manifestazione torinese in Piazza Vittorio e lungo il fiume Po mostrano la sua grande dimensione di massa e le mille voci che l’attraversavano e che i giornali e i media hanno cercato fin da subito di nascondere e cancellare.
Era però nell’aria e nelle preoccupazioni di tanti soggetti partecipanti, vista la scelta di dicembre di governo e polizia di chiudere Askatasuna e poi tutto il dispositivo messo in atto in queste settimane di occupazione militare delle strade della città, che la situazione potesse precipitare avvicinandosi il corteo al palazzo conteso e che ci potessero essere espressioni ribelliste, pur molto minoritarie, di scontro con l’apparato statale che gestisce la repressione e l’oppressione.
4. Sia ben chiaro. La società capitalista è una società di sfruttamento, di oppressione e di violenza; è la violenza terribile delle classi dominanti e dei vecchi e nuovi imperialismi che i giovani e le giovani possono vedere ogni giorno in tutto il mondo, dalla Palestina all’America latina, da Kobane al Sudan, dall’Ucraina alle stesse città americane. Una violenza che si esprime anche nella povertà, nella mancanza di lavoro, nei salari da fame, nell’alienazione e in un futuro negato. Non accettare questo sistema, ribellarsi, lottare per un mondo migliore, per una società liberata, per un progetto ecosocialista, non solo è giusto, ma è indispensabile se l’umanità vuole avere un futuro. Ma per riuscirci non basta il gesto isolato e neanche la rivolta di qualche settore particolarmente arrabbiato e forse anche frustato da una realtà avversa; non basta tanto meno l’atto ribellistico più o meno violento che si apparenta più all’estetica del gesto, che non ha alcun significato politico, che apre facili autostrade alla propaganda e soprattutto all’agire delle classi dominanti ed in particolare oggi del nostro governo, che invece di rafforzare il movimento di massa, di rendere credibili i settori sociali più combattivi a parti sempre più grandi delle classi lavoratrici, invece produce rigetto, distanza e passivizzazione. Il nodo politico e sociale fondamentale infatti è la capacità dei soggetti che si sono mobilitati questo autunno e poi sabato scorso di saper parlare, coinvolgere, far partecipare al movimento di massa via via la grande maggioranza della popolazione che lavora, di chi vive con difficoltà, chi è amareggiato, deluso ed anche arrabbiato.
5. Chi si pone il compito di costruire l’opposizione deve saper operare per far superare il ripiegamento individualistico e la rabbia chiusa in sé stessa nella capacità di partecipare e di organizzarsi collettivamente. Ma proprio per questo anche bisogna preoccuparsi della democrazia, all’interno dei movimenti, delle forme delle mobilitazioni che devono essere decise in modo democratico tra tutti i partecipanti, che devono configurarsi in modalità atte a convincere gli indecisi e saper parlare a quelli che guardano confusi a una realtà che sempre più sfugge loro. E la mancanza di democrazia non è solo nelle strutture del potere statale e negli apparati burocratici di certe organizzazioni, ma anche molte volte nelle stesse strutture militanti alternative.
L’azione avanguardista di coloro che si sono distaccati dalla manifestazione va infatti in un senso del tutto opposto rispetto a queste necessità essenziali della costruzione del movimento di massa; è l’azione auspicata dai partiti e dai media della classe dominante che già avevano pronti gli articoli sugli scontri di piazza. Per tutte queste ragioni il testo prodotto da Askatasuna su queste vicende sembra derivare da un paradiso artificiale, descrivendo un mondo che non esiste. Esiste certo nella Cattiveria e Sopraffazione degli avversari capitalisti, ma non nello stato dei movimenti e dei rapporti di forza tra le classi, è una autointossicazione ideologica pericolosa che non deve propagarsi e di cui i protagonisti stessi devono liberarsi, ancor più se pretendono di essere al centro del movimento di resistenza e di opposizione al governo delle destre.
6. Gli scontri finali violenti e minoritari con la polizia a margine della manifestazione di massa hanno infatti prodotto effetti dannosi e nefasti su tutti coloro che stanno lottando contro il governo delle destre. Il governo ha oggi molto più credibilità e possibilità nello stringere ed accelerare ancora le maglie della repressione, quella già in atto e quella prevista nei nuovi decreti inverecondi sull’ordine pubblico, preparati qualche settimana fa. Così anche la propaganda delle forze delle destre reazionarie a fascista può schiamazzare con più forza le sue falsità e la stessa scadenza istituzionale del referendum, già molto in salita, diventa ancora più impervia; infine non sarà certo più facile nel prossimo periodo far partecipare a una manifestazione gli incerti; ricatti e preoccupazioni si moltiplicheranno. Per intanto l’operato della polizia sabato sera è stato violentissimo ed ha travolto, colpito e ferito moltissimi manifestanti ed anche cittadini del quartiere, tra cui anche un compagno di tantissimi anni fa della nostra organizzazione. A tutte e tutti questi va la nostra solidarietà.
7. Tuttavia non dobbiamo disperare. Le manifestazioni dell’8 e 9 marzo contro la violenza sulle donne possono essere ben preparate e vedranno il movimento delle donne più che mai sulla scena politica e sociale; e poi 28 marzo è in agenda un’altra scadenza, la grande manifestazione nazionale organizzata dal movimento contro i Re e le loro guerre, contro il governo dell’austerità, della repressione e delle armi.
E’ una scadenza che deve essere preparata in ogni città, discussa ed organizzata democraticamente, che deve vedere la partecipazione di tutte le reti di movimento, che deve vedere coinvolta a fondo la classe lavoratrice, non solo i sindacati di base, ma anche la CGIL, che, è bene ricordare, resta l’obiettivo finale che il governo vuole colpire e/o subordinare.
Deve essere chiaro a tutte e tutti che sarà una grande manifestazione di massa e che non potranno essere accettate “fuoriuscite” minoritarie dannose; la lotta di classe è una cosa seria e deve essere sviluppata nelle modalità che servono a rafforzare l’unità e la forza della nostra classe. E’ questo il modo credibile per superare le difficoltà presenti e gestire al meglio le potenzialità espresse nella stessa partecipazione di Torino.