Il Brasile a una settimana dalle elezioni

di Fabrizio Burattini

Giusto a una settimana di distanza dalle elezioni italiane si svolgeranno, molto lontano da qui ma in un contesto altrettanto se non ancora più delicato ed importante, le elezioni brasiliane. Domenica 2 ottobre nel paese sudamericano si terranno cruciali elezioni per scegliere il presidente del Brasile (oltre che i governatori degli stati in cui il Brasile è diviso, i senatori, i deputati della federazione brasiliana e quelli dei singoli stati).

L’importanza della scadenza non è solo proporzionale alla grandezza e al peso politico del Brasile, ma anche alla posta in gioco. Il Brasile esce da quattro anni di presidenza di Jair Bolsonaro, uno dei più significativi personaggi dell’estrema destra internazionale.

Alla votazione del primo turno si presentano 11 candidati: oltre a Lula e a Bolsonaro, di gran lunga i più accreditati dai sondaggi, altri quattro di destra o di estrema destra (José Maria Eymael, della Democrazia cristiana, Luiz Felipe d’Avila, del “Partito Nuovo”, Padre Kelmon del PTB, Soraya Thronicke di União Brasil), due centristi (Ciro Gomes del Partido democratico trabalhista, conservatore, anche se erede del partito laburista populista che governò il paese negli anni 40 e 50 del secolo scorso, e Simone Tebet del MDB) e tre di estrema sinistra (Léo Péricles, leader del partito di Unità popolare; Sofia Manzano del Partito comunista e Vera Lúcia del Partido socialista dos trabalhadores unificado).

Come si diceva, la corsa sembra del tutto limitata a Luiz Inácio Lula da Silva, il Lula operaio metallurgico e leader sindacale delle lotte degli anni 70, fondatore del Partido dos trabalhadores, presidente del Brasile dal 2002 al 2010, e a Jair Bolsonaro, capitano dei paracadutisti, presidente uscente (2018-2022).

I sondaggi accreditano Lula di almeno il 45% dei voti e Bolsonaro almeno del 33%. Se queste previsioni saranno confermate i due si contenderanno la presidenza nel secondo turno previsto per il 30 ottobre.

E’ noto come Bolsonaro sia stato eletto nel 2018 grazie alla allora impossibilità di Lula di candidarsi perché detenuto in carcere grazie ad una spudorata montatura messa in atto dal giudice Sergio Moro, poi “premiato” da Bolsonaro con la carica di ministro della Giustizia.

Il bilancio del quadriennio della presidenza Bolsonaro è disastroso. Basti pensare che il ritmo di deforestazione dell’Amazzonia è drasticamente raddoppiato dai 6.200 chilometri quadrati sottratti alla selva nel 2015 ai 13.000 del 2021. Parallelamente sono aumentati gli incendi. Bolsonaro è un negazionista della crisi climatica e un amico dichiarato dell’agrobusiness e ha più volte dichiarato che per lui la regione amazzonica costituisce un’area economica utile allo sviluppo dell’agricoltura e dell’estrazione mineraria.

Le popolazioni indigene dell’Amazzonia hanno più volte denunciato l’aumento delle minacce nei loro confronti, mentre il presidente ha incoraggiato apertamente gli agricoltori ad accaparrarsi illegalmente le terre e l’industria del legno e i cercatori d’oro a invadere le loro riserve.

Quanto alla gestione del Covid-19 parlano da soli i 700.000 morti nelle statistiche ufficiali, ma è universalmente noto che le vittime sono molte, molte di più.

Sul piano macroeconomico, è difficile stilare un bilancio della presidenza Bolsonaro, dato che oltre la metà del suo mandato ha coinciso con il periodo segnato dalla pandemia anche sul piano della produzione e del commercio internazionale.

Com’è universalmente risaputo il Brasile non è più da anni quel gigante che basava la quasi totalità della sua produzione sull’agricoltura e sul latifondo. E soprattutto le trasformazioni economiche hanno fatto crescere in misura straordinaria il proletariato agricolo e industriale. Le lavoratrici e i lavoratori salariati brasiliani sono circa 45 milioni, un esercito operaio sterminato, anche se ancora molto distante da un livello sufficiente di organizzazione. La Central Única dos Trabalhadores (CUT) è stata fondata meno di quarant’anni fa e meno di venti anni fa i sindacati brasiliani “combattivi” che criticano la subordinazione della CUT al Partido dos Trabalhadores (il sindacato “di base” più importante è Conlutas, assieme alla Intersindical e alla CTB). La percentuale di sindacalizzazione, seppure molto ineguale nei settori e nelle diverse regioni, non supera quasi da nessuna parte il 15%.

Ma nonostante questa sterminata massa di lavoratrici e lavoratori dipendenti, va sottolineato che durante i 4 anni di Bolsonaro la disoccupazione è cresciuta a livelli mai conosciuti in questo secolo: nel 2021 sono stati censiti 14,8 milioni di non occupati, 880.000 in più rispetto al 2020 e 2 milioni in più rispetto al 2019.

La massa salariale è scesa del 6,7%, la peggiore caduta degli ultimi due decenni.

Ma questo bilancio in sé disastroso non è percepito in maniera omogenea da tutta la popolazione.

Non a caso quella grandissima parte dell’elettorato che si schiera a sostegno dei due principali candidati (almeno secondo i sondaggi) si articola secondo fratture sociali e territoriali. Lula registra il sostegno dei più poveri, di gran parte delle donne e degli abitanti del Nordest e delle altre regioni più segnate dal sottosviluppo, delle periferie operaie delle capitali, ma i bolsonaristi hanno ancora un sostegno di massa tra la borghesia, le classi medie e anche una grande influenza nel Sud (la regione più sviluppata) e nelle regioni in cui sono ancora largamente influenti le clientele dell’antico latifondismo e del “moderno” agrobusiness.

Il 7 settembre 1822 il Brasile conquistò la sua indipendenza dal Portogallo e da allora il 7 settembre di ogni anno si celebra il Dia da Independência, la più importante festività nazionale del paese. Quest’anno, nella duecentesima ricorrenza di quella indipendenza, Bolsonaro, in quanto presidente, ha parassitato le celebrazioni, trasformandole in massicce manifestazioni di sostegno alla sua rielezione. Ha radunato così a Rio de Janeiro, sull’Avenida Atlantica, cioè sul lungomare di Copacabana, circa centomila persone, migliaia di fanatici di estrema destra, tanti dei quali armati, molti militari e poliziotti, convinti di combattere una battaglia “tra il bene e il male” e disposti a compiere atti estremi per fermare “la minaccia comunista”. Il giorno dell’indipendenza, dunque, sotto una patina patriottica e nazionalista, è diventato un’occasione centrale per la campagna di odio e di minacce del presidente uscente.

Rio de Janeiro è la città di nascita di Bolsonaro ed è la culla politica del bolsonarismo, ma soprattutto è il luogo dove l’influenza bolsonarista sulle forze di sicurezza, sul governo e sulla magistratura ha raggiunto i massimi livelli, dove le milizie paramilitari fasciste sono più attive negli attacchi e nelle minacce contro gli attivisti di sinistra, contro le donne nere, contro il Partido do Socialismo e Liberdade (il PSoL, il più importante partito alla sinistra del PT). Ricordiamo che Marielle Franco, assassinata nel 2018 era consigliera comunale del PSoL a Rio. E aggiungiamo che la campagna di odio si è accentuata: un funzionario del PT è stato ucciso a luglio nello stato brasiliano del Paraná (a Sud), e all’inizio di settembre nello stato del Mato Grosso (nel Centro-Ovest) un militante “lulista” è stato trucidato con un’ascia da un sostenitore di Bolsonaro.

Da un sondaggio realizzato nelle prime due settimane di agosto è emerso che il 67,5% degli intervistati, nel contesto della battaglia elettorale, temeva qualche forma di aggressione come risultato della propria scelta politica, il 49,9% ha dichiarato di avere “molta paura di essere aggredito fisicamente a causa della propria scelta politica o di partito”.

I sondaggi sono favorevoli a Lula, ma, paradossalmente, costituiscono anch’essi un ostacolo, alimentando l’illusione che sia necessaria solo una “scontata” conferma il 2 ottobre. I comizi del leader del PT sono affollati, Lula, come al solito, da grande oratore incanta, ma non accende la fiamma, non incendia. Le mobilitazioni del 10 settembre che dovevano controbilanciare quelle reazionarie del 7 settembre si sono limitati a raduni di un’avanguardia militante.

Al contrario, la militanza politica reazionaria si sta gasando, anche per prepararsi a denunciare la sperabile sconfitta di Bolsonaro nelle urne del 2 ottobre come frutto di brogli, un po’ sul modello di quello che organizzarono i trumpiani a Washington un anno e mezzo fa. Ed è a tutti evidente come il sistema democratico borghese brasiliano sia molto più fragile di quanto non lo sia quello statunitense.

La discussione nel PSoL sul sostenere o meno Lula fin dal primo turno è stata complessa e difficile. La denuncia della politica social-liberista di Lula e del suo PT e delle gravissime concessioni fatte alla destra e alle classi dominanti dai governi “lulisti” nel primo decennio del secolo sono state alla base della stessa nascita del PSoL nel 2004. Comunque, nella sua conferenza dello scorso aprile il PSoL ha deciso a maggioranza di non presentare un proprio candidato presidente (a differenza di quanto avvenne nel 2018 con la presentazione di Guilherme Boulos come candidato presidente del PSoL) e di chiedere il voto per Lula fin dal primo turno, nonostante la scelta del politico di destra Geraldo Alckmin come suo candidato alla vicepresidenza. Ma, allo stesso tempo ha riaffermato che il PSOL non parteciperà ad un eventuale governo Lula e, in genere, a governi di collaborazione di classe e conserverà la proprio indipendenza.

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