Dossier CUBA: tre articoli per ricordare il passato e leggere il presente

Ritorno su Cuba

di Franco Turigliatto

I recenti avvenimenti a Cuba con i loro forti segnali di crisi hanno riaperto non solo una nuova violenta offensiva politica ed ideologica (combinata a concrete misure di strangolamento economico) contro quella esperienza da parte di tutto l’arco delle forze borghesi ed imperialiste, ma anche una riflessione e la ricerca di una approfondimento da parte delle forze della sinistra che da sempre hanno considerato la rivoluzione cubana un punto di riferimento fondamentale per la lotta delle classi lavoratrici su scala mondiale.

Per questo è necessario riassumere una serie di elementi fattuali e alcune considerazioni politiche strategiche con cui valutare quanto è avvenuto una decina di giorni fa nell’isola  e per introdurre l’articolo di Alina Barbara Lòpez Fernàndez, una intellettuale militante cubana, e quello dello scrittore Leonardo Padura che proponiamo alla vostra attenzione.

La rivoluzione cubana, un avvenimento fondamentale

La rivoluzione cubana del 1959 è stato un avvenimento centrale nella storia della seconda metà del novecento: sviluppatasi come profondo movimento, prima guerrigliero e poi popolare di massa, sulla base di rivendicazioni democratiche, anti dittatoriali ed antimperialiste, capace di abbattere il regime di Batista  e conquistare una vera indipendenza nazionale, si è poi trasformato rapidamente, sull’onda delle necessità e delle spinte sociali,  interpretate dal gruppo dirigente di Guevara e Castro, in una vera e propria rivoluzione socialista. La prima rivoluzione proletaria in un paese dell’Occidente, per di più alle porte della più grande potenza imperialista, gli Usa, la nascita di una società postcapitalista, in transizione verso il socialismo per rispondere alla domanda di giustizia sociale, di reale indipendenza, di costruzione di una società altra dal capitalismo stesso.

Nello stesso tempo c’era la consapevolezza di Guevara e dei suoi compagni, che quella esperienza avrebbe potuto vivere solo se altri paesi dell’America Latina ne avessero seguito la strada e non fosse rimasta isolata. Di qui il tentativo del Che e il suo sacrificio sulle terre andine in Bolivia, ma anche le grandi speranze sorte dopo la vittoria del Fronte sandinista nel 1979 in Nicaragua e lo sviluppo della lotta rivoluzionaria in tutto il Centro America, speranze che andranno però deluse e sconfitte di fronte alla violenza della guerra “di bassa intensità” condotta dall’imperialismo americano e dalle forze borghesi reazionarie alleate che bloccò prima la rivoluzione in Salvador e piegò successivamente l’esperienza nicaraguense tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Tutto questo non impedì alla rivoluzione cubana di fornire un grande aiuto politico e materiale alle lotte antimperialiste e anticoloniali di tanti popoli e paesi del mondo intero sul fronte esterno, ma anche di riuscire a reggere all’interno nonostante l’azione aggressiva e costante del gigante imperialista.

Il blocco senza fine e il tentativo di strangolamento

Già l’imperialismo americano, in primo luogo, ma anche gli altri stati borghesi ed imperialisti non hanno mai potuto tollerare e considerare persa per sempre l’isola di Cuba al capitalismo, una possibilità di società alternativa, un esempio per molti popoli, anche perché era una esperienza, nuova e fresca, assai diversa dai monoliti burocratici dell’URSS e degli Stati dell’Est. Quell’esperienza, per gli USA, non solo andava denigrata, ma soprattutto andava combattuta con tutti i mezzi materiali possibili e praticabili nel contesto dato. Lo strumento fondamentale è stato una costante politica estera aggressiva e un’azione economica, basata sul blocco, articolato minuziosamente su vari aspetti, per ostacolare in varie forme tutta l’attività socio-economica della nuova società, il commercio e gli scambi. L’obiettivo è sempre stato ed è costruire le condizioni dello strangolamento dell’economia e della vita sociale, creare quindi le condizioni della caduta della società cubana, fuoriuscita dal capitalismo e in transizione verso altri lidi.  Il suo isolamento è sempre stato una questione centrale e capitale per gli USA, ed ha condizionato in diverse forme lo sviluppo del paese. Il blocco economico infatti dura da 60 anni: non c’è alcun altro esempio così lungo nella storia, quello contro l’URSS bolscevica durò molto meno.

Più volte nel corso del loro agire le classi dominanti hanno costruito la fame e la miseria per sconfiggere chi si rivoltava al loro dominio; si pensi all’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale che favorì e permise una spaventosa carestia in India che fece tre milioni di morti per bloccare il movimento indipendentista. Più in generale, (vedasi il Vietnam), la borghesia quando prende atto che una determinata partita è persa, cerca di produrre una grande distruzione materiale per rendere quasi impossibile il lavoro di costruzione della nuova società.

Tutte le misure di strangolamento, compresa l’impossibilità per i cubani residenti negli USA, di inviare rimesse ai loro parenti e amici a Cuba, sono state riassunte nelle settimane scorse nei suoi vari odiosi aspetti dal giornalista Minà a partire da quelle più recenti, le 243 norme introdotte da Trump, che vagamente Biden aveva promesso di  superare, e che invece sono  state lasciate pienamente operative dal nuovo Presidente americano che si sta facendo interprete, anche più di prima, di un ruolo imperialista Usa dominante verso Cuba e verso tutto il mondo. Né è valso il recente 29° voto dell’Onu contro l’embargo (sostenuto solo da Usa e Israele) per modificare una situazione avversa.

Gli articoli che in questi giorni sono comparsi sui giornali borghesi indicano quale grado di odio e di avversione abbiano costoro verso una esperienza, certo difficile ed oggi in difficoltà, che si vuole però cancellare del tutto; la sua caduta dovrebbe essere il monito definitivo  verso le classi lavoratrici a rinunciare a qualsiasi tentativo di  fuoriuscita dal sistema capitalista.

Su questo terreno, come su tutti gli altri scontri sociali presenti, l’attenzione delle forze borghesi a costruire la loro narrazione e indirizzare gli eventi è completa e permanente. Deve esistere solo questo sistema e il liberismo borghese.

Le contraddizioni esistenti nella società cubana

Questa situazione di pressione economica e politica costante ha inciso fortemente sulle possibilità di sviluppo di una società, favorendo le forme involutive di gestione del potere, processi di burocratizzazione degli apparati e, nel migliore dei casi, una gestione paternalistica da parte del governo rispetto alla popolazione, tutti elementi che hanno reso più difficile il superamento delle difficoltà.

Il governo cubano e la società cubana sono riusciti a reggere anche ai momenti più difficili grazie in parte alla solidarietà internazionale, ma anche e soprattutto grazie alla partecipazione e mobilitazione popolare espressione di una reale adesione al progetto della nuova società, che però non ha mai trovato la possibilità di strutturarsi in forme istituzionali partecipative, democratiche e decisionali. Il monopolio è sempre rimasto nelle mani del partito unico, fatto che provoca delle inevitabili contraddizioni.

Per reggere la pressione politica ed economica imperialista il governo cubano per tutta una fase ha fatto ricorso all’aiuto e al rapporto con l’URSS, mutuandone anche alcune forme di gestione del potere e compiendo errori e svolte successive sul terreno economico, non sempre ben riuscite. Difficile naturalmente dare un giudizio preciso sui vari passaggi compiuti. La società postcapitalista di Cuba è riuscita però a sopravvivere allo sprofondamento dei regimi burocratici dell’Est europeo e dell’URSS a testimonianza che era cosa altra. Questo fatto positivo avrebbe dovuto spingere il gruppo dirigente a un profondo ripensamento e a una riforma non meno profonda sul piano della gestione e della partecipazione democratica fondamentale anche per l’individuazione e la gestione delle scelte economiche. Alcune riforme economiche che aprivano a forme più o meno aperte di mercato e di proprietà privata non sembra abbiano dato i risultati sperati ed hanno accentuato le disparità sociali.

Anche il sostegno avuto dal governo venezuelano di Chavez e Maduro, molto importante per le forniture di petrolio per tutta la fase in cui ha potuto esprimervi, non è stato certo privo di problemi visto la natura molto verticista del regime venezuelano, che per altro è rimasto sempre nell’ambito del capitalismo, pur con un forte ruolo dello stato. La struttura economica dei due paesi è dunque assai diversa, una società capitalista il primo, un’esperienza post capitalista Cuba.

Cuba è infatti una società in cui il capitalismo è stato abolito, capace anche di costruire uno stato sociale se pure limitato e una sanità  forse la migliore dell’America Latina. Capacità che ha potuto essere verificata anche recentemente con la pandemia del Covid, dove la sanità cubana ha saputo produrre rapidamente due vaccini efficaci e reggere meglio di altri paesi la crisi sanitaria. Ma questo è avvenuto solo per una fase, le debolezze strutturali economiche generali, la mancanza di una serie di prodotti a causa del blocco che rendono difficile la stessa produzione e distribuzione dei vaccini, la crisi economica indotta dall’epidemia stessa sul medio periodo, unito al blocco del turismo, che immetteva valute forti nel paese, hanno infine prodotto la crisi attuale, sia sanitaria che alimentare e quindi anche sociale.

Di che stupirsi se, nella situazione data di penuria, settori significativi di cittadini, (ci sono state manifestazioni in diverse città), molti dei quali per nulla avversi alla società cubana, manifestino contro le difficoltà e chiedano conto al loro governo della situazione e delle scelte da fare. Erano certo anche presenti forti oppositori dichiarati al governo e la propaganda controrivoluzionaria ha avuto un ruolo nell’organizzazione delle manifestazioni.

Dall’esterno non solo è impossibile, ma anche del tutto sbagliato dire: bisogna fare così, oppure in questo altro modo, ma alcune considerazioni di metodo fondamentali vanno fatte, rivolte in particolare a molti militanti del nostro paese che con la semplificazione e il facile slogan pensano di risolvere i problemi di una società come quella cubana.

Un governo che voglia essere del popolo, un governo che voglia distinguersi dalle modalità di gestione dei governi borghesi, non può affrontare una mobilitazione popolare con la repressione più dura. Per altro il vecchio leader ha sempre cercato di rapportarsi in modo diverso alle crisi che si sono prodotte. E soprattutto non può non interrogarsi su come rispondere alla penuria esistente e come coinvolgere la popolazione nelle scelte da fare.

Un problema di democrazia e di mancanza di strutture democratiche di autogestione esiste a Cub; lo abbiamo fatto presente proprio perché sosteniamo la rivoluzione e l’esperienza cubana. Non si dovrebbe mai dimenticare il monito che la Luxemburg ha avanzato ai bolscevichi nel lontano 1919 di fronte ad alcune delle loro scelte, bolscevichi che pure difendeva con le unghie e coi denti: ”Al contrario è un fatto ben noto e incontestabile che senza una libertà illimitata di stampa, senza il libero esercizio dei diritti di associazione e di riunione, è del tutto impossibile concepire il dominio delle grandi masse popolari”. E questo è certo uno dei problemi che l’esperienza cubana e la sua direzione non hanno mai voluto porsi fino in fondo e che anzi molte parti dell’apparato avversano. La stessa grande discussione che c’è stata negli anni scorsi sulla stesura della nuova Costituzione socialista, non si è però tradotta in strutture istituzionali in cui effettivamente le masse potessero affermare il loro punto di vista, la loro egemonia rispetto al ruolo dell’apparato del partito unico al potere.

Respingere l’aggressione delle forze borghesi, riflettere sui compiti

L’insieme di queste considerazioni ci porta in primo luogo a respingere e denunciare la propaganda infetta e nauseabonda dei mainstream borghesi; nello stesso tempo consideriamo del tutto sempliciste le dichiarazioni di forze di sinistra, allineate e coperte non solo a difendere Cuba dall’imperialismo, questo è un imperativo per tutti noi, ma anche su tutto quello che ha fatto e fa il governo. A dire il vero non abbiamo neanche apprezzato alcune affermazioni di altri settori della sinistra radicale che risolvono una problematica politica e sociale difficilissima, con formule generiche senza riuscire a misurarsi con la realtà del presente.

L’articolo che vi proponiamo, di una militante intellettuale fortemente impegnata nelle vicende dell’isola e che ha a cuore le sorti della rivoluzione cubana, e quella di un noto scrittore cubano sono una lettura utile proprio perché offrono una riflessione dialettica ancorata a tutte le contraddizioni presenti.

Per complicare le cose aggiungo una domanda: “Come andare nella direzione giusta, di società aperta plurale e potenzialmente socialista, quando questo percorso viene fatto sotto l’incalzare dell’azione imperialista e in un paese solo, quando il socialismo, per definizione, è possibile solo in una dimensione che superi molte frontiere? Ma questa domanda chiama anche in causa l’azione internazionalista di tutte le forze di classe.

La rivolta sociale a Cuba: i segnali ignorati

(tratto dal blog La jóven Cuba, 15 luglio 2021)

Alina Bárbara López Hernández (Editrice, saggista e storica. Dottoressa in Scienze Filosofiche)

Fa male vedere la rivolta sociale a Cuba ma non ci coglie di sorpresa. Le scienze sociali non saranno scienze esatte ma non sono cieche. Se coloro che dirigono chiudono gli occhi alla realtà, le donne e gli uomini di scienza non dobbiamo farlo. E’ in gioco la nostra credibilità e, ben più importante, la vita di molte persone e il futuro della Patria.

I segnali

In una intervista a OnCuba, poco più di un anno fa,  Alex Fleites mi chiedeva se credevo che nell’isola si stesse incubando un nuovo momento storico e quali avrebbero potuto essere i suoi segnali più visibili. Questa era stata la mia risposta:

“Sì, credo di sì. Una crisi non è tale fino a quando gli attori sociali non se ne rendono conto, e qui è determinante il fattore soggettivo. E’ una specie di malessere epocale, per dirlo in un modo che alcuni critici potrebbero tacciare di metaforico. Quasi sempre è in relazione con l’esaurimento di un modello. E dico un modello, non un sistema (…)

Per arrivare a questo momento di malessere esistono oggi, secondo me, due condizioni. Da un lato l’incapacità dei nostri governanti di dirigere un percorso efficace delle riforme. Son passati più di trent’anni dal crollo del campo socialista e ci sono stati due tentativi di riforma, uno negli anni novanta e un altro a partire dal 2010, quest’ultimo addirittura avviato in modo formale e con una grande quantità di documentazione confermativa. Dall’atro lato, esiste la capacità cittadina di sottoporre a giudizio pubblico questa incapacità, e ciò è qualcosa di nuovo. La rottura del canale di informazione unidirezionale permette di rendere visibili i segnali di allarme. E i dirigenti lo sanno bene ma sono stati incapaci di rispondere adeguatamente.

La mia opinione è che stiamo assistendo all’esaurimento definitivo di un modello economico e politico, quello del socialismo burocratico.  I suoi dirigenti non riescono a far progredire la nazione con i vecchi metodi, ma non sono capaci di accettare forme più partecipative, con un peso più grande dei cittadini nella presa delle decisioni”.

Un anno dopo, ho pubblicato su LJC l’articolo Cuba, los árboles y el bosque (Cuba, gli alberi e il bosco), dove affermavo:

“A Cuba sono mature da tempo le condizioni oggettive per una trasformazione. Non c’è dubbio che la nazione ha smesso di progredire: l’economia non cresce da anni, il debito esterno aumenta costantemente, così come i livelli di povertà e, ciononostante, le riforme sono state rallentate in modo inesplicabile. E’ evidente che quelli in alto non possono continuare ad amministrare e governare come prima. Ma cosa succede a quelli in basso?

Senza la maturazione del fattore soggettivo questa trasformazione non era possibile. Ci voleva la volontà di voler cambiare delle persone, un’energia civica che era stata schiacciata da condizionamenti politici, educativi e mediatici. La “impotenza acquisita” esiste anche in un modello socialista, in cui il sistema controlla in certa misura il modo di comportarsi dei suoi cittadini.

Mancando il fattore soggettivo, le condizioni oggettive, di per sé, non determinano nulla. Tuttavia, attualmente esistono segnali chiarissimi della sua esistenza. Questi segnali non sono stati capiti dall’apparato ideologico, che si sbaglia al ridurre le manifestazioni di scontento a “un golpe soft”, a “una manipolazione generalizzata” o a “la creazione di matrici di opinione negativa rispetta al governo”, anche se non nego chiaramente che tutto ciò possa accadere. La direzione del paese non riesce ad orientarsi su:

  • Il nuovo contesto che ha creato l’accesso massiccio a internet e alle reti sociali, che li ha privati del monopolio assoluto dell’informazione che hanno avuto per decenni, ha democratizzato la loro diffusione e generato la possibilità di campagne e denunce di fronte alle arbitrarietà.
  • Uno stato di permanente polemica, visibile in rete e favorito dalla stessa direzione del paese dopo la consultazione popolare per la redazione della nuova Costituzione: forse hanno pensato che al concludersi la consultazione e non richiedendo più il nostro punto di vista, avremmo smesso di offrirlo. Un’ingenuità da parte loro; adesso sappiamo come farlo e non abbiamo bisogno delle loro convocazioni.
  • La dichiarazione di Cuba come Stato Socialista di Diritto, che ha reso più visibili le prerogative delle cubane e dei cubani e li ha spinti a richiedere libertà che la stessa Costituzione garantisce.
  • L’esistenza di giovani generazioni, critiche per se, che hanno trovato una sponda in generazioni più vecchie, ormai stanche di promesse non mantenute e di riforme rallentate o interrotte.

Questa coesistenza di condizioni oggettive e soggettive per una trasformazione sociale è totalmente nuova nello sviluppo del modello socialista cubano. Il problema in ballo adesso non è se bisogna cambiare ma come farlo (…)

Arrivati al punto in cui si trova Cuba oggi, i percorsi per un cambiamento sociale possono essere due: pacifico o violento. Il primo di questi, che sottoscrivo totalmente, significherebbe approfittare gli spazi legali -molti sarebbero prima da creare-, per esercitare pressioni per i cambiamenti economici, politici e giuridici all’interno di un dialogo nazionale in cui non dovrebbe esserci una discriminazione a causa delle idee politiche (…)

Segnalo che viviamo un momento di estrema gravità in questo paese. Si sta riunendo un potenziale conflittuale in uno scenario che si sta analizzando in modo pessimo, non solo da parte del governo ma anche, per disgrazia, da parte di intellettuali e studiosi sociali ai quali la formazione teorica e l’abilità per interpretare gli eventi sociali dovrebbero separarli da una dichiarazione meramente ideologica (…)

Sono le nostre ragazze e i nostri ragazzi, dialoghiamo con loro e con la società civile cubana che vuole percorsi di cambiamento e di pace. Se, da parte del governo, si sceglie lo scontro violento come risposta, può succedere, su una scala più grande, ciò che abbiamo già visto nel Vedado: un gruppo pacifico di giovani attaccati coi lacrimogeni, oppure ciò che è avvenuto nel Parco della Libertà di Matanzas nella serata di sabato: un gruppetto di persone è stato preso a botte da membri della Sicurezza di Stato. Non importa che proibiscano l’accesso a internet per qualche ora. Si viene a sapere tutto e tutto viene giudicato.

La mia coscienza non mi permette tacere.

Il risultato

Gli intellettuali che abbiamo avvisato per mesi il governo della possibilità di una rivolta sociale di grandi dimensioni siamo stati definiti mercenari. L’apparato di partito e governativo ha negligentemente ignorato i segnali di allarme. Questo è il risultato del suo atteggiamento.

Domenica 11 luglio, migliaia di persone sono scese in piazza in molte città e paesi dell’isola. Insieme a coloro che richiedevano cambiamenti, condizioni di vita migliori e libertà politiche -come è comune a qualsiasi conflitto di queste dimensioni- si sono sommati anche quelli che pretendevano solamente delinquere e vandalizzare, ma è stata l’eccezione e non la regola.

Il presidente e primo segretario Miguel Díaz-Canel ha reagito a questi fatti, inediti nella storia recente di Cuba, con la seguente convocazione: “L’ordine di battaglia è stato dato. In piazza tutti i rivoluzionari”.

Nella sua prima apparizione televisiva ha riconosciuto che fra i manifestanti vi erano persone rivoluzionarie ma confuse. Nella seconda apparizione, il giorno 12, ha asserito che tutti erano controrivoluzionari e mercenari e che gli avvenimenti erano il risultato di un piano ordito all’estero. Questa è la narrazione che si è diffusa da quel momento. Per lui, le migliaia di manifestanti non formano parte del popolo. Grave errore.

Le forze dell’ordine -del Ministero degli Interni, le FAR, le Truppe Speciali, i Cadetti delle Accademie militari e addirittura la riserva-, hanno represso con violenza. Anche qualche gruppo di manifestanti ha fatto uso della violenza.

Si sa di almeno una persona morta e di altre ferite, picchiate ed arrestate. Una parte di queste è stata liberata il giorno dopo. Cosa che non è successa in altri casi, come quello di Leonardo Romero, un giovane studente di Fisica dell’Università della Havana che è stato arrestato due mesi fa per innalzare un cartello che diceva “Socialismo sì, repressione no”. Passava vicino al Campidoglio con un suo alunno del pre-universitario. Il ragazzo aveva cercato di filmare l’enorme manifestazione che si era assemblata lì. Lo hanno aggredito brutalmente. Era minorenne e Leonardo lo ha difeso. Sono stati entrambi arrestati.

E’ impossibile sapere con esattezza quanto è successo perché dalle tre del pomeriggio di quel giorno è stato soppresso il servizio di internet a Cuba. Siamo un popolo al buio, senza diritto all’informazione e senza possibilità di esprimerci. I giornalisti ufficiali dimostrano con il loro atteggiamento di essere solo meri propagandisti del governo. Cada su di loro tutta la vergogna del loro gruppo professionale.

Dichiarazioni giustificative e a volte incoerenti hanno segnato la nota dominante del governo. L’Ufficio Politico si è riunito oggi con la presenza di Raúl Castro ma non è trapelato nulla di ciò che si è discusso. A quanto sembra, non esiste nessun piano d’azione per risolvere una situazione interna come questa rivolta, che viene presentata all’opinione pubblica come una grande cospirazione internazionale che è emersa a partire dall’etichetta SOS Cuba.

Si sono limitati a richiedere l’eliminazione del blocco nordamericano. Neppure una ammissione autocritica sulle riforme rinviate o sulle trasgressioni costituzionali. Neppure un invito al dialogo. Credono, o vogliono far credere, che gli scomodi black-out delle ultime settimane sono i responsabili dell’insofferenza dei cittadini, senza riconoscere l’immenso debito sociale accumulato da decenni.

Bruno Rodríguez Parrilla, ministro degli Esteri, ha detto in una riunione con la stampa estera accreditata che a Cuba “nessuno soffre la fame”. Questa affermazione è un’altra evidenza del livello di disconnessione del governo dalla gente normale. Solo si può paragonare con la critica che ha fatto Raúl (Castro) nella sua “relazione centrale” all’ottavo congresso come segretario generale uscente, alla “confusione” che avevano avuto alcuni quadri nel prendersela con la “presunta disugualità” che ha creato la commercializzazione in dollari a Cuba.

E’ stata la disperazione che ha spinto la gente alla rivolta, alle proteste di massa nel peggior momento della pandemia nell’isola. E’ prevedibile un’enorme aumento dei contagi, sia fra i manifestanti che fra le forze dell’ordine e i gruppi di risposta rapida convocati nei centri di lavoro per dimostrare l’appoggio al governo.

A tutto ciò si unisce l’opportunismo politico di alcune voci dell’esilio che chiedono una soluzione militare per Cuba. Devono sapere che condizionare la sovranità nazionale con la tesi di un intervento umanitario è totalmente inaccettabile per l’enorme maggioranza di questo popolo, anche fra molti di coloro che scendono in piazza oggi contro il governo.

Rivolgendosi alla stampa estera, Rodríguez Parrilla ha affermato con leggerezza che questo non era il peggior momento che si è vissuto a Cuba. E’ vero che negli anni novanta abbiamo avuto una crisi terribile e un maleconazo (storica protesta di massa nel 1994, N.d.T.); ciononostante, gli rammento che in quella tappa avevamo un leader con una visione sufficiente per offrire cambiamenti a breve termine e un popolo con la speranza che, di fronte al crollo del socialismo reale in Europa, il governo avesse la sufficiente intelligenza per dirigere un percorso rapido e continuo di riforme.

Nessuna di queste cose esiste oggi. Ma chiedere al governo cubano che risponda ai segnali è, l’abbiamo visto, come arare il mare.

L’urlo

Leonardo Padura*

*Leonardo Padura è uno degli scrittori cubani più conosciuti e amati sia a Cuba che a livello internazionale. E’ colui che ha rinnovato totalmente il genere del romanzo giallo nell’isola dei Caraibi ed è l’autore, fra gli altri, della serie delle “Quattro stagioni”, che ha come protagonista il detective Mario Conde. Nel 2009 ha pubblicato “El hombre que amaba a los perros” (L’uomo che amava i cani), un curioso romanzo su Ramon Mercader, l’assasino di Trotzki, e sulla Cuba che l’accolse e nel 2013 “Herejes” (Eretici). Il suo ultimo libro è “Como polvo en el viento”. I suoi libri sono stati pubblicati in Italia da Bompiani e Mario Tropea Editore.

E’ forse plausibile che quanto è avvenuto a Cuba domenica 11 luglio sia stato provocato da -molte o poche- persone contrarie al sistema, addirittura alcune di esse pagate, con l’intenzione di destabilizzare il paese e provocare una situazione di caos e insicurezza. E’ anche vero che poi, come succede normalmente in questi casi, si siano registrati opportunisti e disgraziati atti di vandalismo. Ma credo che né l’uno ne l’altro fatto tolgano neppure un briciolo di ragione all’urlo di cui siamo stati testimoni. Un grido che è anche il risultato della disperazione di una società che attraversa non solo una lunga crisi economica ed una difficile crisi sanitaria ma anche una crisi di fiducia e una perdita di speranza più generalizzata.

A questo avvertimento disperato, le autorità cubane non dovrebbero rispondere con gli slogan abituali, ripetuti per anni, seguiti da quelle risposte che le stesse autorità desiderano ascoltare. E neppure con spiegazioni, per convincenti e necessarie che siano. Ciò che si impone sono le soluzioni, che molti cittadini aspettano o reclamano, gli uni manifestando in piazza, gli altri esprimendosi sui social, rivelando la loro disillusione o la loro insoddisfazione, molti contando i pochi e svalutati pesos che posseggono nelle loro impoverite tasche e molti, molti di più, facendo in rassegnato silenzio le code di ore e ore sotto il sole o la pioggia, in tempi di pandemia, code nei mercati per comprare alimenti, code nelle farmacie per comprare medicine, code per il pane quotidiano e per qualsiasi cosa possibile e immaginabile.

Credo che nessuno, con un minimo senso di appartenenza, con un minimo senso della sovranità, con una minima responsabilità civica, possa volere (e nemmeno credere) che la soluzione di questi problemi venga da qualsiasi tipo di intervento straniero, e meno di carattere militare, come sono giunti a chiedere alcuni che, è anche vero, rappresentano una minaccia che si sta configurando come un possibile scenario.

Credo oltretutto che qualsiasi cubano o cubana, dentro e fuori dell’isola, sa che il blocco o embargo commerciale e finanziario statunitense, come si voglia chiamare, è reale e si è internazionalizzato e intensificato negli ultimi anni e che rappresenta un fardello troppo pesante per l’economia cubana (come sarebbe per qualsiasi economia). Coloro che vivono fuori dall’isola e che oggi vogliono aiutare i loro familiari in una situazione critica, hanno potuto verificare che il blocco esiste eccome, al vedersi praticamente impossibilitati a mandare un pacchetto ai loro cari, solo per citare una situazione che riguarda molti. Si tratta di una vecchia politica che, a proposito (a volte qualcuno se lo dimentica), quasi tutti i paesi hanno denunciato per anni nelle successive assemblee delle Nazioni Unite.

E penso che nessuno possa negare che si sia scatenata una campagna mediatica in cui, addirittura nelle forme più assurde, sono state lanciate informazioni false che, alla fine, servono solo a screditare i loro gestori.

Ma, insieme a tutto ciò, credo anche che i cubani hanno bisogno di ricuperare la speranza ed avere un’immagine credibile del loro futuro. Se si perde la speranza, si perde il senso di qualsiasi progetto sociale umanista. E la speranza non si ricupera con la forza. Si riscatta ed alimenta con queste soluzioni e con i cambiamenti e con il dialogo sociale che, al non giungere, hanno causato, fra altri effetti devastanti, le ansie migratorie di tanti cubani e adesso provocano il grido di disperazione di persone fra cui, sicuramente, c’è qualcuno pagato e qualche delinquente opportunista, anche se non posso credere che nel mio paese, a questo punto, possa esserci tanta gente, tante persone nate ed educate fra di noi che si vendono o possano delinquere. Perché se così fosse, sarebbe il risultato della società che li ha creati.

Il modo spontaneo, senza legami con nessun leader, senza ricevere nulla in cambio o rubare nulla per la strada, con cui una grande quantità di persone è scesa in piazza e sui social, dev’essere un avvertimento e penso che sia un’evidenza allarmante della distanza che si è aperta fra le sfere politiche dirigenti e la piazza (e così lo ha riconosciuto addirittura qualche dirigente cubano). Perché solo così si spiega che sia successo ciò che è successo, oltretutto in un paese dove si sa quasi tutto quando si deve sapere, come tutti sappiamo.

Per convincere e calmare questi disperati, il metodo non può essere quello delle soluzioni della forza e dell’oscurità, come per esempio imporre il black-out digitale che ha tagliato le comunicazioni per giorni e giorni e che, tuttavia, non ha impedito i collegamenti di coloro che avevano qualcosa da dire, a favore o contro. Assai meno può essere impiegato come argomento persuasivo la risposta violenta, soprattutto verso i non violenti. E sappiamo che la violenza può anche non essere solo fisica.

Molte cose sembrano essere in gioco oggi. Forse anche se dopo il temporale tornasse la calma. Forse gli estremisti e i fondamentalisti non riusciranno ad imporre le loro soluzioni estremiste e fondamentaliste e non si radicherà un pericoloso stato di odio che negli ultimi anni si è accresciuto.

Ma, in tutti i casi, è necessario che arrivino le soluzioni, delle risposte che non solo dovrebbero essere di indole materiale ma anche di carattere politico, affinché una Cuba inclusiva e migliore possa ascoltare le ragioni di questo grido di disperazione e smarrimento che, in silenzio ma con forza, da prima dell’11 di luglio, levavano molti dei nostri compatrioti, quei gemiti che non sono stati ascoltati e che hanno causato questo grido così assordante.

In qualità di cubano che vive a Cuba e lavora e crea a Cuba, presumo che sia mio diritto pensare e opinare sul paese in cui vivo, lavoro e creo. Sono cosciente che in tempi come questi e per cercare di esprimere un’opinione, può succedere che “sempre si è reazionari per alcuni e rossi per altri”, come una vota disse Claudio Sánchez Albornoz (presidente della II Repubblica spagnola in esilio, N.d. T.). In qualità di uomo che vuol essere libero, e che vuol esserlo sempre di più, mi faccio carico di questo rischio

A Mantilla, il 15 luglio 2021.

Estratto da: https://jovencuba.com/alarido/