Blasco, che resterà giovane perché fuori dalle “chiese”

Pietro Tresso: tra i fondatori del PCd’I, lavorò con Gramsci, espulso da Togliatti con Leonetti e Ravazzoli. Imprigionato e torturato dai nazisti, trucidato dagli stalinisti. La drammatica vicenda di un comunista – Livio Maitan –

Liberazione (fino al 2013 è stato il quotidiano di Rifondazione comunista, ndr) ha più volte ricordato militanti comunisti impegnati in varie epoche e con diversi percorsi nelle lotte del movimento operaio in Italia e in altri paesi. In un momento in cui è stata rilanciata da Livorno una riflessione critica sul passato, è giusto rievocare la vicenda drammatica di un militante come Pietro Tresso (nome di battaglia Blasco, che manterrà durante la Resistenza, ndr).

Tresso era nato nel 1893 a Magrè, nel Vicentino, da una famiglia contadina, le cui condizioni di indigenza lo obbligavano ad abbandonare la scuola a soli 9 anni per diventare apprendista sarto. Questa dura esperienza determinava una precoce presa di coscienza politica: già a 14 anni aderiva alla Gioventù socialista. La sua attività antimilitarista alla vigilia della guerra gli procurava un processo a un tribunale militare, con la conseguente assegnazione a un battaglione di disciplina. Divenuto ufficiale, conosceva per 33 mesi la disumana vita delle trincee. Ammalatosi di tubercolosi, ritornava alla vita civile riprendendo subito l’attività militante, e impegnandosi nelle battaglie del cruciale periodo seguito alla rivoluzione d’Ottobre. Era tra i più attivi sostenitori della sinistra socialista, di ispirazione bordighiana e partecipava, quindi, alla scissione di Livorno. Due settimane dopo l’avvento del fascismo era tra i delegati italiani al IV congresso della Terza Internazionale. Distaccato dal partito a Mosca per partecipare all’attività dell’Internazionale dei sindacati rossi, iniziava una collaborazione con Gramsci: al congresso di Lione, nel 1926, era eletto membro candidato del Comitato centrale. Poco dopo diveniva membro titolare ed entrava a far parte anche dell’Ufficio politico. Assumeva compiti sia nel centro interno, sia nel centro estero. Nel febbraio 1927 aveva partecipato al convegno di ricostituzione della Confederazione del Lavoro, entrando nel comitato direttivo.

Gli anni 1929-1930 erano segnati dagli orientamenti dell’Internazionale comunista staliniana, che, da un lato avanzava un’analisi catastrofista della situazione mondiale ben poco corrispondente alla realtà, dall’altra imponeva una contrapposizione settaria ai socialdemocratici definiti con l’insultante epiteto di socialfascisti. Un dibattito si apriva anche negli organismi dirigenti del partito comunista d’Italia. Lo stesso Ufficio politico si divide a metà: alla fine, grazie al voto statutariamente discutibile del rappresentante dell’organizzazione giovanile, si pronunciava di misura a favore delle concezioni dell’Internazionale comunista. I tre membri che avevano criticato queste posizioni, cioè Tresso, Leonetti e Ravazzoli, veniva espulsi con sommaria procedura divenendo subito oggetto di una delle peggiori campagne di denigrazione. Il solo argomento politico, ripreso anche decenni più tardi, per esempio da Giorgio Amendola, era che i tre sarebbero stati contrari alla ricostruzione del lavoro di partito in Italia, mentre la divergenza verteva, in realtà, oltre che sull’analisi della situazione avanzata dalla maggioranza, sulle condizioni e sui modi dei rientri in Italia e non sull’esigenza della ricostruzione.

Seguiva un nuovo capitolo della vita di Tresso, nell’emigrazione in Francia. Abbastanza presto veniva a conoscenza delle posizioni assunte da Trotskij in polemica con la direzione staliniana dell’Internazionale comunista e, cogliendo le sostanziali convergenze, si impegnava dal 1933 al lavoro preparatorio di una nuova Internazionale. Nel settembre del 1938 avrebbe partecipato al congresso di fondazione della IV Internazionale alla periferia di Parigi. In quegli anni animava una corrente marxista rivoluzionaria nel partito socialista massimalista, divenendo membro del Consiglio generale di questo partito. Nel gennaio 1935 partecipava a un convegno di grande risonanza, in cui le diverse componenti del movimento operaio italiano discutevano sulla possibilità di una unità organica (tra gli oratori Nenni e Di Vittorio). Tresso era sempre in Francia allo scoppio della guerra e durante l’occupazione. Benché ricercato dalla Gestapo, che voleva consegnare gli esuli alla polizia mussoliniana, si impegnava di nuovo in una attività clandestina. Il primo giugno del ’42 era arrestato a Marsiglia e torturato alla presenza della sua compagna, Barbara. Un tribunale di Vichy lo condannava a dieci anni di lavori forzati. Un anno dopo era liberato, assieme ad altri, dal carcere di Puyen Velay, grazie all’azione di un reparto partigiano. Ma di questa vicenda erano a conoscenza militanti della Resistenza appartenenti al Pcf o sotto la sua influenza. Così una ventina di giorni dopo l’evasione, mentre era di nuovo nelle file della Resistenza, improvvisamente scompariva e scomparivano con lui altre tre militanti, Pierre Salini, Abraham Sadek e Jean Reboul. Degli scomparsi non si avrebbe avuto più notizia, nonostante le angosciose ricerche, in particolare di Barbara. Ci sono voluti decenni prima che le bocche cominciassero ad aprirsi fornendo indicazioni sugli stessi esecutori materiali: nessun dubbio, comunque, che l’esecuzione era stata decisa da apparati e individui che agivano nella logica spietata dello stalinismo.

Le condizioni ei momenti più drammatici della vita di Tresso hanno rispecchiato condizioni e momenti tra i più drammatici della prima metà del XX secolo. Pietro ha conosciuto nella sua infanzia le condizioni miserabili in cui vivevano allora gran parte dei contadini. Ha subito nella sua carne viva le lacerazioni di quella catastrofe senza nome che è stata la Prima guerra mondiale. Ha contratto una malattia che era il flagello dell’epoca. E’ stato costretto alla clandestinità e all’esilio dalla dittatura fascista. E’ stato travolto, come tanti altri, dalle bufere della Seconda guerra mondiale. Come innumerevoli cittadini francesi e non francesi, ha sofferto dell’occupazione nazista, trascorrendo nelle carceri di Vichy l’ultimo anno della sua esistenza. Punto culminante, mostruosamente paradossale, del suo dramma: sfuggito ai suoi carcerieri, era assassinato da coloro stessi che lo avevano liberato o da loro compagni o amici, che pure si collocavano dalla stessa parte della barricata e che, inconsapevoli o cinici che fossero, continuavano a richiamarsi al comunismo e a una ispirazione antifascista. Subiva così la stessa sorte di coloro che nel decennio precedente erano stati vittime nell’Urss della repressione staliniana.

L’esistenza di Tresso è stata, tuttavia, segnata anche da vicende ben diverse. Ha potuto realizzare una pienezza di vita quando ha contribuito sin dalla giovane età alla costruzione del partito socialista, quando si è schierato dalla parte della rivoluzione d’Ottobre e ha contribuito alla fondazione del partito comunista; quando ha constatato negli anni ’30 che la sua battaglia critica aveva una dimensione internazionale; quando ha vissuto le giornate luminose del ’36 in Francia e della rivoluzione spagnola. Nell’ottobre 1942 scriveva dalla prigione in una lettera struggente: «Proprio perché siamo rimasti giovani ci troviamo fuori delle diverse “chiese”. Le stesse aspirazioni morali che ci hanno spinto, sin dalla giovinezza, all’interno di un partito, ci hanno spinto fuori quando queste aspirazioni sono state in disaccordo con quelle che si definiscono esigenze pratiche. Se fossimo invecchiati, come molti altri, alla piazza, alla menzogna, al sorriso ossequioso verso i vari “figli del popolo”. Ma questo ci è stato impossibile. Perché? Perché siamo rimasti giovani. E per questo insoddisfatti di quello che è, e abbiamo aspirato a qualche cosa di meglio. Quelli che non sono rimasti giovani, in realtà sono diventati cinici. Per loro, gli uomini e l’umanità non sono che strumenti, che mezzi che devono servire i loro scopi individuali, anche se questi scopi restano nascosti dietro frasi di origine generale; per noi, gli uomini e l’umanità sono le sole, vere realtà esistenti».

(Articolo pubblicato su Liberazione il 9 febbraio 2001)