La cacciata dei “tre” e le sciagure del Terzo Periodo

L’espulsione dei “tre” dal PCd’I (Tresso, Leonetti e Ravazzoli), il Terzo Periodo del Comintern, l’invenzione del social-fascismo, l’opportunismo di Togliatti – Michele Azzerri –

È il 9 giugno 1930 e il Comitato centrale del PCd’I vota all’unanimità l’espulsione dal partito dei “tre”: Tresso, Leonetti e Ravazzoli.

Per comprendere meglio lo scontro interno al PCd’I e come si è giunti a tale decisione è necessario fare un passo indietro e soffermarci brevemente sulla svolta politica del “Terzo Periodo”, imposta dalla burocrazia staliniana a livello internazionale e «caratterizzata – prendendo in prestito le parole di Livio Maitan – da una politica verbalmente rivoluzionaria e sostanzialmente avventuristica»[1].

La teorizzazione del “Terzo Periodo” (1928-1933) si basò sulla prospettiva secondo cui si era ormai giunti ad una nuova crisi rivoluzionaria mondiale, le masse si radicalizzavano e la conclusione di tale periodo sarebbe stata la vittoria della rivoluzione su scala internazionale. In altre parole, la burocrazia staliniana spinse il Comintern a dichiarare guerra alla borghesia sul piano internazionale, proclamandone la prossima caduta e proponendo ai partiti comunisti la presa del potere.

L’elemento teorico più significativo di questa svolta fu la teorizzazione del “socialfascismo”, cioè la caratterizzazione dei partiti socialdemocratici come variante del fascismo, con funzione ugualmente reazionaria, e la denuncia di tali partiti come principali nemici da combattere. Conseguentemente, il Comintern, dietro istruzioni di Mosca, definì fascisti tutti i partiti che non fossero quelli comunisti e ciò valeva soprattutto per i partiti socialdemocratici che vennero rinominati “socialfascisti”.

Da tale teoria derivò l’impossibilità di una qualsiasi alleanza, anche temporanea, tra i vari partiti del proletariato. Persino il pericolo del nazismo venne irresponsabilmente minimizzato dal Comintern, che concentrò la sua propaganda principalmente contro la socialdemocrazia. Come scrisse Trotsky, la burocrazia staliniana «ha proclamato il “terzo periodo” e la battaglia per la conquista delle piazze in una situazione di declino politico e di debolezza del partito comunista; ha sostituito una lotta impostata seriamente con sbalzi, avventure o parate; ha isolato i comunisti dalle masse dei sindacati; ha identificato la socialdemocrazia con il fascismo e respinto il fronte unico con le organizzazioni operaie di massa di fronte agli attacchi delle bande nazionalsocialiste; ha sabotato la minima iniziativa di fronte unico difensivo anche su scala locale e al tempo stesso ha sistematicamente ingannato i lavoratori sui reali rapporti di forze, ha distolto i fatti, ha trattato gli amici come nemici e i nemici come amici»[2].

In Italia, Palmiro Togliatti è tra i sostenitori della svolta del “Terzo periodo”, ribadendo e rivendicando anche successivamente tali posizioni sulle pagine de Lo Stato Operaio: «Sul terreno concreto della politica internazionale i socialdemocratici e i democratici […] non hanno posizioni diverse da quelle del fascismo»[3].

Con queste premesse risulta più facile una lettura del dibattito e delle vicende interne al PCd’I, emersi all’interno dell’Ufficio politico nel gennaio e febbraio 1930.

In quei mesi, infatti, nell’Ufficio politico del PCd’I si delinea una maggioranza (composta da Togliatti, Camilla Ravera, Longo, Secchia e Grieco) e la minoranza dei “tre” (Tresso, Leonetti, Ravazzoli). Oggetto del dibattito è la suddetta svolta internazionale del Comintern e la conseguente svolta anche organizzativa che ne consegue.

Secondo Togliatti, si presentano dei compiti nuovi: è urgente un ritorno immediato in Italia della direzione politica ed organizzativa del partito (in quel momento per lo più all’estero causa repressione fascista), poiché bisogna colmare il più possibile il distacco tra le potenzialità insurrezionali e la debolezza del partito in Italia. Secondo Togliatti, la crisi del fascismo si va acutizzando e, non essendo possibile la formazione di un campo antifascista borghese, le masse tendono a radicalizzarsi. Utilizzando le sue parole, in questa fase «l’elemento dominante sarà dato dalla rivolta, dalla insurrezione, dalla guerra civile delle masse lavoratrici guidate dal proletariato contro le classi dirigenti capitaliste»[4].

Tresso, nell’Ufficio politico del 29 gennaio, contrasta le posizioni di Togliatti definendole come la sua «ennesima svolta opportunistica», spiegando che è fortemente contrario a spostare in Italia il massimo possibile della direzione politica ed organizzativa del PCd’I, poiché lo ritiene molto pericoloso e soprattutto avventuristico, rischiando di buttare l’apparato allo sbaraglio, cioè nelle mani della polizia fascista. Ribadisce invece la necessità di rafforzare dall’esterno i centri regionali utilizzando elementi locali e “legali” (cioè non sospetti al regime fascista).

Il dibattito si sposta nel Comitato centrale convocato a Liegi il 20 marzo, dove i “tre” possono contare anche sull’appoggio degli oppositori Teresa Recchia e Mario Bavassano. Il bersaglio dei loro interventi è Togliatti, accusato di semplificazione grossolana, di avventurismo e di estremizzazione poiché valuta la situazione italiana troppo avanzata e trascura il lavoro di alleanze di classe con le altre organizzazioni del proletariato (il fronte unico di classe).

Alfonso Leonetti sostiene che l’Ufficio Politico sbaglia a ritenere imminente lo scoppio della rivoluzione in Italia poiché i ceti medi non sono scomparsi, non sono scomparsi i contadini e gli artigiani e quindi la dicotomia proletari-borghesi professata dalla svolta internazionale staliniana non sussiste. Sostiene, soprattutto, che la saldatura con la classe operaia in senso rivoluzionario è tutt’altro che operata: «Ercoli [Togliatti, ndr] dice che la socialdemocrazia è un fenomeno di stupidità e di impotenza; che essa non potrà fare il boia del proletariato italiano, ecc. La socialdemocrazia non potrà fare il boia del proletariato italiano a una sola condizione: che il nostro partito sappia conquistare la direzione del movimento rivoluzionario. Ma questo problema per Ercoli-Gallo-Botte-Silvia [Togliatti-Gallo-Secchia-Camilla Ravera, ndr] non esiste più dal momento che in Italia tutti si pongono il problema comunismo-fascismo. I milioni di contadini, di artigiani, di piccoli-borghesi sono anch’essi conquistati alla influenza comunista… Questa tendenza nettamente antileninista di vedere i problemi del movimento rivoluzionario è la vera tendenza di capitolazione davanti alla socialdemocrazia; è la tendenza che favorisce la socialdemocrazia nell’adempimento della sua funzione di boia del proletariato»[5].

Anche Ravazzoli, con il suo intervento, ribadisce l’inesistenza in Italia di un processo di riscossa delle masse e ritiene controproducente la svolta politica ed organizzativa proposta dalla maggioranza poiché con essa si otterrebbe come risultato quello di subire «dei colpi irreparabili per molto tempo»[6].

In difesa delle posizioni di maggioranza interviene Grieco sostenendo che la socialdemocrazia italiana si sta fascistizzando (facendo quindi pienamente propria la teoria staliniana del “socialfascismo”) e quindi sempre più netta è la contrapposizione tra fascismo e comunismo.

In difesa di Togliatti lo stesso Grieco afferma che «l’attacco a Togliatti è l’attacco alla linea generale» e che Togliatti «rappresenta una linea politica, la linea politica del partito e dell’Internazionale Comunista; e che quindi, ogni attacco contro Ercoli [Togliatti, ndr] è da noi considerato un attacco al partito a all’Internazionale»[7].

Alla fine dei lavori del Comitato centrale, la posizione politica dei dissidenti viene definita “manifestazione larvata di opportunismo” e vengono comminate contro di loro “sanzioni amministrative”: Tresso, Ravazzoli e Leonetti vengono espulsi dall’Ufficio politico, Ravazzoli viene estromesso dal Comitato centrale (in cui entrerà tra gli altri anche Di Vittorio), Leonetti ne è retrocesso a membro candidato e Teresa Recchia ne decade dalla figura di membro candidato.

Ravazzoli, che allora era il massimo responsabile nella CGL, viene sostituito da Di Vittorio nel delicato lavoro sindacale. L’intento della maggioranza è quello di liquidare l’opposizione politica interna (così come sta avvenendo con Silone e Bordiga su posizioni politiche differenti), isolando e disperdendo i singoli componenti.

I “tre” non hanno assolutamente intenzione di porsi da parte e continuano la loro battaglia interna, sia nel PCd’I che nel sindacato.  Leonetti e Ravazzoli prendono contatto con l’opposizione di sinistra internazionale, che fa riferimento alle posizioni politiche di Trotsky in contrasto tra l’altro anche con la svolta stalinista del “Terzo Periodo”. Leonetti entra in contatto e inizia a collaborare con Pierre Naville, direttore in Francia dell’organo di stampa trotskista La Vérité, in cui pubblica articoli contro la linea politica del PCd’I e dei suoi dirigenti.

Nella riunione del 28 aprile, l’Ufficio politico del PCd’I decide di “allontanare” Leonetti e Ravazzoli dal lavoro sindacale e di estromettere lo stesso Leonetti dal Comitato centrale “per indisciplina”.

La vicenda dei “tre” giunge a compimento nel Comitato centrale del 9 giugno.

Togliatti nella sua relazione introduttiva dichiara che «questo blocco rappresenta per dei compagni il massimo di degradazione politica, il massimo di demoralizzazione… […] Contro chi è giunto a questo punto non è possibile che una cosa, la lotta, la lotta aperta, senza quartiere, la mobilitazione di tutte le forze del partito e della classe operaia come contro dei traditori del partito e della classe operaia»[8]. Di Vittorio sottolinea che l’opposizione è riuscita nel solo intento di frenare per mesi l’applicazione della “svolta” e che non è più tempo di discutere.

Leonetti e Ravazzoli vengono espulsi dal partito perché si rifiutano di firmare una dichiarazione di condanna sulla campagna de La Vérité contro il PCd’I e Togliatti, tentativo questo non dissimile dalle abiure imposte nei processi staliniani e non sempre sufficienti per evitare la condanna a morte.

Espulsione dal PCd’I anche per Tresso che si rifiuta di firmare una dichiarazione con cui si dovrebbe dissociare dalla “campagna di discredito” di Leonetti e Ravazzoli per rinnovare la sua adesione alla linea del partito. Tresso respinge in blocco la dichiarazione e dice: «…ritengo che le decisioni del Comitato centrale di marzo sono state una caduta nell’opportunismo mascherata di frasi di sinistra. Sul compagno Ercoli [Togliatti, ndr] ritengo che egli è sempre stato fermissimo nel tentennare. Ho detto che avrei lottato per le mie posizioni nel Comitato centrale se il Partito me lo permetteva, fuori del Comitato centrale se il partito vuole così. Ora aggiungo che sono disposto a lottare per esse fuori del partito»[9].


[1] L. Maitan, Prefazione, in L. Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin, Schwarz, Torino 1957, p. 16.

[2] La Questione tedesca, in L. Trotsky, La Terza Internazionale dopo Lenin, cit., p. 244.

[3] La nostra lotta contro la guerra imperialista (da «Lo Stato Operaio», anno IV, n. 3, marzo 1932), in P. Togliatti, Opere, vol. III, 2° tomo, Editori Riuniti, Roma 1973, pag. 45.

[4] Necessità di una svolta (da «Lo Stato Operaio», anno IV, n. 2, febbraio 1930), in P. Togliatti, Opere, vol. III, 2° tomo, op. cit., pp. 70-83.

[5] Cfr. L’opposizione nel PCd’I alla svolta del 1930, «Strumenti di Lavoro», archivi del movimento operaio, n. 10, a cura di Michele Salerno, Milano, novembre 1966, pp. 20-21.

[6] Cfr. L’opposizione nel PCd’I alla svolta del 1930, op. cit., pag. 44.

[7] P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Gli anni della clandestinità, Einaudi, Torino 1976, p.250.

[8] Dal verbale della sessione del Comitato centrale «allargato» del PCd’I del 9 giugno 1930, in P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano. Gli anni della clandestinità, op. cit., pag. 259.

[9] Ivi, pp. 259-260.